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Sahra Wagenknecht e i suoi spasimanti tricolore

Negli ultimi e penultimi mesi abbiamo dovuto subire un diluvio di testi di e su Sahra Wagenknecht [da ora in poi S.W.], celebrata inventrice di un’ennesima “terza via”, che non è altro che un passo ulteriore verso la convergenza fra “socialismo nazionale” e “nazionalsocialismo”. Da V. Giacché a S. Fassina, da D. Moro (arriva sempre tardi) ad A. Visalli (che si è pentito, almeno l’ha ammesso), da M. Blanco a S. Bravo, un diluvio di apprezzamenti e complimenti. Il più cretino della compagnia, ignaro di tutto, l’ha perfino accostata alla grande Rosa, ch’è come collocare Sfera Ebbasta tra i grandi della musica accanto a Mozart e Beethoven (dove l’ha fatto? Su Contropiano). Più centrato, un altro di questi campioni ha osservato: ma questa è Italia sovrana e popolare/Marco Rizzo! Bravo. Ci hai azzeccato. Dovevi aggiungere Alemanno, però, l’ultimo sodale di Rizzo, anche se è ai servizi sociali. S.W. è stata oggetto perfino di convegni, con gare di lirismo tra i suoi attempati ammiratori. Cosa non ha capito e anticipato quella arci-diavola! Vola, vola a percentuali da capogiro! E come dovremmo imitarla, se ne fossimo all’altezza…

V. Giacché, che pure conosce bene tanto la Germania quanto il tedesco, l’ha descritta per donna coraggiosa, capace di andare controcorrente rispetto alle mode. Quasi quasi un’eroina dei nostri tempi. Davvero?

Il vento che spira da anni sempre più forte in Germania è un vento nazionalista e di ostilità contro gli immigrati, specie se di origine dai paesi di tradizione islamica, gonfio di razzismo. Lo incarnano al meglio (o al peggio, fate voi) sia la CDU di Merz che l’AfD (Alternative für Deutschland) di Weidel. E sfidiamo chiunque a dimostrare che i Verdi della Baerbock, con il loro sanguinario bellicismo russofobo, siano contro nazionalismo e razzismo, e non invece una loro specifica incarnazione. Anche la SPD del molliccio Scholz segue, dopotutto, la stessa corrente trasversale, che è dominante. La “sinistra neo-liberale” contro cui si scaglia con coraggio la temeraria S.W., quindi, è di fatto quasi irrilevante (*). Ascoltate gli ultimi dibattiti pre-elettorali in tv: si parla pressoché esclusivamente di immigrati. E – s’intende – contro gli immigrati.

Ma andiamo a vedere qual è il messaggio politico di questa signora che ha fondato un partito personale (sempre a proposito di essere contro le mode…). Ci siamo stufati nel leggere il suo libro (20 euro buttati), lo confessiamo. Per questo useremo la sua lunga intervista a Th. Meaney e J. Rahtz, ben condotta, pubblicata sul sito dell’ex-deputato M5S Buffagni (L’Italia e il mondo), più che sufficiente a sintetizzare il “pensiero” di S.W.

La sua preoccupazione iniziale/finale è la sorte della Germania, della sua economia, del suo ruolo come nazione forte, non sottomessa agli Stati Uniti. L’economia tedesca è in crisi. Lo è la sua industria, in particolare le imprese ad alta intensità energetica. Prima la pandemia, poi le pesantissime conseguenze della guerra in Ucraina. La locomotiva si è fermata. Più di ogni altra cosa S.W. è inquieta per la sorte delle imprese del Mittelstand, “le piccole aziende altamente qualificate” che – a suo dire – avrebbero mantenuto la propria indipendenza culturale da finanza e borsa. Gli intervistatori le pongono una domanda pungente: “Quindi, per lei, il confine più importante è la differenza tra capitale finanziario e capitale regionale o di medio livello?”. “Sì, ma non voglio nemmemo idealizzare questo aspetto. C’è sicuramente sfruttamento a tutti i livelli. Ma c’è comunque una differenza rispetto ad Amazon, ad esempio, o ad alcune società del Dax”. La differenza è che le società del Dax (quotate in borsa), anzi per essere precisi alcune (solo alcune) di esse, si occupano di dividenti più che di investimenti, mentre le imprese del Mittelstand fanno molti investimenti produttivi. Insomma, la vecchia nenia del piccolo-medio capitale produttivo buono (nonostante lo sfruttamento del lavoro, pazienza per quello, che ci possiamo fare?) di contro al grande capitale finanziario cattivo. Capitalismo col suo inevitabile portato di sfruttamento del lavoro, sì; avidità azionistica, no. L’avevamo già sentita, questa bufala. E derisa in altri anni in parecchi, tra i quali anche V. Giacché.

Del resto, la stessa S.W. con una franchezza che manca ai suoi innamoratini tricolore, si riconosce legittima erede del “‘capitalismo addomesticato’ del conservatorismo del dopoguerra” di marca CDU, quanto “del progressismo socialdemocratico interno ed estero dell’epoca di Brandt, Kreitsky e Palme”. I suoi primi passi nei governi della Turingia e della Sassonia, però, smentiscono la seconda pretesa (la prima invece è ok), dal momento che BSW ha votato tagli alla spesa sociale a favore delle spese di polizia. Coraggiosa? Controcorrente?

Oltre la tutela della piccola-media impresa, l’altra grande preoccupazione di S.W., più che comprensibile dal punto di vista degli interessi del capitalismo tedesco (è la stessa dei boss delle grandi imprese tedesche) è conservare i forti legami commerciali con la Cina oggi esistenti: “se dovessimo tagliarci fuori dal mercato cinese, oltre a tagliarci fuori dall’energia a basso costo, in Germania si spegnerebbe davvero la luce. Ecco perché c’è una certa pressione anche tra le grandi aziende a non adottare una strategia isolazionista”. Esatto. Controcorrente? Sentiamo allora come la pensa quello che è ancora il capo del governo tedesco, Scholz: “la Germania non ha alcun interesse in un disaccoppiamento economico con la Cina”. Alcuni leader del Bundesverband der Deutschen Industrie (la Confindustria tedesca) sono stati ancora più categorici e pungenti, del tipo: in Germania non prendiamo ordini da Washington. Comprensibile difesa – in una nazionalista, quale S.W. è – degli interessi dell’imperialismo tedesco e della sua base industriale che sono stati posti sotto attacco, ancora una volta, dagli Stati Uniti; in questo caso, però, si trova in compagnia di quella grande industria che è tutt’uno con la avida grande finanza (Sahra ti eri distratta un momento), e con il capo del governo (e della “sinistra neo-liberale”). La sua stella polare, insomma, sono “gli interessi economici della Germania”. Eretica? Eroica?

Ancor più mainstream, perfettamente dentro la corrente oggi stramaggioritaria delle forze politiche borghesi – e alla sua coda – è S.W. in materia di immigrazione, da sempre il cavallo di battaglia dell’AfD e, ora, della CDU di Merz che ha ripudiato la politica di “accoglienza” della Mutti (Angela Merkel).

In Europa occidentale l’ostilità alle popolazioni immigrate è tutto fuorché una novità. Nell’ultimo mezzo secolo e passa, è stata una privativa delle destre. Apparteneva ai conservatori estremi Enoch Powell, l’autore del celebre discorso (Birmingham, 20 aprile 1968) sui “fiumi di sangue” che, a suo dire, l’immigrazione dalle ex-colonie avrebbe fatto scorrere in Inghilterra. Così pure costituiva l’estrema destra francese il Front National di Le Pen (padre) che nel 1970 coniò il fortunatissimo slogan “Alt à l’immigration sauvage”. La pessima novità è che un po’ alla volta questa ostilità è penetrata anche nella sinistra istituzionale più estrema – per non parlare della sinistra socialdemocratica, che ha fatto suo dappertutto l’accordo di Schengen (1985), in cui è contenuto il principio di sospetto istituzionale nei confronti degli immigrati “clandestini” (clandestinizzati, illegalisierte, bellissimo termine degli antirazzisti germanici) identificati come la principale fonte di insicurezza e criminalità per le società europee (articoli 6, 7 e 9).

S.W. appartiene a questa sinistra istituzionale “estrema”, ostile al proletariato di immigrazione. Negli ultimi anni ne è tra le figure più reclamizzate (e auto-reclamizzate). Prima come deputata di spicco di Die Linke, poi come fondatrice (il 4 settembre 2018) del movimento Aufstehen (Alzati), infine come padrona del marchio BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht – Alleanza S.W.), registrato l’8 gennaio 2024. Limitiamoci ad una sola citazione:

“Dobbiamo accogliere le persone che vogliono lavorare e vivere nel nostro Paese e dovremmo imparare a farlo. Ma questo non deve portare a sconvolgere la vita di chi già vive qui e non deve sovraccaricare le risorse collettive, per le quali le persone hanno lavorato e pagato le tasse. (…) La nostra capacità di dare agli immigrati una possibilità di partecipazione paritaria alla nostra economia e società non è infinita. Riteniamo inoltre che sia molto meglio se le persone possono trovare istruzione e lavoro nei loro Paesi d’origine, e dovremmo sentirci obbligati ad aiutarli in questo, non da ultimo con un migliore accesso ai capitali d’investimento e un regime commerciale equo”.

Con una spruzzatina di deodorante (non escludete che si tratti del Clive Christian), S.W. riciccia, come piace dire a Roma, le mercanzie tipiche delle destre razziste. Non è solo la chiusa in perfetto stile leghista, “aiutiamoli a casa loro” con i nostri capitali d’investimento (gli “aiuti allo sviluppo” di buona memoria yankee) più un commercio capitalistico equo (per esempio?). L’intera logica di ragionamento è presa in prestito da loro. Lei stessa, d’altronde, ha coniato per sé la formula “sinistra conservatrice”: “socialmente e politicamente siamo di sinistra [tutto sta a vedere cosa vuol dire sinistra -n.], ma in termini socio-culturali vogliamo incontrare le persone dove sono, non fare proselitismo su cose che rifiutano” – una frase da contorsionisti per dire: “difendiamo i valori tedeschi”.

Traducendo: non è detto che gli immigrati vengano qui per lavorare. Ma anche quelli che vengono qui per lavorare, non possono permettersi di “sconvolgere la vita di chi già vive qui” (ossia?), né possono pretendere troppo da chi paga le tasse – chiara qui la rappresentazione rovesciata degli immigrati come succhiarisorse. Il lavoro (cioè lo sfruttamento e il super-sfruttamento) di molti milioni di proletari/e immigrati di decine e decine di nazionalità è stata la forza che ha rimesso in piedi la Germania a pezzi dopo la guerra, e poi ha fatto grandeggiare la sua industria nel mondo. Ebbene, è proprio a loro che S.W. appioppa lo stigma, o quanto meno il sospetto, di essere dei mantenuti, gente che pretende troppo, perfino una “partecipazione paritaria” illimitata. Il sottinteso é: possono restare solo se accettano di stare sotto, di non essere pari.

Altrove S.W. ha motivato la sua posizione in questo modo: 1)i lavoratori immigrati fanno concorrenza al ribasso nel mercato del lavoro nei riguardi dei lavoratori autoctoni; 2)non ci sono abbastanza case popolari per i tedeschi poveri e per gli immigrati; 3)le prestazioni di welfare sono già fortemente ridotte anche per gli strati sociali tedeschi impoveriti, non c’è spazio per altri. Di qui la necessità di porre precisi limiti alla immigrazione. Ed è scontato che nei suoi discorsi – controcorrente? – abbondino gli abusati refrain sulla “clandestinità” e sull’immigrazione “fuori controllo” (**).

Cosa opporre a S.W. e simili? È molto semplice, per quanto sia difficile a farsi come ogni politica che vada davvero controcorrente, cioè contro la classe dominante. Restando in Germania, nella grande tradizione dell’internazionalismo rivoluzionario tedesco, possiamo opporre, è attualissima, la posizione politica di Karl Liebknecht che nel 1907, nel rapporto alla conferenza di Essen della socialdemocrazia tedesca, si esprimeva così:

«Ho avuto molte occasioni per osservare la miseria degli immigranti in Germania, ed in particolare la loro dipendenza dalla polizia. Conosco le difficoltà a cui debbono far fronte. Il loro status legale da ‘proscritti’ [da ‘illegali’] dovrebbe spingere in modo speciale noi socialdemocratici tedeschi ad occuparci energicamente delle leggi che riguardano i diritti degli stranieri, e ad impegnarci per eliminare la disgrazia della deportazione. Per questo la risoluzione congressuale chiede la completa eguaglianza di diritti tra cittadini nazionali e immigrati, anche per ciò che riguarda il diritto a stare sul territorio nazionale. Abbasso la spada di Damocle della deportazione! È questa la prima precondizione perché i lavoratori stranieri non siano più predestinati a deprimere i salari e a rompere gli scioperi».

Ecco la soluzione delle reali contraddizioni descritte (e strumentalizzate in chiave anti-proletaria) da S.W., e da chi ha usato i suoi argomenti prima di lei. Liebknecht sapeva molto bene, e noi con lui, che il mercato nella sua spontaneità, per suo conto,  i padroni e i governanti, per loro conto, operano con metodo e abilità per scagliare i lavoratori autoctoni e quelli immigrati gli uni contro gli altri, in modo da poter più agevolmente torchiare e vessare gli uni e gli altri. Per questo rivendicava la completa, effettiva eguaglianza di condizioni di lavoro e di diritti tra essi, battendo su un tasto – lo status legale degli immigrati – che è ancora oggi fondamentale. E va affrontato battendosi per la regolarizzazione incondizionata di tutte le lavoratrici e i lavoratori immigrati presenti sul territorio dell’Unione europea con un permesso di soggiorno europeo a tempo indeterminato.

Contro la rivoltante retorica dell’Unione europea, dei singoli stati europei, va ribadito che la condizione di irregolarità non è una scelta degli immigrati; è da loro subìta come conseguenza penalizzante di una legislazione restrittiva e repressiva che mette una serie di ostacoli al raggiungimento e alla conservazione di uno status che sia in regola con le leggi. Quanto ai confini, sarà anche ingenuo, e lo è, che tutto si risolva con l’apertura dei confini, ma è certo al 100% che nessun problema dei lavoratori “nativi” si risolve con la chiusura dei confini e le connesse retoriche razziste. I veri confini sociali passano tra gli sfruttati di tutte le nazionalità e gli sfruttatori di tutte le nazionalità. Tanto più in un mondo così unificato (nella disuguaglianza) come quello contemporaneo.

Le paure, i pregiudizi, l’istintiva avversione di certi strati sociali autoctoni impoveriti, destabilizzati dalla precarietà, deprivati (anche in termini culturali), vanno combattute con la prospettiva di una lotta solidale, comune tra popolazioni lavoratrici autoctone e immigrate. Una lotta fondata sulla comunanza di condizioni, bisogni e prospettive. I bisogni autentici della comune umanità autoctona e immigrata non sono differenti. E la necessità di liberarsi dall’usura del lavoro sotto padrone e dalla miseria materiale, psichica, morale in estensione anche nelle società ricche, non è forse la stessa?

Per chiudere, torniamo a SW, e alla sua infondata pretesa di essere controcorrente in materia di politiche sociali.

Dopo aver ottenuto un exploit nelle urne alle elezioni di settembre scorso in Turingia, Sassonia e Brandeburgo, la coraggiosa donna controcorrente ha stretto un’alleanza di governo in Turingia – pensate un po’ – con CDU e SPD. Si tratta, se non andiamo errati, di due dei partiti che hanno spinto per la guerra in Ucraina e ora per la sua prosecuzione, o no? Ebbene, questa coalizione ha messo in campo un programma di austerità, con l’impegno fondamentale di “consolidare” il bilancio del Land, cioè di tagliare la spesa pubblica del 10% (p. 118). Tutta la spesa? No, perché tra le spese da fare subito, prioritarie, c’è quella per il reclutamento di 1.800 agenti di polizia nei prossimi cinque anni. Il capitolo sull’immigrazione, poi, sembra un copia-incolla da un testo dell’AfD. Promette “un cambio di direzione delle politiche migratorie”, accelerando le procedure per espellere gli irregolari; internando in centri speciali (non ricollocandoli, come ora, nei municipi) i richiedenti asilo che hanno scarse probabilità di vedere accolta la propria domanda; pressando il governo federale e la UE a “ridurre l’immigrazione irregolare” e “allargare la lista dei paesi sicuri per i rimpatri, per includere in particolare Marocco, Algeria e Tunisia”; dotando le forze di polizia di tutti gli strumenti di controllo più moderni, incluse le pistole Taser, per mantenere l’ordine e la sicurezza, in particolare contro gli immigrati – può bastare. Forse vale la pena di aggiungere solo che la coalizione CDU-SPD-BSW si impegna, oltre che a mantenere le caserme della Bundeswehr (l’esercito) esistenti nel Land, a “portare a termine nel più breve tempo possibile i lavori di rifinitura rimasti in arretrato e la necessaria realizzazione delle nuove costruzioni”. Un impegno rinnovato con enfasi anche nell’accordo di governo concluso con la SPD in Brandeburgo, in cui si parla espressamente della necessità di “rafforzarla”. Ottimo, Sahra! Come afferma il tuo mentore Streeck: sei l’unica che pone le domande giuste, e offre le risposte giuste. Le stesse, identiche, che hanno già dato, volta a volta, CDU-CSU, AfD e, dopotutto, anche l’SPD. Del resto, è la regola: tutti/e quelli/e che sono andati ad “addomesticare” il capitalismo, ne sono stati addomesticati.

Abbasso lo sciovinismo, il razzismo, il riformismo – sia esso “rosso”, bruno, “rosso”-bruno, bruno-“rosso”. Con o senza Clive Christian. Con o senza percentuali elettorali da capogiro.

(*) D’accordo, Die Selbstgerechten. Mein Gegenprogramm – für Gemeinsinn und Zusammenhalt, tradotto in italiano da Fazi, Contro la sinistra neo-liberale, è uscito nel 2021. Ma la crisi di quella che S.W. chiama “sinistra neo-liberale”, specie in Germania, non è certo un dato degli ultimi anni.

(**) Nel comizio a Monaco di pochi giorni fa S.W. è tornata ad insistere su questi punti, trovando incomprensibile che davanti alla “perdita di controllo” sull’immigrazione si stia a fare tanto casino sul fatto che CDU e AfD abbiano votato insieme una mozione per una politica più dura contro immigrati e richiedenti asilo (mozione su cui il suo partito si è astenuto). Allo sdoganamento di Alternative für Deutschland ha dato il suo contributo anche la BWS.

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