La clamorosa vittoria dell’AFD nelle elezioni della Sassonia Anhalt non va in nessun modo minimizzata. E’ vero: si tratta di un piccolo Land dell’Est (poco più di 2 milioni di abitanti) duramente colpito dalla deindustrializzazione, il più povero della Germania, con una larga fetta di popolazione anziana. E allora? Non è certo l’unico Land che sta vivendo l’impoverimento di masse di proletari/e e anche di ceti medi, per la perdita di posizioni dell’industria e dell’economia tedesca a fronte della rampante concorrenza cinese-asiatica, specie nel settore auto. Né la Germania dell’Est è la sola area in cui l’AFD cresce a vista d’occhio, i sondaggi la danno ormai non lontana dal 30% su scala nazionale, ed è probabile che domani anche Berlino, dove non ha mai sfondato, ne confermi l’ascesa benché in termini numerici assai differenti dalla Sassonia Anhalt. Del resto, basterebbe l’esultanza per i risultati di Brandeburgo delle destre mondiali, da quella trumpiana a quelle nostrane (Lega e Futuro nazionale in testa), per mettere a fuoco la natura internazionale del fenomeno.
Le cause
Prendiamo l’accaduto sul serio, quindi. Cominciando dall’affluenza elettorale record: 77,8% rispetto al 60,3% del 2021, e al 44,4% del 2006, il livello più basso. Circa 170.000 astenuti si sono sentiti fortemente motivati ad andare a votare (in prevalenza) per l’AFD. Un voto chiaramente interclassista: ha votato per l’AFD il 35% degli elettori che dichiarano di avere una condizione economica «buona», strati medio e piccolo borghesi benestanti (al di sotto del 43,8% ottenuto dal partito), il 65% dei votanti che sono in difficoltà economiche, il 59% degli operai andati al voto, il 57% di chi ha un basso livello di istruzione – determinante, perciò, è stato il massiccio voto dei settori sociali impoveriti e in ansia per il futuro. Un voto largamente maschile. Le indagini di Infratest Dimap dicono che il 20% dei votanti AFD condivide la sua ideologia di estrema destra, il 18% ha convinzioni senz’altro di destra, il restante 62% li ha votati per protestare contro le spese di guerra e l’austerità, in un elementare quanto illusorio tentativo di auto-difesa.
AFD si è presentato, infatti, come il partito più schierato contro la guerra in Ucraina e i pesantissimi tagli al welfare – una sfacciata manipolazione delle proprie posizioni di fondo, dal momento che è stato tra i primi a sottoscrivere l’obiettivo del 5% del Pil per le spese militari, ma tant’è. Le elezioni sono il momento della più intensa vendita di frottole e illusioni al pubblico, e battere su questo terreno le destre estreme è impossibile. Del resto il candidato primo ministro dell’AFD in Sassonia Anhalt, Siegmund, è un venditore di professione.
E’ stato un plebiscito contro il governo Merz (composto da CDU-CSU e socialdemocratici). Ha scritto German Foreign Policy: «Il risultato riflette una tendenza riscontrabile anche in altri paesi europei: la popolazione delle regioni deindustrializzate, impoverite e strutturalmente svantaggiate, prive di prospettive future, si rivolta contro le élite al potere e, laddove non esiste un’alternativa di sinistra forte e credibile per le comunità svantaggiate, si orienta verso destra. Ne sono un esempio la Romania, dove l’estrema destra domina nelle regioni povere al di fuori della capitale Bucarest, o la Gran Bretagna, dove ha preso il controllo di diversi quartieri operai ridotti in miseria. Ora la Sassonia-Anhalt segue lo stesso modello». La «scelta di chi non ha prospettive»…
Ideologia, programma e visione dell’AFD
Vero. Ma ridurre il tutto all’assenza di «un’alternativa di sinistra forte e credibile» è fuorviante. L’AFD è stata ed è in grado di attrarre sia voti che militanti con il suo programma, le sue promesse, la sua concezione del mondo, che sono elementi non secondari del suo successo elettorale. Bisogna dunque fare i conti con essi.
La sua prospettiva è etno-nazionalista. Per l’AFD bisogna riplasmare la società in termini nazionali ed etnici: «pensare tedesco», promuovere la «cultura politica patriottica», affermare lo jus sanguinis, «rifare i tedeschi», ricreare la famiglia tradizionale e l’autorità tradizionale, farla finita con l’immigrazione e il multiculturalismo. Dichiara guerra alle «élites cosmopolitiche» di Bruxelles e all’Unione europea che hanno rovinato la Germania, con Schengen, con l’euro, con il sostegno alla guerra all’Ucraina, con il taglio delle forniture di gas e petrolio dalla Russia, con le politiche «permissive» sull’immigrazione. Per rifare grande la Germania, «stato fallito» secondo la Weidel, bisogna rivoltarsi contro i suoi tre nemici giurati dichiarati: immigrati, società multiculturale, UE. Ma non troppo sullo sfondo ci sono anche le donne «emancipate» e le minoranze di genere.
L’esaltazione della famiglia tradizionale tedesca, composta da un uomo, una donna e i loro figli, sancita dal matrimonio, serve da un lato a contrastare il declino demografico che dura da mezzo secolo (1,2-1,4 figli per donna tedesca di origine), dall’altro a riportare le donne al loro ruolo prevalente, per «natura», e subalterno al maschio, di madri e casalinghe, sulle quali deve necessariamente ricadere il supplemento di lavoro di cura e di assistenza alle persone creato dai drastici tagli al welfare. Non è per caso se l’80% dei tesserati all’AFD sono maschi.
Parallelamente viene schizzato un «modello di uomo» che non è solo un capofamiglia, ma anche un individuo educato alla forza, alla disciplina, alla difesa della «comunità nazionale» e, se necessario, alla guerra. Nel programma dell’AFD c’è il ritorno della leva obbligatoria e si insiste su valori militari, meglio: militarizzati, come «onore, fedeltà, cameratismo, coraggio», sulla necessità di rafforzare lo spirito di corpo e rendere nuovamente visibili nella società le «virtù del soldato».
Al momento non c’è un esplicito richiamo all’ideologia e all’esperienza del nazismo. Ci sono solo la furba ripresa nei comizi di alcuni slogan del periodo nazista (senza citarne la matrice) e la ‘banalizzazione’ del nazismo («il nazismo non è che la macchia di merda di un uccello su mille anni di gloriosa storia tedesca» – la celebre frase del patriarca dell’AFD, Gauland). L’ascesa dell’AFD e delle destre radicali, del resto, per la «nullità politica» del proletariato come classe rivoluzionaria, non ha bisogno di costituirsi oggi prima in milizia armata anti-operaia per distruggere le strutture organizzate della classe e solo in seguito riorganizzare le masse proletarie disperse e sconfitte in senso reazionario. Può anzi rivolgersi a grandi settori del mondo del lavoro salariato «con il sorriso» (così tanto sottolineato in Siegmund), intercettando il malessere sociale diffuso per organizzarlo in senso nazionalistico/identitario. E lo fa provando a fornire soprattutto ai giovani e ai giovanissimi una «grammatica reazionaria» che non ha bisogno oggi di scalzare una visione contrapposta e antagonistica, ed è per questo particolarmente pericolosa.
L’AFD non fa, dicevamo, un esplicito richiamo all’ideologia e all’esperienza del nazismo. Tuttavia la proposta di classi separate per i figli degli immigrati perché sappiano che «la loro permanenza in Germania è a tempo», e per i disabili perché «ostacolano il progresso dell’istruzione», dicono che per costoro il nazismo è una fonte di ispirazione.
La propaganda politica degli AFD è un abile mix tra rivendicazioni materiali attrattive per quanti si trovano in una situazione di disagio materiale e psichico (i soldi pubblici non debbono andare all’Ucraina, agli immigrati, al riarmo, debbono andare ai tedeschi e al loro benessere), invettive contro le élite globali ed europee in nome della nazione-Germania da queste mortificata, e la prospettiva visionaria («Vision 2026») del ritorno ad un mitico mondo tedesco del passato, purificato attraverso l’espulsione degli «intrusi» (le popolazioni immigrate) e delle loro culture, e perciò pacificato, prospero, sicuro, felice.
Un mix nazionalista-razzista-mitologico che vuole rispondere sia ai bisogni immediati di masse di salariati umiliate da un ventennio di politiche di austerity iniziate nel 2003-2005 con i devastanti Hartz I-IV e radicalizzate dal governo Merz, sia al sogno di un altro mondo possibile fuori dalla lunga crisi, l’incertezza, le paure, le ansie, i conflitti dell’oggi. Guai a sottovalutare la speciale attenzione e capacità delle destre estreme, e dell’AFD, di toccare, con la propaganda parlata (più che scritta), con le semplici formule ad effetto legate alla vita quotidiana e ripetute all’infinito anche sui social di ultima generazione (TikTok, ad esempio), con le suggestive adunate-spettacolo, il mondo delle emozioni, dei sentimenti profondi di settori sociali colpiti, disorientati, atomizzati – in particolare della loro componente maschile.
Intendiamoci: l’AFD ha una natura di classe interamente borghese-capitalistica. Come i partiti fratelli, è solidamente nelle mani di un settore della classe borghese. Tanto la sua nascita nel 2013 su basi moderate (tra i fondatori c’era l’ex-presidente della Confindustria tedesca Hans-Olaf Henkel), quanto la sua rifondazione negli anni successivi sulle basi attuali, sono state opera di transfughi della CDU o dei liberali. Capitalismo, proprietà privata dei mezzi di produzione, mercato, profitto, etc. sono, per l’AFD, intoccabili. Non ne parlano perché sono fuori discussione. L’AFD non ha niente da dire neppure sull’acuta polarizzazione della ricchezza sociale – in una Germania dall’economia da lungo tempo stagnante con il 20% della popolazione a rischio povertà, ci sono oggi più di 200 miliardari in dollari e crescono di numero anche i super-ricchi con oltre 100 milioni di dollari di patrimonio. Né risultano prese di posizione dell’AFD contro le decine di migliaia di licenziamenti decisi da Volkswagen, Mercedes e BMW. La Weidel, anzi, ha parlato di un «costo salariale esplosivo» dei lavoratori della Volkswagen, escludendo di voler porre limiti all’azione delle grandi imprese per «risanarsi». Insomma, siamo nel solco del liberismo: etno-nazionalismo più liberismo. I guai, i nemici, vengono sempre da fuori – si tratti delle masse o delle élite.
Eppure l’ascesa dell’AFD si deve, oltre che all’enorme pompaggio da parte dei mass media e a non meno enormi finanziamenti «occulti», alla veste che ha saputo indossare di partito attento a cogliere gli umori delle fasce più bisognose e destabilizzate della popolazione – c’è chi ha affibbiato a Siegmund addirittura il titolo, quanto mai abusivo, di «Robin Hood della destra».
Come si spiega?
Le responsabilità di CDU, SPD e direzioni sindacali
Si spiega anzitutto con le politiche che i due maggiori partiti della Germania del dopoguerra, CDU-CSU e SPD, hanno condotto negli ultimi 25 anni. L’assalto al welfare tedesco l’ha avviato proprio l’SPD di Gerard Schroeder, il grande amico di Putin, con i micidiali provvedimenti Hartz I-IV (soprattutto quest’ultimo). I governi Merkel hanno proseguito l’assalto con misure ai fianchi, ma prima Scholz e ora, soprattutto, Merz (d’accordo con i soci dell’SPD) hanno ripreso l’ascia in mano tagliando brutalmente in tutti i settori (1). E l’hanno fatto senza una vera opposizione da parte della DGB e dei sindacati di categoria, la cui reale rappresentatività è non a caso letteralmente crollata dagli anni ‘90 ad oggi, quando meno del 20% dei lavoratori sono sindacalizzati.
La stessa cosa vale per le politiche guerrafondaie che in modo sempre più aggressivo hanno caratterizzato tutti i partiti parlamentari tedeschi, con in prima fila i Verdi dell’assatanata Baerbock – a partire dal 2014, l’anno in cui è ufficialmente finita la «moderazione militare» del secondo dopoguerra alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Oggi nessun paese della UE può gareggiare con la Germania di Merz per la colossale entità dei finanziamenti all’industria bellica (800 miliardi di euro!), presentata ormai come il perno del rilancio dell’industria e dell’economia tedesca. Le dichiarazioni del ministro degli esteri Wadephul (CDU) alla Bild dell’8 settembre non hanno mezze misure: «Siamo i primi sostenitori dell’Ucraina in campo militare e finanziario, e naturalmente è il caso che l’industria militare tedesca ne tragga beneficio». E per essere sicuri che gli aiuti non vadano sprecati, il suo compagno di partito Soeder propone che il governo tedesco rimandi a casa gli ucraini arruolabili emigrati in Germania, così da prolungare il corso della guerra. Il ministro della difesa Pistorius (SPD) non gli è da meno: da tempo propugna il ritorno alla leva militare obbligatoria. Mentre la stampa tradizionalmente vicina ai socialdemocratici, come Der Spiegel, scrive: «Siamo il bersaglio quotidiano di una guerra ibrida, di una aggressione russa (…). La Russia è nemica della Germania. E’ una sentenza amara, infinitamente triste», ma va detta «perché così ognuno può prendere atto della situazione in cui siamo».
Davanti al ritorno esplicito e rampante del militarismo tedesco, con protagonisti tutti i principali partiti istituzionali senza alcuna seria opposizione delle direzioni sindacali, anzi con il loro consenso, è un gioco da bambini, per l’AFD, recitare (fingendo) la parte del «partito della pace», essendo il solo partito a proporre di finirla con le illimitate dazioni di denaro al regime di Zelensky e ripristinare le forniture di gas e di petrolio dalla Russia che costavano la metà, forse meno, di quelle statunitensi.
Qualcosa di simile c’è anche in Italia con Futuro nazionale del generale Vannacci che ha rispolverato demagogicamente il vecchio slogan anti-militarista «burro, non cannoni» – proprio lui, ex-comandante della Folgore! (2).
Si è tanto strepitato sulla postura filo-russa dell’AFD, ma nei suoi programmi iper-nazionalisti non c’è alcun indizio, tantomeno una prova, di un cambio di posizionamento verso la Russia. C’è solo la presa d’atto che gli ultimi governi hanno danneggiato l’industria e l’economia tedesca, e le condizioni di vita di milioni di tedeschi. Il resto è assai più vago di quanto non raccontino i giornali e i media italiani, letteralmente ossessionati dall’ombra di Putin. Certo, c’è una larga assonanza di «valori costituenti» tra l’AFD e il partito di Putin, Russia unita, ma quella con il MAGA trumpiano non è inferiore. O vi sembrano degli ingenui i Musk e i Vance che sono andati su di giri per i risultati in Sassonia Anhalt? Sotto questo profilo, il futuro della politica dell’AFD è tutto da scrivere, sebbene la storia della Germania e la provenienza CDU e liberale di molti dei suoi dirigenti diano importanti ed univoci indizi di ultima istanza.
Ma non è solo questione di dirigenze
Il largo consenso che trova l’AFD in settori operai e proletari non si può ricondurre, però, solo alla politica anti-proletaria delle direzioni social-democratiche e al corporativismo nazionalista delle direzioni sindacali che hanno scoraggiato finora un’adeguata risposta di classe.
Dobbiamo andare più in profondità. E cogliere il portato ideologico e psicologico dei lunghi decenni di primato dell’industria tedesca, e di relativo benessere, dentro quella che è stata ed è tuttora una vera e propria aristocrazia operaia. In genere si collega la presa di massa delle formazioni della destra estrema, e anche dell’AFD, ai settori più schiacciati e disgregati del proletariato: c’è del vero in questo. Ma a condizione di comprendere che il loro isolamento, il loro sentirsi abbandonati, la loro disperazione talvolta, sono il risultato della chiusura aziendalista, corporativa, alla fin fine nazionalista, della classe operaia delle grandi imprese. La Mitbestimmung, l’accorta pratica padronale-democristiana di co-gestione delle grandi imprese, il coinvolgimento subordinato delle maestranze meglio pagate e dall’occupazione più stabile nel perseguire gli interessi aziendali, le ha tenute lontane da ogni forma di lotta generale per la classe lavoratrice nel suo complesso. La composizione multinazionale e multirazziale di questo nocciolo centrale del proletariato tedesco potrebbe essere un fattore di importanza straordinaria nella lotta contro il razzismo e la corsa alla guerra, ma finora questa potenzialità è stata neutralizzata, disinnescata.
Nelle dimostrazioni di massa, consistenti ma non oceaniche, che ci sono state dal 6 settembre ad oggi a Brandeburgo, a Berlino, a Dusseldorf, ad Amburgo, a Lipsia, a Monaco di Baviera, la classe operaia delle grandi imprese non è stata protagonista. Vive tutt’ora in una bolla (che sta sgonfiandosi) senza, finora, reagire con forza, e tanto meno ribellarsi, agli accordi penalizzanti che stanno prendendo le burocrazie sindacali, inclusa quella dell’IGM che – a pochi giorni dalla «giornata di azione» del 21 settembre chiamata per l’intero settore auto in crisi – ha concluso un pessimo accordo con la Volkswagen per tagliare 60.000 posti di lavoro.
L’IGM ha confermato l’impegno per il 21, ma per quanto affermi che «la coesione [tra i lavoratori] è il nostro marchio di forza più potente», accetta integralmente l’obiettivo padronale della «maggiore competitività» – salvo sostenere che la si può raggiungere con innovazione e investimenti, e non con l’austerità. La solita solfa di chi vuol insegnare ai capitalisti come si fa i capitalisti. Un modo, tra l’altro, per infrangere la vantata «coesione» tra i lavoratori, dal momento che la competitività accettata come principio-guida dall’IGM è anche competizione tra imprese tedesche e tra stabilimenti dello stesso gruppo.
Questa lunghissima e consolidata prassi di collaborazione di classe tra sfruttatori e sfruttati, che è stata parzialmente infranta in Germania solo nei primi anni ‘70 protagonista il proletariato operaio di immigrazione, ha però gli anni, se non i mesi, contati. Lo provano il montare travolgente del militarismo e la determinazione con cui la Confindustria tedesca ha intimato a Merz, dopo la sconfitta in Sassonia Anhalt, di non arretrare dal suo «piano di riforme», di «andare fino in fondo», fregandosene della sua rielezione. In ballo ci sono, oltre i licenziamenti di massa, devastanti tagli salariali, l’allungamento degli orari di lavoro, l’intensificazione del lavoro, e c’è il più pesante attacco alle prestazioni di welfare da sempre.
Il proletariato industriale sarà costretto ad uscire dalla narcosi politica in cui versa. La dura realtà dei fatti dimostrerà che la linea fin qui seguita del «minimo sforzo», del compromesso a tutti i costi, non paga. Non basteranno, però, i colpi dei nemici di classe (governo Merz, direzioni aziendali, AFD) a farlo tornare protagonista della scena politica. Servirà un accanito lavoro politico delle avanguardie rivoluzionarie per riportarlo su un tracciato di classe che ha smarrito da un secolo sotto i feroci colpi del nazismo (e non solo). Nell’immediato, tanto per cominciare, si tratta di evitare la trappola dei «fronti antifascisti» con le forze democratiche-socialdemocratiche che hanno favorito l’ascesa dell’AFD e ora strepitano, con maggiore o minore ipocrisia, contro i programmi dell’AFD.
Non saranno la CDU e l’SPD a fermare l’AFD
Le grida d’allarme, per la verità non troppo acute, dei partiti di governo che hanno spalancato le porte al successo dell’AFD sembrano rivolte più che altro a minacciare l’elettorato popolare-proletario, e per prime le popolazioni immigrate: attenti, ci può essere qualcosa di peggio del governo Merz, della CDU e dell’SPD! Non a caso la parola-chiave che viene spesa anche in Italia dai mass media vicini al «campo largo» è: paura. Se non per riconoscenza o per convinzione, votateci, restate con noi, accorrete da noi, per paura del peggio – quel peggio che viene avanti proprio per effetto delle politiche anti-proletarie e belliciste di CDU e SPD.
Dopotutto la ragione per cui gli ambienti finanziari gonfiano (da un ventennio) le estreme destre è esattamente questa: generare nella classe lavoratrice paura e divisione lungo linee nazionali, di «razza» e di sesso, deviando il montante malessere sociale verso devastanti conflitti «identitari» all’interno della classe. Non rinunciano affatto ai propri partiti tradizionali, ma mettono in campo – per i drammatici tempi in arrivo – nuove carte. (3)
Non a caso la stampa mainstream che ha per sua professione la negazione o l’occultamento delle classi e degli antagonismi di classe, riscopre d’improvviso gli operai per indicarli come i veri e decisivi sponsor dell’AFD e simili. «Sono gli operai che mandano su i partiti razzisti veloci come missili!», questo il furbo mantra utile ad ingigantire la confusione dentro una classe realmente impaurita per il proprio futuro. Ringraziamo i due capitalisti delle cripto-valute Ben Delo e Christofer Harbone per averlo dichiarato pubblicamente: abbiamo donato a Farage, a fondo perduto, 36+36=72 milioni di sterline (83 milioni di euro) per la sua campagna elettorale. Forse l’han fatto per impedire che il gaglioffo da loro beneficato, un noto furfante, li intascasse integralmente come privata regalìa. Fatto sta che dietro l’improvvisa, vertiginosa ascesa, mediatica prima che politica, di queste formazioni ci sono rilevanti investimenti di capitale, non certo di fonte operaia. L’adesione operaia, più o meno passiva, più o meno larga, segue, subordinata.
Quanto alla proposta da alcune parti sbandierata di creare un cordone sanitario di tutti i partiti democratici per fermare l’AFD, è tramontata prima ancora di concretizzarsi perché si moltiplicano le voci all’interno della CDU ad aprire un dialogo con l’AFD dato il non piccolo substrato comune di nazionalismo razzista e di tradizionalismo. Ed è fallita anche per l’intervento pro-AFD di Sahra Wagenknecht, una figura funesta nel processo di degenerazione della socialdemocrazia e della sinistra istituzionale tedesca su cui abbiamo già detto altra volta l’essenziale, e non vale la pena ritornarci (4).
Alla fin fine l’argomento (supposto) forte che i democratici alla von der Leyen e alla Prodi oppongono all’avanzata dell’AFD e delle destre estreme è: ci vuole più Europa! Un’Europa più potente, più determinata, più unita, come antidoto ai nazionalismi. Un super-nazionalismo imperialistico che è alimento, non antidoto, dei nazionalismi singoli. E con le sue politiche migratorie sempre più repressive, restrittive e selettive che di recente hanno di fatto abolito il diritto all’asilo e introdotto l’obbligo di deportazione, si muove sullo stesso tracciato dell’AFD. Lo stesso risultato ha la martellante campagna russofobica (al di là delle attuali ambiguità dei capi AFD a riguardo). In entrambi i casi, il messaggio democratico è: «Attenti al nemico che viene da fuori, o sta fuori, dei nostri confini!». Cogliete una differenza sostanziale con il messaggio dell’AFD?
Altra questione è se il programma di rendere di nuovo grande la Germania come i suoi «gloriosi 1000 anni di storia» reclamano, comporterà la frantumazione dell’UE per effetto di una serie di incontrollabili controspinte o consentirà ad una Germania tornata più che mai assertiva e aggressiva di imporre il proprio primato al resto delle potenze europee (come sognò di poter fare il nazismo, riuscendoci solo per un istante). Ne discuteremo altra volta. Qui, dopo aver escluso che possano essere le forze democratiche interne alla Germania o i vertici dell’UE a frenare l’ascesa dell’AFD, vogliamo concentrarci sulla questione politica centrale per noi:
Come fermare l’AFD?
La sola forza che può fermare l’AFD è un grande movimento di lotta del proletariato (industriale e non) contro il governo Merz, contro le politiche di «austerità», cioè di impoverimento di massa, contro i licenziamenti, contro la corsa al riarmo e alla guerra, contro il razzismo di stato che tormenta le popolazioni immigrate, sia nella forma ‘moderata’ che in quella estrema – «espelleremo tutti gli immigrati dal primo minuto del primo giorno» (così Siegmund), contro il machismo che pretende di riportare «a cuccia» le donne secondo quel che la «natura» chiede.
Ci si obietterà: dov’è mai, oggi, una simile forza?
E’ tutta da venire, senza dubbio, non ce lo nascondiamo. Non a caso abbiamo a più riprese parlato di rinascita del movimento proletario di classe, e non di semplice riorganizzazione. In particolare per i paesi dell’Europa occidentale. In Germania come in Italia i rivoluzionari agiscono oggi in un contesto in cui non c’è più traccia né memoria di azioni rivoluzionarie della classe, di un’esistenza della classe lavoratrice separata e contrapposta a quella capitalistica. Gli stessi movimentati anni ‘70 in cui pure la coscienza di classe dei proletari più combattivi era enormemente più avanti, non hanno invertito la tendenza. Ed in seguito i partiti riformisti (PCI) o socialdemocratici (SPD) sono riusciti a dare un tratto sempre più nazionale e aziendale alla percezione diffusa di essere – come classe lavoratrice – un’entità sociale distinta da tutte le altre. Per questa via, con l’illusione di una progressiva entrata in paradiso, anche la coscienza di essere qualcosa di distinto si è andata dissolvendo.
Abbiamo presente, perciò, di ripartire qui in Europa, a cominciare dalla stessa Germania, dal punto più basso raggiunto dal movimento proletario nei due secoli della sua esistenza. Quando parliamo di necessità non ci nascondiamo le enormi difficoltà che abbiamo di fronte. L’etno-nazionalismo, il razzismo, l’islamofobia, il machismo che caratterizzano la proposta dell’AFD, e perfino l’accettazione della guerra come dato inevitabile della storia, non sono affatto estranei al proletariato tedesco, ed europeo di oggi. H. Arendt riconobbe che nella Germania degli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso solo la classe operaia tedesca aveva fatto argine al razzismo e all’antisemitismo. Oggi non possiamo ripeterlo, purtroppo. Ma nello stesso tempo è solo da questa «parte», dalla parte non sfruttatrice della società, che può venire – attraverso enormi rivolgimenti e scontri – la forza di contrapporsi sia all’AFD che al rampante militarismo dell’intera borghesia tedesca. Le grandi incognite della guerra e della catastrofe ecologica incombono sulle teste delle masse lavoratrici generando, finora, un sentimento prevalente di impotenza. Ma i passaggi che ci attendono avranno un impatto di crescente violenza sulle vite di quanti/e vivono del proprio lavoro, e li spingeranno a reagire.
Questa convinzione ci induce a ricercare, per modesti che siano, i segni di reazione all’avanzata dell’AFD e del militarismo del governo Merz che è l’altra faccia della medaglia della politica del capitale. Al momento questi segni sono sparsi e relativamente deboli, soprattutto per la loro qualità politica. Le 16 città in cui si è manifestato contro l’AFD a botta calda nel weekend delle elezioni (comprese le città di Magdeburgo e Halle in Sassonia Anhalt) con decine di migliaia di partecipanti, le non meno numerose manifestazioni del 13 settembre (tra le più partecipate quelle di Amburgo e di Dusseldorf) indicano che il pericolo è stato avvertito. Piazze nelle quali non a caso era forte la presenza delle donne.
Ma – a quel che siamo in grado di capire – è prevalso in queste prime risposte un tono poco militante, poco organizzato, poco consapevole dell’effettiva posta in palio.
Tuttavia le dinamiche e i tempi dello scontro di classe sono sempre difficili da prevedere. Abbiamo detto: occhio alle giornate del 21 e del 26 settembre!, perché saranno comunque due giornate di mobilitazione nelle quali può fare qualche passo avanti l’idea che serve una risposta di classe all’ascesa dell’AFD autonoma dalle manovre dei partiti borghesi al potere.
Nei prossimi mesi ed anni la necessità di una simile risposta si farà più stringente a misura che il solo modo che le forze borghesi di governo hanno di rispondere ai successi dell’AFD è di adottarne, magari in forma più moderata, le politiche. Non è forse con questa modalità d’azione che in Svezia è riuscita a prevalere di un soffio alle elezioni la socialdemocrazia della signora Andersson e dei suoi alleati «di sinistra»?
Per il movimento proletario e le forze giovanili che nei mesi scorsi hanno cominciato a mobilitarsi nelle scuole contro la reintroduzione della leva obbligatoria riscoprire la fiducia nella lotta è fondamentale. Lottare fa crescere la fiducia nella lotta. E la lotta di classe è il solo terreno su cui si può impedire lo scontro tra proletari tedeschi ed immigrati che a tutti i costi l’AFD vuole attizzare, e realizzare invece l’unità contro i comuni nemici – la classe degli sfruttatori, i loro governi e i loro tirapiedi alla Weidel e Siegmund.
Non è una missione impossibile. Del resto, dov’è che l’infame retorica della remigrazione attecchisce di meno? Nelle grandi città in cui da lunghi decenni l’intreccio sociale e personale tra popolazioni autoctone e immigrate è più forte e consolidato, a partire dai luoghi di lavoro e dalle scuole (Amburgo, Berlino, Brema tra le prime). Pochi l’hanno rilevato ma la Sassonia Anhalt è una delle aree della Germania in cui l’immigrazione è minore: lì molti «vedono» gli immigrati soprattutto attraverso le lenti della propaganda e della politica di stato. Ciò significa che si è creata in Germania – dove le persone «con sfondo migratorio» sono ormai il 33% della popolazione – una trama di rapporti che fa sorda resistenza alla pulizia etnica su grande scala promessa dagli impostori dell’AFD come la soluzione di tutti i mali sociali. Uno dei loro capi, Chrupalla, ha già dovuto ridimensionare l’entità della remigrazione limitandola agli immigrati con precedenti penali e a quelli che hanno ricevuto il foglio di via «mentre chi lavora qui, paga le tasse e si integra nella comunità è il benvenuto. Non facciamo distinzioni tra tedeschi con e senza storia migratoria. E’ nell’interesse di tutti che la Germania sia un paese prospero e sicuro» (intervista a la Repubblica, 11 settembre).
La prosperità della Germania deriva in una misura sproporzionata rispetto a qualsiasi altro paese europeo esattamente dal lavoro e dai sacrifici di decine di milioni di proletari e proletarie immigrati. E sarà duro, molto duro per loro, nonostante l’appoggio dell’industria della menzogna, rovesciare questo dato di realtà. Specie perché la polarizzazione della ricchezza sociale e la corsa alla guerra non potranno risparmiare nei prossimi anni neppure il proletariato tedesco d.o.c., per quel tanto che esiste ancora.
E crediamo che non sarà affatto facile far ingoiare alle donne della Germania, là dove per la prima volta in Europa, proprio nella Germania dell’Est, il tasso di occupazione femminile ha superato quello maschile, il disciplinato e subordinato «ritorno a casa», o comunque un tipo di rapporto uomo-donna di tipo almeno semi-patriarcale.
Contrastare e smontare la propaganda e la demagogia razzista, militarista e sessista dell’AFD è possibile in un contesto – indispensabile – di ripresa del conflitto di classe e dei conflitti sociali, su cui dovrà crescere anche la necessità di forme di autodifesa militante dalla violenza delle bande anti-immigrati, private e di stato, che l’avvento dell’AFD, ammiratrice dell’ICE trumpiana, prepara.
Alle avanguardie di classe determinate non mancherà, quindi, il lavoro da fare, né sul terreno della difesa materiale ed economica immediata, per diventare il naturale punto di riferimento del malessere sociale, né su quello politico-ideologico. Ma sarà altrettanto fondamentale non lasciare alle destre estreme il terreno della «vision», del futuro «ideale» per cui ci battiamo – una società di libere/i ed eguali, dove sarà abolito lo sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano e sulla natura, in cui sarà estirpato il rischio di povertà, dove non ci saranno più guerre perché sarà abolita la loro fonte: la proprietà privata delle ricchezze prodotte dal lavoro comune associato.
In un mondo in cui si infittiscono gli incubi, i rivoluzionari non debbono più rinunciare a proclamare e perseguire il loro «sogno» di arrivare a rovesciare l’ordine economico sociale politico del capitale. Un nuovo mondo non è solo possibile, è necessario. Ed è quanto mai urgente cominciare a mettervi mano.
Con la grande Rosa la rossa, polacca naturalizzata tedesca, che lo intuì da lontano: socialismo, rivoluzione sociale anti-capitalista, o barbarie! Una terza via non c’è.
Note
(2) Va segnalato che di recente in Umbria Futuro nazionale ha provato perfino ad entrare in una vicenda sindacale contro l’azienda Dussman, nella quale era implicata la CUB –
https://www.facebook.com/share/p/1Busi11S3y
(3) Lo si è visto in Italia all’ultimo Forum padronale di Cernobbio: invito a Vannacci per accrescerne (di molto) il peso politico, ma applausi prevalenti alla cariatide Monti che lo contestava. In apparenza Monti contro Vannacci; oltre l’apparenza: Monti (la vecchia guardia della borghesia) e Vannacci (un possibile cavallo di riserva).
(4) https://pungolorosso.com/2025/02/20/sahra-wagenknecht-e-i-suoi-spasimanti-tricolore/
=============
Uniamo a questo nostro editoriale due interventi di componenti della nostra redazione, l’uno sull’AFD e le donne, l’altro centrato in prevalenza sull’insidiosa propaganda dell’AFD verso le nuove generazioni. Lo facciamo anche per rendere pubblico cosa e come si discute in una redazione come la nostra che continua ad allargarsi, e si sforza di intervenire su una crescente molteplicità di aspetti della vita sociale e dello scontro di classe, interno e internazionale.
Nello stesso tempo segnaliamo a chi ci legge alcuni nostri precedenti articoli sui pesantissimi tagli al welfare decisi dal governo Merz (che hanno gonfiato le ali al volo elettorale di AfD), sulla funesta figura di Sahra Wagenknecht e sulle proteste studentesche contro la reintroduzione della leva obbligatoria. (Red.)
AfD – nota su demografia, famiglia e ideologia di genere
Alternative für Deutschland (AfD), attualmente al centro dell’interesse politico per il recente successo elettorale in Sassonia Anhalt (43,8%), conferma di raccogliere i suoi risultati più brillanti nei lander orientali della Germania (ricordiamo che nel settembre 2024 ha ottenuto il 32,8% in Turingia e Sassonia). La riunificazione tedesca non ha realizzato nelle regioni orientali i sogni di benessere alimentati dalla propaganda sui vantaggi della “democrazia”, salari e redditi sono tutt’oggi notevolmente più bassi, la popolazione più vecchia della media tedesca e i recenti tagli al welfare decisi da Merz per alimentare la spesa militare incidono profondamente. Nell’est tedesco il nazismo prima, lo stalinismo poi hanno lasciato in eredità un razzismo diffuso, oggi declinato in particolare come islamofobia; le due sconfitte nei conflitti mondiali e la “colonizzazione” dei capitali occidentali dopo la caduta del muro di Berlino hanno lasciato una diffusa frustrazione e un desiderio di rivalsa.
In questo quadro si colloca il successo di AfD a est, e in generale in Germania.
In questa nota si vuole approfondire alcune specificità che riguardano il modello di famiglia e le relazioni fra i sessi sia a livello ideologico, che nel nel reclutamento e nell’orientamento di genere del voto, per i quali si può parlare di una vera e propria ideologia identitaria. Premessa necessaria è che spesso le dichiarazioni all’esterno, nei comizi o nei dibattiti televisivi sono molto più moderate, per opportunismo elettorale, rispetto alle tematiche inculcate nella formazione dei militanti e nei dibattiti interni.
Per quanto riguarda il reclutamento, l’80% degli iscritti sono uomini; per quanto riguarda i deputati al Bundestag la quota di donne è dell’11,8% (la più bassa in assoluto rispetto agli altri gruppi parlamentar tedeschi). Il partito è più votato dagli uomini (61%) che dalle donne. Nel voto dei giovani sotto i 25 anni questa preferenza per AfD fra i maschi si accentua (1).
Tuttavia, in apparente contraddizione, l’Afd ha avuto come leader nazionale dal 2016 Frauke Petry, una donna, e dal 2017 un’altra donna, Alice Weidel, presentata come candidata cancelliere e tuttora in carica, manager di successo, lesbica dichiarata e con due figli adottati. Forse una mossa per accattivarsi voti fra l’altra metà del cielo. Petry è stata “fatta fuori”, per Weidel si vedrà.
L’Afd nasce nel 2013 sulla base di posizioni euroscettiche ed è diffuso soprattutto fra lavoratori autonomi e piccola borghesia produttiva. Dopo il 2015 si radicalizza e il suo principale obiettivo polemico diventa l’immigrazione (in particolare quella proveniente dai paesi di tradizioni islamiche).
La famiglia tradizionale come pilastro identitario di AfD
Un tema ricorrente fin dalle origini per AfD è l’esaltazione della famiglia tedesca “tradizionale”, composta da una donna, un uomo e i loro figli, sancita dal matrimonio; un modello funzionale a contrastare il declino demografico dei tedeschi. Una delle strategie proposte è una serie di sussidi alla natalità, riservati esclusivamente a bambini che abbiano almeno un genitore tedesco. Secondo AfD, se non si sostengono le famiglie tedesche, la Germania ne risulterà indebolita, la sua storia verrà tradita e non avrà futuro. Nel Programma del 2017 si chiede esplicitamente l’istituzione di un Ministero per le famiglie con il compito “coordinare e promuovere lo sviluppo della popolazione secondo criteri scientifici”. L’aborto deve essere scoraggiato e limitato a pochi casi di rischio di morte. Le coppie omosessuali non devono essere riconosciute e a loro deve essere negata l’adozione.
La famiglia tradizionale tedesca deve garantire la futura forza lavoro, non qualunque, ma tedesca, o almeno cristiana ( = quindi le donne ucraine si, i siriani no). E’ questo il nucleo portante del ragionamento. Ma la società moderna la sta destrutturando, introduce relazioni non convenzionali e incide anche sul modello di genitorialità, mettendo in crisi i rapporti patriarcali. Contro tutto questo le destre e l’AfD hanno da un decennio organizzato un contro-movimento, contro le coppie omosessuali e qualsiasi ideologia “woke”, cioè la posizione di chi contesta il razzismo, il sessismo e le discriminazioni, in particolare quelle di genere.
La famiglia va difesa in quanto nucleo centrale dello stato-nazione, nella sua primaria funzione di trasmissione e socializzazione dei valori nazionali. Va combattuta una organizzazione sociale che delega principalmente ad asili nido e scuole a tempo pieno il compito educativo. La famiglia, creando legami solidali ed essendo una comunità affettiva intergenerazionale, combatte l’individualismo proprio della cultura liberal-democratica. Se la famiglia monogamica ed eterosessuale tradizionale, basata sull’obbedienza e la disciplina entra in crisi, “la conseguenza inevitabile è il caos e il conflitto sociale”.
Particolarmente accurata è la denuncia delle famiglie monoparentali e dei loro effetti deprivanti sullo sviluppo dei bambini; sono quindi un problema sociale, mentre dove c’è il collante del matrimonio ai bambini sono garantite cure, sicurezza, amore, come prevede del resto la cultura cristiana occidentale. I genitori single o, peggio, i genitori mancati, sono spesso il risultato della priorità data alla “realizzazione di sé”, cioè alla conquista di un reddito o di fare carriera, che mette in secondo piano il desiderio di avere figli. Questo vale, ovviamente, soprattutto per le donne.
Il genere come determinazione del sesso biologico
La famiglia “è di per sé procreativa” e il ruolo di padre e madre sono “naturali”. Ogni tentativo di ricondurre al modello patriarcale della società le differenze fra uomo e donna sono antiscientifici, secondo AfD, perché esse derivano direttamente e naturalmente dal sesso biologico. Non esiste una “identità di genere”, l’unica identità auspicabile è quella di “tedesco”. Nella propaganda di AfD, poi, data la finalità procreativa della famiglia, per la donna la tendenziale coincidenza fra ruolo di donna e ruolo di madre è anch’essa “naturale”. Le differenze naturali e implicite nel suo sesso pongono la donna in una situazione di bisogno e subalternità rispetto all’uomo.
Nel chiuso delle scuole di partito si va oltre. Ai simpatizzanti e militanti si afferma che l’Equal Pay Day e la Giornata internazionale dei diritti della donna sono privi di senso, in quanto la correzione delle attuali discriminazioni di genere è innaturale.
Il profilo anti-femminista (de anti-donne) è particolarmente sviluppato nell’organizzazione giovanile dell’AfD, la Junge Alternative für Deutschland.
Le argomentazioni sono martellanti ma esposte in tono piano; ribattono punto per punto i temi cari al femminismo mainstream e conquistano i giovani maschi, disorientati e frustrati dalle “pretese delle donne“ (non dimentichiamo che nella tradizione tedesca l’ideale proposto alle giovani donne era küche kinder kirche = cucina, bambini, chiesa). Viene consigliato di comportarsi con le donne in pubblico “in modo cavalleresco e virile“ (sic!).
Già nel 2014 nella campagna lanciata dalla JA, gli slogan sono formulati in questo senso: “Io non sono femminista”. Ecco alcuni slogan: “Io non sono una femminista perché non mi piace che mi si tenga la porta aperta e che mi si aiuti con la mia giacca”, “Io non sono una femminista perché ogni donna può decidere da sola se vuole essere una casalinga”, “Io non sono femminista perché la famiglia è più importante della carriera e voglio fermare la mania del gender”.
Non si nega che l’economia moderna ha bisogno della donna come manodopera, ma il modello preferito torna sempre alla donna “madre” e “casalinga”. Il focolare domestico è l’orizzonte femminile auspicabile e la “realizzazione di sé come priorità” è una distorsione dei ruoli dati in natura e biologicamente legittimati. La correzione delle diseguaglianze di genere è considerata una deviazione dalle condizioni naturali.
L’AfD combatte ogni dibattito scolastico sul genere perché “avvantaggia gli omosessuali“. I “programmi di rieducazione” sponsorizzati dallo stato e ”la cosiddetta educazione sessuale della diversità” “rende i bambini e i giovani insicuri della loro identità sessuale, li sovraccarica e viola i loro sentimenti di vergogna”. “A scuola i bambini devono studiare tedesco, matematica e scienze. La questione del genere e il vocabolario LGBT non sono adatti alle mura scolastiche ma a quelle di casa.”
Immigrazione e questione di genere
Se le scarse nascite e l’invecchiamento della popolazione tedesca sono sottese alla propaganda di sostegno per la famiglia tradizionale, esse sono declinate nella propaganda anche per denunciare l’immigrazione “selvaggia”. Si parte da un ragionamento economico: “la Germania ha troppo pochi bambini. La pensione e l’assicurazione sanitaria poggiano pertanto su un terreno instabile”. Si passa poi a osservare che gli stranieri hanno un alto tasso di natalità, mentre quello dei tedeschi è basso. E si denuncia la crescente erosione e diluizione delle caratteristiche etno-culturali del popolo tedesco a fronte della crescente immigrazione. Si rivendica l’approvazione di politiche familiari mirate ad avere “più bambini al posto dell’immigrazione di massa”, e di conseguenza si sostiene che “gli aborti, soprattutto per motivi sociali e familiari, devono rimanere un’eccezione”.
Davanti ai giovani la Junge Alternative agita il pericolo della islamizzazione della Germania,mentre ai meno giovani prospetta che “gli stranieri che emigrano in Germania non si prenderanno cura degli anziani della popolazione tedesca”, ma solo dei propri. (E’ evidente che anche per AfD le spese di welfare andranno tagliate.)
Il maschio islamico, poi, è ovviamente descritto come “intrinsecamente misogino e oppressivo nei confronti delle donne”, ma è anche un potenziale “stupratore” e una minaccia per le donne tedesche. Quindi a questo gruppo etnico, connotato in modo stigmatizzante dalle sue “specificità culturali”, viene attribuita una sessualità specificamente violenta.
Sarebbe comico, se non fosse drammatico, vedere come, a fronte degli immigrati, c’è un capovolgimento di metodo totale. Qui le diseguaglianze e discriminazioni di genere sono attribuite alla cultura e non alla biologia, e sempre alla cultura è attribuita la presunta sessualità aggressiva. I teorici della AfD non se la sentono ancora di teorizzare la “inferiorità di razza” su basi biologiche, quindi devono declinare il rifiuto per l’immigrato come il rifiuto nei confronti di una cultura inferiore – sta di fatto che il razzismo su basi biologiche e quello culturale sono due facce della stessa medaglia.
Lo schema conservatore elaborato in campo nazionale contro il femminismo contemporaneo assume un orientamento liberale laddove il tema del genere si interseca col discorso sulle «etnie» e le culture non occidentali. Nel 2016, Alexander Gauland, cristiano militante e leader dell’AfD, parlamentare europeo, ha affermato che per gli islamici “il velo è un simbolo religioso e rappresenta l’oppressione e l’inferiorità delle donne” (dimenticando che in questa funzione ne ha auspicato l’uso, secoli prima dell’islam, un certo San Paolo, campione cristiano del patriarcalismo). Il sessismo, il patriarcato, le discriminazioni di genere vengono negate come problemi sociali in Europa, dove le disparità tra i sessi sono ricondotte all’ordine naturale, riflettono cioè le differenze iscritte nel portato biologico dell’uomo e dalla donna. Al contrario in un islamico gli stessi comportamenti sono deprecabili, e in tutta serietà l’AfD dichiara in un manifesto “La libertà della donna non è negoziabile. L’Islam non appartiene alla Germania”.
Tutto questo sarebbe appunto da guardare con ironia se fosse un fenomeno ristretto a poche minoranze, ma diviene invece un mantra propagandato in continuazione, casa per casa, manifesto per manifesto, comizio per comizio. L’AfD non si perde in quisquiglie come immigrati regolari o immigrati irregolari, sbandiera la minaccia dell’Überfremdung, l’“inforestierimento”, la permeazione etno-culturale della Germania a opera dell’“oceanica invasione straniera” (2).
E questa è la chiave di penetrazione elettorale per i due sessi. E qui entriamo in un discorso più generale su questo partito e sul suo successo.
Note
(1) La preferenza dei maschi per la destra è ritenuta ovvia in molti paesi. Ma tanto per dare un termine di paragone Fratelli d’Italia, che evita accuratamente di dare la % di maschi fra gli iscritti, a parte la premier, ha circa un terzo di donne fra i suoi parlamentari e cariche istituzionali, mentre il voto vede una leggera prevalenza per gli uomini.
(2) – Si valuta che il 18% degli abitanti della Germania siano oggi immigrati di prima o seconda generazione, e che circa un terzo degli abitanti abbiano «uno sfondo migratorio».
=======
Una nota sui risultati elettorali in Sassonia-Anhalt, con un’attenzione particolare alle nuove generazioni
Da appassionato di exit poll, flussi elettorali e composizione sociale del voto, stamattina mi sono messo a spulciare un po’ la dashboard interattiva (quasi in fondo all’articolo) di Tagesschau sulle ultime elezioni in Sassonia-Anhalt:
https://www.tagesschau.de/newsticker/liveblog-landtagswahl-sachsen-anhalt-100.html
Ve la giro perché secondo me ci sono dentro alcuni dati che meritano una riflessione un po’ più approfondita, soprattutto se letti attraverso classe, generazioni e genere.
Dati
Professione
Il voto AfD all’interno delle diverse categorie lavorative:
59% tra gli operai
46% tra gli impiegati
38% tra i pensionati
Situazione economica familiare percepita
65% tra chi dichiara una situazione cattiva
35% tra chi dichiara una situazione buona
Genere
50% tra gli uomini
39% tra le donne
Età
41% tra 18-24 anni
43% tra 25-34
52% tra 35-44
52% tra 45-59
47% tra 60-69
31% tra gli over 70
Una precisazione importante per non leggere male i numeri: non significa che il 59% degli elettori AfD siano operai. Significa che, presi 100 operai andati a votare, 59 hanno scelto AfD. Allo stesso modo, su 100 elettori tra i 18 e i 24 anni, 41 hanno votato AfD.
Quindi il dato non fotografa la composizione interna dell’elettorato AfD, ma qualcosa di forse più rilevante e preoccupante: quanto profondamente AfD riesca ormai a penetrare dentro singoli strati sociali.
Letta da questa prospettiva, la crescita dell’AfD in Sassonia-Anhalt non è soltanto uno spostamento elettorale a destra. È soprattutto il segnale che una parte consistente della classe lavoratrice sta traducendo il proprio disagio materiale in una risposta nazionale, identitaria e autoritaria invece che in conflitto di classe.
Il dato sociale è impressionante: il consenso AfD cresce fortemente nei settori operai, tra chi ha livelli d’istruzione più bassi e tra chi percepisce negativamente la propria condizione economica. Questo non significa che la questione di classe sia scomparsa. Al contrario: la crisi materiale resta, ma viene politicamente riorganizzata. Il conflitto verticale tra lavoro e capitale viene strumentalmente veicolato e trasformato in conflitto orizzontale tra tedeschi (riconducibili per l’AfD a tale categoria secondo i canoni perversi dell’etnia) versus altri, uomini vs donne, “popolo” vs élite culturali.
L’operaio viene così chiamato a riconoscersi come tedesco più che come lavoratore con interessi comuni a un operaio polacco, siriano, italiano o turco. È qui che, da una prospettiva internazionalista, si manifesta uno dei rischi principali: la perdita dell’identità politica di classe e la sua sostituzione con un’identità nazionale interclassista.
La questione generazionale rende il quadro ancora più importante. I giovani non sono oggi la fascia in assoluto più favorevole all’AfD, ma il passaggio dal 7% dei 18-24enni alle federali del 2021 al 21% nel 2025 aveva già mostrato una crescita molto forte dell’apertura giovanile verso l’AfD. La bpb sottolinea inoltre che questa tendenza era già emersa nelle regionali del 2023 e del 2024. Oggi, per quella fascia d’età, siamo passati al 41%. (https://www.bpb.de/themen/
Il problema, quindi, non è semplicemente quanti giovani votano oggi AfD, ma quando incontrano per la prima volta le categorie politiche che distinguono AfD.
Un quarantenne può cambiare voto dopo vent’anni di esperienze lavorative, politiche e sociali. Un diciottenne, invece, sta ancora costruendo la propria forma mentis politica: sta imparando quali siano i conflitti fondamentali della società, chi siano i responsabili dei propri problemi, cosa significhino parole come patria, sicurezza, libertà, mascolinità, immigrazione, lavoro.
Se in quella fase una determinata lettura del mondo diventa abituale, essa può trasformarsi da semplice preferenza elettorale in senso comune, cioè nella lente spontanea attraverso cui interpretare gli avvenimenti successivi. Non è che un voto a diciott’anni determini necessariamente quello di tutta la vita. Ma la socializzazione politica precoce può creare linguaggi, appartenenze e abitudini che successivamente tendono a riprodursi con conseguenze su cosa può essere normalizzato, come remigrazione, ruoli di genere, appartenenza interclassista ai “valori” della nazione.
Ed è qui che entra la differenza enorme rispetto alle generazioni precedenti. Un tempo una parte importante della socializzazione politica della classe lavoratrice avveniva nel luogo di lavoro, nel sindacato, nel partito, nelle associazioni, nelle sezioni territoriali. Oggi, più di prima, un ragazzo può entrare in contatto con un universo politico molto prima di entrare in università, in fabbrica o di avere il primo contratto.
L’università o il sindacato può incontrarlo a tra i 18 ed i 20 anni. TikTok (I social in generale) può incontrarli a 13.
La bpb rileva che il 57% dei giovani tedeschi si informa su politica e notizie attraverso i social media e che l’AfD ha costruito su TikTok una presenza nettamente superiore a quella avuta per lungo tempo dagli altri partiti, rivolgendosi direttamente ai giovani e ai loro problemi quotidiani
(https://www.bpb.de/themen/
Questo rende i social non semplicemente uno strumento di propaganda, ma un luogo di formazione della propria visione del mondo. L’algoritmo non crea dal nulla precarietà, isolamento, difficoltà sentimentali, paura del futuro o impossibilità di acquistare una casa. Ma può offrire continuamente una determinata spiegazione di quelle esperienze e di questo bisogna tenerne conto.
Quella generazione può così imparare a leggere una difficoltà materiale non attraverso salario, rapporti di produzione e redistribuzione della ricchezza, lotta di classe, ma attraverso la propaganda su immigrazione, identità nazionale, antifemminismo, declino dell’Occidente, perdita della mascolinità.
Il rischio generazionale sta precisamente qui: AfD punta non soltanto a conquistare un voto, ma anche a formare un’abitudine interpretativa.
E la dinamica non riguarda soltanto la comunicazione ufficiale dell’AfD. Il Verfassungsschutz della Sassonia-Anhalt segnala dal 2024 la comparsa di gruppi di estrema destra composti da persone molto giovani, spesso minorenni e fortemente connesse attraverso i social, descrivendo le piattaforme digitali come un possibile ingresso a bassa soglia in quegli ambienti.
(https://mi.sachsen-anhalt.de/
Qui si innesta anche la questione di genere. Il voto AfD è sensibilmente più elevato tra gli uomini.
Ed è il punto di contatto con la “cultura” red pill e manosphere. Non sono equivalenti all’AfD e non esiste un automatismo tra consumo di quei contenuti e voto politico. Ma condividono alcuni codici: virilità, gerarchia, recupero dell’autorità maschile, rappresentazione conflittuale dei rapporti fra uomini e donne.
Il punto è che un disagio che nasce sul terreno materiale viene progressivamente spostato sul terreno identitario. Salari compressi, precarietà, impossibilità di accedere alla casa, isolamento e perdita di controllo sulla propria vita, che in una lettura di classe rimandano ai rapporti economici del capitalismo, vengono ricodificati dalla destra indicando altri responsabili: l’immigrato, il femminismo, l’emancipazione delle donne, la trasformazione dei ruoli di genere. La destra non cancella il disagio sociale: lo intercetta, gli cambia significato e soprattutto gli cambia bersaglio.
Da una prospettiva materialista, il passaggio è cruciale: una contraddizione sociale viene trasformata in una contraddizione di genere o identitaria.
Il giovane uomo che non riesce ad avere una casa, un lavoro stabile o una prospettiva può essere portato a pensare che il suo problema fondamentale non sia la sua collocazione economica, ma che gli uomini abbiano perso il proprio ruolo.
C’è poi un ulteriore elemento: la costruzione dell’uomo come soggetto naturalmente destinato anche alla guerra. Non semplicemente l’uomo come capofamiglia, ma come individuo educato alla forza, alla disciplina, alla difesa della comunità nazionale e, se necessario, al combattimento. Nel programma AfD si propone il ritorno della leva obbligatoria e si insiste esplicitamente su valori militari come «onore, fedeltà, cameratismo e coraggio», sulla necessità di rafforzare lo spirito di corpo e di rendere nuovamente visibili nella società le “virtù del soldato”.
Questo significa anche osservare come venga costruita socialmente una determinata idea di mascolinità: l’uomo forte, resistente alla frustrazione, protettore, disciplinato e disponibile alla difesa armata della nazione. In Italia, Vannacci ha formulato esplicitamente l’idea di “crescere uomini forti” e il programma di Futuro Nazionale propone nelle scuole moduli di educazione alla difesa e alla sicurezza nazionale e campi volontari di formazione militare.
Questo si incastra con il discorso sulla famiglia e sulla natalità: all’uomo viene nuovamente riaffibbiata una funzione guerriera e protettiva, alla donna una funzione sempre più centrale nella riproduzione familiare e demografica. Non è necessario immaginare un piano coordinato perché emerga una coerenza culturale: nella stessa visione sociale tornano insieme disciplina, virilità, nazione, natalità e ruoli sessuali più rigidi. Ed è particolarmente problematico quando questi modelli vengono proposti alle nuove generazioni, perché non riguardano soltanto il voto, ma contribuiscono a definire quale tipo di uomo e quale tipo di donna la società considera normali, preferibili sia nella società odierna sia in quella del domani.
Parallelamente riemerge una determinata concezione della donna, della famiglia e della natalità. Qui la questione non è soltanto morale: la famiglia è anche il luogo nel quale viene riprodotta materialmente la forza-lavoro attraverso cura, figli, assistenza e lavoro domestico. Una rivalutazione politica della famiglia tradizionale può quindi essere letta anche come una determinata risposta alla crisi della riproduzione sociale.
La formula diventa “l’uomo forte per il fronte, la donna che sforna figli” e coglie la convergenza ideologica fra valorizzazione della mascolinità, disciplina e sicurezza da una parte, e famiglia tradizionale e natalità dall’altra.
Tendenze analoghe, e non è un caso, compaiono anche altrove: dalla manosphere statunitense alle correnti della destra radicale europea. In Italia, il dibattito attorno a Vannacci e Futuro Nazionale presenta anch’esso temi di natalità, ruoli di genere tradizionali e sicurezza nazionale.
La contraddizione centrale rimane quindi questa: la crisi sociale non produce automaticamente coscienza di classe. Può produrre anche il suo contrario.
Il lavoratore impoverito viene indotto a vedere (in quello che viene categorizzato dal sistema) nell’immigrato, il concorrente e quindi l’avversario, se non il nemico, invece che identificarlo nel padrone con cui ha un conflitto economico e sociale. Il giovane precario può interpretare la propria insicurezza come crisi della nazione. L’uomo in difficoltà può attribuire la perdita di status alle donne. La donna può essere ricondotta simbolicamente alla funzione familiare e riproduttiva.
È questo il nodo più serio, e la grande sfida per le forze di classe: la trasformazione del conflitto verticale tra classi in conflitto orizzontale tra gruppi sociali. Quando questo passaggio riesce, la destra radicale non cancella la questione di classe. La cattura, la devia e la ricompone dentro un progetto nazionale.
E proprio per i giovani il processo può andare ancora più a fondo: non soltanto convincerli su una singola elezione, ma abituarli fin dall’adolescenza a una determinata grammatica politica, fino a renderla naturale. Dobbiamo fare la massima attenzione a questi processi.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione: il tentativo di costruire una “destra sociale”, capace cioè di intercettare temi tradizionalmente legati al malessere sociale, al costo della vita, ai salari, alla sanità e alla spesa pubblica, ma ricomponendoli dentro un quadro nazionalista. È interessante, per esempio, la linea assunta da Vannacci sull’Ucraina: nel 2026 ha chiesto esplicitamente di interrompere ulteriori forniture di armi a Kiev e di destinare maggiormente le risorse a sanità, pensioni, lavoro e cittadini italiani (evidentemente per opportunità politica di fase, non per reale prospettiva). Futuro Nazionale ha mantenuto ordini del giorno parlamentari per lo stop alle armi e Vannacci ha più volte contrapposto i costi della guerra alle esigenze “sociali della nazione”.
La formula del “burro e cannoni” è entrata direttamente nella sua comunicazione politica. Già al Parlamento europeo Vannacci aveva sostenuto che l’aumento delle spese militari, insieme agli alti costi energetici, rischiasse di lasciare l’Europa “senza burro né cannoni”; più recentemente la sua comunicazione è stata sintetizzata anche nello slogan “vogliamo il burro, non i cannoni”.
Questo è un passaggio particolarmente delicato. La destra radicale si veste, si traveste, da destra sociale e smette di presentarsi soltanto come la forza dell’ordine, dell’immigrazione e dell’identità e inizia a contendere direttamente il terreno della questione sociale: meno soldi alla guerra, più risorse ai cittadini italiani, salari, pensioni, sanità, riduzione del caro energia. Nel gennaio 2026 il Team Vannacci manifestava con lo slogan “Basta finanziamenti a Kiev per le armi. Le risorse per i cittadini italiani”… A noi è chiaro il carattere totalmente demagogico di queste posizioni, ma non dobbiamo sottovalutarne il possibile impatto se non ci sarà una grande ripresa dello scontro di classe.
Infatti il nazionalismo alla Vannacci non nega il disagio sociale, lo riconosce e gli offre una soluzione “nazionale”. Il problema non viene più formulato come redistribuzione della ricchezza e conflitto tra capitale e lavoro, ma come scelta tra “gli italiani” e ciò che sottrarrebbe loro risorse: guerra, Europa, immigrati, élite, vincoli internazionali. È una forma di “discorso sociale” capace di parlare a settori popolari senza mettere minimamente in discussione le vere cause strutturali e sistemiche del capitalismo che producono queste disuguaglianze.
Per questo il fenomeno della destra sociale va osservato insieme ai dati sull’AfD: se una forza nazionalista riesce contemporaneamente a parlare di salari e welfare, ad opporsi a determinate guerre e a proporre una forte identità nazionale, può contendere alle organizzazioni della classe non soltanto voti, ma il linguaggio attraverso cui una parte della classe lavoratrice interpreta i propri interessi materiali.
È forse questo l’elemento più delicato del fenomeno se letto con i dati sulla generazione 18-24.

