Riceviamo e volentieri pubblichiamo i comunicati di SI Cobas Bologna, Plat e Laboratorio Crash, e di Appennin* antifascist* che danno conto della forte giornata di lotta di lunedì a Bologna, nel centro della città con la manifestazione e poi con il riuscito blocco dell’Interporto organizzato dal SI Cobas e delle ulteriori iniziative in gestazione, anche per l’autunno.
Tutto ciò che il governo Meloni, massimo (ma non certo unico) responsabile dell’uccisione di Abderrahim Fakir, sa fare è pompare fino al ridicolo le cifre dei poliziotti feriti negli scontri che la stessa polizia ha aperto rispondendo con manganelli, idranti e fermi ad una mobilitazione la cui immediatezza, ampiezza e determinazione ha sorpreso sia gli ambienti di governo che quelli della “opposizione”.
Tutto ciò che la stampa mainstream sa fare è cercare di spiegare perché e come Abderrahim Fakir poteva essere salvato, e nascondere con un diluvio di chiacchiere le ragioni profonde che hanno portato a pratiche di polizia come quelle che lo hanno ammazzato.
Come diamo conto anche nell’articolo che segue (da Torino), la mobilitazione non si è fermata nella città dell’omicidio, né alle giornate di lunedì-martedì con i presidi di Milano, Napoli e Roma; prosegue anche oggi (giovedì 23) a Genova e nei prossimi giorni a Marghera, Viterbo e altrove.
Dall’assemblea di ieri sera a Bologna è partita anche la proposta di un’iniziativa nazionale contro le uccisioni di stato per il prossimo mese di settembre. Di sicuro non possiamo fermarci finché non ci sarà stata “verità e giustizia per Abderrahim Fakir” e per tutti i Fakir uccisi dal razzismo padronale e di stato. (Red.)
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La morte di Abderrahim Fakir, lavoratore di origine marocchina, avvenuta durante un intervento della polizia nel quartiere Pilastro, ha provocato una risposta immediata tra i lavoratori, gli abitanti dei quartieri popolari, i giovani e le realtà sociali della città. Abderrahim è morto mentre chiedeva aiuto. Le testimonianze e i filmati diffusi in queste ore descrivono un intervento segnato dall’uso dello spray al peperoncino, dalla violenza fisica e dall’immobilizzazione.
Di fronte ai tentativi di minimizzare quanto accaduto, alle calunnie diffuse sul suo conto e alla difesa preventiva dell’operato delle forze dell’ordine, Bologna ha risposto reclamando con forza, verità e giustizia. La morte di Abderrahim non può essere archiviata come una fatalità. Devono essere accertate fino in fondo tutte le responsabilità, senza insabbiamenti e senza impunità. Abderrahim era uno di noi: un lavoratore, un proletario, una persona che viveva sulla propria pelle lo sfruttamento, la precarietà, il razzismo e la repressione che colpiscono soprattutto chi lavora nei settori più duri e vive nei quartieri popolari.
L’uccisione di Abderrahim ha avuto un’eco fortissima nei magazzini e negli stabilimenti logistici dell’Interporto di Bologna e nelle altre logistiche dell’Emilia. Uno sciopero operaio di 24 ore ha bloccato uno dei principali nodi della movimentazione delle merci del Paese. Una grande massa di lavoratori si è raccolta davanti agli ingressi dell’Interporto, fermando la circolazione delle merci. Migliaia di camion sono rimasti bloccati, mentre altri sono stati dirottati verso differenti piattaforme logistiche. La risposta operaia ha colpito direttamente il cuore degli interessi economici e dei profitti, dimostrando che l’uccisione di un lavoratore non può passare sotto silenzio.
I lavoratori hanno affermato con forza che la repressione contro proletari, immigrati e abitanti dei quartieri popolari avrà una risposta collettiva. Lo sciopero ha dimostrato ancora una volta che la classe lavoratrice non esiste soltanto per produrre ricchezza e ricevere in cambio un salario. I lavoratori rivendicano dignità, libertà, giustizia e il diritto di vivere senza essere sfruttati, discriminati o repressi.
Vogliamo il pane ma vogliamo anche le rose.
DAL BLOCCO DELLE MERCI ALLA PIAZZA
La mobilitazione operaia dell’Interporto si è unita alla manifestazione cittadina che ha portato nel centro di Bologna migliaia di persone di ogni provenienza: lavoratori e lavoratrici, giovani, famiglie, abitanti dei quartieri e realtà solidali. Dal Nettuno, una parte della manifestazione si è diretta verso la Prefettura, indicando chiaramente le responsabilità politiche e istituzionali di quanto avvenuto. Alla richiesta di verità e giustizia si è risposto ancora una volta con manganelli, idranti e lacrimogeni. Ma la piazza ha resistito, mentre i cancelli della logistica restavano bloccati.
Questa giornata ha mostrato la forza del legame tra sciopero nei luoghi di lavoro, blocco della circolazione delle merci e mobilitazione nelle strade. Una pratica di autodifesa collettiva che unisce chi lavora, chi vive nei quartieri popolari, chi subisce il razzismo istituzionale e chi si oppone a un modello sociale fondato sullo sfruttamento, sulla paura e sulla repressione. Non può esistere alcuna generica “unità della città” davanti alla morte di Abderrahim. Da una parte ci sono coloro che difendono le politiche securitarie, la repressione e l’impunità. Dall’altra ci sono i lavoratori, gli sfruttati e tutti coloro che rifiutano di accettare che una persona possa morire durante un intervento di polizia senza che vengano accertate fino in fondo le responsabilità.
La mobilitazione per Abderrahim si è svolta nei giorni del venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Carlo Giuliani, simbolo della repressione contro chi lotta e manifesta. Il suo grido di aiuto richiama anche quello di George Floyd, soffocato negli Stati Uniti mentre ripeteva «I can’t breathe». Ricordiamo Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, Abderrahim Mansouri, Moussa Diarra, Ramy Shehata e tutte le persone morte durante fermi, arresti, inseguimenti e interventi delle forze dell’ordine.
Ricordiamo chi era fragile, emarginato, solo o in difficoltà e, invece di ricevere aiuto e protezione, è stato trattato come un nemico. Essere poveri, migranti, senza casa, attraversare una crisi personale o una condizione di sofferenza non può significare avere meno diritti o avere una vita che vale meno. Troppo spesso, dopo queste morti, le vittime vengono criminalizzate e sottoposte a un secondo processo pubblico, quasi che le loro condizioni personali possano giustificare la violenza subita.
Quanto accaduto ad Abderrahim non è un fatto isolato.
I controlli discriminatori nei quartieri, la violenza contro i migranti, i CPR, le deportazioni, la repressione delle lotte sindacali e sociali, i decreti sicurezza, le manganellate contro chi manifesta e le morti quotidiane nei luoghi di lavoro sono espressioni dello stesso sistema. Quale modello intende inseguire l’Italia? Quello operato dall’ICE negli Stati Uniti, fondato su retate, detenzioni e deportazioni contro migranti e comunità razzializzate? Un sistema che tutela la proprietà e i profitti dei padroni, mentre considera sacrificabili le vite di chi lavora, di chi è povero e di chi viene indicato come straniero o marginale.
La razzializzazione delle istituzioni produce una distinzione concreta tra vite considerate degne di tutela e vite considerate meno importanti. Lasciare morire in mare, umiliare nei centri di detenzione, usare violenza durante un fermo, reprimere chi sciopera o manifesta e lasciare morire i lavoratori nei luoghi di lavoro sono facce della stessa medaglia.
Nessuno scudo per la repressione. Verità e giustizia per le vittime.
A cosa serve il cosiddetto scudo penale, se non a rafforzare l’impunità di chi esercita la forza dello Stato? Chi porta una divisa non deve avere meno responsabilità, ma più obblighi di trasparenza e controllo.
La sicurezza che rivendichiamo non è quella delle camionette, dei manganelli, della repressione, della limitazione del diritto di sciopero e dei decreti sicurezza. Siamo di fronte a una pericolosa deriva securitaria, coerente con una società che insegue un’economia di guerra e trasforma la violenza in metodo ordinario di governo. Le mobilitazioni per la Palestina hanno mostrato che il blocco dei flussi, lo sciopero e l’azione collettiva possono unire il rifiuto della guerra alla lotta contro sfruttamento e repressione. La nostra sicurezza è una sicurezza di classe, fondata sul lavoro dignitoso, sulla casa, sul salario, sui diritti, sulla libertà di movimento, sulla solidarietà e sulla possibilità di organizzarsi e lottare collettivamente.
La mobilitazione di Bologna dimostra che la paura può essere spezzata e che alla repressione è possibile rispondere con l’organizzazione, lo sciopero e la solidarietà. La memoria di Abderrahim e di tutte le vittime della violenza istituzionale continuerà a vivere nelle lotte di chi non intende piegarsi davanti allo sfruttamento, al razzismo, alle guerre e alla repressione.
Invitiamo i lavoratori, le lavoratrici e tutte le realtà sindacali, sociali e politiche a mantenere alta l’attenzione, a moltiplicare le iniziative di solidarietà e controinformazione e a partecipare all’assemblea pubblica cittadina di mercoledì 22 luglio, alle ore 19.00, presso Piazza Lucio Dalla, per discutere insieme come proseguire la mobilitazione.
SI COBAS BOLOGNA
PLAT – piattaforma di intervento sociale
LABORATORIO CRASH
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L’assemblea di ieri sera a piazza Lucio Dalla, calda e molto partecipata (centinaia di presenti), ha lanciato l’idea di un’iniziativa nazionale per metà settembre contro le politiche della repressione di stato che colpiscono tutte le forme di conflittualità, ma si abbattono con particolare violenza e sistematicità sul proletariato di immigrazione.
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Da Appenin* Antifascist*
Domenica scorsa a Bologna Farik è stato ammazzato per mano del governo e dello Stato borghese.
La speculazione mediatica su di lui è tale da giustificare politicamente il decesso, concentrando l’opinione pubblica sulle “responsabilità individuali” dei poliziotti e degli operatori sanitari; quando invece sappiamo che l’omicidio è principalmente frutto dell’odio di classe contro gli immigrati instillato a piene mani da chi ci governa. Un odio che vuole mettere i lavoratori italiani contro i loro fratelli immigrati, a tutto vantaggio del carognume borghese.
Dicono che il razzismo è un problema degli altri. Tutti d’accordo con Black Lives Matter negli Stati Uniti, ma nessuno si guarda nel giardino di casa. La verità è che anche qui la polizia soffoca la voce di chi chiede aiuto, specie se non sei bianco. E la soffoca letteralmente, di peso.
I governi a livello internazionale che ci portano alla guerra hanno bisogno di difendere gli attuali rapporti sociali. Il governo Meloni attua con determinazione i suoi “Decreti Sicurezza”, che altro non sono se non pesanti macigni repressivi a tutela dei profitti di padroni grandi e piccoli.
Tutto ciò non è casualità. Ognuno di noi è a rischio. Oggi è successo a Farik, domani può succedere a chiunque.
Si muore di lavoro! Si muore di devastazione ambientale! Si muore di malasanità, mentre i borghesi preferiscono spendere nel riarmo! Si investe nelle grandi opere ma non nella manutenzione di un territorio che frana, mietendo periodicamente danni e vittime! I costi energetici delle guerre dissanguano i salari operai!
Opponiamoci e organizziamoci contro i fascistoidi “Decreti Sicurezza”, sviluppando autodifesa proletaria in ogni ambiente di vita e di lavoro!
La Resistenza non è finita!
Martedì pomeriggio, 21 luglio, per dare voce a questa opposizione di classe, anche a Vergato, nell’Appennino bolognese, si è svolto un presidio che ha raccolto proletarie, proletari e giovani.
Ne è seguito tra i partecipanti, dopo aver ricordato l’omicidio di Farik e le mobilitazioni in corso, un ampio dibattito su come reagire in maniera cosciente e organizzata al clima di guerra, al razzismo di Stato, alla stretta repressiva. Temi tra loro strettamente intrecciati.
Avanti con la mobilitazione, la lotta, l’autorganizzazione!


