In tanti, specie “a sinistra”, piagnucolano sull’Italia colonia – noi, per fortuna, siamo fuori da questa lagna nazionalista che, alla fin fine, sogna per l’Italia “un posto al sole” (ricordate il celebre autore della frase?). Senonché, a smentita di queste lagne, le imprese italiane, il governo Meloni, lo stato italiano sono impegnati con tutti i propri mezzi a cercare, e trovare, nel mondo opportunità di saccheggio, sfruttamento e dominio, in feroce competizione con gli altri paesi imperialisti.
Cercarle, e trovarle, ovunque. A cominciare dall’Africa, oggetto dei sogni coloniali italiani da tempo immemorabile nella certezza, come ebbe a dire l’antropologo fascista Cipriani, che “l’Africa non sarà mai degli africani”.
Poiché per metodo ci occupiamo della realtà e dei rapporti sociali realmente esistenti, vi presentiamo qui una radiografia della fittissima rete di relazioni che – con il coordinamento del governo Meloni – le più grandi imprese (ENI, Leonardo, BF Spa, Enel), banche (Intesa Sanpaolo) ed enti finanziari (CDP) italiani stanno tessendo in Africa. Nel quadro del “piano Mattei” (oltre che, s’intende, al di fuori di esso). Tutte relazioni, invariabilmente, sotto il segno inequivocabile del colonialismo, o neo-colonialismo, finanziario, tecnico, culturale, e militare.
======
Report, la trasmissione di Ranucci del 17 novembre 2024, ha trattato un particolare del Piano Mattei – una delle ultime iniziative del governo Meloni – che riguarda le colture dell’albero del ricino in un villaggio del Kenia i cui risultati sono stati disastrosi. Gli alberi di ricino – per il clan Meloni parola evocativa dei tempi belli – piantati da Eni hanno lasciato i campi avvelenati dai semi caduti sul terreno, hanno reso agli agricoltori locali meno di un euro a testa rispetto ai 500 euro promessi loro, e hanno prodotto utili solo per ENI e per BF Spa, la ex Bonifiche Ferraresi di cui diciamo qualcosa negli allegati di documentazione.
Pur apprezzando il lavoro del giornalismo d’inchiesta, il nostro punto di vista è diverso perché partiamo da quello per individuare cause e soluzioni. Pertanto non poniamo l’accento sulla categoria “spreco di denaro pubblico” che accompagna i commenti dei media su questa ed altre imprese, come i CPR in Albania (1).
Intanto, chiamiamo le cose col loro nome: non si tratta di spreco di denaro pubblico, ma di impiego di risorse economiche e mezzi statali a vantaggio di gruppi industriali e finanziari. La differenza non è da poco perché ancora una volta viene in evidenza il ruolo dei governi come “comitati d’affari della classe dominante”. L’uso della categoria “spreco” rimanda ad un governo inefficiente, di dilettanti incapaci. E’ fuori di ogni ragionevole dubbio che il manipolo dei governanti meloniani non brilli né per lo spirito né per il gusto, ma quando si tratta di fare gli interessi dei monopoli ci sanno fare bene – associati a consigliori e alta burocrazia di stato – e altrettanto quando si tratta di prendere per i fondelli perfino il loro stesso “popolo”.
Il cd Piano Mattei non è una sorta di caritatevole investimento per “aiutare a casa loro” le popolazioni africane e contenere, così, quello che sta più a cuore alla loro propaganda: impedire l’invasione, proteggere le frontiere della patria. Si tratta di una operazione ben più vasta che cerca (di nuovo) una via di penetrazione imperialista in Africa che ha i caratteristici tratti delle politiche coloniali, e punta su settori dell’economia nazionale che ancora non sono del tutto coinvolti dalla crisi economica.
Il piano del governo è strategico, dice la ducetta, vale a dire che non si tratta di azioni momentanee ma di lunga durata e per obiettivi di “cooperazione e sviluppo” dei paesi a cui si rivolge, e di investimento per il capitalismo italiano che certamente non si adopererà gratuitamente. L’elenco dei paesi cui si rivolge il Piano Mattei è lungo e lo sintetizziamo così: tutta l’area mediterranea, il sud est del continente e alcuni paesi della zona equatoriale, Kenya, Etiopia, Ruanda, Costa d’Avorio, Camerun e Congo.
La Meloni dai social ci assicura sullo sviluppo di nuovi progetti e la condivisione delle fasi di elaborazione con gli Stati africani. E qui sono cominciati i primi dispiaceri per lei: a Roma, il 29 gennaio del 2024, nel corso di un apposito convegno, il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki, dichiarò pubblicamente che né lui né alcuna delle istituzioni africane erano state consultate per formulare il piano. Dunque Meloni ha fatto tutto da sola, non aveva con sé nemmeno un cuoco? Certamente no, e tra i primi ad essere interpellati spicca Intesa Sanpaolo, la banca “di sistema” che ha come obiettivo primario quello di rispondere alla domanda finanziaria delle imprese che vogliono investire. E con questo si spiega anche la disponibilità di questa, unica tra le banche, a corrispondere alla richiesta della famigerata tassa sugli extraprofitti successivamente svanita nel nulla ad opera dello stesso governo Meloni (2). E così Intesa viene investita del ruolo di capofila finanziario del progetto e accetta di diventare più morbida verso le richieste del governo che è alla disperata ricerca di soldi per riempire i buchi della finanziaria.
Qual è la seconda gamba con la quale cammina il Piano Mattei? A chi poteva toccare la palma se non ad ENI, caporione dell’imperialismo italiano in Africa. Nell’Africa del nord, in Congo e in Mozambico ENI è alle prese con ambienti politicamente instabili e in presenza di guerre civili, ma nonostante ciò ha mostrato notevole perizia nella difesa delle sue attività e i suoi profitti continuano a riversarsi nelle casse delle banche italiane. L’intreccio di interessi, quindi, è fitto ed i progetti del governo Meloni rappresentano un utile trait d’union.
Ancora un aspetto degli interessi che ruotano intorno al Piano Mattei, e poi entreremo nel merito di alcuni specifici progetti, delle sei direttrici d’interventi del Piano e delle “schede” che alleghiamo a parte con la specifica dei paesi oggetto delle stesse.
Il governo è consapevole che l’economia italiana non è in grado di fare tutto da sola. Contano anche gli equilibri di potere con i concorrenti imperialisti e le quote di spartizione dei profitti da rispettare. Prova ne sia che i finanziamenti messi in campo dal governo Meloni sembrano notevoli (3), ma non basterebbero a coprire tutte le spese previste dal Piano. Senonchè la Banca Mondiale si è impegnata ad immettere 20 miliardi di dollari per i prossimi sei anni a sostegno di progetti per decarbonizzare i trasporti. La durata del progetto pilota in materia è proprio di sei anni e l’ENI, guarda caso, ha già pronti progetti, alcuni già operativi proprio in Africa, sui biocarburanti. Si apre quindi la competizione per la gestione di quei fondi che si renderanno disponibili, e partire con un certo vantaggio può essere determinante. A dire di ENI i progetti che l’ente propone sarebbero innovativi e sostenibili; inoltre, prevedono colture non in competizione con la filiera alimentare e utili anche a rigenerare terreni degradati e marginali: come già visto, i risultati in Kenia non sono brillanti.
Un breve commento su alcuni progetti definirà meglio il quadro delle iniziative, a cominciare da quelli in Algeria, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Kenya, Marocco, Mozambico, Repubblica del Congo, Tunisia. Aggiungiamo che in tutti questi paesi – già segnalati nell’elenco allegato – operano sia l’ENI che BF Spa; ad essi in Costa d’Avorio si è aggiunta la Leonardo che offre digitalizzazione, cybersicurezza e sviluppo dell’agricoltura in collaborazione con BF. Non c’è bisogno di indovini per capire che la collaborazione con BF sugli interventi agricoli è solo un espediente per poter entrare negli spazi aperti dal Piano Mattei; tecnici e Pontecorvo, attuale presidente della potente armeria d’Europa, non si sono mai occupati di campi agricoli se non per verificare l’adeguatezza dei suoli alle installazioni militari. Quello che sia, ai primi del ’25 Stefano Pontecorvo si è recato in missione sul luogo e nel comunicato che troverete al link (4) non c’è traccia di attenzione o citazione alcuna che riguardi l’agricoltura.
AI primi di quest’anno il governo ha iniziato a stilare la seconda relazione sull’attuazione degli interventi del Piano per l’anno 2025 e a metà giugno l’ha presentata al Parlamento dopo che è passata dalla apposita cabina di regia. Anche la terza relazione è stata di recente completata e segue lo stesso iter delle precedenti. La cabina di regia è presieduta da Meloni o dal suo vice, Tajani. Seguono il Presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa del Senato (Gasparri, da poco nominato) e rappresentanti della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati con a capo Tremonti, la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, l’Anci e un’ampia rappresentanza del Sistema Italia, degli Enti e delle società dello Stato e delle imprese a partecipazione pubblica, del mondo dell’università e della ricerca, del terzo settore e della cooperazione e delle associazioni di categoria, nonché rappresentanti della diaspora africana, quelle organizzazioni di emigrati e loro discendenti che vivono all’estero, ma che contribuiscono allo sviluppo dell’Africa, ai processi di integrazione, al recupero dell’identità storica, alla decolonizzazione (?). Questo elenco sembrerà una noiosa aggiunta ma serve a mostrare che il parlamento – lo diciamo per chi ancora spera di poter essere un “tribuno” – entra quasi per nulla nel comitato d’affari se non per qualche vicepresidenza delle commissioni di Senato e Camera.
Per rendere più chiara la valenza e l’operato del piano Mattei esaminiamo brevemente alcuni progetti in alcuni paesi (5) rimandando al lettore gli approfondimenti ai link che finora abbiamo citato.
In Algeria il progetto amplia un’iniziativa già avviata da Bonifiche Ferraresi per il recupero di terreni semiaridi con l’avvio dei primi pozzi, necessari all’irrigazione, e la semina di cereali. Il prodotto non arriverà in Italia perché, trattandosi di materie prime strategiche (cereali e legumi), queste saranno conferite al 100% al governo algerino. Resta da vedere se successivamente saranno destinate al consumo interno. BF è in partenariato al 49% con il Fondo Nazionale algerino per gli investimenti. Inoltre BF è supportata da Simest, una finanziaria che si occupa di finanziamenti agevolati alle aziende per rafforzarne la competitività internazionale. I tassi applicati da Simest non hanno nulla a che vedere con chi chiede un mutuo per comprare casa o per cure mediche straordinarie. Quelli dedicati alle imprese vanno, infatti, dallo 0,371% fino al cofinanziamento a fondo perduto alle imprese che realizzano progetti in Africa; quando si tratta di dare soldi alle imprese, ci si fa in quattro!
In Costa d’Avorio c’è un intervento per potenziare la Rete di religiosi (Santa Sede) che operano in ambito sanitario e sostenere l’ampliamento di un ospedale con un finanziamento di 49 milioni – 30 in credito d’aiuto e 19 “a dono” (6) – ma questi vanno divisi tra Università Cattolica e Università di Padova, cui toccano 15 milioni, e il governo ivoriano a cui rimangono 4 milioni. La destinazione della quota maggiore torna in Italia con la consueta filosofia della partita di giro. Un altro progetto per Costa d’Avorio riguarda il rafforzamento delle filiere agricole destinate al consumo interno, ma nella relazione non è quantificato l’impegno di spesa. Il finanziamento del progetto è in carico alla SACE, gruppo assicurativo e finanziario specializzato nel sostegno alle imprese italiane impegnate nel mercato globale. Questo progetto non era previsto tra i progetti pilota che invece miravano all’impiego nella sanità e nell’istruzione, ma la flessibilità non manca al piano Mattei e nemmeno le pressioni per entrarvi.
In Etiopia il Fondo per la Cooperazione e lo Sviluppo (quello dei 2,5 miliardi dal bilancio statale) interviene con 25 milioni di euro per sostenere lo sviluppo ambientale e la green economy. L’esecuzione del programma è affidata al governo etiope e forse è un bene che sia così perché le società italiane maggiormente impegnate nel piano Mattei hanno collezionato varie condanne ed una selva di critiche e denunce (l’ENI, ad esempio, porta la bandiera con una denuncia per inquinamento della falda acquifera a Porto Torres; la condanna del Tribunale di Potenza per il reato di traffico illecito di rifiuti; una citazione in giudizio da parte di Greenpeace e ReCommon per violazione degli impegni internazionali in materia di decarbonizzazione; un esposto di Legambiente contro un greenwashing di facciata dato che ENI emette 537 milioni di tonnellate di CO2 ed il suo piano per la transizione verde solleva critiche da tutte le parti; per non parlare dell’esplosione a Calenzano, dell’inquinamento a Santa Palomba, del disastro del delta del Niger, degli sversamenti di petrolio in Val D’Agri, …..).
Qui come in Costa d’Avorio c’è una attenzione del tutto formale alla formazione. Il progetto di supporto all’Università di Addis Abeba, finanziato dal Ministero dell’Università, non indica nemmeno una previsione per l’ammontare dei fondi da destinarvi. Facciamo attenzione a non scambiare i partenariati e le varie collaborazioni con le Università per missioni culturali e altre finzioni; sul modello delle Facoltà d’Ingegneria, anche i settori “umanistici” delle Università sono centri di studio nelle disponibilità delle aziende e che spesso mettono al lavoro anche i laureandi, forse inconsapevoli, assegnando tesi di laurea finalizzate ad obiettivi aziendali.
Del Kenya abbiamo già parlato e sorvoliamo su altri paesi ai quali è riservata una progettualità di scarsa entità. Riserviamo un’ultima citazione ai progetti in Tunisia descritti in ben sette schede e che costituiscono la maggior parte della progettualità del Piano. Il primo su cui ci soffermiamo è il TERNA Innovation Zone (nel seguito TIZ) inaugurato a Tunisi il 29 gennaio ’25. Anticipiamo che questo progetto è parte del più ampio progetto Elmed, la prima interconnessione elettrica in corrente continua tra Europa e Africa con un elettrodotto da 600 MW. Il cavo sottomarino di 200 km tra Italia e Tunisia garantirà – secondo Terna – una maggiore integrazione delle energie rinnovabili, migliorando la sicurezza e la diversificazione dell’approvvigionamento energetico nel Mediterraneo. L’iniziativa è sostenuta dall’Accordo di cooperazione industriale tra Terna e STEG, il gestore della rete elettrica tunisina. (7)
Un’altra iniziativa riguarda il sostegno alle riforme energetiche e qui vediamo meglio la finanza all’opera perché uno dei primi interventi del Piano Mattei (siamo ad agosto del ’24) è consistito in un contratto di finanziamento tra la nostra Cassa Depositi e Prestiti e la Banca Centrale tunisina. CDP (8) finanzierà un credito di aiuto da 50 milioni di euro per il sostegno diretto al bilancio tunisino per le voci di esso che riguardano energie rinnovabili ed efficientamento energetico. Non sappiamo se in Tunisia esistono sovranisti, ma questo è un vero e proprio vincolo che viene posto da un ente finanziario estero sulla spesa di uno Stato. L’ironia della situazione consiste nel fatto che il “contributo” italiano è volto a favorire – così leggiamo sul sito di CDP – “…la produzione autonoma di energia elettrica da fonti rinnovabili … [diminuendo] la dipendenza dai combustibili fossili”, mentre il governo Meloni, insieme ad altri dieci stati membri, ha chiesto il rinvio dell’applicazione – ed il suo blocco per tre anni – del regolamento 2024/1787 che impone vincoli di monitoraggio e riduzione delle emissioni di metano. Per renderlo più stringente, quel regolamento si applica anche al commercio degli idrocarburi con paesi extra UE sul mercato dell’UE, ma il governo proprio non ne vuol sapere ed ha rinviato anche il phase-out (l’uscita) dal carbone spostandolo dal 2025 al 2038 (9).
La relazione contiene una descrizione di quasi tutte le azioni che l’Italia fa in Africa. Ben 36 paesi sono coinvolti in iniziative universitarie previste dal PNRR e se indichiamo queste per prime è anche perché sono le più suscettibili di revisione data la “provvisorietà” e la prossima scadenza della fonte di finanziamento che, anche per i progetti cantierati in Italia, porterà con sé criticità su occupazione, completamento e prosecuzione delle attività. Sappiamo dalla relazione che le PMI ricevono finanziamenti da Simest (10); veniamo a sapere che il Ministero dell’Università e Ricerca ha bandito progetti di cooperazione scientifica con Algeria e Tunisia; che esistono missioni dell’Agenzia Spaziale Italiana in Kenia ma anche un progetto del Ministero per le Disabilità; che c’è un pacchetto di corsi di formazione professionale del Ministero del Lavoro; che sono in atto le attività di ITS Academy per l’eccellenza post diploma ad alta specializzazione che si propone come canale alternativo all’Università e che promette un tasso di inserimento lavorativo intorno all’80%. Anche Lab Innova for Africa è in campo con un programma di formazione tecnico-manageriale e troviamo perfino un accordo di gemellaggio tra il Parco Archeologico del Colosseo e l’Anfiteatro di El Jem (Tunisia). Tutto questo conferisce al Piano Mattei un carattere di contenitore ma ancora largamente potenziale e che cerca di riunire ed organizzare le attuali attività delle imprese italiane in Africa, ma questa terza relazione descrive in modo dettagliato e con relativi importi solo 15 interventi deliberati dal Comitato Tecnico del Fondo Italiano per il Clima e, oltre al già citato progetto Tanit in Tunisia, il progetto Bonifiche Ferraresi che investe su 36mila ettari a Timimoun (Algeria).
Il Piano Mattei, per ora, resta soprattutto l’espressione di un posizionamento negli interventi in Africa che cerca spazi in un continente che ha un ruolo chiave per la ri-spartizione imperialista nella quale la Cina appare inarrestabile. Pertanto i gruppi industriali italiani non attendono il governo e suoi piani di carta e continuano ad “investire” in Africa e del resto sono loro il motore delle iniziative che il governo raccoglie e sponsorizza. La fa da padrone l’ENI che vara proprio in questi giorni un piano di investimenti in Angola – Greater PAJ – servendosi della joint venture con BP creata nel ’22, la Azule Energy (11), società energetica internazionale con oltre 200mila barili equivalenti di produzione netta di petrolio e gas e 2 miliardi di barili equivalenti di risorse nette – un gigante! Ma produzione e provviste non bastano mai e al nuovo Greater PAJ partecipano anche Sonangol, l’agenzia di coordinamento angolana, e il colosso di stato della Norvegia, la Equinor. Il primo stock di petrolio è previsto in arrivo nella prima metà del ’29 ed è stimato in 95mila barili al giorno provenienti da 17 pozzi al largo del paese. Ma la follia del capitale è capace di fare affari con tutto e l’articolo comparso sul Sole24ore del 23 giugno ci avvisa del fatto che affianco ad Azule – ricordiamo che opera in Angola con piani di estrazione di petrolio e gas – c’è ENI Natural Energies che è attiva con un portafoglio di progetti dedicati alla decarbonizzazione: contraddizioni del capitalismo!
Facciamo anche notare l’asimmetria tra i soggetti attuatori. Grandi imprese e multinazionali con lunga esperienza e già presenti sui territori dell’Africa sono in partenariato con soggetti ed imprese locali con competenze specifiche, ma Terna è un colosso con legami internazionali rispetto alla Steg che gestisce la rete elettrica tunisina. Nel settore della formazione, che occupa ampi spazi nel Piano Mattei, ITS Academy e le Università italiane si confrontano con la catena alberghiera Pickalbatros. LAB Innova for Africa è promossa dall’Agenzia ICE per la promozione delle imprese italiane all’estero e non troviamo analoghi apparati di sostegno delle imprese locali. La creazione del Centro di formazione sulle rinnovabili e la transizione energetica (v. la scheda 11) è dedicato alle start up locali, quindi a potenziali imprese, con il sostegno dell’Enel. La traccia di un colonialismo sia tecnico che culturale è presente ed evidente in ogni progetto.
Anche l’impostazione finanziaria non si distacca dalla classica politica degli aiuti che si trasformano in vincoli creditizi. I prestiti sono agevolati e le risorse pubbliche sono garantite: Fondo italiano per il clima, Cassa Depositi e Prestiti e Simest mettono a disposizioni fondi – anche con l’obiettivo di attrarre capitali privati – ma non sono donazioni, e sappiamo che l’evoluzione di queste operazioni prende la strada dell’indebitamento dei paesi partner. In più, e l’abbiamo sottolineato nel caso, non unico, del sostegno alle riforme energetiche in Tunisia, il controllo dei finanziatori si estende ai bilanci dei singoli paesi che si impegnano a rendere conto, a condividere le decisioni, a relazionare sui risultati.
Insomma il Piano Mattei segna un altro punto d’interesse per l’imperialismo italiano perché cerca di coordinare i molteplici interventi e mettere in sinergia le imprese italiane, siano esse centri di ricerca e formazione, aziende estrattive, università, società finanziarie: consiglio di volpi, danni per le galline!
Note
(1) Situati a Gjader e Shëngjin, sono strutture costruite, organizzate e gestite dal governo italiano (operative dal 2025) in esecuzione di procedure di rimpatrio. Il centro principale include un hotspot, un CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri) e un carcere, con capacità fino a 880 persone ma tutta la struttura è di tipo detentivo.
(2) Siamo alle prime fasi di progettazione del “Piano Mattei” e Huffington Post del 27.05.23 cita l’amministratore delegato di Intesa, Carlo Messina, che dice – riferendosi agli extraprofitti – che il gruppo da lui guidato accetterà “con rispetto ogni decisione presa dal governo”.
(3) Essi provengono dal Fondo Italiano per il Clima (3 miliardi di euro) e dai Fondi della Cooperazione allo Sviluppo (2,5 miliardi di euro). Questo storno di fondi non ha suscitato alcuna reazione da parte di verdi, ambientalisti e sinistri varii. Non è nostra abitudine malignare ma non è solo De Benedetti – uno dei referenti dei sinistri – ad illuminare di progressismo le operazioni coloniali.
(4) v. leonardo.com/it/press-release-detail/-/22-01-2025-italy-s-mattei-plan-leonardo-delegation-in-ivory-coast
(5) Alla vigilia della terza relazione segnaliamo che sono stati aggregati altri paesi dell’Africa: Gabon, Ruanda, Repubblica Democratica del Congo e Zambia.
(6) Sono a fondo perduto, quindi non prevedono restituzione o pagamento di interessi ma – attenzione – solo il vincolo di rendicontazione specifica secondo criteri che spesso definisce il donante oppure che vengono concordati con la stesura di un vero e proprio contratto.
(7) Ad ottobre del ‘25 è stato aggiunto il progetto Tanit che riguarda il miglioramento della produzione agricola ed il sostegno alla formazione. Si prevedono 250 milioni di spesa per una attività di recupero delle acque reflue e, per la parte italiana, la gestione è del CIHEAM di Bari, un istituto che si occupa di ricerca in agricoltura più che di iniziative direttamente operative. Infatti l’accordi di cooperazione centrato sugli obiettivi di cui abbiamo detto (acque, produzione e formazione) viene svolto in partenariato con le istituzioni politiche e formative tunisine organizzate in un Centro Tecnologico Integrato Multifunzionale.
(8) Cdp è la massima istituzione finanziario dello stato italiano. E’ controllata dal Ministero dell’Economia e Finanze (oggi con Giorgetti) per l’82% delle azioni e, per il restante, da fondazioni bancarie. Rastrella anche obbligazioni ma la risorsa principale è il risparmio postale degli italiani (290 miliardi) in crescita di 3,3 miliardi dal ‘23 al ’24 con un balzo molto superiore a quanto previsto nel cd Piano Strategico 2022/2024. Il principale impiego di questo capitale è destinato a prestiti allo Stato e agli Enti Locali, Comuni compresi ma non disdegna operazioni internazionali come questa in Tunisia.
(9 ) Per altri progetti rimandiamo all’elenco delle schede formulato nella fase iniziale della proposta di Piano ma ci sono degli aggiornamenti sia per l’allargamento dell’area geografica di interesse sia per l’integrazione di alcuni progetti e di altri che si sono aggiunti ma chiudiamo, per ora, con una valutazione di sintesi che riguarda la terza relazione del governo sul Piano Mattei esposta al Parlamento ai primi di luglio di quest’anno.
Anzitutto le risorse finanziarie restano solo quelle del Fondo Italiano per il Clima ed è per questo che gli unici progetti “attivi” sono legati a tale fonte di finanziamento. I 20 miliardi della Banca Mondiale di cui abbiamo parlato ancora non sono collegati ad alcun progetto. Elenchi di progetti finanziati, dettagli circa i fondi attivi, gli enti attuatori ed un bilancio sia pur parziale degli obiettivi raggiunti non sono contenuti in questa terza relazione che però annuncia la costruzione di un sito web dedicato.
(10) Anche in questo caso si applica il tasso agevolato (0,371%, niente!) e la quota del 20% a fondo perduto per le imprese esportatrici che investono stabilmente in Africa.
(11) Troverete un articolo che presenta l’accordo col quale le due società (impresa Eni e finanza BP) uniscono le forze già dal ’22. Eni.com/it-IT/media/comunicati-stampa/2022/03/eni-bp-perfezionano-accordo-joint-venture-indipendente-angola.html
Scheda sui progetti del Piano Mattei
Questa scheda segnala i principali interventi previsti dal Piano Mattei con la riserva di aggiornamenti che verranno dati in sede di lettura della terza relazione e di quanto verrà pubblicato nella pagina web che è in corso di allestimento a cura della cabina di regia del Piano stesso.
Algeria – La scheda n.1 riguarda il “Recupero di terreni semi-aridi per la produzione agricola”. Il progetto sviluppa e amplia un’iniziativa già avviata dalla società Bonifiche Ferraresi, con il supporto finanziario di SIMEST. La relazione indica la data di avvio del progetto per il mese di dicembre 2024, con la finalizzazione dei primi pozzi e la semina dei cereali. Viene anche precisato che il progetto prevede un partenariato tra Bonifiche Ferraresi (al 49%) e il Fondo nazionale per gli investimenti algerino. La relazione prevede che il piano crei circa 6.000 posti di lavoro.
La scheda n. 2 riguarda “l’Istituzione di un centro di formazione professionale a vocazione regionale”. Il progetto mira a istituire un centro di formazione per aziende ad alto avvio tecnologico. L’avvio del progetto è previsto per il 2025, anche se non stati ancora individuati i soggetti esecutori. La relazione indica che il progetto avrà un finanziamento misto italo-algerino, anche se non viene indicato il budget previsto.
Costa d’Avorio – La scheda n.3 riguarda il “Sostegno al settore dell’istruzione primaria“. Il progetto per rafforzare le infrastrutture e la formazione degli insegnanti in diverse aree del Paese (da individuare con le autorità locali). L’avvio è previsto nel primo semestre del 2025, anche se non sono stati ancora individuati i soggetti esecutori (che si prevede siano organizzazioni non governative italiane). Il progetto usufruisce di uno stanziamento di 15 milioni di euro, sui fondi “a dono” della cooperazione italiana.
La scheda n.4 riguarda il “Rafforzamento del settore sanitario“. L’intervento intende potenziare il programma di sostegno alla Rete di religiosi che operano in ambito sanitario” (URSSCI) e sostenere l’ampliamento dell’ospedale Abobo di Adidjan, specializzato nella medicina materno infantile. Entro il mese di giugno del 2025 si prevede l’avvio dei lavori di ampliamento dell’ospedale e di un centro di formazione per infermieri. Il progetto usufruisce di un finanziamento di 49 milioni di euro (di cui 19 milioni a dono e 30 in credito d’aiuto), sui fondi della cooperazione italiana. 15 milioni a dono già stanziato per l’Università Cattolica e l’Università di Padova, i restanti 4 andranno al governo ivoriano.
La scheda n. 5 riguarda il “Rafforzamento delle filiere agricole per la produzione destinata al consumo interno” (in particolare riso, mais, legumi e mango). Si tratta di un progetto di SACE, di avvio previsto nel secondo semestre del 2025. Nel corso delle attività svolte sono già state coinvolte imprese italiane, mentre per la fine del 2024 è prevista la conclusione dell’anali tecnica dei singoli progetti. Il finanziamento del progetto è in carico alla stessa SACE, anche se la relazione non indica l’impegno di spesa previsto. Quest’ultima iniziativa non era prevista tra i progetti pilota indicati nel Piano Mattei per la Costa d’Avorio. Per questo Paese il piano prevedeva invece come settori di intervento, oltre a quello sanitario, l’istruzione e il rafforzamento dell’anagrafe e dello stato civile.
Egitto – La scheda n.6 riguarda la “Scuola italiana di ospitalità di Hurghada, Enrico Mattei”. La scuola alberghiera, inaugurata lo scorso 24 ottobre, mira a promuovere programmi educativi e professionali nell’ambito turistico e la cooperazione nella gestione dei flussi migratori per motivi di lavoro. L’avvio dei corsi, che si ritiene coinvolgeranno circa 200 studenti l’anno, è previsto per il primo trimestre del 2025. La realizzazione della scuola è curata dalla catena alberghiera egiziana Pickalbatros, con un finanziamento (di cui non è indicato l’ammontare) da parte del Ministero italiano del turismo, per l’invio dei docenti italiani. In relazione all’Egitto, il Piano Mattei prevedeva anche un progetto pilota nel settore agricolo, di cui la relazione non dà conto.
Etiopia – La scheda n. 7 prevede un “Programma di sostegno per lo sviluppo ambientale e la green economy“. Il progetto prevede la bonifica dell’area del lago Boye e la riqualificazione della città di Jimma. La sua esecuzione è affidata al governo etiope, con un finanziamento di 25 milioni di euro della cooperazione italiana (13.5 milioni a dono, già erogati, e 11.5 come credito d’aiuto).
La scheda n. 8 prevede il supporto alla riforma dell’Università di Addis Abeba, per assicurarle una maggiore autonomia gestionale. L’avvio del progetto è previsto nel gennaio 2025. L’iniziativa è finanziata dal Ministero dell’università e della ricerca (che è anche soggetto esecutore), anche se non viene indicato l’ammontare dei fondi.
Kenya – La scheda n. 9 si intitola “Ampliamento della produzione di olio vegetale per biocarburanti”. L’obiettivo è sostenere la filiera locale dei biocarburanti, coinvolgendo in prospettiva fino a 200.00 piccoli agricoltori, in terreni marginali o degradati. Si prevede di introdurre migliori pratiche agricole e macchinari più moderni. L’esecuzione del progetto è affidata ad ENI, per complessivi 210 milioni di dollari, di cui 75 a valere sul Fondo italiano per il clima e 135 dalla Banca mondiale. Il progetto risulta avviato nello scorso mese di maggio.
La scheda n. 10 riguarda un “Programma di riduzione delle aflatossine” (cioè dei parassiti che infettano cereali e frutta secca). Il progetto prevede l’acquisto di essiccatori mobili, attrezzatura di diagnostica e impianti di decontaminazione, nonché la creazione di un centro per l’eradicazione delle micotossine. L’avvio è previsto entro il primo semestre del 2025, con un finanziamento di 50 milioni di euro, di cui 20 a dono, a valere sui fondi della cooperazione italiana.
Marocco – La scheda n. 11 riguarda la creazione di un “Centro di formazione sulle energie rinnovabili e la transizione energetica”. Il centro sarà ospitato in una prima fase presso il Politecnico Mohammed VI, ma in prospettiva potrebbe essere trasferito in un complesso di proprietà italiana a Tangeri. Il primo corso di formazione si è tenuto nello scorso mese di ottobre. Nel corso del 2025 si prevede che il centro diventi operativo anche come incubatore di start up locali. La fase preparatoria ed iniziale del progetto è sostenuta dalla Fondazione Enel, in collaborazione con la fondazione italiana RES4Africa e con l’università marocchina.
La scheda n. 12 riguarda il “Sostegno al settore sanitario attraverso il rafforzamento della telemedicina”. Il progetto, avviato lo scorso mese di maggio, prevede lo sviluppo di sistemi di monitoraggio a distanza di pazienti con patologie croniche, evitando spostamenti e ospedalizzazioni. Il progetto è finanziato dalla società italiana Dedalus, attiva nella medicina digitale, e si avvale del supporto diagnostico dell’ospedale Gaslini di Genova.
Mozambico – La scheda n.13 prevede l’Istituzione di un polo agroalimentare nella provincia di Manica, nel centro del Paese. Il progetto ha lo scopo di valorizzare la produzione locale, riducendo le importazioni, stimolando gli investimenti privati e migliorando le condizioni di lavoro. La realizzazione della struttura, che sarà curata del governo mozambicano, è prevista nel corso del 2025. Il progetto usufruisce di fondi per 38 milioni di euro della cooperazione italiana, di cui 35 milioni come credito d’aiuto.
Repubblica del Congo – La scheda n.14 riguarda il “Miglioramento dell’accesso all’acqua potabile per la città di Brazzaville”, che è la capitale del Paese. Il progetto mira a realizzare una sistema di approvvigionamento di acqua che prevede di servire fino a 1.6 milioni di abitanti, assicurando una gestione sostenibile della risorsa. Si prevede la sua realizzazione nel triennio 2025/2027. Per il 2025 si prevede la finalizzazione degli studi di fattibilità. Il soggetto esecutore del progetto è la società pubblica congolese che ha in carico il sistema idrico, anche se la gestione e la manutenzione della rete sarebbe affidata a società private (con il possibile coinvolgimento di soggetti italiani). Il progetto ha un costo stimato di circa 300 milioni di euro, di possibile provenienza sia nazionale sia internazionale, che però non sono ancora finanziati.
Tunisia – La scheda n. 15 riguarda il Progetto “Tandem” per la sicurezza alimentare. L’iniziativa prevede il recupero e il trattamento delle acque reflue, il miglioramento delle tecniche di cultura e l’incremento della meccanizzazione nelle aree colpite da siccità, oltre che i trasferimenti tecnologici tra le filiere agricole dei due Paesi. Nel primo semestre del 2025 si prevede l’approvazione degli studi di fattibilità e la definizione dei capitolati d’appalto. Il progetto ha un finanziamento per 33.6 milioni, con fondi a dono della cooperazione italiana, cui dovrebbero aggiungersi finanziamenti del Fondo italiano per il clima e della Banca africana di sviluppo (non quantificati).
La scheda n. 16 si intitola “TERNA Innovation Zone“. Il progetto prevede la creazione, a Tunisi, di un centro per la formazione e l’accelerazione tecnologica a favore di aziende innovative nel settore energetico. L’inizio delle attività del centro è previsto nel primo semestre del 2025. Le sue attività saranno finanziate dall’azienda italiana Terna.
La scheda n.17 riguarda un progetto di formazione, conservazione e valorizzazione di tre siti archeologici tunisini (Kerkpuane, Pupput e Neapolis). L’iniziativa, di previsto avvio nel 2025, ha una durata di 36 mesi, e prevede diverse fasi, dal reclutamento del personale all’attività di cantiere. Per quanto riguarda il finanziamento del progetto, la relazione cita l’articolo 24 della legge n.125 del 2014 (Disciplina generale sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo). Dato il tenore della norma richiamata, se ne dovrebbe derivare che l’iniziativa sia finanziata con fondi dell’amministrazione coinvolta, in questo caso il Ministero dei beni e delle attività culturali (con capofila, per quanto riguarda la sua esecuzione, l’Istituto centrale per il restauro). L’ammontare finanziario non è comunque indicato. Progetti regionali o transnazionali
La scheda n. 18 si intitola “Roadmap to Connect Africa to Europe for Clean Energy Production”. Il progetto intende realizzare una mappatura delle infrastrutture di produzione di energie rinnovabili esistenti in Tunisia, Algeria ed Egitto (con possibile estensione ad altri Paesi del nord-Africa) e delle loro possibili interconnessioni con i Paesi dell’UE, attraverso l’Italia. Il progetto, avviato lo scorso mese di maggio, si concluderà nel settembre del 2025, con la presentazione dei risultati dello studio (condotto dalla Banca Mondiale). Il progetto è finanziato integralmente con fondi UE, attraverso il Technical Support Instrument (TSI).
La scheda n.19 si intitola “AI Hub for Sustainable Development“. Il centro è stato istituito a Roma, in occasione della presidenza italiana del G7, con la collaborazione dell’agenza Onu UNDP. Ha lo scopo di rafforzare gli ecosistemi locali di intelligenza artificiale dei 9 Paesi africani destinatari dei progetti pilota del Piano Mattei. Il centro intende poi potenziare (anche in termini di sicurezza) le infrastrutture locali dei dati, sostenere start up africane del settore e promuovere partenariati con centri di ricerca e università. L’avvio delle attività è previsto a gennaio 2025. L’hub – come indica la relazione– “sarà co-finanziato anche con fondi a valere sul bilancio del MIMIT”.
La scheda n. 20 riguarda la Fase II del “corridoio di Lobito“. Il progetto ha lo scopo di collegare la città di Luacano, in Angola, con Chingola, in Zambia, passando per la Repubblica democratica del Congo, per facilitare il trasporto di minerali e prodotti agricoli. Il progetto, che intende anche rimettere in funzione infrastrutture ferroviarie già esistenti, rappresenta uno dei maggiori progetti infrastrutturali nell’ambito del Global Gateway dell’Unione Europea. Entro la fine del 2024 si prevede di finalizzare gli studi di fattibilità e le procedure per formalizzare la partecipazione italiana. Nel corso del 2025 saranno selezionate le società italiane dell’esecuzione dei lavori e della gestione dell’opera. I lavori veri e propri inizieranno nel corso del 2026. Per quanto riguarda i profili economici, come si legge nella relazione, “inizialmente la partecipazione finanziaria italiana potrà ammontare fino a 200 milioni di dollari“.
La scheda n.21 riguarda “Iniziative educative transnazionali e internazionalizzazione del sistema AFAM“, cioè dell’Alta Formazione Artistica, Coreutica e Musicale). Il progetto consiste in due bandi del Ministero dell’università e ricerca. Il primo riguarda progetti di ricerca tra istituti di diversi Paesi, partenariati accademici e programmi di “doppia laurea”. La relazione precisa che, in relazione a questo bando, 14 progetti (sui 24 complessivi) saranno riservati ai Paesi africani, cui saranno destinati 30 milioni di euro previsti dall’iniziativa (sui 50 complessivi). Il secondo bando, con una copertura complessiva di 87 milioni di euro, finanzia progetti di didattica, ricerca e promozione artistica per la promozione della cultura italiana. Per questo secondo bando l’importo dedicato alle iniziative in Africa è di 16 milioni di euro. Il progetto, che è stato avviato nello scorso marzo e che si chiuderà nel marzo del 2016, si rivolge a 38 Paesi africani.
Bonifiche Ferraresi merita una scheda a parte per il ruolo che ha nel Piano Mattei
Intorno a Bonifiche Ferraresi – la maggior azienda agricola italiana con 7750 ettari di terreni – si sviluppa il Gruppo BF. I proprietari sono: con il 14,7% Carlo De Benedetti, ma subito dopo, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca con il 7,1%. Seguono il gruppo autostradale Gavio, i Mondino, il Gruppo Cremonini, altri. Nessuna meraviglia per le piccole quote percentuali: uno dei caratteri dell’imperialismo è la capacità di controllare un’intera azienda possedendo meno del 20% del pacchetto azionario.
Il motto di BF – ora è anche una holding – è “nutriamo valore” ma leggendo il loro codice etico non si comprende bene se intendano nutrire il valore delle loro proprietà e degli azionisti o quelle della collettività e delle generazioni future citate nel loro “codice etico” di cui leggiamo un brano:
- Considerare l’etica come fattore di primario rilievo e improntare l’ottenimento dei risultati aziendali a tale principio-guida, non tollerando comportamenti che, pur sembrando astrattamente tesi a favore delle Società del Gruppo BF, risultino in contrasto con le regole di condotta del presente Codice e con le norme vigenti.
Intanto BF acquisisce – sempre astrattamente, si badi – varie società, stabilisce accordi, prende in concessione terreni – ad esempio oltre 7500 ettari in Ghana – e gestisce parte dei capitali del Piano Mattei. La BF Holding essenzialmente raccoglie fondi da investitori emettendo obbligazioni o titoli garantiti. Con i fondi raccolti si finanziano acquisti – di aziende, brevetti o altri beni a fini di profitto – e si sostengono progetti. La struttura societaria di finanziarie del genere non è cosa nuova; basta dare una lettura alle “schede” e agli schemi citati da Lenin ne “L’imperialismo…” per capire che – con poche novità, quali appunto le società veicolo, le cd SPV – l’imperialismo funziona a tutto gas nelle attività di BF come in tutte le aziende a dimensione s.p.a. che siano quotate in borsa o che siano operanti in paesi dove le Borse non esistono nominalmente ma c’è comunque un “mercato” sotto il controllo statale.
Sempre dalle pagine web di BF apprendiamo che la mission del gruppo è quella di “…impegnarsi nello sviluppo di un modello sostenibile e responsabile, che salvaguardi i diritti umani, le capacità rigenerative dei terreni e i bisogni della collettività, contribuendo allo sviluppo economico, sociale e civile delle comunità in cui le Società del Gruppo BF operano.”
L’aver “bruciato” – insieme ad ENI a caccia di biocarburanti – un bel po’ di terreni in Kenia rendendoli infertili per chi sa quanti anni, l’aver immiserito i contadini che li coltivavano è davvero un bell’esempio di applicazione dell’obiettivo aziendale della rigenerazione.

