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Torino: in piazza, perché la popolazione del Kashmir pakistano non diventi l’ennesima vittima di massacri

La repressione violenta delle proteste popolari nel Jammu e Kashmir amministrato dal Pakistan, che vede già dall’inizio di giugno morti, sparizioni, blocco di internet e grave blocco dei viveri in ingresso con pesanti ripercussioni umanitarie, si aggiunge ai numerosi teatri di conflitto e oppressione che proliferano nell’attuale tendenza alla guerra del capitalismo globale in crisi.

Domenica 30 agosto a Torino abbiamo partecipato e contribuito all’organizzazione di un corteo di emigrati kashmiri, affinché la popolazione del Kashmir non si trasformi in una nuova vittima di massacro da parte di governi autoritari e stati capitalistici in contesa tra loro per interessi che nulla hanno a che vedere con le necessità delle classi lavoratrici.

Le proteste della popolazione kashmira nascono da un peggioramento continuo delle condizioni materiali di esistenza, unite a una progressiva stretta politica del governo di Islamabad sull’autonomia della regione. Altissima disoccupazione giovanile, infrastrutture disastrate, frequenti blackout, rincaro dei beni di prima necessità e bollette alle stelle (nonostante la produzione di energia interna), sono condizioni vissute in parte dalla stessa popolazione pakistana sotto il giogo dei debiti internazionali – soprattutto verso la Cina – e degli imperialismi occidentali, ma si scaricano con particolare gravità sul Kashmir.

Queste condizioni si uniscono alle accuse di alterazione della rappresentanza politica locale, attraverso l’uso di seggi parlamentari riservati (una pratica coloniale introdotta in India all’inizio del secolo scorso dai colonialisti britannici per seminare inimicizia tra hindu e musulmani), l’occupazione delle posizioni pubbliche da parte di funzionari del governo centrale, e la progressiva eliminazione dei tratti formali dell’autonomia, a partire dalla rimozione dalle carte d’identità dell’indicazione di residenza nella regione del Azad Jammu e Kashmir.

La mobilitazione della popolazione kashmira è stata organizzata – chiamando il boicottaggio delle elezioni locali –  in particolare dal Jammu Kashmir Joint Awami Action Committee. Questo comitato, dalla natura interclassista, come generalmente avviene nei movimenti delle nazionalità e popolazioni oppresse, unisce le comunità montane e rurali della regione con le organizzazioni degli studenti colpiti dall’alto tasso di disoccupazione giovanile e con settori organizzati di ceti medi impoveriti (piccoli commercianti, trasportatori strangolati dall’impennata dei prezzi del carburante e dalle infrastrutture disastrate, etc.).

Alle proteste è seguito l’intervento violento dell’esercito pakistano in Kashmir: secondo varie fonti circa 100 persone sarebbero state uccise, oltre 1.000 arrestate e più di 110 vittime di sparizione forzata, con le famiglie che dichiarano di non aver ricevuto alcuna informazione sul loro luogo di residenza o sul loro stato di salute. Dal 5 giugno inoltre perdura un blocco totale di internet che rende quasi impossibile la comunicazione anche degli emigrati a Torino con le loro famiglie, nonché un blocco dei viveri e beni di prima necessità. Una politica che potremmo chiamare “israeliana”, esercitata da uno stato musulmano nei confronti di una popolazione anch’essa musulmana.

Al corteo di Torino, che riprendeva manifestazioni già realizzate a Bologna, Milano e in altre città europee – in particolare del Regno Unito, dove è maggiore la presenza kashmira– le associazioni degli emigrati hanno avanzato le seguenti richieste: istituire un’indagine internazionale indipendente, imparziale e trasparente su queste accuse; sollecitare le autorità competenti a rivelare il luogo in cui si trovano tutte le persone dichiarate vittime di sparizione forzata; garantire la tutela dei diritti fondamentali di tutti i detenuti in conformità con gli standard internazionali in materia di diritti umani; proteggere i civili e garantire l’accesso illimitato agli aiuti umanitari, inclusi cibo, medicinali e altri beni di prima necessità, laddove necessario; incoraggiare tutte le parti a rispettare i diritti umani e ad evitare azioni che mettano a rischio i civili.

In assenza di un movimento proletario agente in modo indipendente dalle rispettive borghesie su scala internazionale e pakistana, è inevitabile il carattere piuttosto astratto ed indeterminato (quanto a referenti) di appelli di questo tipo, che però pongono una giustissima urgenza: fermare il massacro e la repressione delle istanze popolari!

Per quanto ci riguarda, mettiamo in evidenza che l’Italia entra anche in questa vicenda, dal momento che è il terzo partner commerciale del Pakistan in Europa, vende all’importantissima industria tessile pakistana macchinari e importa prodotti finiti, soprattutto tessili, grazie anche alle politiche di zero dazi (SPG+: sistema di preferenze generalizzate plus)su gran parte della merce pakistana. Il Pakistan, inoltre, si sente più sicuro nella sua azione violenta contro la popolazione kashmira anche grazie al suo riavvicinamento al blocco occidentale, attraverso l’alleanza con Arabia Saudita e Turchia in funzione anti-iraniana e la partecipazione al “Board of Peace” istituito da Trump su Gaza.

L’abile doppio gioco del Pakistan ci fa vedere come siamo in un passaggio caotico della politica internazionale in cui il sistema di alleanze e vicinanze tra paesi di media rilevanza internazionale, com’è il Pakistan, si sviluppa a volte in direzioni imprevedibili e incerte rispetto alla contesa tra le due superpotenze Stati Uniti e Cina: il Pakistan, infatti, resta fortemente dipendente dalla Cina sotto il profilo economico, ma gioca al tempo stesso la sua partita di avvicinamento al blocco occidentale. In ogni caso, però, quali che siano questi sviluppi, avvengono sul sangue delle classi lavoratrici e delle popolazioni “non allineate”, spesso minoranze nazionali com’è in questo caso, che trovandosi su posizioni di confine, rischiano di essere di serio intralcio alle operazioni di scontro bellico e commerciale degli stati in conflitto – nel caso India e Pakistan -, la cui resistenza e combattività rischia di contagiare anche fasce più ampie della popolazione regionale.

Noi, con i modesti mezzi a nostra disposizione, siamo al fianco della popolazione kashmira, per la sua autodeterminazione, come lo siamo stati per tutte le popolazioni oppresse in quanto minoritarie, nel segno e nella prospettiva della fratellanza e della solidarietà internazionale della popolazione lavoratrice.

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