La giornata di mobilitazione e sciopero dei metalmeccanici tedeschi di lunedì 21 settembre segna una data importante di risveglio operaio in un paese-chiave per tutto il proletariato europeo come la Germania.
Gli organi di stampa e della cosiddetta “informazione libera”, nonostante abbiano cercato di silenziare l’evento, sono stati comunque costretti ad ammettere come la mobilitazione (con sciopero – non dovunque ci sono stati scioperi) ha coinvolto circa 175mila lavoratori in ben 280 località diverse. Un grosso successo senza ombra di dubbio.
“Huffpost” del 22/9 titola: “Dalle urne alle piazze. L’auto di Merz è al capolinea, la protesta deflagra in Germania.”
Una risposta massiccia della classe operaia ai pesanti tagli occupazionali annunciati dalle Direzioni delle più grosse case automobilistiche. Non solo VW, ma anche Mercedes Benz, BMW, Audi, Porsche, con le inevitabili ricadute sull’indotto. “I lavoratori non hanno causato la crisi”, proclama la IGMetall (oltre 2 milioni di iscritti), il sindacato promotore della giornata di mobilitazione e di sciopero. Ma per il capitale la morale e la “colpa” valgono zero.
Le cronache raccontano di un’alta adesione alla giornata di mobilitazione-sciopero dei giovani apprendisti, della solidarietà tra i dipendenti delle varie aziende, del moltiplicarsi di iniziative con, oltre gli scioperi, i presidi, i comizi volanti, i blocchi stradali.
Insomma: il “gigante” proletario sembra aver rialzato la testa; decidendosi a scendere in lotta non solo contro i propri padroni di fabbrica ma anche contro il criminale governo Merz-Klingbeil e il capitale monopolistico che lo sostiene.
I compagni del MLPD, attivamente partecipi alla giornata di lotta, sostengono proprio questo, a seguito di numerosi episodi di attenzione, per non dire di simpatia, ottenuti dai lavoratori durante le dimostrazioni di piazza.
La cosa ci fa un enorme piacere, perché la loro lotta – che intende unificare le battaglie del proletariato a livello internazionale – è in tutto e per tutto anche la nostra.
In un articolo da loro pubblicato su “Rote Fahne” scrivono di “non aver mai visto nulla di simile…la forza operaia si è manifestata oltre i livelli abituali…coinvolgendo “lavoratori sicuri di sé e combattivi”…partecipi di manifestazioni “unite a una moltitudine di iniziative autonome.”
Sempre secondo questi compagni, “i sindacati stanno diventando organizzazioni di lotta per la difesa e il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita della classe operaia.”
Il MLPD non si nasconde allo stesso tempo i “limiti” di una così importante giornata di lotta.
Essi consisterebbero nella mancata estensione dello sciopero e nel non averlo proclamato a tempo “indeterminato” fino all’ottenimento degli obiettivi.
Condividiamo la critica ai metodi di lotta, collegandola, però, a un paio di osservazioni che ci sorgono spontanee di fronte a questa mobilitazione operaia:
– occorre definire quali obiettivi sono prioritari per condurre una lotta a tempo indeterminato. Una lotta ad oltranza, costosa e molto impegnativa, come riconoscono gli stessi compagni del MLPD, richiede l’individuazione precisa del punto o dei punti di arrivo;
– non siamo certi che sia palesemente “fallita la politica di collaborazione di classe e di partenariato sociale” dei sindacati tedeschi. O per meglio dire: fallita rispetto ai suoi obiettivi dichiarati sì, ma non per questo abbandonata. Per non andare troppo indietro, ricordiamo come solo due anni fa la VW e l’ IGMetall hanno firmato un accordo sulla riduzione di ben 35mila occupati (diventati nel frattempo 100mila) entro il 2030 “in cambio” del mantenimento in vita dei siti tedeschi – cose che qui in Italia, ad esempio, hanno sempre significato lo smantellamento delle grandi fabbriche. E pochi giorni prima di questa giornata di mobilitazione, è arrivato un nuovo accordo a perdere tra la direzione IGMetall e la Volkswagen che prevede il taglio di 60.000 posti di lavoro.
Quanto l’orizzonte, pur schiarito da questo grande sciopero, rimanga controverso, ce lo dice la stessa IGMetall.
La quale ha mobilitato i lavoratori su una piattaforma che oltre al “no” ai tagli occupazionali e al ridimensionamento della produzione, oltre al mantenimento delle 35 ore settimanali, mette nel carrello della spesa “più investimenti in nuove tecnologie e modelli industriali”, cercando di rispondere alla “concorrenza cinese” non solo – sostiene il sindacato – con la riduzione di organici e dei costi, ma intervenendo sul costo dell’energia, sulla peso della burocrazia, aumentando l’intervento pubblico per “rafforzare l’industria europea contro la concorrenza internazionale.” (“La Stampa” 22/09/’26)
Christiane Benner, leader della IGMetall, parla della Germania come “nazione automobilistica”.
Questo per dire come il percorso di “riconversione classista” del sindacato sia irto di ostacoli derivanti dalla natura intimamente nazionalista, produttivista e collaborativa di esso, per di più se “istituzionale”, nella presente fase imperialista. Ostacoli per noi insormontabili se si pensa a questo sindacato nella sua interezza – poiché la rinascita di un sindacalismo di classe che in Germania passerà attraverso la totale sconfessione non solo delle politiche di collaborazione di classe fin qui seguite, ma anche delle grandi burocrazie (non solo di vertice) che le hanno attuate.
Dunque, la giornata del 21 settembre è stata una giornata importante della lotta operaia in Europa, un esempio che andrebbe seguito anche qui in Italia, ma la battaglia per passare dai sindacati collaborazionisti di oggi a dei sindacati che siano vere “organizzazioni di lotta”, che non si fermano davanti ai piatti di lenticchie aziendalisti o alle sirene elettorali, è ancora lunga e dura.
Dicono bene i compagni del MLPD: “i sindacati si rafforzano quando sono organizzazioni di lotta.” Gli esempi che fanno degli scioperi alla Opel del 2004 e quelli dei minatori del più lontano 1997 sono calzanti. Pertanto la loro domanda è anche la nostra: “cosa vogliamo: la difesa dell’industria tedesca o la difesa della classe operaia?” La quale, appunto, non ha nazioni da difendere.
In conclusione: pur ritenendo assai più complessa e piena di insidie di quanto si possa pensare la lotta al collaborazionismo sindacale, non mettiamo limiti alla dinamica della lotta di classe, capace – quando prende impeto – di travolgere schemi consolidati e steccati di ogni sorta.
Se dallo sciopero della DGB del 26 settembre prossimo verrà un ulteriore messaggio di mobilitazione forte e generalizzata, decisa a far ritirare i piani di licenziamento del padronato e ad “allargare” il campo di lotta contro il guerrafondaio governo Merz e le sue politiche anti-operaie, tutto ciò sarà un nuovo, importante segnale per tutto il proletariato europeo .
Un segnale che permetterebbe di mettere a frutto quella “politicizzazione” dei lavoratori e quella diffusa “critica al capitalismo” messa in evidenza da “Rote Fahne” per lo sciopero di lunedì 21.
Una politicizzazione decisiva anche di fronte al riarmo forsennato dell’imperialismo tedesco e alla crescita esponenziale dell’estrema destra.
Avanti nella lotta, dunque! E che il poderoso, compatto, e auspichiamo solidale proletariato tedesco dia una scossa a tutti i suoi fratelli di classe: è giunto il momento di far capire a tutti come gli operai non sono inerte massa produttiva da sfruttare a piacimento, ma un soggetto sociale e politico in grado di ribaltare questo andazzo mortifero del capitale!

