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Landini: dalla “rivolta sociale” alla parata militare!


Nei giorni scorsi Michele Serra, star del giornalismo “dem”, ha lanciato dalle pagine di Repubblica, organo ufficiale del PD e degli atlantisti ovunque schierati, nonché bollettino di guerra dell’UE, un appello a scendere in piazza sotto le bandiere blu dell’ Unione europea per il prossimo 15 marzo. Una manifestazione apertamente a sostegno dei bollori di guerra, della corsa al riarmo dei 27 paesi dell’ Europa e, nei fatti, per un  impegno militare diretto contro la Russia sul suolo ucraino: vale a dire in un conflitto che conta già centinaia di migliaia di morti ed è stato uno dei principali fattori del disastro economico e sociale che si sta abbattendo sui proletari in Italia e nel resto dell’ Europa.

L’economia di guerra che da 3 anni viene imposta dall’UE significa concretamente aperture di cassa integrazione, mobilità, procedure di licenziamenti collettivi, un attacco generalizzato ai salari già insufficienti e alle condizioni di vita delle fasce più deboli dei paesi europei. Oggi, con il venir meno del sostegno militare Usa conseguente al nuovo corso trumpiano, le sempre più traballanti liberaldemocrazie europee con in testa Ursula von der Leyen, compiono un ulteriore passo verso il baratro della guerra totale alla Russia, presentandosi come “tutor” di ultima istanza del governo fantoccio di Zelensky e apprestandosi a stanziare la cifra record di 800 miliardi per il riarmo generale sul vecchio continente.

Manco a dirlo, la manifestazione del 15 marzo vede il PD in prima fila tra i promotori, con l’ adesione bipartisan di sindaci di centro-destra e centro-sinistra, partiti, associazioni, intellettuali, giornalisti, sindacati: tutti rigorosamente con l’ elmetto di ordinanza già calzato e il motto proverbiale “armiamoci e partite”. Dobbiamo invero registrare che qualche contraddizione sta nascendo in una parte dei co/ organizzatori: così come nella destra di governo Salvini incalza la Meloni nel tentativo di allinearsi a Trump (e ad Orban), nel PD il duo Gentiloni-Bonaccini punta ad utilizzare la piazza del 15 per silenziare i timidi  proclami “pacifisti” (ma sarebbe meglio chiamarli pacifinti) di Elly Schlein, allo scopo di affermare senza fronzoli e senza ipocrisie di sorta il nuovo corso ultra-militarista dell’UE. Nelle intenzioni di Serra e dei suoi manovratori l’iniziativa ha lo scopo di recuperare il terreno perso dall’Italia (e dall’UE) nella contesa imperialista globale, e quindi ottenere un posto a tavola per partecipare non solo alla spartizione di ciò che resta dell’ Ucraina, ma anche e soprattutto al business delle ricostruzioni.

Tra le adesioni alla manifestazione, almeno ad oggi, spicca quella della CGIL. Si tratta di una adesione che fa rumore, nonostante il tentativo di imbellettate la partecipazione con parole d’ ordine pacifiste. In tanti (ma non certo noi) hanno in questi mesi sperato e addirittura creduto che lo slogan “rivolta sociale” con cui il segretario CGIL Landini aveva convocato lo sciopero generale del 29 novembre scorso, fosse il preludio di una nuova stagione di lotte dentro e fuori i luoghi di lavoro. Invece la “rivolta” si è trasformata nel breve volgere di qualche settimana in un rivoletto confluito prima nel voto al referendum sulle materie del lavoro e per la cittadinanza, e poi nell’ adesione alla manifestazione del 15, insieme alla CISL, il sindacato dei galoppini del governo Meloni, e alla UIL.

Dopo un inverno passato invano senza uno sciopero vero contro il governo Meloni e i suoi provvedimenti reazionari; dopo un anno e mezzo di silenzio complice sul genocidio il Palestina; ora è il momento delle bandiere blu della Von der Leyen e del silenzio-assenso al fiume di denaro che in 4 anni  si vuol destinare alle spese militari, e che come sempre verranno tolti agli adeguamenti salariali, alla scuola e alla sanità pubblica, alla cura dell’ambiente e alla tutela della sicurezza sul lavoro. Che tutto ciò venga mascherato dietro un ipocrita riferimento alla “pace”, dimostra ancora una volta come la propaganda utilizzata dalla melma riformista sia non meno rivoltante del finto pacifismo dei sovranisti trumpiani – questi ultimi tanto ansiosi di riconciliare i loro affari con quelli di Mosca, quanto rabbiosi nel riaffermare le loro mire imperialista e belliciste ai quattro angoli della terra, da un lato contro il nemico cinese, dall’altro contro gli odiati popoli oppressi mediorientali, asiatici, africani e sudamericani.

Disertare le piazze di guerra, qualsiasi sia lo schieramento politico-militare che le promuove, è quindi il primo, elementare obbligo per tutti i lavoratori e gli oppressi, per ogni internazionalista, e finanche per ogni sincero pacifista. Un passaggio necessario, per quanto non ancora sufficiente: per fermare la corsa alla guerra e ai piani di riarmo occorre costruire momenti alternativi, dare voce all’opposizione di classe alla guerra,  riprendere le mobilitazioni  contro la guerra  esterna ed interna e per il sostegno alla causa palestinese. Occorre costruire un grande ed efficace sciopero generale che rivendichi diritti, salario e non bombe e proiettili. Dobbiamo lavorare per contrapporre alla corsa alla guerra un conflitto di classe generale e generalizzato. E lo dovremo fare consapevoli che tale prospettiva, se vuole essere davvero credibile, deve liberarsi una volta per tutte dall’opportunismo parolaio di Landini e soci!

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