Due lettori e, a quel che pare, simpatizzanti ci hanno scritto a proposito dell’articolo di alcuni giorni fa sul cosiddetto Super Niño, spaziando molto oltre quello specifico fenomeno. Le loro lettere contengono considerazioni (anche critiche) e proposte molto interessanti, alle quali un compagno della redazione dà qui una prima risposta.
Il nostro augurio è che queste corrispondenze si infittiscano, e molto.
La discussione intorno a questa cruciale tematica non si esaurisce certo qui. (Red.)
- Da Lucio S.
Buonasera a tutti, compagni e compagne della redazione.
Reputo l’articolo che avete pubblicato, seppur tecnicamente interessante sotto il profilo divulgativo, con alcuni dettagli tecnici volutamente semplificati per favorirne la diffusione, tuttavia manchevole di un’analisi sulle cause deterministiche dello stato delle cose. Non lo dico come critica all’articolo in sé, che anzi credo possa rappresentare un ottimo punto di partenza, ma come invito ad arricchirne la lettura con un elemento che immagino vi trovi sostanzialmente concordi.
L’astrattismo in cui si rischia di cadere ogni volta che si parla di crisi climatica è infatti ciò che depaupera un fronte di lotta così rilevante, che potrebbe invece rappresentare uno dei più forti acceleratori delle contraddizioni sistemiche del modello capitalista. La crisi climatica, seppur colpisce e colpirà ancor di più in modo imperante l’intero pianeta, non colpisce e ancor meno colpirà in modo eguale le classi.
Ed è proprio per questo che credo sia vostra responsabilità divulgare e incrementare il contenuto dell’articolo facendo emergere con maggiore forza due aspetti:
-la crisi climatica non è un evento esterno o accidentale rispetto al sistema economico in cui viviamo, ma il frutto avvelenato di un modello fondato sull’accumulazione, sulla crescita permanente, sulla massimizzazione del profitto e sulla subordinazione delle esigenze ambientali e sociali a quelle produttive;
-gli strumenti a disposizione delle classi dominanti e borghesi per resistere agli effetti della crisi climatica, pur generata dal medesimo sistema di cui beneficiano maggiormente, sono enormemente superiori a quelli delle classi proletarie e sottoproletarie, che invece ne subiranno in misura crescente gli effetti più pesanti.
E questo secondo punto, secondo me, va raccontato anche in maniera molto terra terra. Non solo in un eventuale articolo sul Pungolo, ma anche nelle assemblee, con documenti, plichi, volantini, etc.
Perché la differenza di classe davanti alla crisi climatica è enormemente già visibile oggi. C’è chi può permettersi di affrontare settimane intere di caldo con il condizionatore acceso ventiquattr’ore su ventiquattro, spostarsi in automobile climatizzata, andare in piscina, in montagna, in una seconda casa o comunque acquistare una propria via di fuga dalle temperature estreme. E c’è chi invece quella via di fuga non può comprarla.
Ci sono famiglie proletarie e sottoproletarie che cercano di contrastare la crisi climatica nei pochi spazi verdi disponibili, nei supermercati, nei centri commerciali, nelle biblioteche o in qualsiasi altro luogo climatizzato e liberamente accessibile. È questo soltanto in un’ottica occidentale, senza nemmeno toccare gli enormi movimenti migratori di sradicamento da surriscaldamento globale a cui questo sistema capitalista e questo scenario climatico costringono milioni di persone in tutto il mondo. Anche perché, ha senso chiamarla crisi climatica quando è parte integrante di questo sistema produttivo e ne è appunto il frutto più naturale (avvelenato appunto come l’albero marcio che lo produce).
Mi capita di andare con la mia famiglia al supermercato, nelle giornate di caldo più intenso, anche semplicemente per trascorrere qualche ora in un ambiente più fresco. E lì incontri altre famiglie, anziani, lavoratori, persone con bambini. Ci parli e scopri che molti sono lì anche per lo stesso motivo. Questa cosa, apparentemente banale, secondo me racconta moltissimo. Perché poi ci sono le fasce ancora più deboli, quelle che non hanno neppure la possibilità di spostarsi, costrette a rinchiudersi nei propri appartamenti, spesso piccoli, poco efficienti e surriscaldati.
E lì la crisi climatica diventa anche una riduzione materiale della libertà del proprio tempo di vita. Se non puoi permetterti di climatizzare casa, se non puoi spostarti, se non puoi permetterti luoghi alternativi, progressivamente il caldo decide per te: quando puoi uscire, dove puoi stare, cosa puoi fare con i tuoi figli, quanto tempo puoi trascorrere fuori casa. La temperatura smette di essere un dato meteorologico e diventa una condizione sociale. Ed è esattamente questa contraddizione che credo dovreste e dovremmo contribuire a far emergere. Altrimenti il rischio è quello di lasciare spazio alla narrazione della green economy come panacea di ogni male.
Naturalmente la transizione energetica, l’abbandono delle fonti fossili, le rinnovabili e l’elettrificazione sono indispensabili. Il punto non è negarne la necessità. Il punto è chiedersi se sia sufficiente cambiare le tecnologie mantenendo sostanzialmente immutati i rapporti di produzione, il paradigma della crescita permanente, la distribuzione della ricchezza e la logica dell’accumulazione.
Perché un capitalismo verde resta pur sempre un sistema che può trasformare anche la crisi climatica in una nuova occasione di accumulazione: nuove automobili, nuove batterie, nuove infrastrutture, nuove materie prime, nuovi mercati, nuovi incentivi pubblici e nuovi profitti.
Ed è qui che credo sia interessante introdurre anche il tema della Cina. In alcuni ambienti campisti la cosiddetta rivoluzione green cinese viene spesso presentata come una sorta di certificazione automatica dell’esistenza di un modello alternativo: fotovoltaico, batterie, auto elettriche, enormi investimenti nelle rinnovabili diventano l’ennesima spilla di cartapesta appuntata al petto per dimostrare una presunta superiorità sistemica. Ma credo che proprio il caso cinese dovrebbe indurci a porre domande ulteriori, non a fermarci ai dati sulla capacità installata o sulla quantità di tecnologie verdi prodotte.
Dentro quali rapporti produttivi avviene questa transizione? Con quali obiettivi di crescita? Attraverso quale organizzazione del lavoro? Con quale consumo di risorse? E soprattutto: modifica realmente il paradigma dell’accumulazione capitalistica o ne rappresenta semplicemente una nuova e tecnologicamente più avanzata declinazione? Perché il rischio è che ci si fermi ai governi o alle classi politiche incapaci (come avviene nell’articolo di Hansen e di chi ne riferisce l’analisi)
Non si tratta, quindi, ad esempio di negare la portata degli investimenti cinesi ma di mostrarne le contraddizioni e di evitare che il colore verde delle tecnologie diventi il fine ultimo del fronte di lotta o sinonimo di trasformazione dei rapporti sociali.
Il vostro, e direi nostro compito, di compagni anticapitalisti e internazionalisti, dovrebbe essere proprio quello di far emergere queste contraddizioni. Perché altrimenti il rischio è che la crisi climatica venga ridotta a un problema esclusivamente tecnico: sostituire una fonte energetica con un’altra, un’automobile con un’altra, una tecnologia con un’altra.
Quando invece credo che le domande più importanti siano: chi potrà proteggersi dagli effetti della crisi climatica e chi no? Chi potrà permettersi il condizionatore acceso tutto il giorno e chi dovrà cercare fresco nel supermercato? Chi potrà spostarsi e chi resterà chiuso nel proprio cubicolo? Chi pagherà la transizione e chi ne trarrà profitto?
È partendo anche da queste esperienze quotidiane che, secondo me, possiamo trasformare la crisi climatica da concetto astratto a questione materiale, sociale e di classe. E credo che integrare l’articolo in questa direzione possa rafforzarne enormemente la portata, facendo emergere non soltanto cosa sta accadendo al clima, ma anche perché sta accadendo, chi ne pagherà maggiormente le conseguenze e quali contraddizioni del modello economico capitalistico questa crisi rende ogni giorno più difficili da nascondere.
- Da Stefano C.
Compagni, credo che lo studio critico della questione climatica vada affrontato su 3 piani che nella realtà si intrecciano e confondono tra loro, ma che vanno distinti nell’analisi per poter risalire ai complessi fattori causali.
I Il primo è il cambiamento dovuto a cause naturali. Come è sempre accaduto al pianeta, questo alterna a periodi freddi, periodi caldi. Sono state studiate le cause di ciò e confrontate fra loro – per quanto ci è possibile con i dati a disposizione – le varie epoche climatiche.
II Il secondo, e altrettanto fondamentale, è l’impatto antropico, dovuto alle varie, numerosissime emissioni e ai vari tipi di inquinamento dell’atmosfera, a cominciare dalla guerra.
III Il terzo è la violenta e aggressiva manipolazione del clima, che approfittando e cavalcando il riscaldamento climatico opera per intenti capitalistici, creando a bella posta catastrofi e perpetue emergenze ambientali.
Il terzo fattore, ben oscurato dal nostro mondo dell’antifrasi, si inquadra in una prospettiva più ampia che fa parte dell’ambizioso tentativo di traghettare il capitalismo globale fuori dalle crisi continue che lo attanagliano. Tale fattore si avvale non solo del primo ma anche del secondo, ed è una vera e propria arma meteorologica.
Ci sono ampie documentazioni di tutti e tre i fattori, solitamente nelle vostre indagini si è approfondito il secondo, ma se si vuole avere uno sguardo oggettivo dell’intero fenomeno vanno visti e studiati, secondo me, tutti e tre.
Una prima risposta alle due lettere
Dopo la pubblicazione di una sintesi della posizione assunta da Hansen sullo stato del riscaldamento globale sono giunte alla redazione le due lettere di commento sopra riportate che sollevano molti problemi. Affrontarli in maniera esaustiva comporterebbe il partire dalla ricerca di Humboldt e Darwin, studi che hanno dato inizio alla trattazione scientifica del grande organismo della vita terrestre. Uno dei nostri compiti è senz’altro quello di armarci con la formazione necessaria per poter affrontare il compito della formulazione di una linea politica coerente con le nostre concezioni generali politiche e teoriche; è un passaggio essenziale anche per consentire di allargare l’attività di agitazione e renderla più efficace, ma non partiamo da zero.
Ribadiamo, quindi, alcune considerazioni su cui abbiamo basato la nostra piccola e modesta produzione sul tema.
Anzitutto pensiamo che il bigger problem (v. Hansen) non si debba porre come derivato da una generica attività umana ma come diretta conseguenza del modo di produzione capitalistico che va completamente rivoluzionato. Merci scadenti che alimentano montagne di rifiuti, obsolescenza programmata di quasi tutti i prodotti, impiego di fonti energetiche fossili, polveri e microplastiche di ogni tipo, allevamenti intensivi, basterebbero già da soli ad alimentare il volume dei gas serra, i principali responsabili della crisi climatica. Il sistema capitalistico in questo campo raggiunge il suo massimo con la guerra e non è un caso che l’Europa ed il Mediterraneo – circondati, come sono, da guerre che hanno raggiunto una capacità distruttiva mai vista – siano giunti ad un punto di crisi ambientale che supera il livello medio del pianeta.
Altro punto su cui, questa volta Hansen, ci sollecita risposta è l’appello alla politica perché metta in atto adeguate misure di contrasto. E qui è necessario specificare bene cosa si intende con questa formulazione. Alcuni gruppi ed associazioni ambientaliste – del tutto assenti in questo periodo di caldo atroce – intendono e praticano un rapporto acritico con la “politica” facendola coincidere con le istituzioni elettive di vario grado alle quali rivolgersi con appelli ed istanze e cercando di intercettare quei rappresentanti del “popolo” più sensibili ai quali delegare il sostegno a misure di vario tipo e, spesso, il sostegno a progetti di propria produzione e – per quanto ci risulta dall’esperienza – di scarso risultato.
Non escludiamo, al contrario, l’opera di denuncia, ma anzitutto la conduciamo in prima persona, la corrediamo delle nostre ipotesi e la usiamo per elevare il livello di coscienza della classe per la quale abbiamo il massimo interesse. E non solo. La nostra opera di denuncia – che, come ci viene osservato, deve essere quanto più possibile documentata – vuole mettere in campo le energie della classe in prima persona, opera per la mobilitazione del proletariato che non può essere diretta solo contro le istituzioni elettive senza mostrarne la natura ed il legame di subordinazione che esse hanno rispetto alla struttura economica.
Un altro approccio che chiama in causa la politica lo fa proponendosi come “sostituto d’impresa” al posto di parlamenti più o meno corrotti, subordinati, altro. Anche qui se si è privi di una linea politica che renda chiaro il ruolo delle istituzioni, si finisce col raccogliere poco o niente con la conseguente disillusione di massa. Questa opera di chiarimento è resa ancora più necessaria nella fase attuale in cui – da almeno tre decenni – il ruolo dei parlamenti è azzerato e del tutto spostato verso gli esecutivi in nome di una stabilità dettata dalle esigenze, ancora una volta, della struttura economica.
Nondimeno cerchiamo di fare chiarezza sul nuovo corso della green economy ma con la consapevolezza che il potere è saldamente nelle mani della borghesia che da sempre trova sorgenti di profitto in ogni ambito della vita umana. Che si tratti di terremoti, di alluvioni o del caro estinto, il capitalismo procede senza coscienza nella ricerca del massimo profitto e in una fase come questa non ci stupisce che scopra pannelli solari, pale eoliche, auto elettriche, nuove tecnologie che alimentino i suoi investimenti “produttivi”. E altrettanto naturalmente nasconde tutto lo sfruttamento parossistico della natura – compresa la sua parte umana – che ciò comporta.
Ma la borghesia non ricorre solo a metodi brutali e qui entrano in campo tre livelli di quell’ambito sovrastrutturale che spesso sottovalutiamo. Si tratta del negazionismo, del riduzionismo e della adattabilità.
Ci guardiamo bene dal negare le fasi climatiche che hanno attraversato il pianeta e tutto l’universo, ma se le valutiamo sotto la suggestione della concezione borghese del mondo finiamo col commettere errori su errori. L’estinzione dei dinosauri, ad esempio, ci viene raccontata come un singolo evento catastrofico e, in quanto tale, rapido. Invece le ipotesi, pur varie, riconoscono tutte lo svolgersi di eventi sistemici, concatenati e che hanno seguìto la legge della evoluzione delle specie. Avere ben presente la variabile tempo e la diversa concezione che il materialismo storico presenta rispetto all’idealismo ci porta però su un livello di astrazione che in questa sede è decisamente sproporzionato.
Ribadiamo che anche ridurre il problema ad episodi passati – la nevicata del tal anno, la grandinata di fine estate … – è una forma di tranquillizzazione sociale che spesso viene sintetizzata con l’andamento del paradosso della rana bollita, mentre al negazionismo fa da sponda – già collaudata dall’era covid – il complottismo che vede oscure macchinazioni anche negli episodi climatici di più semplice analisi.
L’adattamento, poi, è diventata una vera e propria teoria. Si scopre improvvisamente il ruolo degli alberi – innegabile ma insufficiente –, si progetta di intrappolare il gas serra in recipienti e stivarli nelle cavità del suolo, si pensa di arretrare le linee ferroviarie e le abitazioni prossime alle coste, ma non si propone mai di rivedere il modello produttivo con tutte le sue conseguenze di prodotti inutili, di super orari di lavoro. L’invincibile profitto resta intoccabile, e la situazione non cambierà certo con qualche riformetta. Anche la “scoperta” della green economy non sta producendo un abbassamento dei fattori della crisi climatica. E nemmeno entra nel calcolo che le opere pubbliche di “difesa” comporteranno costi e ulteriore produzione di gas serra in quantità crescenti.
L’altro approccio che vede solo buone raccomandazioni ai cosiddetti consumatori lascia ai singoli il da farsi e, spesso senza vergogna, rincara la dose attribuendo loro responsabilità e colpe che non hanno. Che il problema non sia collegabile ai comportamenti individuali, lo dimostra ampiamente il fatto che nonostante ci si adoperi con la raccolta differenziata, col riciclo e col riuso domestico, con scelte ragionate al supermercato e, in generale, con una innegabile miglior coscienza ecologica, anche in questo caso i fattori di crisi aumentano. Quanto al risparmio in generale – e quello dell’uso dell’auto in particolare – non c’è bisogno di una grande coscienza “civica”: bastano i rincari giornalieri, i salari, gli stipendi e le pensioni in discesa, l’erosione del potere d’acquisto per convincere anche i più scettici: per i proletari è uno stato di necessità, non un hobby da classe agiata. Lo dimostrano i dati sul calo dei consumi e su alcuni alimenti considerati non di prima necessità.
Infine, una breve osservazione sulla scienza e la tecnologia.
Che quest’ultima sia al servizio della borghesia e dei suoi profitti è incontestabile. Allo stesso modo sono molti i ricercatori sotto il ricatto di un mancato rinnovo dei finanziamenti per le loro ricerche e talvolta addirittura accusati di sovversione. Hansen ha una postura sufficientemente autonoma, data anche la sua autorevolezza, ma le sue conclusioni, le sue proposte non intaccano la logica fondamentale del modo di produzione capitalistico che, leggendo il suo ultimo articolo, non si trova nemmeno citato. Parafrasando Clemenceau, sentiamo di poter dire che l’ambiente è cosa troppo seria per lasciarla tra le mani degli scienziati – naturalmente con le dovute ma rare eccezioni. Il compito tocca per intero alle forze rivoluzionarie, al marxismo rivoluzionario, all’internazionalismo … e cosa c’è di più internazionale dell’aria, dell’acqua, degli elementi della natura!?

