Nell’ormai lontano 1974 uscì in Italia un film diretto e interpretato da Alberto Sordi intitolato “Finché c’è guerra c’è speranza”. Il film ottenne un certo successo, mostrando impietosamente come i protagonisti, un venditore di armi, un romano stabilitosi a Milano, e la sua famiglia, liquidati i problemi di coscienza, preferiscano far emergere l’indifferenza e adagiarsi sull’agiatezza che tale “professione” garantisce a tutti loro. Il mercante di morte di quel film operava in Africa e al pubblico uno scenario del genere appariva una cosa tutto sommato lontana. Roba da “paesi sottosviluppati”.
Ben pochi avrebbero immaginato che – mezzo secolo dopo – un tale scenario se lo sarebbero ritrovato in casa. A pieno titolo. E non in conseguenza della decisione di qualche “privato speculatore”, ma come linea politica assunta in prima persona dall’U.E. e dai singoli Stati imperialisti che ne fanno parte. Il tutto, si badi bene, in nome non solo della guerra contro la ventilata “invasione russa”, ma anche in nome di una “sana”, “progressiva”, “nazionale” lotta alla disoccupazione…
Il settore della produzione di armi – soprattutto dopo il “Rearm Europe” della Von Der Leyen – tira maledettamente. Ma, perbacco, mancano le “competenze necessarie”, lamentano gli Amministratori Delegati delle industrie di morte come la tedesca Rheinmetall e l’italiana Leonardo.
La prima – riporta Il Fatto Quotidiano del 27 ottobre – punta ad assumere 30mila persone nei prossimi tre anni. L’azienda sfiora i 10 miliardi di euro di ricavi annui e conta già 40mila addetti. D’intesa con la Lockheed essa fabbricherà droni connessi con i cacciabombardieri F35.
Attraverso la joint-venture paritetica con Leonardo, la Rheinmetall produrrà non solo per l’Esercito tedesco ma anche per quello italiano. La direzione conta di assumere in Italia almeno 2.000 lavoratori in cinque anni e 500-1.000 lavoratori nel triennio per il solo stabilimento romano.
L’articolo del Fatto riporta uno studio di Oliver Wyman (Ow) in base al quale l’aumento della spesa militare al 5% del PIL deciso in sede NATO “rappresenta essenzialmente un raddoppio del contributo europeo alla NATO, passando da 400 miliardi di euro l’anno a oltre 800 miliardi di euro entro il 2030.” Tra le altre cose (tagli alla spesa sociale e aumento del debito pubblico scaricati sui proletari) il settore della difesa, si valuta, richiederà oltre 250.000 ingegneri e tecnici in più nel continente per i prossimi cinque anni.
Il gruppo Leonardo da parte sua prevede 6-7.000 assunzioni tra il 2026 e il 2028. “Impetuosa la crescita nei missili”, specifica uno studio di Roberto Scaramella, partner di OW e capo dell’Aerospazio e Difesa per l’Europa: “La società europea Mbda, di cui Leonardo ha il 25%, gli altri soci sono Bae Systems e Airbus, dal 2019 a oggi ha aumentato i dipendenti del 50% e prevede per quest’anno 1.900 assunzioni. Mbda Italia ha assunto 400 persone l’anno scorso e ne prevede 300 quest’anno…”
L’altro colosso dell’imperialismo italiano, la Fincantieri (in cui il settore militare incide per il 30% del fatturato) dichiara di aver assunto 2.000 lavoratori tra il 2024 e l’anno corrente.
Di fronte a un tale – spettrale – quadro di espansione delle industrie di morte e dei relativi schiavi salariati nelle industrie di morte, dobbiamo registrare la vergognosa posizione, espressa nell’articolo sopra citato, da parte di Simone Marinelli, coordinatore nazionale aerospazio della FIOM-CGIL.
La critica di questo soggetto non punta il dito contro la politica riarmista dell’U.E. e del governo Meloni in quanto tale. In quanto politica, cioè, atta a fomentare nuovi massacri tra proletari e dunque da combattere con ogni mezzo di lotta.
No. Il suddetto sindacalista (di Stato) preferisce prendersela con la “mancanza di una politica industriale che accompagni la crescita” (sic) e soprattutto col fatto che il 60% della spesa militare (udite, udite!) sia “fuori dall’U.E., in particolare negli USA” (!!!) … Tenendo comunque poi a precisare che “se Leonardo cresce anche in Italia è un fatto positivo”, basta che cresca anche nel “civile”, perché: “non possiamo sperare nella guerra per avere lavoro” …
In queste poche frasi è racchiusa tutta la pusillanimità, tutta la corruzione di fondo che anima il gruppo dirigente della CGIL, che qualcuno si ostina ancora a ritenere il “nerbo” della protesta sociale. Ma quale? Non si può “tifare” per l’industria di morte “nazionale” e poi biascicare che il lavoro non deve venire dalla guerra… O di qua o di là. Non è più il tempo delle mezze misure (ammesso che lo sia mai stato). Non si può fare i massimalisti piazzaioli a scadenzario fisso, riducendo lo sciopero a “evento eccezionale”, e poi rendersi succubi dell’aziendalismo più vieto e collaborazionista.
La classe dominante sta già ponendo la questione: se vuoi lavorare, sostieni la guerra!
O se si preferisce: la guerra porta lavoro e guadagno; dunque non tutto è così negativo!
La borghesia sta già facendo propaganda fattiva (in fabbrica, nelle scuole, nell’informazione) per alimentare il clima di guerra. Alle parole seguono i fatti. E sono fatti che, a fronte di qualche fetta di torta che potrebbe cadere dal tavolo imbandito, preparano disastri immani per gli sfruttati.
Il nostro antimilitarismo di classe, internazionalista e rivoluzionario, non fa appelli morali sul rifiuto di entrare a far parte, come salariati, di queste fabbriche di morte.
Pur svolgendo attività incessante di denuncia del loro ruolo e di ostruzionismo dei loro meccanismi di funzionamento, sappiamo bene che – aumentando in maniera esponenziale la corsa al riarmo –- la fucina guerrafondaia attirerà inevitabilmente quote crescenti di proletari disposti a farsi sfruttare da questi colossi industrial-militari pur di sbarcare il lunario.
Il problema consiste nel cosa fare dentro le fabbriche che ci sfruttano e cosa fare fuori di esse.
Consiste nel non accettare mai il “dato di fatto” e fare di tutto per mandare in tilt il mostruoso meccanismo di oppressione che cerca di avviluppare le nostre esistenze.
Consiste, in poche parole, nell’organizzare la più vasta, radicale, indistruttibile opposizione alle guerre del capitale per rovesciare il dominio borghese e instaurare un mondo nuovo.
Post scriptum
Un lettore ci ha inviato la seguente dichiarazione di Landini, che conferma quanto afferma Marinelli come posizione dell’intera CGIL: se la spesa bellica finanzia l’industria bellica italiana, tutto ok.
“L’unica spesa pubblica che è previsto che aumenti per i prossimi anni è la spesa per le armi, la spesa per il riarmo. Ed anche qui vorrei essere chiaro, nessuno di noi pensa che debba sparire l’industria della difesa e che non si debba avere una difesa e un sistema di difesa europeo, ma quello che stanno facendo non c’entra nulla con un sistema di difesa europeo, anzi ce la diciamo in italiano? La maggior parte dele spese serviranno per comprare armi dagli Stati uniti e a finanziare Trump! Non serviranno a rafforzare la nostra posizione qui”.
Maurizio Landini – 25 ottobre, alla manifestazione della CGIL

