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Il magazzino, la fabbrica, lo scaffale: le lotte nella filiera della GDO nel Piemonte in (perenne) crisi post-industriale

Riceviamo e volentieri raccogliamo la segnalazione di questo articolo dell’Osservatorio Sfruttamento e precarietà di Torino (*), che analizza in modo accurato e lucido tre luoghi di lavoro del territorio piemontese uniti dall’essere sotto lo stesso padrone “invisibile”, ma quanto mai reale e al comando: il capitale della grande distribuzione organizzata, che si costruisce oggi sulla frammentazione sistematica del lavoro. E prospera, e come!, sui bassi salari e sulla compressione estrema dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici attraverso il sistema degli appalti e dei sub-appalti. Una situazione che mette in luce come il processo di de-industrializzazione stia producendo da decenni un continuo peggioramento della condizione media del lavoro salariato.

Da questa analisi emerge chiara la necessità e l’urgenza di una lotta unitaria contro i bassi salari e contro appalti e sub-appalti, per organizzare la reazione collettiva di un proletariato maschile e femminile sempre più precarizzato e schiacciato – proprio il tema che è al centro dell’iniziativa che il SI Cobas di Torino organizza sabato prossimo a Trofarello, di cui pubblichiamo l’avviso a corredo di questo testo.

Trovate sotto l’auto-presentazione dell’Osservatorio e del Comitato Dobbiamo vivere, di cui l’Osservatorio è organo d’inchiesta. (Red.)

https://mensuel.framapad.org/p/gdo-piemonte-amcj?lang=it

Come Osservatorio Sfruttamento e Precarietà, abbiamo percepito l’accoppiata dei mesi Giugno-Luglio come particolarmente bollente.

Innanzitutto dal punto di vista meteorologico con i termometri fermi a temperature over 35 gradi, accompagnate da fenomeni temporaleschi tropicali, nonostante la nostra regione si sviluppi ai piedi delle Alpi e sia ben distante dai tropici.

Il caldo, però, lo abbiamo riscontrato anche nelle lotte  incontrate sul nostro percorso, che si muove sul solco tracciato dalle lotte e dalle vertenze portate avanti dal Si Cobas Torino, con cui abbiamo una strettissima collaborazione.

Siamo un Osservatorio sì, ma non ci limitiamo ad osservare; il nostro lavoro è innanzitutto portare solidarietà concreta e organica alle lotte che attraversiamo, solo dopo passiamo alla denuncia pubblica tramite social e produzione di opuscoli.

Tortona. Trofarello. Torino. Tre realtà piemontesi, tre lotte, “un solo padrone” dietro le quinte: il capitale della grande distribuzione organizzata, che si costruisce oggi sulla frammentazione sistematica del lavoro.

Iniziamo il racconto dal magazzino logistico che serve i negozi In’s di Piemonte, Liguria e Toscana a Tortona, dove i facchini che smistano la merce non sono dipendenti di In’s, ma della ManHandWork, colosso Torinese.

Nelle scorse settimane questi operai della logistica hanno imboccato la strada dello sciopero senza se e senza ma, picchettando giorno e notte il magazzino e subendo ben tre sgomberi per mano poliziesca.

Tutto questo per chiedere la rimozione di un responsabile colpevole di comportamenti aggressivi, offensivi e discriminatori ai danni dei lavoratori, soprattutto se sindacalizzati con il SI Cobas.

Cambi turno, cambi mansione, declassamenti e promozioni apparentemente immotivati, ma in realtà calati dall’alto con precisione scientifica, per colpire i lavoratori più attivi sindacalmente e spaventare gli altri.

Una sciopero di 8 giorni però ha obbligato la committente In’s, trovatasi con gli scaffali vuoti nei punti vendita, a far pressione perché la ManHandWork rivedesse la posizione del suo responsabile, ora rimosso.

Anche alla Fiorentini Alimentari di Trofarello, famosa per le gallette e gli snack salutistici, gli operai che producono prodotti venduti in tutte le catene della GDO in Italia e non solo,  sono anch’essi in appalto, non sono davvero “operai Fiorentini” agli occhi del diritto, ma della Elpe, che con i suoi 1500 contrattualizzati è un’azienda leader nella somministrazione di lavoratori a basso costo ad aziende terze.

Anche qui c’è una lotta aperta, la lotta per l’adeguamento del contratto alla mansione svolta.

Infatti gli operai svolgono a tutti gli effetti compiti produttivi, ma sono inquadrati da Elpe con il CCNL Multiservizi, che toglie loro circa 400 euro mensili rispetto al contratto legittimo, quello Alimentari.

In più si segnalano all’interno dello stabilimento temperature insostenibili e comportamenti antisindacali da parte dell’azienda Fiorentini e di Elpe, che avvantaggiano l’iscrizione a sindacati confederali (vedi CGIL), disconoscendo altri sindacati rappresentativi di parte dei lavoratori, come il Si Cobas.

Sempre a Torino, i vigilanti che presidiano gli scaffali nei punti vendita Eurospin, sono nuovamente in lotta per avere il tfr e le spettanze finali dopo l’ennesimo cambio appalto.

Anche loro non risultano assunti da Eurospin, ma attualmente, dopo il quarto cambio appalto consecutivo, sono sotto la Eurolog service, che riceve il subappalto da Eurolog srl, che ha l’ appalto con Eurospin.

In tutti e tre i casi lo schema è identico: l’azienda committente – quella che il consumatore vede, il marchio che appare sullo scontrino – non compare mai come “datore di lavoro”. Tra chi comanda e chi lavora si interpone una cooperativa, una società di logistica, un istituto di vigilanza: un soggetto giuridico usa e getta, sostituibile in ogni momento, che si prende la responsabilità formale mentre il committente si tiene il profitto e si lava le mani.

L’appalto come tecnologia del comando [e del super-sfruttamento]

Non è un incidente di percorso né un abuso isolato: è l’infrastruttura stessa su cui si regge oggi l’accumulazione nella distribuzione e nella filiera alimentare. L’appalto e il subappalto a cascata servono a un solo scopo, che né la retorica dell’”efficienza” né quella della “specializzazione dei servizi” riescono a mascherare: separare il capitale che comanda dal capitale che paga il salario, in modo che il primo possa comprimere il secondo senza mai comparire come responsabile diretto.

Chi gestisce l’appalto logistico o della vigilanza compete su un solo terreno: il costo del lavoro. Vince la gara chi applica il CCNL più povero, chi taglia sugli scatti di anzianità, chi ritarda gli stipendi, chi non paga la malattia, chi minaccia il licenziamento a chi si organizza. Fiorentini, In’s, Eurospin non devono sporcarsi le mani: gli basta cambiare appaltatore ogni pochi anni, ripartendo daccapo ogni volta con la contrattazione, azzerando l’anzianità di fatto anche quando i lavoratori restano fisicamente sullo stesso piazzale, nello stesso reparto, allo stesso portone.

Questo è il punto che va detto senza giri di parole nei confronti dei lavoratori coinvolti in queste tre situazioni: non stanno lottando solamente contro una cooperativa disonesta o un fornitore di vigilanza avido. Stanno lottando contro la stessa logica del capitale organizzato attraverso l’appalto, e per questo le vostre lotte — sul magazzino di Tortona, in fabbrica a Trofarello, tra gli scaffali di Eurospin — sono la stessa lotta.

Salari fermi, prezzi che salgono, profitti garantiti

Questa architettura degli appalti si innesta su una condizione salariale generale che in Italia e in Piemonte, è ormai strutturale, non congiunturale: da decenni i salari reali ristagnano, mentre il costo della vita – affitti, energia, spesa alimentare – continua a correre. Non è la conseguenza di una “mancanza di produttività” dei lavoratori italiani, come vorrebbe la vulgata confindustriale, ma il risultato di rapporti di forza smontati pezzo per pezzo: contrattazione nazionale svuotata, precarietà normalizzata, sindacati concertativi che firmano al ribasso per “salvare l’occupazione”, ed è proprio l’esternalizzazione sistematica che impedisce ai lavoratori di una stessa filiera di riconoscersi come parte della stessa classe e di contrattare insieme.

Il magazzino che smista i prodotti, la linea che li confeziona, il vigilante che sorveglia lo scaffale dove vengono venduti: sono tre momenti dello stesso ciclo del capitale, dalla produzione alla circolazione alla realizzazione della merce. Il profitto della grande distribuzione si costruisce esattamente lì, in quella catena di appalti che tiene i salari bassi in ciascuno di questi tre anelli mentre il marchio sullo scontrino resta pulito.

Torino e il Piemonte: la grande distribuzione come cerotto sulla deindustrializzazione

Non è un caso che queste tre vertenze si concentrino proprio qui, in Piemonte. Questa è una regione che da vent’anni vive l’uscita progressiva dell’industria: chiusure, delocalizzazioni, ridimensionamenti che hanno smontato pezzo dopo pezzo quello che era il cuore produttivo del Territorio a partire dal capoluogo Torino, da Mirafiori in giù lungo tutto l’indotto. A ogni fabbrica che chiude o si restringe, la narrazione istituzionale ha bisogno di offrire una risposta, e da anni la risposta è sempre la stessa: nuovi centri commerciali, nuovi poli logistici, nuovi hub della grande distribuzione presentati come “opportunità occupazionale” per il territorio, tagli di nastro accompagnati dalla promessa di centinaia di posti di lavoro.

Va detto con chiarezza cosa sta realmente accadendo: la grande distribuzione non sta sostituendo l’industria che se ne va, la sta semplicemente rimpiazzando in cifra ma non in sostanza. Non crea lavoro [lavoro salariato, ovviamente, ché siamo in capitalismo] nel senso pieno del termine — lavoro stabile, tutelato, capace di garantire un salario dignitoso e una prospettiva di vita — crea lavoro povero. Magazzini in appalto dove si viene pagati a cottimo mascherato da produttività, vigilanza esternalizzata su turni spezzati e paghe minime, produzione alimentare in subappalto dove il CCNL applicato è quello più basso reperibile sul mercato. Il numero di occupati può anche salire nelle statistiche, ma la qualità di quell’occupazione crolla: part-time involontario, cooperative spurie, contratti pirata, turnover imposto per impedire ogni anzianità di fatto.

Il risultato è che Torino e il Piemonte non stanno uscendo dalla crisi occupazionale generata dalla deindustrializzazione: la stanno semplicemente redistribuendo su un terreno più fragile e più povero, dove al posto dell’operaio metalmeccanico con un salario e un contratto riconoscibile si trova il facchino in appalto, il vigilante in appalto, l’operaio alimentare in appalto. Non è una compensazione, è un downgrade strutturale della condizione di classe in questo territorio — ed è esattamente per questo che le tre vertenze di Tortona, Trofarello e Torino vanno lette anche come la fotografia di cosa sta diventando il lavoro in questa regione dopo la fine del ciclo industriale novecentesco.

Il caro energia e la crisi come pretesto per scaricare tutto sul lavoro

A questo quadro si aggiunge, negli ultimi anni, un elemento che la grande distribuzione ha usato sistematicamente come giustificazione: il caro energia e il rincaro generalizzato delle materie prime. Bollette più alte per la logistica frigorifera e per i punti vendita, costi di trasporto cresciuti, materie prime agricole e imballaggi rincarati: tutto questo viene raccontato come un’emergenza che “colpisce tutti allo stesso modo”, committenti e lavoratori insieme. Non è così, ed è bene dirlo con chiarezza : la crisi dei costi non viene mai assorbita dal capitale, viene scaricata lungo la catena su chi sta più in basso e ha meno potere contrattuale.

Il meccanismo è sempre lo stesso, si tratti di un supermercato, di un magazzino o di uno stabilimento fornitore: quando il costo dell’energia o delle materie prime sale, il margine di profitto va difeso a tutti i costi, e per difenderlo si comprime l’unica voce ancora comprimibile: il costo del lavoro. Questo significa produrre di più con meno persone e con paghe più basse per compensare il costo delle materie prime alimentari, significa turni più intensi, organici ridotti, cottimo mascherato per compensare il rincaro dei trasporti e dell’energia dei centri di stoccaggio. Nella vigilanza dei punti vendita Eurospin significa comprimere ancora il costo orario dell’appalto di sicurezza, l’unica voce del bilancio negozio che il gruppo può ancora tagliare senza toccare i margini sul prezzo di vendita.

Non è dunque il “caro energia” in sé il problema per il padronato della GDO: è la garanzia che quel costo aggiuntivo non intacchi mai il profitto, e che a pagarlo sia sempre e soltanto chi lavora, in ogni anello della filiera — dalla produzione alla logistica alla vendita. Anche questo dimostra perché appalto e subappalto non sono un dettaglio tecnico ma lo strumento stesso che permette al capitale di scaricare ogni shock esterno sulle spalle di chi produce, movimenta e sorveglia la merce, senza mai intaccare chi ne detiene la proprietà.

Una sola rivendicazione: basta appalti, basta subappalti!

Giusto, ma non sufficiente, è chiedere “più controlli” sugli appalti, o codici etici, o chiedere clausole sociali che si limitano a traslare il problema da un capitolato all’altro, come fanno i sindacati confederali e troppo spesso solo per darsi una tinteggiatura più accesa sulla facciata, non attaccando davvero la questione con vertenze e scioperi.

La rivendicazione deve essere netta: internalizzazione del lavoro, divieto di appalto e subappalto per le attività che costituiscono il ciclo produttivo e distributivo dell’azienda committente. Chi comanda sul lavoro deve risponderne direttamente, con il proprio nome, il proprio contratto, la propria responsabilità legale — non attraverso un prestanome giuridico usa e getta.

La lotta dei facchini di Tortona, quella degli operai di Trofarello e quella dei vigilanti di Torino non sono tre battaglie separate, ma la stessa battaglia di classe contro lo stesso meccanismo di sfruttamento, dentro la stessa filiera della grande distribuzione.  

La ricomposizione non è uno slogan: è la condizione materiale per vincere.

(*) Osservatorio Sfruttamento e Precarietà, Organo d’inchiesta del Comitato Dobbiamo Vivere 

Il comitato Dobbiamo vivere nasce ufficialmente nel 2020 da un’idea del SI Cobas Torino, per evidenziare l’insufficienza e le criticità del Reddito di cittadinanza, rivendicando l’estensione dei criteri d’accesso e l’allargamento della platea di percettori, cercando di creare una mutua solidarietà tra lavoratori occupati e disoccupati.

Il nucleo attuale di Disoccupati/e e Precari/e si è consolidato nel 2023 attorno al lancio di una campagna per l’ inserimento lavorativo reale e concreto dei disoccupati e delle disoccupate, a fronte del restringimento – prima e della cancellazione – poi, del RDC.

Negli anni, per via della sordità dimostrata dalle istituzioni cittadine e Regionali verso le istanze di Dobbiamo Vivere, motivata dalla volontà manifesta di evitare la nascita anche a Torino, di un progetto simile a quello dei disoccupati di Napoli, il comitato si è lanciato nella sperimentazione di forme sempre nuove di lotta e di attivismo.

Dalle campagne per l’inserimento lavorativo, alle formazioni gratuite contro la precarietà e lo sfruttamento, passando per la sua forma principale di attivismo: la solidarietà attiva alle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici, portate avanti innanzitutto dal Si Cobas.

Proprio in quest’ottica nasce l’ Osservatorio Sfruttamento e precarietà, con l’obiettivo di strutturare canali pubblici per denunciare situazioni concrete di sfruttamento e precarietà, facendo altresì da megafono alle lotte che vi si contrappongono.

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