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Il capitalismo iraniano (statale, para-statale e privato) si fonda sul super-sfruttamento delle masse lavoratrici – Sara Selami

Proponiamo a chi ci legge questo impegnativo scritto della militante e studiosa iraniana in esilio Sara Selami perché ha un doppio merito: presentare “l’economia politica e la formazione sociale dell’Iran contemporaneo” con profonda conoscenza della materia, e farlo evitando la doppia trappola di attribuire il tutto alle sanzioni statunitensi-occidentali o, al contrario, di prescindere da esse.

Il titolo originale di questo scritto era: «Uno sguardo all’economia politica dell’Iran contemporaneo. Dal capitale alla condizione della forza-lavoro», ma abbiamo preferito mettere in evidenza la sua tesi centrale di grande importanza politica. Più volte abbiamo sostenuto che la autentica guida suprema dell’Iran è il capitale, globale e nazionale – e questo scritto ne dà una chiara illustrazione. Senza ricorrere a facile semplificazioni, come vedrete nel suo accurato esame delle diverse forme di proprietà dei mezzi di produzione. L’Iran di oggi, infatti, ci presenta una specifica forma di capitalismo (meno inedita, tuttavia, di quel che alcuni suoi, spesso ignorantissimi, fan pretendono), che per tale qui è esaminata.

La non giovane autrice ha un curriculum militante di tutto rispetto: ha conosciuto le carceri dello Scià, ha fatto parte dell’opposizione marxista rivoluzionaria al regime islamico, e per sfuggire alle retate e alle esecuzioni anti-comuniste del regime ha dovuto lasciare il suo paese nel 1983 (ora vive in Francia). Ha duramente condannato l’aggressione di Stati Uniti e Israele all’Iran, senza per questo scoprire un inesistente anti-imperialismo del regime (anti-americanismo non equivale ad anti-imperialismo). E’ animatrice dell’associazione Solidarité Socialiste avec les Travailleurs en Iran (Socialist Solidarity with Workers in Iran).

Il suo scritto si compone di due parti: la prima si occupa della struttura generale dell’economia iraniana, della “economia politica delle sanzioni” e dell’impatto della guerra su di essa; la seconda è un’appendice documentaria di estrema utilità perché presenta in modo analitico i quattro settori dell’economia dell’Iran: statale, pubblico non statale, parastatale, privato. Vi stupirà, forse, il primato delle politiche neo-liberiste anche nel “diverso” Iran; altrettanto istruttivo è vedere in che modo funziona il sistema delle sanzioni, chi colpisce e chi, invece, beneficia.

Se c’è un appunto da fare alla sua analisi, è che trascura l’importanza (anche politica) dell’immigrazione afghana, composta di almeno tre milioni di persone, come fattore aggiuntivo di pressione verso il basso del costo del lavoro, e anche come strumento di divisione della classe lavoratrice, dal momento che essa è stata ed è periodicamente bersaglio di campagne di criminalizzazione e di espulsioni, come abbiamo documentato su questo sito.

Buona lettura! (Red.)

Uno sguardo all’economia politica dell’Iran contemporaneo. Dal capitale alla condizione della forza-lavoro – di Sara Selami

Che l’Iran sia un paese capitalista e che la Repubblica Islamica sia un regime autoritario e repressivo, nessuno lo contesta seriamente.

Le questioni rilevanti emergono in una fase successiva:

• Come funziona, nello specifico, questo tipo di capitalismo?

• Come vi si organizza l’accumulazione?

• Come vi si articolano le forme di proprietà?

• Quale ruolo vi svolge lo Stato e quale funzione vi assolve la repressione?

• E soprattutto, per quanto riguarda il tema che qui ci interessa: attraverso quali meccanismi questa struttura produce e riproduce una forza lavoro supersfruttata e resa estremamente precaria?

Verranno distinti tre livelli di analisi, che si articolano tra loro senza sovrapporsi:

• Il primo costituisce la struttura generale del capitalismo in Iran.

• L’effetto delle sanzioni non si sostituisce a tale struttura, ma vi si aggiunge, aggravando tendenze già in atto e ridistribuendo in modo diseguale costi e guadagni.

• L’effetto della guerra e del blocco aggiunge la distruzione materiale diretta, combinandola con le sanzioni.

Questa distinzione consente di evitare due errori speculari: attribuire l’intera situazione alle sanzioni e alla guerra, oppure, al contrario, considerarle come puri shock esterni privi di effetti sui rapporti sociali interni.

A ogni livello, l’interrogativo di fondo rimane lo stesso. Che ne è del costo del lavoro, delle condizioni lavorative, della capacità organizzativa dei lavoratori e del ruolo della repressione? E come viene ripartito il costo della crisi tra capitale e lavoro?

1. La struttura generale dell’economia

Per comprendere la realtà dell’economia politica iraniana, occorre scartare due interpretazioni.

1.1. Oltre l’«economia basata sulla rendita»

La prima interpretazione individua nel petrolio la causa di tutto. Le radici della «teoria dello Stato rentier» (o Stato basato sulla rendita) risalgono alle analisi strutturaliste e istituzionaliste di economisti del Terzo Mondo. Tale tesi, dunque, non può essere definita, alle sue origini, come puramente liberale o neoliberale. Nel corso degli ultimi decenni, essa è stata tuttavia riappropriata dalle correnti liberali e neoliberiste — in particolare all’interno delle istituzioni finanziarie internazionali — che l’hanno collegata al concetto di «maledizione delle risorse».

In quest’ottica, l’argomentazione secondo cui l’assenza di imposte conduce alla dittatura — una sorta di rovesciamento del celebre principio *No taxation without representation* («niente tassazione senza rappresentanza») — serve a giustificare la privatizzazione delle risorse nazionali, la riduzione dell’interventismo statale e la rifondazione del rapporto tra Stato e cittadino attorno a un sistema fiscale di mercato [1]. In questa forma, la tesi viene ripresa anche da una parte della sinistra: la rendita esonerebbe lo Stato dal prelievo fiscale e tale assenza di imposte produrrebbe, in modo meccanico, l’autoritarismo.

Due obiezioni sono sufficienti a mettere in crisi questa tesi:

• Innanzitutto, il legame tra petrolio e dittatura non ha nulla di automatico; il caso dell’Iran ne costituisce un controesempio. Lì, l’autoritarismo è ben precedente alla centralità delle entrate petrolifere — consolidatasi a partire dal 1973 — e, più in generale, è anteriore alla scoperta del petrolio, avvenuta nel 1908.

• In secondo luogo, l’Iran non è un paese privo di imposte; non lo è mai stato e, oggi, lo è ancora meno [2]. Il problema, dunque, non risiede nell’assenza di un sistema fiscale, bensì nella sua ripartizione tra le classi sociali. I lavoratori dipendenti ne sostengono una quota rilevante e rigida — attraverso prelievi sui salari e imposte sui consumi — mentre i redditi elevati, i grandi patrimoni e le grandi imprese ne sono in larga misura esentati, attraverso canali tanto legali quanto illegali.

Su questo stesso piano, è necessaria una seconda precisazione. La rendita non si è limitata a bloccare l’industrializzazione. Storicamente, i proventi petroliferi hanno finanziato l’importazione di macchinari e beni strumentali, la costruzione di infrastrutture e i sussidi all’energia. Il petrolio costituisce una delle condizioni materiali dello sviluppo industriale del Paese.

Piuttosto che contrapporre un’economia «di rendita» a un’economia «produttiva», occorre considerare queste due dinamiche come un insieme unitario: un’economia in cui petrolio, energia, credito, macchinari, finanza e industria sono articolati attorno a un medesimo regime di profitto, basato sulla compressione del costo del lavoro.

1.2. Forme di proprietà differenti, un sistema interconnesso

La seconda rappresentazione da scartare è quella basata sulla suddivisione in settori — statale, parastatale, pubblico e privato. Tali settori esistono, beninteso, ma concentrarsi su ciò che li separa restituisce un’immagine statica e non rende conto adeguatamente delle loro relazioni reali. In realtà, essi formano un ecosistema integrato e interconnesso.

L’economia iraniana articola queste quattro forme di proprietà e controllo. La distinzione qui adottata è di natura analitica: tiene conto del titolare istituzionale, del potere decisionale e della posizione occupata all’interno dell’apparato politico. Non corrisponde, dunque, a quattro categorie giuridiche nettamente separate. Alcuni status si sovrappongono, mentre partecipazioni incrociate e società a capitale misto collegano questi diversi ambiti.

• Il settore statale comprende le imprese e le attività di cui lo Stato — attraverso il governo e i propri organismi — detiene la proprietà o un controllo determinante. Esso mantiene un peso significativo nei comparti del petrolio, del gas, delle reti energetiche, delle infrastrutture e in una parte del sistema bancario. Le sue imprese coniugano, a seconda dei casi, obiettivi di redditività, missioni di servizio pubblico e priorità politiche. Tale ruolo di proprietario va distinto dall’azione generale dello Stato, che organizza le condizioni dell’accumulazione per l’insieme dei capitali (cfr. Allegato 1).

• Il settore pubblico non statale, secondo la nostra distinzione, comprende principalmente i comuni, gli enti di previdenza sociale e alcune casse pensionistiche, nonché le relative imprese. L’Organizzazione per la sicurezza sociale (OSS) e Shasta, la sua società di investimento, ne costituiscono un esempio centrale: risorse destinate a finanziare diritti sociali vengono investite in attività speculative, mentre gli assicurati e i pensionati restano esclusi dalle decisioni fondamentali. Tale organizzazione gestisce una delle principali reti di imprese del Paese, alimentata dai contributi dei lavoratori. Tuttavia, questo patrimonio non torna a beneficio di coloro che lo hanno generato (cfr. Allegato 2).

• Il settore parastatale designa, in questo contesto, gli apparati economici legati ai Guardiani della Rivoluzione e alle grandi fondazioni poste sotto l’autorità della Guida. Integrati nell’apparato di potere, essi dispongono di catene di comando distinte da quelle dell’amministrazione governativa ordinaria. La loro forza deriva dalla combinazione di possesso di attività, partecipazioni in imprese, accesso privilegiato a grandi contratti e controllo di circuiti strategici. Khatam al-Anbiya, società di ingegneria dei Guardiani, è un esempio emblematico di un potere fondato sull’organizzazione di grandi progetti e reti di subappaltatori, che va ben oltre la semplice proprietà diretta degli impianti (cfr. Allegato 3).

• Il settore privato comprende le imprese la cui proprietà e il cui potere decisionale fanno capo, in larga misura, a soggetti o gruppi privati. Esso non coincide né con la «borghesia debole» talvolta descritta, né con un mero esecutore. Esso raggruppa piccole unità, numerose PMI e grandi gruppi industriali, commerciali e finanziari. Il suo processo di accumulazione si fonda sulla produzione, sui servizi, sulla distribuzione, sul subappalto e sull’investimento, ivi compreso in imprese a capitale misto. L’accesso agli appalti pubblici, al credito o ai sostegni statali può favorire tale accumulazione, senza per questo trasformare, di per sé, un’impresa privata in un’impresa pubblica (cfr. Allegato 4).

Tali complessi non costituiscono, dunque, né blocchi isolati né un sistema privo di conflitti. Essi sono interconnessi attraverso commesse pubbliche, subappalti, credito, partecipazioni azionarie, borsa e trasferimenti di attività. Nel loro insieme, riproducono la struttura economica del Paese e perpetuano il dominio del capitale.

1.3. Il punto centrale

La questione decisiva consiste nel comprendere come tale insieme organizzi il rapporto con il lavoro; in altri termini, come capitali di varia provenienza si articolino e convergano per esercitare una pressione sul lavoro.

Qualunque sia la forma giuridica — impresa privata, società legata a un fondo pensione, conglomerato riconducibile ai «Guardiani» — la logica rimane la medesima: contratti a tempo determinato, subappalto, occupazione informale, compressione dei salari, ostacoli ai sindacati indipendenti. Gli stessi metodi vengono applicati ovunque.

Il tratto più determinante del capitalismo iraniano, al di là della complessità delle forme di proprietà, risiede dunque nella condizione salariale in sé e nella sua precarizzazione sistematica, estrema e violenta.

1.4. Il lavoro temporaneo e il subappalto

Le dichiarazioni dei rappresentanti del mondo del lavoro collocano la quota dei contratti a tempo determinato su livelli molto elevati, che in alcuni casi raggiungono il 95%.

Questa generalizzazione del lavoro temporaneo prende slancio a partire dagli anni Novanta, nel contesto delle politiche di aggiustamento strutturale, privatizzazione, flessibilizzazione dell’occupazione e sviluppo del subappalto, all’indomani della guerra Iran-Iraq (1980-1988). Il risultato è una precarizzazione della forza lavoro e una riduzione del suo costo.

Ciò che segue si inserisce nella medesima logica. Nel 1999, le unità produttive con cinque o meno dipendenti vengono esentate da gran parte degli obblighi previsti dal diritto del lavoro; nel 2003, la stessa sorte tocca a quelle con dieci o meno dipendenti. Le grandi imprese ne traggono ampio vantaggio: è sufficiente frazionare un singolo cantiere o progetto tra diversi subappaltatori, ciascuno dei quali impiega meno di dieci lavoratori. Oggi, milioni di lavoratori e lavoratrici vengono assunti tramite agenzie di lavoro temporaneo, a cui ricorrono tanto il settore privato quanto lo Stato, il settore pubblico e quello parastatale.

La debolezza delle tutele reali deriva dalla generalizzazione dei contratti a tempo determinato e dal ricorso massiccio a intermediari. In Iran, il contratto temporaneo non è dunque un fenomeno marginale, bensì una scelta strutturale. Il subappalto illustra perfettamente questa asimmetria.

1.5. L’occupazione informale

A questa precarietà contrattuale si aggiunge un’occupazione informale di vaste proporzioni, la cui entità è stimata intorno al 60% dell’occupazione totale [3] — con, contrariamente alle tendenze globali, una prevalenza femminile: 63% tra le donne contro il 58% tra gli uomini [4]. L’informalità non costituisce una periferia esterna al capitalismo; è, al contrario, un elemento funzionale all’accumulazione, che riduce il costo della forza lavoro trasferendo sul lavoratore stesso gli oneri legati alla malattia, alla vecchiaia e alla disoccupazione.

Ciò che distingue l’Iran non è dunque l’esistenza di un’occupazione informale — fenomeno ampiamente diffuso nel capitalismo contemporaneo — bensì il peso che essa assume nell’insieme del mercato del lavoro.

1.6. Inflazione e riproduzione sociale

In Iran, per gran parte delle famiglie che dipendono da un salario, l’inflazione non rappresenta una semplice «perdita di potere d’acquisto».

Quando l’inflazione colpisce in modo diretto e violento i beni alimentari e l’abitazione — le due voci di spesa più gravose nel bilancio delle classi popolari — a essere compromessa è la capacità stessa di riproduzione sociale.

Quando il salario principale e i sussidi non sono più sufficienti, l’intera economia domestica viene riorganizzata: si ricorre a un secondo lavoro, a piccole attività commerciali, a lavori di confezionamento svolti a domicilio; i pensionati rientrano nel mercato del lavoro, aumenta il tempo dedicato al lavoro dalle donne e, nelle situazioni di maggiore degrado, si arriva al lavoro minorile.

In questo contesto, il lavoro delle donne occupa una posizione centrale. Il loro tasso di partecipazione formale è basso e in costante calo: 14,4% nell’autunno del 2023, 13,8% all’inizio del 2024, 13,1% all’inizio del 2025 [5]. Tuttavia, tale dato tiene conto esclusivamente dell’occupazione visibile. Gli studi che hanno tentato di correggere questa sottostima collocano il tasso reale di partecipazione economica delle donne tra il 25 e il 30%, ovvero più del doppio delle cifre ufficiali [6]. A ciò si aggiunge, ovviamente, una massa invisibile di lavoro riproduttivo.

1.7. La repressione come condizione dell’accumulazione

Nessuno dei meccanismi di compressione dei costi e di precarizzazione del lavoro potrebbe reggere senza la repressione. La possibilità di resistere collettivamente alla riduzione dei salari, ai licenziamenti o al ricorso al subappalto dipende dalla capacità di organizzarsi, di creare sindacati indipendenti e di scioperare. Quando i sindacati indipendenti vengono ostacolati, gli scioperi criminalizzati, i militanti arrestati e incarcerati, e le mobilitazioni trasformate in questioni di sicurezza, i rapporti di forza si spostano a favore del capitale — a prescindere dalla specifica frazione di capitale coinvolta.

La repressione non costituisce, dunque, un elemento estraneo all’economia politica iraniana. È una delle condizioni che consentono di riprodurre, anno dopo anno, una forza lavoro a basso costo e fortemente precarizzata.

1.8. La gestione penale della povertà

La repressione assolve inoltre a un’altra funzione: non colpisce soltanto i militanti, ma si estende in modo altrettanto sistematico alla gestione penale della povertà.

Un’ulteriore dimensione emerge nell’uso massiccio della pena di morte. Senza scendere nel dettaglio delle cifre complessive, basti indicare due ordini di grandezza. Secondo Amnesty International, nel 2024 le esecuzioni in Iran hanno rappresentato circa il 64% del totale mondiale, esclusa la Cina (972 esecuzioni su 1.518). Nel 2025, vi sono state giustiziate almeno 2.159 persone, pari a quasi l’80% del totale mondiale documentato, esclusa la Cina. Si tratta del livello più alto registrato in Iran dal 1981 [7].

La ripartizione dei motivi per cui le persone sono state giustiziate è importante tanto quanto il loro numero. Nel 2025, 998 di tali esecuzioni — il 46% — hanno riguardato reati legati agli stupefacenti. Si tratta, in gran parte, di piccoli trafficanti che occupano i gradini più bassi della scala criminale. In tempi «normali», la povertà costituisce dunque il principale fattore alla base di queste condanne, che colpiscono in modo sproporzionato le minoranze etniche — in particolare baluchi, curdi e afghani — così come le donne [8]. La pena di morte non colpisce soltanto gli oppositori politici; essa travolge, su vasta scala, anche coloro che il disagio economico ha spinto verso circuiti illegali.

1.9. Sintesi di questo primo livello di analisi

Nessuna etichetta semplificatoria o riduttiva — come «economia statale», «economia basata sulla rendita» o «economia dei Guardiani» — è in grado di descrivere l’economia politica dell’Iran odierno. Dal punto di vista della maggioranza sociale, il tratto distintivo del capitalismo in Iran risiede nell’articolazione di diverse forme di proprietà attorno a una forza lavoro fortemente sfruttata, ampiamente precarizzata e in gran parte relegata all’economia informale. La repressione ne costituisce il garante fondamentale, e lo Stato vi svolge un ruolo decisivo: non solo come attore economico, ma anche come organizzatore politico e repressivo dei rapporti sociali.

2. L’economia politica delle sanzioni

Quanto esposto finora rientra nella traiettoria specifica del capitalismo in Iran. Le sanzioni, dal canto loro, rafforzano tale struttura e ne ridisegnano i contorni. Non è dunque sufficiente constatare che esse «danneggiano l’economia»; occorre osservare come ridistribuiscano il potere, i costi e le opportunità. È necessario individuare quali frazioni del capitale vengano indebolite e quali rafforzate, nonché i gruppi sociali sui quali finisce per ricadere il peso dei costi.

2.1. Primo effetto: la ridistribuzione tra le frazioni del capitale

Le sanzioni penalizzano le imprese che dipendono da importazioni, tecnologie, finanziamenti o fattori produttivi provenienti dall’estero. Al contrario, favoriscono i soggetti che dispongono di accesso a valuta estera e a infrastrutture che consentono di aggirare le restrizioni: uffici di cambio, società di comodo, intermediari commerciali e reti dotate di punti di appoggio finanziario all’estero. Questa dinamica si è sviluppata attraverso ondate successive.

2.2. Le ondate di sanzioni

A partire dal 2006, l’internazionalizzazione delle sanzioni legate al programma nucleare – seguita, tra il 2010 e il 2012, da un loro inasprimento – ha intensificato meccanismi di elusione già esistenti. Nel 2012, l’embargo europeo sul petrolio e l’esclusione delle banche iraniane dal circuito SWIFT hanno aggravato bruscamente l’isolamento finanziario, provocando il crollo delle esportazioni di greggio. In questo contesto, le medesime reti hanno perfezionato l’invio di petrolio verso la Cina a prezzi fortemente scontati, il contrabbando di prodotti petrolchimici e le operazioni di riciclaggio, passando attraverso la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti. Circuiti di pagamento indiretti, uffici di cambio, società fittizie e intermediari sono diventati elementi centrali del commercio estero iraniano. Ogni nuova campagna amplia e rende più professionali i circuiti di elusione esistenti, rafforzando di conseguenza il peso degli attori in grado di organizzarli. Le reti legate ai Guardiani vi occupano un ruolo di rilievo, pur senza detenerne il monopolio. Il settore privato, ad esempio, dispone di proprie reti particolarmente efficienti.

Nel 2018, il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare dà nuovo slancio a una strategia di cosiddetta «massima pressione», che comporta un salto di scala nelle sanzioni. La crisi dei farmaci ne illustra chiaramente il meccanismo.

2.3. Il 2018 e la crisi dei farmaci

Ciò che cambia nel 2018 non è la scomparsa, sul piano giuridico, delle esenzioni per scopi umanitari; i farmaci e le attrezzature mediche restano formalmente esenti. A venire meno è la possibilità concreta di avvalersene. Con il ripristino delle sanzioni secondarie [9] e l’inclusione di un numero crescente di banche iraniane nelle liste delle sanzioni, i rischi legali e finanziari diventano tali da spingere istituti bancari, vettori e aziende farmaceutiche internazionali a interrompere ogni rapporto con l’Iran. L’esenzione umanitaria rimane sulla carta, mentre i canali di pagamento e di trasporto si chiudono.

L’Iran produce localmente gran parte dei farmaci di uso comune, ma tale produzione dipende a sua volta dall’importazione di materie prime e attrezzature. Inoltre, per le malattie rare e alcuni trattamenti complessi, il Paese resta dipendente da prodotti o dispositivi di provenienza estera. Sul mercato nero, alimentato da circuiti indiretti, i trattamenti diventano inaccessibili alla maggior parte della popolazione. Le persone affette da malattie gravi o rare ne sono le prime vittime. Il costo della sanzione, dunque, non colpisce laddove è ufficialmente diretto; esso si sposta lungo i circuiti finanziari per ricadere, alla fine della catena, sui pazienti, in particolare su quelli con minori disponibilità economiche.

Nel 2026, in Iran, diversi farmaci hanno subito forti rincari, arrivando in alcuni casi a vedere il proprio prezzo sestuplicato nel giro di un anno. La guerra, insieme agli ostacoli finanziari e commerciali legati alle sanzioni, compromette gravemente l’approvvigionamento. A tali difficoltà si aggiungono la svalutazione del rial, la riduzione dell’ambito di applicazione di un tasso di cambio agevolato per i medicinali e i ritardi nei pagamenti da parte degli enti di assicurazione sanitaria; fattori che indeboliscono ulteriormente il settore, rendendo i trattamenti meno accessibili [10].

2.4. Secondo effetto: il lavoro come variabile di aggiustamento

Le sanzioni rendono più onerosi gli investimenti, le importazioni, il finanziamento, l’assicurazione e il trasporto, poiché ogni operazione richiede il ricorso a intermediari supplementari.

Il capitale non assorbe passivamente questo sovrapprezzo, ma cerca di scaricarlo su altri soggetti. Una parte viene trasferita ai consumatori attraverso l’aumento dei prezzi; un’altra viene talvolta assorbita da sussidi pubblici destinati all’energia o al credito. Tuttavia, una quota significativa ricade sul fattore lavoro sotto forma di licenziamenti, contrazione dei salari reali, erosione delle tutele sociali e un crescente ricorso al lavoro precario e informale. Il lavoro diventa così la variabile di aggiustamento di un’economia sottoposta a una prolungata pressione geopolitica.

2.5. Terzo effetto: inflazione e ridistribuzione

L’inflazione costituisce il meccanismo più insidioso di tale ridistribuzione. In un’economia soggetta a sanzioni, la svalutazione della moneta nazionale determina un trasferimento di ricchezza tra le classi sociali. Il reddito reale dei lavoratori retribuiti in valuta nazionale subisce un’erosione. Al contrario, chi detiene valuta estera, beni materiali o scorte riesce a proteggersi, traendone talvolta persino profitto. Le sanzioni, dunque, non colpiscono «la nazione» in modo uniforme; colpiscono le classi lavoratrici, e lo fanno in modo assai brutale.

2.6. Sanzioni e repressione

Il costante confronto con l’esterno offre infine allo Stato un comodo pretesto per far passare la contestazione sociale come una questione di sicurezza nazionale. Scioperi, mobilitazioni salariali e tentativi di organizzazione indipendente vengono equiparati a un’opera di destabilizzazione incoraggiata dall’estero. Il clima geopolitico fornisce così al potere una risorsa ideologica e repressiva supplementare, utile a mantenere un rapporto di forza favorevole al capitale nel suo complesso.

3. La guerra e il blocco

La guerra, scatenata dai bombardamenti israelo-americani del 28 febbraio 2026, spinge tali tendenze verso una fase ulteriore. Non si tratta più di semplici restrizioni o di costi aggiuntivi, bensì di distruzione diretta: capitale fisso, edifici, macchinari, reti energetiche. A essere prese di mira sono le capacità produttive; la guerra distrugge una parte dei supporti materiali dell’accumulazione.

3.1. Distruzione della produzione e della riproduzione

I quaranta giorni di aggressione israelo-americana – dal 28 febbraio fino al cessate il fuoco dell’8 aprile 2026 – seguiti dalla ripresa parziale e intermittente dei combattimenti a partire dall’8 luglio (in seguito alla scadenza del protocollo d’intesa siglato a giugno [11]), ne danno la misura. Gli attacchi hanno colpito abitazioni, ospedali e scuole, ma anche infrastrutture petrolifere, raffinerie, acciaierie e numerose altre strutture industriali.

Secondo il bilancio consolidato della Mezzaluna Rossa iraniana, 149.528 unità civili sono state distrutte o danneggiate, tra cui 123.647 abitazioni e 24.450 locali commerciali; a queste si aggiungono 350 strutture sanitarie, 993 scuole e centri educativi, 32 università e 56 sedi della stessa Mezzaluna Rossa [12].

Le conseguenze umane e ambientali di questa guerra sono ovviamente immense; qui ci limiteremo a esaminarne il bilancio economico, sociale e politico.

Per quanto riguarda l’apparato produttivo, il ministro dell’Economia ha riferito di circa 3.000 unità industriali colpite, di cui 500 interamente distrutte [13]. Tali perdite riguardano in particolare le grandi imprese siderurgiche e petrolchimiche, motori essenziali dell’economia non petrolifera e delle entrate derivanti dalle esportazioni.

La distruzione innesca un effetto a catena. Una centrale danneggiata interrompe attività produttive anche molto lontane dal sito colpito. L’interruzione dei trasporti e delle telecomunicazioni blocca gli approvvigionamenti, i pagamenti e le attività economiche. La chiusura delle scuole scarica sulle famiglie — e in primo luogo sulle donne — un ulteriore carico di lavoro legato alla cura dei figli. La guerra disorganizza simultaneamente la fabbrica e la casa, la produzione mercantile e la riproduzione sociale.

3.2. Il lavoro

In un mercato del lavoro già caratterizzato da contratti temporanei e subappalti, la trasmissione dello shock è rapida: mancati rinnovi contrattuali, licenziamenti, disoccupazione di massa priva di reali ammortizzatori sociali e una rapida deriva verso l’economia informale.

I numeri ne danno la misura. Il Ministero del Lavoro stima circa un milione di posti di lavoro persi direttamente. Gli effetti a catena potrebbero mettere a rischio dai dieci ai dodici milioni di posti di lavoro [14]. Il tasso di partecipazione economica, calcolato confrontando due primavere consecutive per neutralizzare le variazioni stagionali, è sceso dal 41,2% della primavera 2025 al 40,7% della primavera 2026 [15]. Il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) stimava, ancora prima della conclusione della prima fase del conflitto, che tra 3,5 e 4,1 milioni di persone in più avrebbero potuto scendere sotto la soglia di povertà, portando la quota di popolazione interessata dal 36,3% circa fino a un massimo del 41% [16].

Anche l’inflazione segue la stessa tendenza. Nell’agosto 2026, il Centro di statistica dell’Iran ha registrato un’inflazione annua dell’89%; la media annua si è attestata al 69,9%, mentre per i prodotti alimentari ha raggiunto il 127,5%. A questo fenomeno inflattivo si accompagna una contrazione del prodotto interno lordo di circa il 6% [17]. Anche il mercato dei cambi riflette tale deterioramento: all’inizio di settembre, il dollaro sul mercato libero veniva scambiato tra i 224.000 e i 227.000 toman, contro i circa 135.000 di inizio anno [18].

Il quadro che emerge è sempre lo stesso. I detentori di attività patrimoniali si proteggono convertendo i propri averi o speculando su beni rari, mentre i lavoratori salariati, retribuiti in valuta nazionale, subiscono direttamente l’esplosione del costo della vita, senza alcun ammortizzatore.

3.3. Il blocco: prolungare la guerra attraverso l’economia

Il blocco marittimo prolunga tale distruzione con altri mezzi. Esso combina alcuni meccanismi tipici della guerra e delle sanzioni. Non distrugge necessariamente gli impianti industriali, ma li priva di materie prime, sbocchi commerciali, valuta estera e mezzi di pagamento.

Attuato dagli Stati Uniti dopo il cessate il fuoco di aprile, brevemente allentato nel quadro del memorandum di giugno e successivamente rafforzato, il blocco ha avuto un impatto particolarmente eclatante sul settore petrolifero.

Secondo i dati di monitoraggio marittimo citati da Reuters, i carichi di greggio iraniano sono scesi da circa due milioni di barili al giorno a marzo a una cifra compresa tra 220.000 e 255.000 ad agosto [19].

Il blocco trasforma così lo shock militare immediato in danni economici prolungati: calo delle entrate in valuta estera, rincaro delle importazioni, blocco delle scorte e contrazione dell’attività di imprese che, pur non essendo state colpite direttamente dai bombardamenti, ne subiscono comunque le conseguenze.

3.4. L’interruzione di Internet

L’interruzione di Internet rende manifesta, nella sua forma più evidente, la connessione tra crisi sociale, guerra e repressione. Una prima interruzione a livello nazionale si verifica l’8 gennaio 2026, durante la sollevazione avvenuta tra dicembre 2025 e gennaio 2026; in seguito, l’accesso viene ripristinato. Il 28 febbraio, con l’inizio dei bombardamenti, viene imposta un’interruzione quasi totale. Durerà 88 giorni, fino al 26 maggio 2026. Secondo gli organismi di monitoraggio della rete, si tratta della più lunga interruzione a livello nazionale mai registrata [20]. Un dispositivo, inizialmente utilizzato per isolare una mobilitazione sociopolitica, è così diventato, con la guerra, uno strumento duraturo di controllo della società.

Questa misura non ha soltanto interrotto le comunicazioni. In un’economia in cui milioni di persone dipendono dal commercio online, dalle piattaforme digitali e dal lavoro informale, essa ha azzerato i redditi e distrutto parte dell’attività di migliaia di piccole imprese. L’interruzione funge dunque, simultaneamente, da strumento di controllo politico e da meccanismo attraverso cui il costo della crisi viene scaricato su milioni di famiglie.

3.5. Un contesto sociale già conflittuale

La guerra non è piombata su una società socialmente e politicamente pacificata. Nell’autunno del 2025, i conflitti nel mondo del lavoro erano ancora in corso. A novembre, diverse migliaia di lavoratori in subappalto a South Pars continuavano a mobilitarsi per questioni legate ai salari, alle condizioni di lavoro e al sistema dei subappalti [21]. Poche settimane dopo, a partire dal 28 dicembre, un’insurrezione popolare – di portata e natura ben diverse – ha attraversato il Paese, prima di essere stroncata da una repressione di estrema violenza [22]. Sebbene questi due episodi non costituiscano un’unica sequenza politica, essi indicano che la guerra si è abbattuta su una società già segnata da una profonda conflittualità sociale.

3.6. Guerra ed estensione della repressione

In tale contesto, la repressione non ha atteso la fine dei combattimenti per intensificarsi. La situazione di guerra ha ulteriormente rafforzato il ricorso alla «sicurezza nazionale» come cornice per l’azione repressiva.

Nel 2026, le esecuzioni capitali legate ad accuse di minaccia alla sicurezza nazionale hanno registrato un netto incremento. Il 5 agosto, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha segnalato che almeno 56 persone erano state giustiziate dal 19 marzo per accuse di tale natura, 27 delle quali in relazione alle proteste dell’inizio dell’anno. Veniva inoltre segnalato che circa un centinaio di altre persone erano state condannate a morte per motivi analoghi [23].

Parallelamente, il Parlamento ha avviato l’esame di un disegno di legge intitolato «Lotta contro l’infiltrazione di servizi di informazione, governi o istituzioni straniere». Il 16 agosto, i deputati ne hanno approvato i principi generali con 183 voti favorevoli e quattro contrari. Il testo non è dunque ancora stato adottato e il suo iter si è arenato [24].

Manifestazione di figli di militanti incarcerati

Le versioni pubblicate del progetto di legge coprono un ambito estremamente vasto [25]. Ciò che viene criminalizzato dà la misura di questo stato di emergenza di fatto: cooperazione universitaria, borse di studio, ricerche congiunte, scambio di informazioni e statistiche, attività associative, percorsi formativi, produzione culturale e contatti con determinati media stranieri. Alcune interazioni con organi di informazione definiti «ostili» potrebbero comportare pene detentive.

Il pericolo politico va dunque ben oltre la semplice accusa di spionaggio. Criminalizzando le normali relazioni in ambito scientifico, mediatico e associativo, questo dispositivo mira a colpire ancor più duramente gli spazi in cui possono costituirsi associazioni civili e organizzazioni dei lavoratori.

Anche in questo caso, la guerra esterna amplia notevolmente i mezzi e i pretesti per la repressione. Alla debolezza strutturale del potere collettivo dei lavoratori e delle lavoratrici si aggiunge ora uno stato di emergenza securitario, nel quale qualsiasi forma di contestazione viene più facilmente equiparata a una minaccia proveniente dall’esterno.

4. Conclusione

L’articolazione dei tre livelli di analisi rivela una continuità, piuttosto che una successione di modelli differenti. La struttura generale del capitalismo iraniano poggia su una forza lavoro a basso costo, precaria e frammentata, la cui capacità di organizzazione indipendente è fortemente ostacolata.

Le sanzioni non creano tali rapporti sociali, ma li riconfigurano. Esse rafforzano i circuiti di intermediazione, rendono più costose la produzione e le attività commerciali, spostano il potere verso gli attori in grado di aggirare le restrizioni e scaricano una quota crescente di tali costi sul lavoro.

La guerra aggiunge la distruzione materiale: fabbriche, infrastrutture, posti di lavoro, abitazioni e servizi necessari alla riproduzione sociale.

Il blocco prolunga questa distruzione strangolando i flussi di merci, mentre lo stato di guerra fornisce al potere nuove giustificazioni per estendere la repressione.

A ciascuno di questi livelli, la questione fondamentale rimane dunque la stessa: attraverso quali meccanismi si trasmettono la crisi e lo shock? Chi dispone dei mezzi per proteggersene? E su chi finisce per ricadere il relativo costo?

Coloro che dispongono di valuta estera, patrimonio, credito, reti commerciali o un accesso privilegiato alle risorse statali possono attutire o trasferire altrove una parte delle perdite.

I lavoratori salariati e le famiglie che non godono di tali tutele ne subiscono l’impatto sotto forma di riduzione del salario reale, disoccupazione, precarizzazione e informalizzazione, vedendo al contempo le proprie lotte collettive represse con ancora maggiore durezza.

Le sanzioni e la guerra rendono dunque più violenti e più visibili i rapporti di classe che strutturano l’economia politica iraniana.

* Questo studio, datato settembre 2026, è stato trasmesso dall’autrice per la pubblicazione. È inoltre disponibile sul sito SSTI – Solidarité socialiste avec les travailleurs en Iran (Solidarietà socialista con i lavoratori in Iran) con il titolo: «Uno sguardo all’economia politica dell’Iran contemporaneo». « Dal capitale alla condizione della forza-lavoro »

Sara Salemi è un’attivista e ricercatrice iraniana in esilio che si occupa dell’economia e della formazione sociale iraniane contemporanee.

APPENDICI

Appendice 1 – Lo Stato e il settore statale

Appendice 2 – Il settore pubblico non statale

Appendice 3 – Il settore parastatale

Appendice 4 – Il settore privato

Appendice 1: Lo Stato e il settore statale

1.1. Lo Stato come organizzatore generale dell’accumulazione

Come in ogni economia capitalistica, lo Stato iraniano organizza le condizioni generali della produzione. Esso stabilisce le norme bancarie, doganali e commerciali, disciplina le tariffe dell’energia e interviene nella determinazione del salario minimo.

In Iran, questo intervento si basa in particolare sul credito amministrato e sull’allocazione di valuta estera – la cui disponibilità e possibilità di trasferimento sono limitate dalle sanzioni. Il mercato dei cambi è segmentato e l’accesso alla valuta estera ai vari tassi di cambio [26] dipende da decisioni statali, il che conferisce allo Stato un peso considerevole sull’attività delle imprese. Lo stesso vale per l’energia: lo Stato fissa tariffe generalmente inferiori ai prezzi internazionali, ma differenziate a seconda dei settori, con le grandi industrie energivore — siderurgia, petrolchimica, cemento, alluminio —a godere del trattamento di favore. In periodi di scarsità, lo Stato funge da arbitro tra i vari utilizzi, stabilendo quali produttori debbano essere riforniti, quali debbano subire restrizioni e quali, invece, vedersi tagliare le forniture.

Tali interventi non scaturiscono da un unico centro decisionale. Essi coniugano priorità relativamente stabili — approvvigionamento energetico, industrie strategiche (civili o militari), beni di prima necessità — con le urgenze di bilancio e i rapporti di forza tra le istituzioni e i gruppi economici a esse legati. Di conseguenza, alcune imprese risultano meglio tutelate, mentre altre finiscono per sostenere una quota maggiore dei costi delle crisi.

Questi «arbitraggi» riguardano anche la ripartizione dei costi tra imprese e lavoratori. Sebbene il salario minimo sia ufficialmente oggetto di negoziazione in un quadro tripartito, gli ostacoli all’organizzazione sindacale indipendente privano i lavoratori degli strumenti necessari per difendere i propri interessi. Lo Stato interviene dunque sia nella dinamica concorrenziale tra i capitali, sia nel rapporto tra datori di lavoro e dipendenti; in quest’ultimo caso, però, non agisce come arbitro imparziale, bensì prende apertamente le parti di una delle due componenti.

1.2. Lo Stato in veste di proprietario

Lo Stato mantiene la proprietà diretta di società capogruppo nei settori del petrolio, del gas, dell’energia elettrica, dell’acqua e dei trasporti, oltre a controllare alcune grandi banche pubbliche. Accanto a queste, operano un settore bancario privato e istituti controllati da enti pubblici e fondazioni. Attorno a questo nucleo si articola una compagine più ampia di società a capitale misto, che vedono la partecipazione — a seconda dei casi — dello Stato, di investitori privati ​​e di istituzioni pubbliche.

Come avviene nella maggior parte dei paesi produttori, lo Stato iraniano detiene il monopolio del petrolio e del gas. Il fatto che la rendita petrolifera alimenti il ​​bilancio nazionale, sostenga la valuta e finanzi le importazioni non costituisce un’eccezione. Il caso iraniano, tuttavia, si distingue per tre specificità. – Innanzitutto, il sistema dei tassi di cambio multipli genera una rendita in valuta estera, distribuita a discrezione delle decisioni amministrative.

– In secondo luogo, le sanzioni internazionali trasformano tali entrate in crediti congelati all’estero e impongono circuiti finanziari opachi, gestiti da intermediari.

– Infine, le risorse versate al Fondo nazionale per lo sviluppo rimangono sotto il controllo della Guida; senza il suo assenso, non è possibile effettuare alcun prelievo.

1.3. Lo Stato come datore di lavoro e la forza lavoro

La proprietà statale, di per sé, non garantisce né buone condizioni di lavoro né la sicurezza dell’impiego. Le imprese di Stato partecipano anch’esse all’accumulazione di capitale e sono soggette a vincoli di redditività, pur assolvendo talvolta a funzioni di servizio pubblico o a obiettivi politici.

Esse ricorrono alle medesime pratiche dei datori di lavoro privati: contratti a tempo determinato, esternalizzazioni, intensificazione dei ritmi di lavoro. All’interno di uno stesso sito produttivo, lavoratori a tempo indeterminato, personale assunto a contratto e dipendenti di aziende subappaltatrici svolgono le stesse mansioni, ma senza godere delle medesime retribuzioni, tutele o stabilità; una frammentazione che rende ancora più complessa un’azione collettiva. Il fenomeno riguarda i settori del petrolio, del gas, dell’industria estrattiva, dei trasporti e dei servizi pubblici, estendendosi tanto alle amministrazioni locali quanto alle imprese petrolchimiche, siano esse pubbliche, parastatali o private.

Nulla di tutto ciò è una peculiarità esclusiva dell’Iran. Tuttavia, l’ampio ricorso a tali tipologie contrattuali, unito agli ostacoli alla costituzione di sindacati indipendenti e alla repressione delle mobilitazioni, rafforza il potere dei datori di lavoro, anche quando il datore di lavoro è lo Stato.

Per i lavoratori, dunque, la questione cruciale non risiede nello status del proprietario, bensì nell’effettività dei diritti, nella tutela collettiva e nella capacità di organizzarsi.

1.4. La politica salariale

Al di là del meccanismo di fissazione del salario minimo già menzionato, la questione cruciale riguarda il tenore di vita che esso consente di garantire. I criteri legali tengono conto dell’inflazione e delle necessità di sussistenza di una famiglia media. Tuttavia, gli importi stabiliti non ne tengono conto e rimangono assai distanti da tali bisogni. All’inizio dell’anno 1405 (marzo 2026), la retribuzione minima di un lavoratore o una lavoratrice con due figli a carico – comprensiva di premi e indennità – copre appena il 60% del costo mensile del paniere di beni e servizi del proprio nucleo familiare [27].

Quando la crescita dei salari rimane nettamente inferiore all’aumento dei prezzi, una parte del costo della crisi viene trasferita sui lavoratori e sulle loro famiglie. Per riuscire a tirare avanti, queste persone sono costrette a cumulare più impieghi, indebitarsi o ridurre le spese per l’alimentazione, l’abitazione e la salute. La scarsa entità del salario si traduce, di fatto, in un maggiore sforzo richiesto all’intero nucleo familiare.

Per le imprese, a prescindere dal regime di proprietà, la compressione salariale rappresenta una leva per la riduzione dei costi. Essa permette di preservare i margini, compensare in parte l’aumento dei costi di approvvigionamento legato alle sanzioni e attenuare gli effetti della bassa produttività.

Per alcuni esportatori, i cui ricavi sono in valuta estera, il ritardo nel pagamento dei salari – a fronte della svalutazione del rial – accresce ulteriormente il loro vantaggio. Questa logica abominevole è anche perniciosa: comprimendo i redditi dei lavoratori, indebolisce la domanda interna e gli sbocchi commerciali delle imprese che da essa dipendono.

Anche le politiche valutarie e di sovvenzione influiscono sul salario reale. Un tasso di cambio preferenziale, destinato ai beni di prima necessità, può contenerne il prezzo; tuttavia, in assenza di un controllo sui margini e sui prezzi – come accade appunto in Iran – una parte di tale vantaggio viene intercettata dagli intermediari. Di contro, la soppressione di tale meccanismo può determinare un brusco rincaro di questi beni. L’impatto sulle famiglie dipende, in tal caso, dall’andamento di salari, pensioni e prestazioni sociali. Per quanto concerne la ripartizione dei costi, lo Stato iraniano conferma il proprio orientamento, privilegiando le imprese e le casse statali a scapito dei lavoratori.

1.5. I servizi sociali: diritti soggetti a una logica politica

Lo Stato fornisce o finanzia parte dei servizi di istruzione, sanità, trasporti e infrastrutture collettive, mentre l’Organizzazione per la sicurezza sociale eroga le pensioni ai lavoratori del settore privato. Tali servizi rispondono a bisogni reali. Il loro sviluppo è il risultato di un percorso storico in cui si intrecciano le esigenze dello sviluppo economico, le istanze sociali e la ricerca di stabilità politica.

Da questa genesi deriva una intrinseca fragilità. Poiché non sono tutti il ​​frutto di conquiste ottenute direttamente attraverso lotte sociali, essi non poggiano su quei rapporti di forza che potrebbero garantirne la tutela. Concessi «dall’alto», possono essere revocati allo stesso modo; spesso, infatti, vengono ridimensionati senza incontrare alcuna resistenza. Ciononostante, essi rappresentano forme di protezione collettiva che i lavoratori possono difendere e cercare di estendere. La loro estensione dipende da scelte di bilancio costantemente riconsiderate, che determinano quali servizi vengono erogati, quali fasce di popolazione sono coperte, quale quota di spesa resta a carico delle famiglie, nonché la qualità delle prestazioni e la loro distribuzione sul territorio. L’insufficiente finanziamento di ospedali e scuole, l’aumento degli oneri a carico degli utenti e la mercificazione dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria rendono l’accesso a tali diritti sempre più dipendente dal reddito. Le famiglie che ne hanno i mezzi si rivolgono al settore privato; le altre subiscono il degrado dei servizi o rinunciano a cure e spese per l’istruzione.

Parallelamente, lo Stato eroga sussidi monetari e concede crediti per l’acquisto di beni di prima necessità, nel tentativo di contenere l’esplosione della rabbia sociale. A questi aiuti si aggiungono sovvenzioni indirette – in particolare nel settore energetico – che riducono alcune spese delle famiglie e i costi di produzione delle imprese, senza tuttavia essere riservate esclusivamente alle fasce più indigenti. Tuttavia, questo scudo finanziario si sgretola a causa di criteri di esclusione e si dissolve sotto la spinta dell’inflazione. Tali trasferimenti attenuano l’emergenza, ma non riescono a compensare il crollo dei redditi reali delle classi popolari.

Lo Stato eroga sussidi monetari e concede crediti per l’acquisto di beni di prima necessità.

Infine, di fronte alle mobilitazioni, lo Stato può concedere margini di apertura, saldare arretrati o potenziare determinati aiuti. Allo stesso tempo, però, ricorre a restrizioni amministrative e, soprattutto, a una repressione pura e semplice. Ciò accade in particolare quando le rivendicazioni mettono in discussione le priorità dello Stato, la sua autorità o il potere datoriale, oppure quando sfociano in tentativi di organizzazione sindacale indipendente. Ciò che lo Stato concede sotto pressione, viene spesso ritirato una volta che la pressione diminuisce. La protezione sociale rappresenta dunque, al contempo, un diritto collettivo da difendere e un terreno di conflitto sulla distribuzione della ricchezza. 1.6. Lo Stato come garante dell’ordine

Al di là delle sue funzioni di datore di lavoro e di redistribuzione, lo Stato preserva i rapporti sociali sui quali poggia l’ordine esistente. Come in ogni economia capitalistica, esso garantisce la proprietà, fa rispettare i contratti e vigila sul funzionamento delle infrastrutture, degli scambi e del sistema finanziario. Funge inoltre da arbitro tra i diversi gruppi economici, al fine di evitare che le loro rivalità compromettano la stabilità dell’insieme. Tale funzione di arbitrato non implica, tuttavia, né l’esistenza di una politica coerente, né la capacità dello Stato di prevenire le crisi.

In Iran, questo ruolo assume una connotazione particolare, data la natura permanente e strutturante dei conflitti tra gli attori economici. Gli importatori si contrappongono agli industriali in merito ai dazi doganali; i settori ad alto consumo energetico si contendono le quote in periodi di scarsità; i gruppi parastatali e il settore privato si scontrano per l’accesso al credito e alle valute gestite dall’amministrazione. Lo Stato dirime le questioni in base a rapporti di forza mutevoli. L’assenza di regole realmente stabili rende gli arbitrati spesso revocabili. Il che non è privo di conseguenze sull’intera economia: l’accesso ai profitti dipende anche dalla vicinanza al potere politico.

Su un punto, tuttavia, l’arbitrato cessa e subentra l’unanimità del capitale: il costo del lavoro. Nessuna frazione della classe datoriale tollera che i lavoratori e le lavoratrici possano organizzarsi in modo autentico. In Iran, il mantenimento dell’ordine si fonda dunque su un controllo autoritario della rappresentanza e dell’azione collettiva. Sebbene i lavoratori e le lavoratrici siano incoraggiati a unirsi a organismi ufficialmente riconosciuti, la creazione di sindacati indipendenti e l’organizzazione di mobilitazioni dal basso si scontrano sistematicamente con ostacoli amministrativi, licenziamenti e repressione.

Al contrario, i datori di lavoro dispongono di camere di commercio e associazioni di categoria per difendere i propri interessi. Pur non sottraendoli del tutto ai vincoli politici, tali spazi conferiscono loro strumenti di influenza e un potere di lobbying che non trova alcun equivalente sul fronte dei lavoratori e delle lavoratrici.

È però a un livello ben più significativo e strutturale che lo Stato rivela la sua vera natura. Se da un lato si limita a fare da arbitro — in modo instabile — tra i diversi capitali, dall’altro interviene in modo decisivo e sistematico quando si tratta del conflitto tra capitale e lavoro: sceglie il primo a scapito del secondo.

La repressione del movimento operaio non è un incidente di percorso, bensì una componente intrinseca del funzionamento stesso dell’economia. Limitando la capacità dei lavoratori e delle lavoratrici di agire collettivamente, di scioperare e di contestare le decisioni datoriali, lo Stato consolida il potere dei datori di lavoro sulla retribuzione e sulle condizioni di impiego. Al di là delle rivalità che dividono le imprese, questa scelta politica di fondo consolida, a lungo termine, un rapporto di forza favorevole ai detentori di capitale, rendendo possibile la perpetuazione di un lavoro a basso costo.

Appendice 2: Il settore pubblico [28]

Una parte significativa dell’economia iraniana fa capo a organismi pubblici che non dipendono direttamente dal potere centrale: enti di previdenza sociale e casse pensioni, municipalità e gruppi economici ad esse collegati. Tali istituzioni non rientrano nel bilancio dello Stato, ma non sono nemmeno sottoposte al controllo dei loro effettivi aventi diritto. In questa sede ci concentreremo sulla Previdenza sociale, che rappresenta il caso di maggiore rilevanza dal punto di vista del lavoro salariato.

L’Organizzazione per la previdenza sociale (OSS) è, dal punto di vista giuridico, un’istituzione pubblica non statale. Sul piano finanziario, dipende innanzitutto dai contributi: secondo le sue stesse pubblicazioni, oltre l’80% delle sue risorse correnti deriva da tale fonte.

Tali contributi sono ufficialmente ripartiti tra lavoratore/lavoratrice, datore di lavoro e Stato. Tuttavia, la quota a carico del datore di lavoro non costituisce un suo “regalo”; si tratta, piuttosto, di una frazione socializzata del costo della forza-lavoro, generata all’interno del rapporto di lavoro salariato. Quanto al contributo dello Stato, esso corrisponde a un obbligo costantemente sottofinanziato, trasformatosi nel corso degli anni in un debito considerevole. Le risorse della Previdenza sociale provengono dunque, direttamente o indirettamente, dal lavoro di milioni di salariati e salariate.

Il patrimonio complessivo dell’OSS si è costituito a partire dalle riserve derivanti dai contributi, dai proventi degli investimenti e dai beni trasferiti dallo Stato a titolo di saldo dei propri debiti nei confronti dell’OSS.

Gli assicurati e i pensionati detengono diritti sociali che tale patrimonio dovrebbe contribuire a finanziare; tuttavia, essi non esercitano alcun controllo sulla sua gestione.

2.1. Shasta, il salario sociale trasformato in capitale

Creata nel 1986, la Società di investimento della Sicurezza sociale — Shasta — costituisce il braccio economico dell’OSS. La sua funzione iniziale consisteva nell’investire le riserve accumulate, al fine di preservarne il valore e contribuire al futuro finanziamento di pensioni, assistenza sanitaria e indennità di disoccupazione.

Attraverso Shasta e le sue holding, l’OSS detiene partecipazioni in un’ampia gamma di imprese, esercitando un controllo sulla gestione di molte di esse. Presente nei settori petrolchimico, farmaceutico, del cemento, estrattivo, dei trasporti, della finanza, delle telecomunicazioni e in numerose altre attività, l’OSS rappresenta una delle principali reti aziendali del Paese.

Nonostante la quotazione in Borsa, oltre l’85% del capitale di Shasta rimane in mano all’OSS. Eppure, gli assicurati e i pensionati — i cui contributi hanno dato origine a tale ricchezza — non hanno alcun potere su di essa. Il salario sociale accumulato dai lavoratori è stato trasformato in capitale, un capitale che viene gestito al di fuori del loro controllo.

2.2. Possedere fabbriche non equivale a pagare le pensioni

L’apparente vastità di Shasta non rivela nulla sulla sua reale capacità di finanziare la Sicurezza sociale; è necessario, a questo punto, distinguere due aspetti:

– Una pensione viene erogata in denaro, su base mensile, a milioni di persone;

– La ricchezza di Shasta è costituita da azioni, terreni, edifici e macchinari. Per trasformarla in pensioni, occorrerebbe vendere degli attivi — il che significa ridurre proprio ciò che dovrebbe garantire le pensioni di domani.

A ciò si aggiunge un effetto ingannevole. Quando l’inflazione fa salire il prezzo di un terreno o di una fabbrica, i bilanci registrano un utile. Tuttavia, non è entrato alcun denaro nelle casse. Una parte significativa dei profitti di Shasta è di questa natura. Distribuire tali utili non genera la liquidità di cui l’Organizzazione ha bisogno e può portare alla vendita del patrimonio, pezzo dopo pezzo, per onorare dividendi che esistevano solo sulla carta.

Il risultato è un divario sorprendente. Secondo una dichiarazione della direzione della Previdenza Sociale nel 2025, il valore complessivo di Shasta copriva ormai solo circa due mesi di spese dell’OSS, mentre i dividendi effettivamente versati nel corso dell’anno coprivano appena qualche giorno di oneri.

Non vi è alcuna contraddizione con quanto esposto in precedenza; si tratta semplicemente di due scale di grandezza differenti. Se rapportata all’economia iraniana, Shasta è un impero. Se rapportata agli impegni della Previdenza Sociale verso milioni di pensionati e pensionate, è ben poca cosa. Tra l’inventario degli attivi e l’effettivo diritto a una pensione o all’assistenza sanitaria, si interpone un intero apparato decisionale sul quale gli interessati non hanno alcun potere — e una di queste decisioni consiste proprio nel mantenere tale ricchezza in una forma che non consente il pagamento delle pensioni [29].

2.3. Ciò che gli imprenditori sottraggono

La crisi della Previdenza Sociale non dipende esclusivamente dalla gestione di Shasta. Un altro fattore determinante è l’evasione dei contributi a carico dei datori di lavoro.

Essa assume forme svariate: la mancata dichiarazione dell’impresa o di una parte dei dipendenti; la dichiarazione di un salario inferiore a quello effettivamente corrisposto; Omettere parte del personale dagli elenchi; presentare un impiego permanente come occasionale; ricorrere a subappaltatori che spariscono lasciandosi dietro debiti; accumulare arretrati; impiegare lavoratori in modo informale, privi di qualsiasi copertura previdenziale.

I servizi della Previdenza sociale hanno stimato che l’evasione relativa ai salari dichiarati superi il 30%, con alcune stime recenti che si avvicinano al 40%. Ciò significa che una quota molto consistente dei salari reali sfugge alla base imponibile su cui dovrebbero essere calcolati i contributi.

Il vantaggio per il datore di lavoro è immediato, mentre per il lavoratore o la lavoratrice il costo è differito nel tempo. Un salario dichiarato solo parzialmente si traduce in una pensione più bassa, prestazioni ridotte e minori risorse per il finanziamento collettivo della sanità e dell’indennità di disoccupazione. Quanto risparmiato oggi dall’impresa sarà pagato domani dai lavoratori e dall’insieme degli assicurati.

2.4. Ciò che lo Stato non versa

Lo Stato centrale è esso stesso uno dei principali debitori della Previdenza sociale. Nel corso dei decenni, ha imposto all’ente nuovi obblighi, esoneri contributivi ed estensioni della copertura a nuove categorie, senza tuttavia trasferire le risorse corrispondenti. A ciò si aggiunge il contributo a carico dello Stato stesso, fissato al 3% del salario, che rimane cronicamente non versato.

La modalità con cui lo Stato adempie ai propri obblighi è importante tanto quanto l’importo stesso. Invece di versare liquidità, lo Stato trasferisce azioni di imprese pubbliche – un meccanismo previsto dalla stessa legge finanziaria, che contempla il regolamento di parte degli impegni dovuti proprio attraverso questa via. Le imprese così cedute risultano talvolta poco redditizie, indebitate o difficili da vendere. Di conseguenza, la Previdenza sociale si ritrova proprietaria di un portafoglio sempre più ampio, pur non disponendo della liquidità necessaria per il pagamento mensile delle pensioni. Lo Stato non si limita a non pagare. Esso trasferisce alla cassa dei lavoratori i rischi, i debiti e le difficoltà di gestione di imprese di cui cerca di disfarsi. I contributi servono dunque, oltre a garantire i diritti sociali, ad assorbire una parte degli squilibri del settore statale.

2.5. Una crisi il cui costo viene imposto agli assicurati

L’inflazione distrugge il valore reale delle riserve, mentre le pensioni restano, in modo considerevole e duraturo, al di sotto dell’aumento del costo della vita. L’espansione del lavoro informale, la disoccupazione, i bassi salari e la diminuzione relativa del numero di contribuenti aggravano la situazione.

Va aggiunto che l’OSS è, tra tutte le casse iraniane, quella che se la passa meno peggio. Quelle dei funzionari pubblici e delle forze armate sopravvivono solo grazie a versamenti diretti provenienti dal bilancio statale. La difficoltà, dunque, non è esclusiva dell’OSS, ma vi assume una forma particolare, trattandosi dell’unica cassa a disporre di un patrimonio costituito dai contributi dei lavoratori del settore privato.

Quando le autorità parlano di «squilibrio» o di «deficit», presentano tuttavia la crisi come se derivasse da un eccesso di diritti concessi ai lavoratori e ai pensionati. I rimedi proposti si somigliano tutti: innalzare l’età pensionabile, prolungare il periodo contributivo, limitare gli impegni di cassa, lasciare che le pensioni perdano valore, scaricare una quota crescente delle spese sanitarie sulle famiglie, vendere i beni accumulati grazie ai contributi versati.

Il lavoratore o la lavoratrice finisce così per pagare più volte. Durante la vita attiva, attraverso i contributi, la riduzione del salario reale e la precarietà. Poi, una volta in pensione, attraverso l’erosione dell’assegno pensionistico, l’aumento delle spese sanitarie e la contrazione dei propri diritti.

2.6. I pensionati di fronte alla propria cassa

È per questo che i pensionati della Previdenza Sociale costituiscono una delle forze di protesta più costanti del Paese. Le manifestazioni domenicali proseguono in diverse città, attorno a rivendicazioni concrete: pensioni adeguate al costo reale della vita, calcolato sulla base di un paniere di beni di sussistenza; armonizzazione delle pensioni per ridurre le disparità tra i pensionati, oltre al pagamento degli arretrati; copertura integrale delle cure e dei farmaci, senza alcun onere a carico dell’individuo; pagamento del debito dello Stato;

2.7. No alla privatizzazione del patrimonio dell’OSS — difesa dell’autonomia finanziaria dell’OSS

Questa mobilitazione mette in luce l’assurdità del sistema. Da un lato, i contributi dei lavoratori e delle lavoratrici hanno dato vita a un vasto patrimonio industriale e finanziario. Dall’altro, coloro che hanno generato tale ricchezza sono costretti a scendere in piazza per ottenere una pensione che permetta di vivere dignitosamente e l’accesso a cure per le quali hanno già versato i relativi contributi.

La questione cruciale, dunque, non riguarda la redditività di Shasta, bensì la proprietà sociale e il potere: a chi appartiene realmente questa ricchezza? Chi ne decide l’impiego? E nell’interesse di quale classe viene amministrata? Shasta trasforma il salario sociale dei lavoratori e delle lavoratrici in capitale, sottraendo loro qualsiasi potere su tale capitale. Da una parte si accumulano i beni; Dall’altro lato, gli assicurati e i pensionati devono lottare per i loro diritti più elementari. Non si tratta di una carenza gestionale, bensì di una spoliazione.

Allegato 3: il settore para-statale

Il settore para-statale, talvolta definito “para-pubblico”, comprende in particolare le strutture economiche controllate dai Guardiani della Rivoluzione e le fondazioni legate alla “Guida Suprema”.

3.1. I Guardiani e l’economia iraniana

I Guardiani della Rivoluzione intervengono nell’economia attraverso diverse strutture, tra cui Khatam al-Anbiya – attore di primo piano nell’ingegneria e nelle grandi opere – e la loro Fondazione cooperativa, che gestisce investimenti e partecipazioni azionarie.

È difficile misurare con precisione il peso economico dei Guardiani della Rivoluzione: mancano statistiche consolidate e le stime divergono notevolmente. Tuttavia, il loro potere non si limita al numero di imprese che possiedono; si fonda soprattutto su tre pilastri: la loro posizione nei grandi appalti pubblici, le loro partecipazioni nel capitale di diverse aziende e il loro ruolo in determinati circuiti commerciali e finanziari operanti in regime di sanzioni.

3.1.1. Al vertice della filiera dei grandi appalti pubblici, tramite Khatam al-Anbiya

Khatam al-Anbiya è stato istituito dopo la guerra Iran-Iraq (1980-1988) per mobilitare le competenze ingegneristiche delle forze armate ai fini della ricostruzione. È diventato il principale braccio economico e tecnico dei Guardiani nel settore delle grandi opere: dighe, autostrade, ferrovie, reti idriche, oleodotti e gasdotti, nonché nei comparti del petrolio, del gas e della petrolchimica. Khatam al-Anbiya è coinvolto in gran parte delle infrastrutture strategiche del Paese.

Tuttavia, la sua forza non deriva soltanto dai lavori che esegue direttamente; essa risiede soprattutto nel suo ruolo di contraente principale. Lo Stato affida a Khatam dei mega-progetti; Khatam ne mantiene la direzione generale, per poi delegarne una parte a una vasta rete di subappaltatori privati.

Tra i grandi cantieri a cui Khatam ha preso parte figurano lo sviluppo delle fasi 22-24 del giacimento di gas di South Pars, la costruzione della raffineria Persian Gulf Star a Bandar Abbas e l’ampliamento del porto di Chabahar, inaugurato nel 2017. Tali esempi illustrano la portata dei mercati a cui il gruppo ha accesso nei settori dell’energia e delle infrastrutture. A Chabahar, in particolare, la realizzazione del progetto ha coinvolto numerosi subappaltatori sotto la sua responsabilità.

Khatam si colloca dunque tra lo Stato – che finanzia e commissiona le infrastrutture – e le imprese che le eseguono. In altri termini, occupa il vertice di una parte della catena di subappalto: si aggiudica i grandi contratti, ne organizza la ridistribuzione e controlla così flussi significativi di commesse, finanziamenti e investimenti.

Questa posizione si riflette nella struttura del gruppo. Khatam supervisiona una decina di filiali note – Fater, Ghaem, Ghorb Karbala, Makin, Rahab, Sepanir, Sepasad – e, tramite esse, un ulteriore livello di società. È attraverso Sepanir, ad esempio, che controlla il cantiere navale Sadra. Attorno a questo nucleo gravitano circa cinquemila imprese specializzate con le quali il gruppo collabora. Esso trasforma così un singolo contratto pubblico in una rete di dipendenze private.

Questa posizione è doppiamente protetta:

– Da un lato, diversi importanti contratti gli sono stati assegnati al di fuori di procedure concorrenziali. Ad esempio, nel febbraio 2011, gli sono stati affidati due contratti per la realizzazione di condutture, per un valore complessivo di 2,6 miliardi di dollari, «rinunciando alle formalità di gara» – come ammesso dallo stesso direttore della compagnia pubblica di raffinazione.

– Dall’altro, Khatam non è soggetto ai vincoli tipici di un normale appaltatore. I mega-progetti richiedono ingenti capacità finanziarie, mentre lo Stato salda i propri debiti con ritardo. Grazie alle sue dimensioni e al suo inserimento nell’apparato di potere, Khatam è in grado di detenere crediti verso lo Stato per anni, per poi vederli estinti tramite titoli, trasferimenti di attività, compensazioni di debiti o forniture di greggio.

Le sanzioni hanno ulteriormente ampliato questo spazio. Il ritiro delle imprese straniere ha ridotto la concorrenza, spingendo lo Stato ad affidarsi ai pochi gruppi nazionali in grado di rilevare i progetti abbandonati.

Ecco perché il peso economico di Khatam non va misurato soltanto in base a ciò che esso possiede direttamente. Esso risiede anche nella sua capacità di controllare l’accesso a una parte dei grandi appalti pubblici e di organizzare attorno a sé un’intera rete di imprese private.

3.1.2. La proprietà del capitale

La seconda forma di potere economico è di tipo più tradizionale: la detenzione di azioni e di imprese.

La Fondazione cooperativa dei Guardiani (Bonyad-e Ta’avon-e Sepah) e le società di investimento ad essa collegate hanno acquisito partecipazioni in svariati settori industriali, commerciali e finanziari. Quando una holding legata ai Guardiani detiene una quota significativa di un’impresa, può percepire dividendi, ma anche esercitare un’influenza sul suo consiglio di amministrazione e sulla sua dirigenza.

La Fondazione cooperativa dei Guardiani acquisisce partecipazioni di controllo in numerosi settori, tra cui idrocarburi e petrolchimica, attività estrattive e metallurgia, ingegneria civile, infrastrutture di trasporto, infrastrutture energetiche, opere idrauliche, cantieristica navale, telecomunicazioni e settore immobiliare commerciale. A ciò si aggiungono attività finanziarie e commerciali. Le sue attività bancarie meritano qualche spiegazione.

La presenza militare diretta nel settore bancario commerciale è diminuita. A partire dal 2019, diverse banche ed enti legati alle forze armate — in particolare gli istituti Ansar, Mehr Eqtesad e Kowsar — ​​sono stati assorbiti dalla Bank Sepah, di proprietà statale. Ciò non ha eliminato il ruolo finanziario dei Guardiani, ma ne ha modificato l’architettura.

Sebbene tale fusione, disposta dalla Banca centrale, abbia ufficialmente limitato il controllo diretto delle istituzioni militari sui risparmi pubblici, la Fondazione cooperativa dei Guardiani ha ristrutturato la propria strategia. Per compensare questa centralizzazione, essa si avvale ora di una complessa rete di società di investimento e holding formalmente private, più difficili da ricondurre al loro effettivo proprietario. Entità finanziarie intermedie, che fungono da paravento, consentono di mantenere significativi flussi di capitale all’interno del settore finanziario privato e sui mercati azionari locali. Inoltre, per aggirare le sanzioni e finanziare grandi progetti, il gruppo si affida a reti di intermediazione, talvolta situate in paesi terzi.

Al di là dell’elusione delle sanzioni, il ricorso a queste holding formalmente private risponde a obiettivi di strategia finanziaria interna. – In primo luogo, questo meccanismo consente di aggirare il limite legale al possesso di azioni bancarie — imposto dalla Banca Centrale iraniana per le istituzioni pubbliche o militari — frammentando la compagine azionaria attraverso diversi enti di copertura.

– In secondo luogo, tale infiltrazione indiretta nel settore bancario privato permette ai gruppi legati ai Guardiani di accedere a ingenti crediti a tassi agevolati, privi di garanzie rigorose (i cosiddetti prestiti a parti correlate).

– Infine, il ricorso a queste strutture private consente di sottrarre flussi finanziari significativi al controllo della Corte dei Conti e degli organismi di vigilanza nazionali, consolidando così un impero economico autonomo all’interno del Paese stesso.

3.1.3. Una posizione istituzionale privilegiata

I Guardiani non godono di esenzioni fiscali per le loro attività economiche. Tuttavia, il loro inserimento nell’apparato statale garantisce loro l’accesso a meccanismi di cui un’impresa ordinaria può avvalersi con molta più difficoltà: compensazione di crediti nei confronti dello Stato, pagamenti effettuati tramite beni o petrolio, e un trattamento di favore per alcune importazioni, in virtù del loro status militare.

Le importazioni di armi e materiale destinato direttamente alle forze armate beneficiano di specifiche esenzioni doganali, come avviene in ogni Paese. È proprio attorno all’esistenza di banchine militari, sottratte al normale controllo doganale, che è emersa, in epoche diverse, l’esistenza di «banchine invisibili». Nel 2011, nel pieno di una rottura politica con la Guida suprema e i Guardiani, Mahmoud Ahmadinejad denunciò pubblicamente l’esistenza di punti d’ingresso che sfuggivano alle dogane e che erano sotto il controllo dei Guardiani.

3.1.4. L’economia delle sanzioni

L’elusione delle sanzioni costituisce la terza dimensione di questo potere. Alla fine del 2024, prima della guerra del 2026 e del blocco, l’agenzia Reuters stimava che i Guardiani controllassero fino alla metà delle esportazioni petrolifere iraniane — oltre 50 miliardi di dollari l’anno —, contro circa il 20% di tre anni prima. Questo petrolio veniva veicolato attraverso un complesso apparato: intermediari, società di comodo in paesi terzi, trasferimenti di carico da nave a nave e una «flotta fantasma». Una parte significativa finiva in Cina, presso raffinerie indipendenti, venduta a prezzi scontati per compensare il rischio e i costi aggiuntivi di trasporto e finanziamento.

La vendita del petrolio, tuttavia, rappresenta solo una parte del problema; occorre infatti incassare e impiegare i proventi. Poiché gran parte delle banche iraniane è esclusa dal sistema finanziario internazionale, si è sviluppata una vasta rete parallela basata su uffici di cambio e società di comodo, in particolare a Hong Kong, negli Emirati Arabi Uniti e in Turchia. Qui i proventi vengono trasferiti, convertiti o utilizzati direttamente per pagare le importazioni. Le criptovalute si sono aggiunte a questi circuiti tradizionali, senza però sostituirli del tutto.

I Guardiani, e in particolare la forza Quds, sono attori di primo piano in tali circuiti, ma non sono gli unici. Vi partecipano anche enti pubblici, il Ministero della Difesa, banche, esportatori di petrolio e prodotti petrolchimici, grandi imprese private e numerosi intermediari privati. Il tutto comporta costi elevatissimi: sconti sul greggio, commissioni, oneri aggiuntivi per il trasporto e il finanziamento, nonché il rischio di sequestri o congelamenti dei beni. Le stime del costo complessivo variano in misura tale da rendere impossibile indicare una cifra precisa.

L’aspetto fondamentale è un altro. Le sanzioni non si sono limitate a ostacolare il commercio iraniano; hanno contribuito a creare un’economia parallela, opaca e caratterizzata da un’intensa intermediazione. In questo contesto, le organizzazioni che dispongono di reti internazionali, di un accesso privilegiato al petrolio e di una protezione politica godono di un vantaggio decisivo. I Guardiani ne sono tra i principali beneficiari.

3.1.5. Istituzioni militari: confronto tra traiettorie economiche

Il parallelo con l’esercito egiziano risulta qui illuminante. Anche in Egitto, l’istituzione militare gestisce grandi progetti pubblici, la cui esecuzione è in larga parte affidata al settore privato. In entrambi i casi, dunque, il potere economico dei militari deriva anche dalla posizione che essi occupano tra lo Stato e le imprese private. Di fronte a tali megaprogetti statali, il settore privato locale non dispone spesso dei mezzi finanziari o tecnici necessari per competere con i militari. L’istituzione militare si afferma così come un intermediario di primo piano, agendo da committente e cliente per le migliaia di imprese private che gravitano attorno ad essa.

Tuttavia, la somiglianza tra il caso iraniano e quello egiziano finisce qui. In Egitto, l’esercito ha esteso il proprio controllo fino ai mercati dei beni di consumo corrente. In tale ambito, essi agiscono direttamente attraverso la proprietà esclusiva di stabilimenti e mediante la coercizione, vendendo i propri prodotti, imponendo le proprie condizioni generali ed estromettendo i soggetti privati ​​che tentano di opporre resistenza.

Al contrario, i Guardiani iraniani operano tramite le proprie holding e partecipazioni finanziarie. Non possiedono direttamente singoli impianti produttivi, bensì acquisiscono quote di capitale in grandi imprese appartenenti ai settori dell’industria pesante o di base. Il potere economico dei Guardiani non si è sviluppato in contrapposizione al tessuto delle piccole e medie imprese (PMI). Piuttosto, le strutture legate ai Guardiani e i grandi imprenditori privati ​​operano in diversi mercati comuni, in particolare nella costruzione di metropolitane, tunnel, dighe, condutture e impianti petroliferi o del gas. Di conseguenza, possono trovarsi in competizione per l’aggiudicazione di contratti principali, collaborando al contempo su altri progetti attraverso partnership o rapporti di subappalto. A seconda delle attività, le entità legate ai Guardiani agiscono in veste di fornitori, clienti o committenti, affidando in subappalto una parte dei contratti pubblici che si aggiudicano. Possono inoltre essere concorrenti o partner delle grandi imprese private. I loro rapporti con il settore privato coniugano, pertanto, concorrenza e complementarità.

3.1.6. Conclusione

Il potere economico dei Guardiani poggia su due pilastri che si rafforzano a vicenda:

  • il possesso di attività e partecipazioni in imprese,
  • il controllo di posizioni strategiche nei circuiti economici.

Le loro partecipazioni finanziarie garantiscono loro entrate e potere decisionale nelle società interessate. Attraverso Khatam al-Anbiya, i Guardiani occupano inoltre un ruolo di primo piano nell’esecuzione di grandi contratti pubblici e nell’organizzazione del relativo subappalto, fungendo da intermediari tra lo Stato e le imprese private. Nel contesto dell’economia sotto sanzioni, le loro reti intervengono anche nella commercializzazione del petrolio e nei circuiti di valuta estera e pagamenti internazionali.

Il loro potere deriva dunque tanto dai capitali che controllano quanto dalla loro capacità di gestire l’accesso a determinati mercati, commesse e circuiti commerciali e finanziari.

3.2. Fondazioni legate alla Guida Suprema

La Bonyad-e Mostazafan (Fondazione degli Oppressi), il Setad (Quartier generale per l’esecuzione dell’ordine dell’Imam) e l’Astan-e Qods Razavi costituiscono tre grandi concentrazioni di capitale, presenti in gran parte dei settori strategici dell’economia iraniana. I loro bilanci sono opachi e scarseggiano dati consolidati sul loro peso reale; ciò spiega l’ampio margine di variazione tra le diverse stime disponibili.

Sebbene abbiano origini differenti, tutte e tre si sono sviluppate a partire da forme di concentrazione patrimoniale sottratte al controllo pubblico, delineando profili economici distinti.

– La Fondazione degli Oppressi è nata dopo la rivoluzione, costituendosi attorno ai beni confiscati all’ex Fondazione Pahlavi, che apparteneva allo Scià e ai suoi familiari. Oggi si presenta come un vasto insieme di holding attive nell’industria, nel settore minerario, nell’energia, nella finanza e nel settore immobiliare.

– Il Setad è stato inizialmente incaricato di gestire i beni abbandonati o sequestrati in seguito alla rivoluzione, per poi trasformarsi in un conglomerato di investimento estremamente diversificato, con una presenza significativa, in particolare, nei settori farmaceutico e delle telecomunicazioni. – L’Astan-e Qods ha origini più antiche: il suo immenso patrimonio si è accumulato nel corso dei secoli attorno al mausoleo dell’imam Reza a Mashhad, principalmente attraverso i *waqf* (beni inalienabili sottratti alla normale circolazione della proprietà). L’ente conserva una solida base fondiaria e agricola – possedendo circa un decimo delle terre della provincia del Khorasan Razavi – pur essendosi esteso progressivamente ai settori dell’edilizia, dell’energia e dei servizi. Sotto i diversi regimi politici, il potere centrale ha sempre cercato di esercitare un’influenza sulla gestione di questa enorme ricchezza. Durante l’epoca dei Pahlavi, gli amministratori del santuario di Mashhad erano strettamente legati all’apparato statale; sotto la Repubblica islamica, la direzione di queste istituzioni fa capo direttamente alla Guida suprema.

Patrimoni dalle traiettorie inizialmente assai differenti hanno così prodotto un medesimo risultato: l’emergere di potenze economiche autonome, sottratte al normale controllo statale e direttamente collegate al vertice del potere politico. La loro importanza non risiede soltanto nell’entità dei loro attivi, ma nel loro status peculiare di centri di concentrazione del capitale, situati nel cuore stesso della struttura di potere.

Sul piano fiscale, le loro imprese e filiali commerciali sono soggette al diritto comune e pagano l’imposta sulle società sugli utili generati. Al contrario, la struttura centrale di tali organismi (la fondazione madre) è esente dall’imposta sul reddito; essa è tenuta a versare esclusivamente l’IVA e i contributi sui salari dei propri dipendenti. I dividendi, i proventi finanziari e i ricavi da cessioni confluiscono in questa struttura, restando al di fuori del campo di applicazione dell’imposta. I conti di questo nucleo centrale rimangono riservati e la loro verifica spetta esclusivamente all’ufficio della Guida, non agli organi di controllo dello Stato. Queste fondazioni giustificano tale posizione facendo leva sulle proprie missioni sociali, religiose o caritatevoli, sostenendo di destinare una parte delle proprie risorse alla lotta contro la povertà o alla costruzione di scuole. Tuttavia, ciò che le distingue in modo sostanziale da una comune organizzazione benefica è il fatto di controllare holding industriali e partecipazioni strategiche, essendo al contempo inserite direttamente nella struttura di potere. Le esenzioni fiscali di cui gode il loro nucleo centrale non derivano dalle finalità caritatevoli perseguite, bensì da un’autorizzazione concessa dalla Guida. Il criterio non è di natura economica, ma politica.

Queste istituzioni svolgono dunque attività pienamente capitalistiche — produzione, finanza, settore immobiliare, investimenti — sottraendosi però ai normali meccanismi di rendicontazione. Peraltro, gestiscono la propria forza lavoro esattamente come qualsiasi altro grande gruppo iraniano, pubblico o privato, facendo ampio ricorso all’esternalizzazione, ai contratti a tempo determinato e alla compressione del costo del lavoro.

Configurazioni analoghe si riscontrano anche altrove. In Marocco, il gruppo Al Mada concentra importanti partecipazioni attorno alla famiglia reale; in Arabia Saudita, il Public Investment Fund (PIF) è diventato un importante strumento di concentrazione del capitale sotto l’autorità del principe ereditario. In Thailandia, il Crown Property Bureau presentava alcune analogie, data l’entità del patrimonio posto sotto il controllo diretto della monarchia; tuttavia, nel 2017, i suoi attivi sono stati trasferiti alla proprietà personale del re e assoggettati a tassazione, di fatto dissolvendo l’istituzione nella proprietà privata.

Appendice 4: il settore privato

Mentre i settori statale, pubblico e parastatale, presi nel loro insieme, rappresenterebbero circa il 16% dell’occupazione totale, il settore privato concentra la grande maggioranza dei posti di lavoro. Attraverso le sue attività di produzione, commercio e subfornitura, esso contribuisce alla realizzazione degli investimenti e alla circolazione delle merci, in stretta relazione con gli altri settori dell’economia.

4.1. Il settore privato non ne esce penalizzato

Una delle tesi ricorrenti sostenute dai fautori della privatizzazione afferma che la Repubblica Islamica abbia suddiviso l’economia tra Stato, fondazioni, casse pensionistiche e istituzioni militari, relegando il «vero settore privato» ai margini. Il loro argomento principale poggia sull’attuazione dell’articolo 44 della Costituzione [30]: gran parte delle imprese cedute non è stata trasferita a capitalisti privati, bensì a casse pensionistiche, banche e svariate istituzioni parastatali.

Nel contesto delle privatizzazioni, imprese precedentemente statali e quote di partecipazione rilevanti detenute dallo Stato sono state trasferite a casse pensionistiche, enti pubblici non statali e gruppi parastatali, in particolare nei settori dell’industria e delle telecomunicazioni. Anche acquirenti privati ​​hanno beneficiato di tali cessioni. Sebbene gli enti pubblici e parastatali abbiano occupato un ruolo predominante in questo processo, anche gli acquirenti privati ​​hanno partecipato alla ripartizione dei beni statali, assumendo talvolta il controllo di grandi imprese industriali. Aziende come Hepco — produttrice di macchine da cantiere —, Machine Sazi Tabriz — costruttrice di macchine utensili — e il complesso saccarifero di Haft-Tappeh sono state cedute, in momenti diversi, ad acquirenti privati. Tali acquisizioni da parte di privati ​​hanno riguardato anche i settori tessile, saccarifero e agroindustriale: ne sono un esempio gli stabilimenti tessili di Boroujerd, lo zuccherificio di Mamasani e il complesso agroindustriale del Lorestan. Alcune di queste cessioni sono avvenute tramite banche statali che detenevano le imprese in questione.

Questi esempi dimostrano che le acquisizioni private hanno interessato aziende di dimensioni eterogenee, inclusi grandi complessi industriali. È tuttavia necessario distinguere tra queste cessioni avvenute in passato e l’attuale assetto proprietario delle imprese: la privatizzazione di Haft-Tappeh è stata annullata, mentre la quota di maggioranza di Hepco è stata successivamente trasferita all’Organizzazione per la Sicurezza Sociale.

Anche il settore bancario è stato oggetto di privatizzazioni parziali. L’apertura del capitale di ex banche statali, come Mellat, Tejarat e Saderat, ha consentito l’ingresso di investitori privati ​​e piccoli azionisti. Tale partecipazione privata coesiste però con una significativa presenza di azionariato pubblico e istituzionale.

Si può inoltre menzionare il caso specifico delle cosiddette «azioni di giustizia» (Saham-e Edalat), una forma di privatizzazione ibrida attraverso la quale lo Stato ha assegnato a milioni di persone a basso reddito delle partecipazioni in grandi imprese pubbliche, operanti in particolare nei settori petrolchimico e minerario. Occorre tuttavia distinguere tra l’assegnazione delle azioni ai beneficiari, la possibilità di venderle e l’effettivo controllo sulle imprese interessate. L’apertura alla vendita di questi titoli non comporta, di per sé, un trasferimento di tale controllo ai piccoli azionisti.

In ogni caso, a prescindere dalle privatizzazioni, il settore privato rappresenta una componente di lunga data dell’economia iraniana. Esso poggia su reti commerciali storiche e su un tessuto industriale formatosi ben prima delle ondate di privatizzazione degli ultimi due decenni.

Per svilupparsi, il capitale privato non ha necessariamente bisogno di acquisire un’acciaieria o una banca pubblica già esistente. L’accumulazione segue anche altre vie: la creazione di stabilimenti, la produzione di componenti, l’ottenimento di commesse pubbliche o di contratti di subfornitura. L’accesso al credito, all’energia e a materie prime sovvenzionate, così come la protezione dalle importazioni, possono favorire tale espansione. Quest’ultima si fonda sulla conquista di sbocchi di mercato – in particolare interni – e sullo sfruttamento della forza lavoro, la cui intensificazione alimenta i profitti. Tali meccanismi hanno contribuito allo sviluppo del capitale privato iraniano, indipendentemente dai trasferimenti di proprietà pubblica.

4.2. Accumulare senza necessariamente impadronirsi di imprese pubbliche

Il gruppo Crouse ne costituisce un esempio particolarmente significativo. Inizialmente un semplice fornitore privato di componentistica, l’azienda è diventata uno dei principali fornitori dell’industria automobilistica, acquisendo partecipazioni in diverse società del settore. Insieme ai propri partner, ha infine raggiunto una posizione tale da esercitare un’influenza determinante sulla gestione di Iran Khodro (casa automobilistica). Questa evoluzione non è il risultato della semplice cessione di un’impresa pubblica, bensì di contratti a lungo termine, del controllo su componenti strategici, di acquisizioni di partecipazioni e della trasformazione di un potere industriale in potere azionario. Le controversie giudiziarie e quelle legate alla concorrenza che coinvolgono Crouse non mutano tale realtà: un capitale privato è riuscito ad accumularsi nel cuore di un’industria considerata statale, arrivando a incidere sul controllo della stessa impresa committente.

Nell’industria alimentare, «Shirin Asal» è passata dalla produzione di dolciumi e cioccolato alla creazione di un gruppo che comprende diversi stabilimenti produttivi, una rete di distribuzione, mezzi di trasporto, fonti di approvvigionamento e attività di esportazione. Nel 2017, il suo dirigente dichiarava di contare quasi 12.000 dipendenti diretti.

Il gruppo privato Golrang rappresenta un esempio di portata ancora maggiore. Partito dai prodotti per la pulizia e dai beni di consumo, ha esteso le proprie attività all’agroalimentare, al settore farmaceutico, alle catene di vendita al dettaglio, all’edilizia, alle tecnologie, ai servizi finanziari e alle materie prime. Il gruppo stesso afferma di raggruppare oltre 120 società e di impiegare circa 45.000 persone.

Solico e Kalleh, Entekhab e Snowa, Mihan, Zar Macaron, Tabiat, Mammut, Digikala e Snapp costituiscono ulteriori esempi di crescita del capitale privato. Alcune di queste imprese si sono sviluppate nella produzione, altre nella distribuzione o nell’economia delle piattaforme.

Il capitale privato è presente anche nel settore delle grandi opere e dell’energia. Kayson opera nelle infrastrutture di trasporto, nelle reti idriche e negli impianti petroliferi e del gas; Jahanpars nell’ingegneria e nella costruzione di impianti industriali, in particolare nei settori petrolifero, del gas e petrolchimico; Dana Energy nell’esplorazione, nello sviluppo di giacimenti e nei servizi di perforazione. Tali imprese testimoniano la presenza di gruppi privati ​​in ambiti in cui operano anche strutture legate ai Guardiani della Rivoluzione.

Questi diversi gruppi privati ​​non hanno necessariamente acquisito il controllo di un’impresa pubblica; hanno tuttavia accumulato commesse, stabilimenti, reti di distribuzione, marchi, forza lavoro e potere di determinazione dei prezzi.

4.3. Lo Stato non è soltanto un concorrente del settore privato

La narrazione che dipinge il settore privato come una vittima contrappone lo Stato al capitale privato, presentandoli come due forze antagoniste. In realtà, lo Stato può essere, simultaneamente, concorrente, ente regolatore, cliente e sostegno fondamentale per l’accumulazione privata.

Le imprese private hanno beneficiato di meccanismi quali: elettricità e gas a uso industriale sovvenzionati; materie prime siderurgiche e petrolchimiche di produzione nazionale; divieti o limitazioni alle importazioni concorrenti; tassi di cambio preferenziali o amministrati; crediti bancari e garanzie pubbliche; contratti di subfornitura e commesse statali; un ampio mercato interno in cui le sanzioni rendono difficile l’ingresso di concorrenti stranieri; infrastrutture e una forza lavoro qualificata ma a basso costo, i cui oneri di formazione sono stati sostenuti, in parte, da risorse pubbliche e dalle famiglie stesse. L’espansione di Snowa non può essere spiegata indipendentemente dal ritiro di Samsung e LG, nonché dal divieto di importazione di elettrodomestici sudcoreani. Allo stesso modo, la crescita di Digikala e Snapp è indissociabile dall’assenza di Amazon e Uber, dalle restrizioni imposte agli investimenti esteri e dalla relativa chiusura del mercato iraniano. Se da un lato le sanzioni hanno comportato costi considerevoli per queste imprese, dall’altro hanno costituito, per alcune di esse, una barriera protettiva contro la concorrenza internazionale.

In molti casi, lo Stato socializza i costi di base, protegge il mercato e crea le condizioni per l’accumulazione privata, mentre i profitti e il controllo dell’impresa rimangono privati.

Questa analisi non implica che ogni impresa privata prosperi. Migliaia di piccole officine hanno chiuso i battenti a causa della mancanza di credito, del crollo del rial (la valuta iraniana), delle interruzioni di corrente, della contrazione del mercato e dell’aumento dei prezzi delle materie prime. Non esiste un’identità automatica di interessi tra una piccola officina che impiega venti persone e una holding come Golrang o Crouse.

Tuttavia, la scomparsa di alcune imprese non significa il fallimento del «capitale privato». La concorrenza capitalistica elimina costantemente le imprese più piccole e concentra il mercato nelle mani delle unità più potenti. Una parte di ciò che i sostenitori del mercato definiscono «oppressione del settore privato» rientra in realtà in un processo di concentrazione del capitale. Le piccole imprese scompaiono, mentre le loro quote di mercato, le loro attrezzature e la loro forza lavoro vengono assorbite da imprese più grandi.

Allo stesso modo, la dicitura «vero settore privato» non può costituire un certificato permanente di indipendenza o di purezza. Un’impresa che inizia come una struttura modesta e indipendente, man mano che cresce, si avvicina alle banche, agli appalti pubblici, agli organismi di regolamentazione, alla Borsa e al potere politico. Il caso di Crouse mostra precisamente come un’impresa privata possa passare dallo status di subfornitore a quello di azionista, per poi diventare una delle componenti che esercitano il controllo su una grande impresa.

4.4. Il principale sconfitto: il mondo del lavoro

Il problema fondamentale della narrazione neoliberista è che essa confonde le sorti del datore di lavoro privato con quelle della società. Dalla posizione privilegiata di alcune imprese pubbliche o parappubbliche, essa deduce che un’estensione della proprietà privata porterebbe spontaneamente all’efficienza e alla prosperità. Eppure, la vera questione rimane come sia avvenuta l’accumulazione del capitale privato e chi ne abbia sostenuto il costo.

Dai privilegi di cui godono alcune imprese pubbliche o parappubbliche, la narrazione neoliberista iraniana deduce che l’estensione della proprietà privata basterebbe a garantire l’efficienza economica e la prosperità collettiva. In tal modo, lascia nell’ombra una questione essenziale: come si è accumulato il capitale privato, a beneficio di chi e a spese di chi? Una parte significativa della flessibilità e della redditività delle imprese private si fonda su salari inferiori al costo di riproduzione della forza lavoro; contratti a tempo determinato, anche per mansioni di carattere permanente; ricorso ad agenzie di fornitura di manodopera; licenziamenti attuati tramite il mancato rinnovo dei contratti; ricorso a straordinari e turnazioni; lavoro sommerso o regolarizzato sulla base di una retribuzione inferiore a quella reale; divieto di costituire organizzazioni indipendenti e assenza del diritto alla contrattazione collettiva; trasferimento sui lavoratori e sulle lavoratrici degli shock derivanti dai tassi di cambio, dalle sanzioni e dal calo delle vendite.

Le stime disponibili collocano la quota di occupazione informale in Iran attorno al 60%. Le dichiarazioni di rappresentanti e responsabili del mondo del lavoro indicano inoltre una diffusione dei contratti a tempo determinato che raggiunge, in alcuni casi, il 95%. In una simile struttura, il datore di lavoro può trasferire sul lavoratore una parte del rischio di mercato: egli trattiene per sé i profitti e le quote di mercato durante le fasi di crescita, per poi non rinnovare i contratti, ritardare il pagamento dei salari o ridurre l’organico nei periodi di crisi.

Questa situazione si riscontra anche nelle imprese pubbliche e parapubbliche, sia direttamente che attraverso un massiccio ricorso all’esternalizzazione della manodopera. Su entrambi i versanti di questo confine – tra il settore statale/pubblico/parastatale e quello privato – i lavoratori si trovano ad affrontare l’instabilità occupazionale, salari bassi e l’assenza di organizzazioni indipendenti.

Conclusione

Il mito di un «settore privato vittima», costruito dalle correnti neoliberiste dell’opposizione, si rivela infondato. L’orientamento neoliberista che domina l’apparato statale iraniano dimostra esattamente il contrario. Il capitale privato vi trova un terreno ideale per prosperare, grazie al subappalto, alle barriere doganali, all’energia a basso costo e allo sfruttamento di una manodopera a basso prezzo.

Il settore privato forse non ha ottenuto, nel corso delle privatizzazioni, la quota auspicata dai suoi sostenitori. Tuttavia, nulla ha frenato il suo sviluppo né la sua continua accumulazione di capitale. I profitti, la proprietà e il potere decisionale rimangono saldamente nelle mani della classe dominante. Per contro, i costi dell’energia, della protezione dei mercati, delle perdite bancarie e della riproduzione della forza lavoro ricadono sistematicamente sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici.

Da questa prospettiva, il principale sconfitto nella Repubblica Islamica è il mondo del lavoro. Sotto il dominio congiunto di capitali privati, statali, pubblici e parastatali, esso resta escluso dal diritto di organizzarsi, privo di sicurezza occupazionale e spogliato di una giusta quota della ricchezza che esso stesso produce.

Note

[1] Nell’ottica neoliberista, uno Stato che detiene risorse petrolifere si trasforma in uno «Stato predatore» o «Stato mercante». Esso non ha alcun bisogno del consenso dei propri cittadini e cittadine, poiché le sue entrate provengono direttamente dal sottosuolo. Se l’industria petrolifera venisse privatizzata – sostengono questi teorici – lo Stato sarebbe costretto, per garantire il proprio funzionamento, a riscuotere un’imposta, anche minima (*minimal tax*), dalla popolazione; ed è proprio tale imposta, per quanto esigua, a instaurare un rapporto giuridico bidirezionale: il cittadino o la cittadina, in quanto contribuente, acquisisce infatti il ​​diritto di esercitare un controllo sulle spese statali. Si tratterebbe, in tal senso, dell’unico modo per ridimensionare lo Stato e vincolarlo al rispetto dello Stato di diritto (*rule of law*). Lungi dall’opporsi per principio a qualsiasi forma di tassazione, i neoliberisti propugnano dunque la sostituzione della «rendita petrolifera» con una «fiscalità di mercato». Essi non concepiscono l’imposta come uno strumento di ridistribuzione sociale della ricchezza, bensì come un meccanismo istituzionale volto a vincolare lo Stato alle regole del libero mercato, spogliandolo della proprietà diretta delle risorse nazionali.

[2] Per l’anno iraniano 1405 (che va da marzo 2026 a marzo 2027), la quota rappresentata dal gettito fiscale ha raggiunto un livello più elevato all’interno della struttura di bilancio del Paese. Nella legge di bilancio definitiva, approvata dal Parlamento in seguito a una revisione, le imposte costituiscono quasi il 52% delle risorse pubbliche complessive dello Stato. [3] Centro di ricerca del Parlamento iraniano, Analisi degli indicatori del mercato del lavoro nell’inverno 2019-2020, 2020, rapporto numero 17089, citato in Mohammad Maleki, «L’occupazione informale genera povertà», Centro per l’emancipazione dello Stato e della società, 16 agosto 2021.

[4] Secondo i dati del Centro di statistica dell’Iran, ripresi dalla Banca Mondiale nel suo rapporto della primavera 2022, tra gli occupati nel 2019-2020, circa il 63% delle donne e il 58% degli uomini lavorava nel settore informale. Banca Mondiale, Iran Economic Monitor: Managing Economic Uncertainties, primavera 2022.

[5] Centro di statistica dell’Iran, risultati trimestrali dell’indagine sulla forza lavoro (autunno 2023, inverno 2023-2024, inverno 2024-2025), popolazione dai 15 anni in su.

[6] Fatemeh Etemad Moghadam, «Undercounting Women’s Work in Iran», Iranian Studies, vol. 42, n. 1, 2009, pp. 81-95. L’autrice dimostra che le indagini statistiche ufficiali sottostimano sistematicamente il lavoro femminile. Nel settore agricolo e nell’economia rurale, la partecipazione reale delle donne si avvicina al 40%. Considerando anche l’economia informale urbana, le attività che generano reddito svolte da casa e il lavoro familiare non retribuito, l’autrice stima il tasso reale tra il 25% e il 30%. Lo studio si basa su dati precedenti al 2009; l’ordine di grandezza ivi stabilito funge, nel presente contesto, più da correttivo metodologico che da misurazione aggiornata. [7] Amnesty International, rapporti annuali sulle condanne a morte e le esecuzioni, edizione 2024 ed edizione 2025

[8] Secondo i dati consolidati dall’ONU e da diverse organizzazioni per i diritti umani, l’Iran ha registrato un allarmante aumento del ricorso alla pena di morte nei confronti delle donne. Nel 2024 sono state giustiziate almeno 31 donne; si è trattato del dato annuale più elevato documentato negli ultimi 17 anni. Nel 2025 sono state giustiziate almeno 48 donne, il che rappresenta un incremento del 55% rispetto all’anno precedente. Dall’inizio del 2026, sono state giustiziate almeno 19 donne [NEWSUN, ECPM, Iran Human Rights, Amnesty International]

[9] Le sanzioni secondarie costituiscono uno strumento di coercizione economica rivolto ad attori di paesi terzi. Mentre le sanzioni primarie statunitensi si applicano principalmente a persone e imprese soggette alla giurisdizione degli Stati Uniti, le sanzioni secondarie colpiscono anche le aziende straniere che intrattengono determinate transazioni con l’Iran, prevedendo, tra le altre conseguenze, l’esclusione dal mercato o dal sistema finanziario statunitense. Tale minaccia, pilastro della strategia di «massima pressione», spinge numerose banche e grandi imprese a rinunciare alle proprie attività con l’Iran, talvolta anche quando gli scambi sono consentiti. Rapporto di Human Rights Watch

[10] Secondo le autorità sanitarie, lo stanziamento di valuta estera al tasso agevolato di 285.000 rial per dollaro, destinato all’acquisto di farmaci e attrezzature mediche, è passato da 3,5 a 3 miliardi di dollari per l’anno iraniano 1405 (2026-2027). Ciò comporta un aumento dei costi per una parte di tali importazioni. Una procedura annunciata nel giugno 2026 prevede, tra l’altro, l’importazione di farmaci con il marchio originale, utilizzando valuta non sovvenzionata. Per una panoramica delle difficoltà, si vedano: Al Jazeera; Euronews; Deutsche Welle.

[11] Protocollo d’intesa annunciato il 14 giugno 2026 e firmato il 17 giugno; tuttavia, i combattimenti sono ripresi già l’8 luglio. Entrambe le parti considerano il protocollo nullo. Dopo un breve periodo di tregua, l’attacco delle forze statunitensi del 30 agosto sull’isola di Larak, seguito dall’immediata rappresaglia del CGRI (i Guardiani), ha dato il via a un nuovo ciclo di attacchi reciproci intermittenti e una guerra di logoramento.

[12] Mezzaluna Rossa iraniana, bilancio comunicato dal suo presidente, Pirhossein Kolivand (agenzia Mehr, giugno 2026).

[13] Dichiarazione del ministro dell’Economia e delle Finanze, Ali Madanizadeh, riportata dalla stampa iraniana nel maggio 2026.

[14] Ministero del Lavoro, dati diffusi dalla stampa iraniana e internazionale, maggio 2026.

[15] Centro di statistica dell’Iran, Indagine sulla popolazione attiva, primavera 1405 (2026).

[16] UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo), Impatti sullo sviluppo economico e umano nella Repubblica Islamica dell’Iran.

[17] Centro di statistica dell’Iran; proiezioni del FMI per il 2026 (IMF DataMapper).

[18] Quotazioni sul mercato libero di Teheran, rassegna stampa.

[19] calo delle vendite di petrolio iraniano.

[20] Blackout di 88 giorni, NetBlocks.

[21] Mobilitazione dei lavoratori precari di Assalouyeh.

[22] Una nuova sollevazione popolare; una repressione terribile.

[23] Dichiarazione dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Al 20 settembre 2026, diverse fonti consentono di aggiornare le cifre. Il numero complessivo delle esecuzioni nel 2026 sale a 564 (senza indicazione della data esatta in cui è stato interrotto il conteggio) – Iran Human Rights. Tra il 18 marzo e la fine di agosto 2026, almeno 59 uomini sono stati giustiziati con accuse di natura politica o legate alla «sicurezza nazionale» – Human Rights Watch. Almeno 29 persone sono state giustiziate con accuse connesse alle manifestazioni del dicembre 2025 – gennaio 2026 – Iran Human Rights. Secondo l’organizzazione Iran Human Rights, almeno 15 persone sono state giustiziate con l’accusa di spionaggio.

[24] La presidenza del Parlamento ha fatto sapere che la questione è troppo delicata per essere risolta rapidamente. Il testo ha suscitato troppe opposizioni. Alcuni articoli — quelli che puniscono l’invio di messaggi, foto o video a media stranieri e quelli che regolamentano i contatti con le ambasciate — sono stati rimandati in commissione. La magistratura ha lamentato di non essere stata consultata, mentre i giuristi del governo ritengono il progetto contrario alla Costituzione. Anche all’interno dell’Iran, giornali, associazioni e organizzazioni di lavoratori si sono opposti apertamente al provvedimento. Il testo non è stato né accantonato né approvato, ma rimane sul tavolo.

[25] La versione resa pubblica dall’agenzia ISNA (agenzia di stampa ufficiale degli “studenti iraniani”) comprende diciannove articoli, ma un’altra fonte parla di trentatré articoli. Durante i dibattiti, alcuni deputati hanno fatto riferimento agli articoli 26 e 27, segno che stava già circolando una versione riveduta del testo.

[26] Il sistema di cambi multipli in Iran prevede diverse condizioni per l’accesso alle valute estere. Storicamente, un tasso preferenziale sovvenzionato — fissato a 42.000 e successivamente a 285.000 rial per dollaro — è stato riservato a specifiche importazioni di prodotti alimentari, agricoli e medicali. I macchinari, i pezzi di ricambio e altri input industriali rientravano solitamente in circuiti di cambio differenti, con tassi più elevati. Tali meccanismi coesistono con un mercato libero delle valute; i relativi tassi di cambio e le categorie di beni interessate variano in base alle riforme attuate. [27] Secondo recenti stime elaborate da fonti indipendenti legate al mondo del lavoro, la retribuzione minima di un lavoratore o una lavoratrice con due figli a carico – comprensiva di premi e indennità – copre oggi solo il 27% del costo mensile del paniere di spesa del proprio nucleo familiare. Tale importo rappresenta appena il 62% del solo costo dei prodotti alimentari.

[28] Nella distinzione qui adottata, il settore pubblico non statale comprende principalmente i comuni, gli enti di previdenza sociale e le casse pensionistiche, nonché le imprese da essi controllate. Si tratta di grandi casse nazionali, tra cui l’Organizzazione per la Sicurezza Sociale (OSS) – la più importante del Paese, che copre i lavoratori del settore privato formale, gli artigiani e i lavoratori autonomi –, la Cassa pensioni per i funzionari statali, la Cassa pensioni per le Forze armate e la Cassa pensioni per le popolazioni rurali e nomadi. Vi sono poi casse settoriali, come quelle dedicate all’industria petrolifera, alle banche pubbliche, al Comune di Teheran, alle ferrovie statali, oppure casse specifiche per la radiotelevisione di Stato (IRIB), l’aviazione civile o il settore siderurgico. A differenza delle casse pensionistiche, il sistema di assicurazione sanitaria è molto più centralizzato e si articola attorno a tre pilastri principali: – L’Organizzazione per la Sicurezza Sociale (OSS) è l’unica struttura a gestire sia la propria cassa pensioni che la propria rete sanitaria; possiede infatti centri di cura e ospedali propri, dove le prestazioni coperte vengono erogate gratuitamente agli iscritti. – L’Organizzazione per l’Assicurazione Sanitaria dell’Iran (Salamat) funge da grande polo centralizzatore: è l’ente pubblico sanitario che copre la maggior parte delle altre casse. È quest’ultima, ad esempio, a gestire l’assicurazione medica per la Cassa pensioni dei funzionari statali, la Cassa pensione per le popolazioni rurali e nomadi, nonché le persone vulnerabili o prive di occupazione. E, infine, le Forze armate. – Per quanto riguarda le 14 casse pensione settoriali, la situazione varia: alcune, più floride (come quella dell’industria petrolifera), acquistano assicurazioni integrative private o gestiscono centri di cura interni di alto livello. Altre dispongono di un proprio sistema sanitario (è il caso delle forze armate e dell’apparato di sicurezza, della magistratura, delle grandi banche statali o persino della municipalità di Teheran). Altre ancora affidano l’assicurazione sanitaria di base a una delle tre grandi organizzazioni nazionali di assicurazione sanitaria.

[29] L’aumento del valore nominale delle attività o della capitalizzazione di mercato non costituisce, di per sé, un utile distribuibile né un’entrata di cassa. Anche un utile contabilizzato non si traduce necessariamente in dividendi immediatamente disponibili per l’Organizzazione.

[30] L’articolo 44 della Costituzione iraniana definisce la ripartizione dell’economia tra i settori pubblico, cooperativo e privato. Nella sua formulazione originaria, esso riservava le grandi industrie e le banche al settore statale. Una reinterpretazione ufficiale ha successivamente aperto la strada a vaste privatizzazioni.

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