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Lo sciopero dei rider a Milano, Firenze e Bologna: difendere insieme la salute e il salario

La situazione di caldo torrido, asfissiante che da settimane attanaglia l’Italia e l’Europa – espressione ultima di un cambiamento climatico negabile solo da autentiche teste di legno (a parte i prezzolati) – ha spinto anche le istituzioni regionali e cittadine, per solito di tutto interessate fuorché delle condizioni di lavoro dei proletari, a “prendere provvedimenti”, sotto forma di ordinanze.

La Regione Lombardia, ad esempio, ha emesso un’ordinanza che vieta il lavoro sotto il sole (agricoltura, edilizia, cave) dalle  12:30 alle 16, tra il 10 giugno e il 23 settembre, quando è previsto un rischio alto per chi lavora sotto sforzo fisico.

Il Comune di Milano con un’altra ordinanza ha esteso questo divieto, o comunque previsto la forte limitazione del lavoro, ai ciclo fattorini che portano il cibo a domicilio in bici (ma non in moto…). La formula scelta è quanto mai ambigua: “ridurre o sospendere l’assegnazione delle consegne nella fascia oraria 12.30/16, mediante stop automatico o rallentamento dell’algoritmo di assegnazione, privilegiando lo svolgimento delle mansioni nelle ore più fresche della giornata”: ridurre o sospendere? E poi, come si fa a consegnare a sera il piatto ordinato per il pranzo?

Queste ordinanze (e le altre simili emesse un po’ da tante regioni e comuni) hanno un carattere più di pubblicità che di sostanza. Non ci vuole tanto a capire che, nella totale assenza di sanzioni e di controlli da parte degli ordinanti, Glovo e Deliveroo, rinomati schiavisti di rango internazionale, si guarderanno bene dal rifiutare in tutto o in parte le prenotazioni dei pranzi per tutelare la salute dei rider.

I rider hanno in ogni caso preso in parola l’ordinanza comunale. Molte grazie per aver pensato alla loro salute, ma cosa ne è del salario? Se saltano le consegne del pranzo questi presunti “lavoratori autonomi”, di fatto dipendenti delle multinazionali delle piattaforme, sono costretti a saltare anche il proprio pranzo, perché con il dimezzamento delle consegne, si dimezza anche il loro salario.

Per questo ieri, mercoledì 15 luglio, qualche centinaio di rider milanesi, organizzati dal Nidil CGIL, si sono radunati intorno alle 19 davanti alla Stazione Centrale, e sono sfilati per le vie cittadine fino a Largo Cairoli chiedendo una integrazione per il salario perso, pagata dalle aziende o dall’INPS, come avviene per i lavoratori dipendenti. Più o meno in contemporanea i rider hanno manifestato anche a Firenze e Bologna.

https://www.msn.com/it-it/video/notizie/la-protesta-dei-rider-a-milano-%C2%ABcon-le-ore-di-fermo-forzato-per-il-caldo-paga-dimezzata-ma-noi-dobbiamo-mangiare%C2%BB/vi-AA282el8?ocid=BingNewsSerp&cvid=6a58f300cfba44ce856373bc28addbe3&ei=16

A Milano, negli interventi di diversi rider è emerso anche il fatto scandaloso che la loro retribuzione è diminuita negli ultimi 10 anni da circa 5 a soli 3 euro a consegna, nonostante l’aumento del costo della vita. Un altro esempio di come le grandi imprese del settore (e le piccole al loro servizio) approfittano della presenza prevalente di proletari immigrati in queste mansioni per spingere in basso i salari, le condizioni di lavoro e i diritti dei lavoratori.

In diversi paesi, dall’India al Brasile, i ciclofattorini, queste nuove figure del proletariato urbano, si stanno organizzando e hanno iniziato lotte per il riconoscimento della loro condizione di lavoratori dipendenti, per avere una retribuzione non più a cottimo (a consegna), ma in base alle ore lavorate, con il diritto alle ferie, alla malattia pagata, ecc. In Italia solo Just Eat applica in parte il CCNL della logistica (che prevede sconti salariali nel caso dei rider in bici rispetto ai driver col furgone), gli altri continuano ad essere pagati a cottimo con partita IVA.

Salutiamo questo sciopero, e tutte le iniziative volte ad organizzare stabilmente questo settore di proletari, perché conquistino condizioni di lavoro e salariali quanto meno dignitose, e si superino le divisioni tra lavoratori autoctoni e immigrati, che gli stessi sindacati confederali contribuiscono invece a consolidare con la firma di contratti di serie B, quali quelli per gli Istituti Fiduciari e il Multiservizi.

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