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Gaza: il “Board of Peace” prepara le riserve in cui rinchiudere i palestinesi di Gaza, mentre il governo Netanyahu fonda altre colonie in Cisgiordania – Eliana Riva

Come abbiamo fatto altre volte, riprendiamo due articoli che Eliana Riva ha scritto per Adalah che, con l’abituale puntualità, illustrano e denunciano gli ultimi sviluppi dei criminali piani dei sionisti e dei loro protettori internazionali sulle popolazioni palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. (Red.)

https://elianariva.substack.com/p/gaza-il-board-of-peace-prepara-l

https://elianariva.substack.com/p/israele-investe-oltre-600-milioni

Fonti israeliane parlano di un piano coordinato USA-Israele secondo cui Tel Aviv occupa e avanza mentre Washington rinchiude la popolazione in aree delimitate e controllate dalle forze multinazionali.

La prima zona individuata è Tal al-Sultan, nei pressi di Rafah. Qui dovrebbero essere indirizzati civili palestinesi senza armi e non affiliati ad Hamas.

A decidere chi è dentro e chi fuori sarà Israele, senza neanche mostrare le prove eventuali e senza alcuna possibilità di ricorso da parte dei palestinesi marchiati da Tel Aviv. Ad allontanarli sarebbero invece i contingenti multinazionali, che sotto la gestione del Board of Peace vestiranno i panni di costosi e mastodontici “buttafuori”.

Secondo la ricostruzione israeliana avranno base a Camp Amitai, vicino alla Striscia, in una struttura costruita per ospitarli, e saranno equipaggiati con armi non letali. L’esercito di Tel Aviv, intanto, continuerà a mantenere le proprie posizioni di occupazione ad approfondire la presa sulle aree oltre la cosiddetta linea gialla.

Il linguaggio, come sempre, è quello dell’assistenza. Cibo, cure mediche, servizi essenziali, rifugi per la popolazione. Ma la logica del piano è esplicitamente politica e militare: separare Hamas dalla società palestinese, “pezzo dopo pezzo”, spostando i civili verso aree amministrate da un’autorità esterna e sottraendo al movimento islamico il controllo sulla popolazione. Un piano fallimentare, perché Hamas, come già dimostrato in due anni di stragi e distruzioni israeliane, non è un movimento esterno, definito limitato ed “estraibile”.Iscriviti

Il modello è quello classico di una riserva coloniale. Spazi chiusi, sorvegliati, privati di sovranità, in cui una popolazione viene spostata dopo essere stata bombardata, affamata e cacciata. Anche i nativi americani furono rinchiusi nelle riserve con la formula della “protezione”. A Gaza, il linguaggio è aggiornato: si parla di zone umanitarie.

La fonte israeliana presenta il progetto come l’attuazione della sezione 17 del piano Trump, che prevede una “riabilitazione temporanea” nelle zone libere da Hamas.

Nelle aree individuate, assicurano i funzionari citati dal quotidiano, non entrerà cemento per la ricostruzione di Gaza. Al suo posto saranno installati caravan. Niente case, quartieri, infrastrutture stabili, ma strutture provvisorie per una popolazione già costretta a spostarsi più volte, dopo mesi di bombardamenti, assedio, distruzione e fame.

Il Board of Peace ha già iniziato a individuare siti nelle comunità israeliane attorno a Gaza per costruire grandi magazzini logistici destinati a servire i rifugi umanitari. La macchina si organizza fuori dalla Striscia, mentre dentro Gaza la popolazione resta oggetto del piano, non soggetto politico. I palestinesi vengono spostati, filtrati, assistiti, separati. Non rappresentati.

La stessa fonte israeliana descrive la strategia come una manovra a tenaglia. Da un lato l’esercito israeliano continuerà a rafforzare il proprio controllo sul territorio e a sottrarre aree a Hamas. Dall’altro il Board of Peace proverà a sottrarre popolazione al movimento. L’obiettivo, nelle parole dei funzionari che hanno visionato i piani, è lasciare Hamas senza popolazione, senza territorio e senza risorse.

Nel governo israeliano il progetto viene presentato come una risposta ai vincoli posti dagli Stati Uniti. Secondo Israel Hayom, Washington impedisce a Israele di riprendere pienamente i combattimenti nella Striscia, nonostante il rifiuto di Hamas di disarmare. Una fonte politica citata dal quotidiano dice che Israele si muove “entro i vincoli americani”, aumentando il ritmo delle eliminazioni ma restando sotto la soglia della critica internazionale.

Nonostante la situazione umanitaria catastrofica, la fame, la distruzione “lunare” e l’assedio israeliano che causa scarsità di cibo, medicine e beni essenziali alla sopravvivenza, è prevedibile che la gran parte della popolazione rifiuti di rinchiudersi volontariamente nelle riserve costruite sulla propria terra. Gli Stati Uniti proporranno con ogni probabilità incentivi economici e di sostegno ma l’emigrazione “volontaria” evocata dalla leadership politica israeliana aleggia come un rapace sulle scelte della popolazione di Gaza, trasformando ogni “offerta” Israelo-statunitense in una trappola per la pulizia etnica.

Israele investe oltre 600 milioni di euro in nuove colonie: le infrastrutture mangeranno la terra palestinese

Abitazioni prefabbricate, strade e infrastrutture serviranno a prendere il controllo, con pochi coloni, di ampie porzioni della Cisgiordania palestinese occupata, rendendo ancora più difficile smantellare gli insediamenti in futuro.

Israele investirà oltre 600 milioni di euro per costruire nuove colonie nella Cisgiordania occupata e le infrastrutture necessarie a sostenerle. L’approvazione è stata rivendicata con giubilo dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, ultranazionalista religioso e principale ideologo dell’annessione della Cisgiordania, secondo il quale il piano servirà a “uccidere l’idea” della nascita di uno Stato palestinese.

Il governo ha fatto sapere oggi di aver approvato lo stanziamento di 1,3 miliardi di shekel (circa 380 milioni di euro) per la realizzazione di 34 nuove colonie. Secondo Smotrich altri 1.075 miliardi di shekel (circa 315 milioni di euro) saranno destinati alla costruzione delle strade che le collegheranno alla rete viaria israeliana. Complessivamente, quasi 2,4 miliardi di shekel, oltre 600 milioni di euro, destinati a consolidare ed accrescere la presenza israeliana nei territori occupati.

L’annuncio è arrivato da Smotrich e dalla ministra degli Insediamenti, l’ultraconservatrice ed estremista di destra Orit Strock. I fondi finanzieranno abitazioni prefabbricate, reti elettriche e idriche, infrastrutture e collegamenti stradali, con l’obiettivo di rendere immediatamente operative le nuove colonie, ancora prima del completamento di tutte le procedure amministrative. Come ha spiegato lo stesso Smotrich, il governo vuole evitare che le decisioni “rimangano sulla carta”, trasformandole rapidamente in “fatti sul terreno”. È la politica che Tel Aviv persegue da decenni: cambiare lo status quo prima che qualcuno arrivi a fermare l’espansione illegale. Uno stop che fino ad oggi non è mai arrivato – con sorpresa forse degli stessi israeliani – né purtroppo arriverà a breve.Iscriviti

La scelta di accelerare la costruzione prima delle elezioni di ottobre risponde anche all’esigenza di rendere più difficile per eventuali futuri governi bloccare o revocare il progetto. Una volta costruite case, strade e servizi, smantellare una colonia diventa infatti una decisione politicamente e materialmente molto più complessa. L’opposizione all’attuale governo Netanyahu non si oppone all’occupazione totale della Cisgiordania né alla pulizia etnica dei palestinesi ma predica una colonizzazione più “ragionata”, che consenta all’esercito di controllare ampie fasce di territorio palestinese minimizzando gli interventi e i rischi.

Con queste 34 nuove colonie salgono a 103 gli insediamenti approvati dall’attuale governo in poco più di tre anni. Un’accelerazione senza precedenti nella storia del movimento coloniale israeliano. Strock ha definito il provvedimento “il più importante nella storia del sionismo”, mentre Smotrich ha parlato di “una giornata di festa per Israele e per gli insediamenti”.

Il ministro non ha nascosto il significato politico dell’operazione. “Stiamo rafforzando la sicurezza dello Stato di Israele, uccidendo l’idea della creazione di uno Stato terroristico nel cuore del Paese e consolidando la nostra presa sulla patria in Giudea e Samaria”, ha dichiarato, utilizzando la denominazione biblica con cui il governo israeliano indica la Cisgiordania occupata. Il riferimento allo “Stato terroristico” è l’espressione con cui Smotrich e altri membri del governo Netanyahu definiscono abitualmente l’ipotesi di uno Stato palestinese.

Le nuove colonie sorgeranno in aree strategiche, tra cui la Valle del Giordano e le colline a sud di Hebron, contribuendo a rafforzare il controllo israeliano sull’Area C, che rappresenta circa il 60 per cento della Cisgiordania occupata. Le organizzazioni israeliane per i diritti umani avvertono che, pur ospitando un numero relativamente limitato di coloni, questi insediamenti consentiranno di estendere il controllo su vaste porzioni di territorio palestinese, con nuove confische di terre, restrizioni alla libertà di movimento e ulteriori difficoltà di accesso ai servizi essenziali per la popolazione palestinese.

Le colonie israeliane nei territori occupati sono considerate illegali dal diritto internazionale. Il governo Netanyahu continua invece a finanziarle con risorse pubbliche, trasformando progressivamente l’occupazione militare in un controllo civile permanente del territorio. Con il violento e sanguinario supporto dei coloni, che agiscono completamente fuori dalla legge. Non solo da quella internazionale ma dalla stessa legge israeliana.

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