Nel febbraio 1936 si svolgono in Spagna nuove elezioni politiche. I governi di destra del “bienio negro” sono scivolati nel bagno di sangue delle Asturie (ottobre 1934) e nella melmosa corruzione che troppo spesso investe i volonterosi “tutori dell’ordine”.
Alle urne vince la coalizione del “Fronte Popolare”, un largo cartello elettorale “progressista” che presenta un programma dove c’è un po’ di tutto, eccetto la rivoluzione proletaria.
La borghesia democratica repubblicana intende “rappacificare” il paese, inglobando, oltre ai socialisti, formazioni anche di estrema sinistra come il POUM.
Lo stalinista PCE a sua volta vede nella Spagna un’occasione per dare fiato, a vantaggio di Mosca, alla linea di alleanza con la democrazia borghese uscita dal VII Congresso dell’Internazionale (ex) Comunista.
Gli anarchici CNT-FAI, dal canto loro, non insistono nella solita propaganda astensionista: in quanto la vittoria del Fronte Popolare significa la liberazione dei 30mila prigionieri politici reclusi dopo le lotte del 1934, la riassunzione dei lavoratori licenziati in quell’occasione, e soprattutto – di fronte alla prevista reazione dei militari alla vittoria delle sinistre – l’accelerazione della dinamica rivoluzionaria.
Ad affrettare i tempi ci pensano i milioni di proletari che in quei mesi cruciali scendono nelle piazze con numerosissimi scioperi, cortei, occupazioni di terre, scontrandosi duramente con la forza pubblica.
La destra a sua volta mobilita squadracce di monarchici e falangisti, seminando morte tra attivisti e lavoratori. La tensione sale alle stelle e si delinea sempre più chiaramente l’alternativa: reazione aperta o rivoluzione.
Anarchici e POUM svolgono oggettivamente il ruolo della “sinistra” del Fronte Popolare, rinunciando ad una coerente preparazione di quella rivoluzione che pur auspicano.
Sono mesi decisivi, lasciati correre nell’improvvisazione e nella frantumazione delle forze.
Il 17 luglio i militari, credendo di poter sferrare il colpo decisivo, iniziano la ribellione dal Marocco spagnolo. L’obbiettivo è quello di ricongiungere le truppe coloniali con quelle stanziali e decapitare il movimento proletario con una serie di colpi ben assestati.
Si illudono, perché il golpe scatena ancora di più la mobilitazione degli sfruttati. I quali, una volta impossessatisi delle armi, respingono i golpisti dopo furiosi combattimenti di strada nei principali capoluoghi del paese, instaurando un potere operaio “di fatto” … Barcellona è da subito la capitale della rivoluzione, seguita da Madrid e Valencia.
Ma lo Stato borghese centrale e regionale non viene demolito. Nessuna forza politica è in grado di dirigere colpi ben assestati contro le classi dominanti. Gli anarchici ne avrebbero la forza, ma sono prigionieri del loro “sindacalismo” e di una visione romantica del processo rivoluzionario. Così le istituzioni borghesi, appoggiate da socialisti e stalinisti, riavutisi dal momento di sbandamento, possono cominciare quasi da subito a tessere la trama dello svuotamento della rivoluzione: cercando di marginalizzare Comitati e Milizie, e ridurre gli effetti delle espropriazioni e collettivizzazioni.
Il dualismo di poteri, termine per certi versi anche improprio, dopo appena due mesi dall’insurrezione, è già rinchiuso nella logica di una “unità antifascista” interclassista e nazionale che finirà per spianare la strada al fascismo di Francisco Franco.
***********************Dopo la dura repressione della Comune asturiana (ottobre 1934) il governo di destra, incapace di trarne profitto e di consolidare il blocco agrario-borghese, precipita verso una crisi che porterà allo scioglimento delle Cortes, e dunque a nuove elezioni.
La coalizione governativa tra la destra radicale e il partito cattolico CEDA è travolta da scandali, dopo la sospensione della pur timida riforma agraria, l’abolizione dello Statuto catalano, l’amnistia agli ufficiali partecipi del fallito golpe Sanjurjo, il rifiuto dei cattolici di ribassare i salari dei funzionari e di toccare i diritti di successione sulle proprietà fondiarie.
Il 15 gennaio del ’36 viene concordato il patto elettorale del “Fronte Popolare” (FP), che sulla scia di quello francese, prende forma anche in terra di Spagna. Ad esso aderiscono il PSOE, l’UGT, la Sinistra Repubblicana di Azaňa, l’Unione Repubblicana di M. Barrio, il Partito Sindacalista di A. Pestaňa (ex CNT), il PCE, il POUM, gli autonomisti catalani e baschi.
Tale patto di coalizione prevede come punti principali: l’amnistia per gli insorti del 1934 (più di 30mila attivisti e proletari incarcerati); il reintegro con indennizzo dei lavoratori licenziati per quegli eventi; il ripristino della riforma agraria e dello Statuto catalano; aumenti salariali e riforme sulla legislazione del lavoro.
I repubblicani si oppongono a che venga fatto qualsiasi riferimento alle nazionalizzazioni.
Il PCE, ligio alla “svolta” del Comintern (1) interpreta il patto come completamento della “rivoluzione democratico-borghese”; il POUM come “rivoluzione democratico-socialista”; la sinistra PSOE (L. Caballero più le “Juventudes Socialistas”) addirittura come viatico per la “dittatura del proletariato” … (2)
Anche le destre si compattano in un “Fronte Nazionale” (FN), composto dalla CEDA, dai monarchici di Calvo Sotelo, dai falangisti, dai carlisti. (3)
Gli anarchici anche questa volta (come nel ’31 quando prevalse la repubblica) non svolgono la consueta virulenta campagna astensionista, esprimendo toni propagandistici ancora più possibilisti rispetto al voto. Arrivando in sostanza a favorire una affluenza tale alle urne da risultare decisiva per la vittoria del FP. Vittoria che giunge abbastanza netta alle elezioni del 16 febbraio 1936. (4)
Le correnti libertarie, senza particolari tensioni interne, han messo in primo piano la necessità di far uscire dalle galere la massa dei “loro” militanti; sempre “privilegiati” negli arresti e nelle deportazioni rispetto alle altre formazioni politiche di sinistra. Dall’altra parte credono che una vittoria del FP abbia la facoltà di accelerare l’intervento diretto dell’esercito e della destra nello scontro sociale e politico, potenziando così i tempi e i modi della lotta rivoluzionaria.
Vuoi per formazione, vuoi per cultura politica, o anche solo a causa dell’illusione che la crescita della CNT-FAI rappresenti il preludio a una vittoria ormai prossima, (5) gli anarchici si preoccupano poco di serrare le fila al loro interno, magari cercando di sviluppare prospettive politiche su come questa rivoluzione potrà presentarsi; su cosa mettere al posto del vecchio regime.
Certo, questo ultimo aspetto non è contemplato (anzi è spesso decisamente avversato) dai canoni fondamentali dell’anarchismo. Ma sarà proprio la mancanza di esso a seminare, a breve, scompiglio e sconfitta nel campo rivoluzionario.
Significativa a proposito è l’ammissione di un pezzo da novanta dell’anarchismo spagnolo, Diego Abad de Santillán, quando un anno dopo la rivoluzione del luglio ’36 dirà: “molto lirismo ma alla fine non sapemmo che fare con quelle masse enormi di lavoratori.” (6)
Non sono però solo gli anarchici a farsi eccessive illusioni su come stia maturando la situazione.
A. Nin – cofondatore del POUM – ritiene che con le elezioni si sia sbarrata la strada alla reazione, pur ammettendo che gli appuntamenti decisivi devono ancora arrivare. (7)
Socialisti e stalinisti, uniti in Catalogna nel PSUC, (8) credono da parte loro di poter mandare avanti i repubblicani nella formazione del governo, per poi subentrar loro in pompa magna alla guida del FP.
Il presidente del consiglio è infatti ancora Azaňa, mentre questi due partiti per il momento decidono di appoggiare solo dall’esterno il nuovo esecutivo. Il PSOE non senza contrasti, visto che il contraccolpo della sconfitta nelle Asturie ha modificato i rapporti tra le sue componenti. (9)
Di certo non di poco conto è il dilagare nel paese di scioperi, manifestazioni, scontri di piazza contro la forza pubblica e le formazioni di destra. Si ripresenta in pratica, con animi assai più tesi e con armi che ormai circolano un po’ dappertutto, quel clima di “esaltazione” che cinque anni addietro aveva accompagnato la nascita della seconda repubblica. Ma stavolta, i proletari non sono disposti ad attendere o a fare sconti. Senza aspettare il decreto governativo, appena giunta la notizia della vittoria elettorale, masse di manifestanti si riversano ai portoni delle carceri, liberando i prigionieri politici (e non).
Si assiste a una nuova ondata di occupazione dei latifondi, alle riassunzioni (con pagamento degli arretrati) degli operai licenziati nelle lotte del ’34, alla destituzione degli agenti dei padroni in numerose aziende, alla imposizione di salari più alti, di migliori condizioni di lavoro, all’imponibile di manodopera nelle campagne… “scioperano tutti, persino i camerieri dei bar…” (G. Tacchi)
Tra le altre cose, viene ripristinata l’autonomia catalana.
Alle Cortes, Calvo Sotelo incita l’esercito a intervenire contro la “dilagante anarchia”, fomentando da parte sua lo scontro fisico coi lavoratori e i militanti della sinistra. Siccome nulla può mancare a un affresco del genere, a Madrid scoppiano pure scontri armati, con vittime, tra esponenti UGT e CNT; dove questi ultimi accusano i socialisti di voler sabotare lo sciopero degli edili (giugno ’36). Si replica negli stessi termini a Malaga, questa volta tra CNT e social-comunisti.
A. Paz (10) valuta che dal giorno delle elezioni di febbraio al 16 giugno ’36 (4 mesi), in quella che chiama “guerra preventiva di classe”, siano cadute 269 persone (più 27 vittime della Guardia Civil), 1287 siano rimaste ferite, a fronte di numerosissimi scontri di piazza e di ben 215 attentati. Risultano proclamati 113 scioperi generali e 228 parziali. E come contorno: 145 bombe esplose, 160 chiese incendiate, 381 edifici presi d’assalto, 43 sedi di giornale saccheggiate o distrutte…
Santos Juliá (10bis) basandosi sui dati del Ministero del Lavoro, riporta che in tre mesi (maggio, giugno, luglio ’36 fino all’insurrezione) si siano verificati più scioperi che in tutto il 1934, e quasi altrettanti che nel ’33, anni di massima conflittualità.
Clima che non ammette mediazioni
Crediamo non siano necessari ulteriori dettagli per dimostrare come si stia marciando a passo spedito verso lo scontro decisivo. La CNT conta più di un milione e mezzo di iscritti (1 lavoratore su 3), la UGT ne ha solo 100mila in meno.
Anche la destra mobilita: sono 550mila i tesserati alle sue diverse formazioni, comprendenti pure dai 20 ai 30 mila militari in pensione. Ad essi vanno aggiunti oltre 50mila preti a sostegno, i quali apporterebbero “milioni e milioni di pesetas”. (11)
Ci si prepara a liquidare il parlamento, raccogliendo la decisa adesione degli agrari. Mentre emerge Calvo Sotelo come nuovo leader che si affianca ai falangisti di Antonio Primo de Rivera, il declinante Gil Robles (CEDA) consegna i fondi del partito cattolico al generale Emilio Mola, capo dei militari che stanno già preparando il golpe.
Dentro un tale clima pre-insurrezionale, il 1° Maggio del ’36 il proletariato spagnolo passa in rassegna le proprie truppe. A Madrid sfila un lunghissimo corteo in cui si inneggia alla “violenza rivoluzionaria”, sancita a parole da Caballero nel comizio finale. Violenza che dovrà condurre alla “dittatura del proletariato” esercitata attraverso il PSOE.
Ma, nota opportunamente P. Broué (12), “è Prieto (il riformista grande borghese, NdR) che controlla l’Esecutivo del partito”, non Caballero. Piccoli insignificanti particolari per i tromboni opportunisti quando scendono sul terreno del massimalismo.
Brenan (13) cita un proverbio spagnolo che suona così: “mucho sabe el rato, más el gato”; per dire che “se Caballero fosse stato veramente il Lenin spagnolo (così lo definivano gli stalinisti in quella temporanea luna di miele, NdR) … egli sarebbe sceso a patti con Azaña, consentendo ai socialisti di partecipare al governo. Essendo invece in sostanza un socialdemocratico con velleità rivoluzionarie, il passo non fu compiuto.”
Ma il problema qui non è tanto la “scaltrezza” o il tempismo, qualità che pur necessitano a un dirigente rivoluzionario, dal momento che un governo a guida socialista avrebbe casomai smascherato in maniera molto esplicita la natura borghese di questo partito. Il quale, nelle sue strutture portanti, parla di rivoluzione senza prepararla.
Il problema di fondo consiste nell’essere giunti ad un bivio: da una parte una restaurazione sanguinosa dei vecchi equilibri borghesi di potere, spazzando via fisicamente il movimento proletario; dall’altra una rivoluzione socialista in grado di ribaltare tutto l’ordine di cose esistente.
Non vi è spazio per mediazioni. I partiti della democrazia borghese al potere, pur subodorando le trame dei militari, cercano mille volte il compromesso con essi piuttosto che “dare il via” alle masse. I tratti di tale personale politico erano stati individuati già da Trotsky, nella sua solita maniera graffiante, all’atto della nascente seconda repubblica. (14)
“O fascismo o rivoluzione”, proclamano le correnti classiste del proletariato spagnolo.
Detto che l’alternativa più consona avrebbe dovuto essere tra reazione borghese o rivoluzione proletaria, il problema consisteva poi, però, nel riuscire a declinarla questa rivoluzione.
G. Munis ha ragione nel mettere a fuoco come l’estrema destra, con Zamora acquiescente (15), stia già preparando il golpe, mentre in quel preciso momento il FP viene a costituire il garante della conservazione, impedendo alle masse di marciare decisamente (col nemico non ancora pronto!) verso una pratica di rivoluzione permanente. In cui avvenga “la contemporanea adozione di misure tipiche di una rivoluzione democratica e di provvedimenti propri della rivoluzione socialista”. (16)
Nel lasso di tempo intercorso tra il febbraio e il luglio del ’36 (abbiamo visto come il fattore tempo sia spesso decisivo in politica), il POUM, partito che si richiama al marxismo rivoluzionario, “non affonda il colpo”, non si pone come netta alternativa rivoluzionaria.
Quelli del POUM “restando fedeli a quel compromesso (il patto frontista NdR) infransero l’onda di piena della rivoluzione, la respinsero e la dispersero, offrendo subito al capitalismo l’occasione per la controffensiva.” (17)
Non di meglio fa la ben più potente CNT-FAI; che non si accoda al FP, al quale essa non ha apposto la sua adesione, ma neppure lo attacca frontalmente. Potrebbe mettere all’ordine del giorno, col POUM, un programma caratterizzato dal disarmo della borghesia, dall’armamento del proletariato, dall’espropriazione delle classi dominanti, dalla costituzione di organismi di potere proletario (Soviet o Comitati che dir si voglia) … cose che nacquero poi spontaneamente subito dopo l’insurrezione, ma che dovettero essere in gran parte improvvisate: perdendo in efficacia, in chiarezza d’intenti, in coordinazione.
A onor del vero sia il POUM che la CNT-FAI, sotto l’aspetto militare, approntano degli organismi di difesa, tipo i “Gruppi d’azione” anarchici (18), ma oltre all’ormai sorpassato concetto di lotta “difensiva”, e alla diffusa prassi piuttosto casuale nel procurarsi le armi, la questione decisiva che si pone non è tanto di natura “militare” ma politica, di indirizzo strategico.
In due parole: dove si vuole arrivare, come, e per fare cosa.
Non risolvendo tali quesiti “più che un polo rivoluzionario contrapposto al FP, CNT e POUM si comportarono come la sua ala sinistra, anticipando così il ruolo che avrebbero svolto durante la guerra civile.” (19)
La discussione storica e politica sulla rivoluzione e sulla guerra civile in Spagna si è quasi sempre accartocciata sugli avvenimenti del 19 luglio ’36 (giorno delle insurrezioni proletarie contro i militari golpisti), mettendo in sottordine il periodo – non meno cruciale – dei cinque mesi che precedono questa data.
Noi invece pensiamo sia giusto mettere in evidenza il febbraio-luglio ’36; non perché crediamo che una corretta lettura e una conseguente azione da parte degli organismi rivoluzionari spagnoli avrebbero potuto ribaltare l’esito finale di questa vicenda.
Crediamo piuttosto che un segnale di tale portata, impostato su basi classiste e su una prospettiva antifascista conseguentemente anti-capitalista, avrebbe avuto, in quegli anni cruciali, una risonanza fondamentale per tutto il proletariato internazionale.
Fatto è che la preparazione del golpe militare avviene mettendo insieme tutti i tasselli del puzzle, con calma, dal momento che la sinistra repubblicana al governo (20) non vede male un compromesso con l’esercito che possa salvare capra e cavoli, pestando in testa alle “estreme”.
I trasferimenti cui vengono sottoposti i generali sospettati di complottare contro la repubblica sono in realtà dei posizionamenti che risulteranno funzionali alla rivolta. Franco è inviato alle Canarie, Goded alle Baleari, trampolini di lancio per il Marocco; Mola è in Navarra, base ideale per raccogliere truppe fedeli e muovere verso il centro-sud del paese. Lo stesso Sanjurjo congiura comodamente dal suo esilio dorato in Portogallo.
L’insurrezione proletaria ricaccia indietro la mattanza reazionaria
Ed è proprio dal Marocco spagnolo, il 17 luglio, che parte il golpe. Viene dichiarato lo stato di guerra, sono subitamente fucilati sindacalisti e resistenti. Dopo terribili massacri, cadono Cadice, Huelva, Jérez, e Cordova. I sindacati proclamano lo sciopero generale, cui seguono furiose battaglie di strada. A Siviglia, dopo l’occupazione della città da parte delle truppe insorte, gli operai prigionieri vengono uccisi per strada a colpi di baionetta. Si fa uso anche dei cannoni per svellere le barricate dei lavoratori. Viene passato per le armi anche chi ha solo scioperato. Idem a Granada, con il supplemento dell’intervento dell’aviazione. Tra le vittime, oltre naturalmente alle migliaia di proletari, il poeta Federico García Lorca.
E’ quella “limpieza” agognata dai militari che darà il segno di una lotta senza esclusione di colpi. Per trovare in Europa un siffatto sterminismo di classe occorre riandare al 1871, alla Comune di Parigi. La macelleria delle Asturie di neppure due anni addietro altro non era stata che la prova generale. +
Già dai primi giorni il 95% degli ufficiali fa causa comune coi golpisti, portando con sé l’80% dei soldati, la Guardia Civil nella quasi sua totalità e il 50% delle Guardias de Asalto. Gli alti funzionari dei ministeri e delle imprese industriali sostengono praticamente a ranghi completi i militari.
Questo aspetto della stragrande maggioranza dei soldati che si schiera con le forze della reazione (con pochissimi episodi di ammutinamento, fatta eccezione di Barcellona), costituisce un grave handicap per la lotta rivoluzionaria. L’esperienza delle altre rivoluzioni ci dice che lo sbandamento dell’esercito della classe dominante, e il passaggio di una parte consistente di esso con le classi oppresse, è condizione indispensabile per ribaltare il potere costituito. In Spagna ciò non avviene. Anche se c’è da dire che la Marina, e pure gran parte dell’Aviazione si schierano con la repubblica, ma con effetti non decisivi per le sorti del conflitto. In più: l’esercito viene arrestato nei suoi propositi, ma non sconfitto.
In compenso però avviene un fenomeno inaspettato per la borghesia e i golpisti: l’energica, determinata, partecipatissima, reazione armata delle masse proletarie in tutto il paese! Invece di spezzare le reni al proletariato, il golpe gli dà un inaspettato (per i borghesi) slancio rivoluzionario.
Non solo a Madrid e Barcellona, ma in tutti i principali centri cittadini e nelle campagne i proletari, con le armi che si trovano e con quelle che si procurano nei feroci scontri di strada, insorgono: conquistando i centri di potere, occupando fabbriche, quartieri, vie di comunicazione, assaltano quelle caserme dove han costretto a rinchiudersi i reparti militari usciti nelle strade con l’intento di distruggere la “sovversione” …
Tutti i protagonisti di quegli avvenimenti, i testimoni, i giornalisti, gli storici delle più varie tendenze sono concordi nel descrivere la Spagna proletaria resistente, e Barcellona in particolare, dove non dimentichiamolo dimora circa la metà del proletariato industriale, come il paese della rivoluzione in cammino, dove tutte le cose sono – come per incanto – trasformate…
George Orwell nel suo famoso libro “Omaggio alla Catalogna” (21) così descrive il suo arrivo nella capitale catalana, poche settimane dopo la vittoriosa insurrezione proletaria:
“Era la prima volta che mi trovavo in una città dove la classe operaia era al potere … botteghe e caffè esibivano scritte che ne annunciavano la collettivizzazione; perfino i lustrascarpe erano stati collettivizzati e le loro cassette dipinte in rosso e nero. Camerieri e inservienti di negozi vi guardavano in faccia e vi trattavano alla pari … Ed era l’aspetto della folla la cosa più straordinaria. Esteriormente, si trattava di una città ove i ceti ricchi avevano praticamente cessato di esistere.
A eccezione di una sparuta minoranza di donne e di stranieri, non c’era assolutamente “gente ben vestita”. Tutti, in pratica, indossavano i rozzi panni della classe operaia, o tute blu o qualche variante della uniforme dei miliziani. Tutto ciò era bizzarro e commovente. Uno stato di cose per il quale valeva la pena di battersi.” E ancora: “nessuno diceva più “seňor” o “don” e neppure “usted”, tutti si davano del tu, ci si chiamava compagno…”.
Non possiamo qui ripercorrere, nemmeno per sommi capi, i numerosi ed eroici episodi di questa vasta e radicale insurrezione proletaria che ha il suo apice nelle giornate del 19-20 luglio a Barcellona, dove di più e meglio delle altre città spagnole si instaura un potere “dal basso” che sostituisce temporaneamente i capisaldi del potere borghese. Senza però abbatterli, dopo averli dichiarati decaduti.
Sarà purtroppo attorno a tale questione di fondo, questione eminentemente politica, sottovalutata, rifiutata o comunque non compresa da anarchici e poumisti, che si incepperà il meccanismo di una rivoluzione destinata a rimanere “a metà”.
Per comprendere meglio quest’ultima affermazione, basta riannodare i fili che portano al 19-20 luglio. Nel giro di due giorni, dal 17 al 19 luglio, il governo del FP (o del semi-FP per essere più esatti) passa da Quiroga a Martines Barrio e da questi a José Giral. Tutti della scuderia Azaňa.
Con il golpe in corso i primi due, dopo vani tentativi di conciliazione coi generali golpisti e dichiarazioni rassicuranti alla popolazione su una situazione “sotto controllo” (sic), rifiutano di armare il popolo, nonostante lo stato di mobilitazione generale di sindacati e partiti, e la richiesta pressante di armi che sale dal basso.
Vista poi la mal parata Giral finalmente, a insurrezione operaia già in corso (!), decide di aprire le armerie ai sindacati. Il gioco del governo borghese repubblicano-frontista è più o meno questo:
“dal momento che Mola e & non trattano, e vista l’inarrestabilità del moto rivoluzionario, l’unica cosa da fare è cercare di dare sfogo agli operai, cercando solo di non farsi travolgere. Qualora prevalessero i militari saranno loro a sistemare la turba riottosa. Poi si cercherà un compromesso sul cadavere della sovversione. Qualora, dio non voglia, la spuntassero gli straccioni, vedremo di dargli momentaneamente corda, per poi rientrare nella “normalità” grazie ai nostri buoni uffici coi partiti frontisti”.
Il guaio delle formazioni che si richiamano alla rivoluzione proletaria non consiste nel non essere riuscite a prevalere in una guerra condotta con mezzi inferiori, di fronte a truppe regolari armate e foraggiate a dovere, in un quadro di isolamento internazionale e di scarsa solidarietà degli altri comparti del proletariato. Non è questo. Il guaio consiste nell’aver assecondato, e alla fine essersi ridotte a sostenere, un fronte borghese che in nome della “lotta al fascismo” ha prima sabotato, poi cinicamente represso ogni istanza rivoluzionaria emersa nel luglio ’36 e nei mesi immediatamente successivi.
In cosa consistono tali istanze rivoluzionarie? In primo luogo nell’enorme mobilitazione di massa avente come scopo, generico ma allo stesso tempo genuino, il ribaltamento dell’ordine sociale e politico.
Prendendo come riferimento Barcellona, punta di lancia del moto rivoluzionario (22), diversi osservatori e storici han valutato che, su poco più di un milione di abitanti, oltre il 10% sia fisicamente sceso in piazza il 19 luglio a fronteggiare le truppe golpiste.
Anche a Madrid, nonostante qui prevalgano i socialisti, una enorme massa di popolo respinge i militari. Poi assalta la caserma Montaňa dove i golpisti si sono asserragliati. La conquista con un alto tributo di sangue, e vi massacra gli ufficiali che avevano mitragliato la folla. Tra di essi il gen. Fanjul, uno dei congiurati.
In secondo luogo, secondo non per importanza e strettamente collegato al primo, nascono dal nulla e rapidamente pullulano in ogni angolo del paese i “Comitati” degli operai, dei contadini e dei soldati. Questi ultimi, insieme agli ex appartenenti alla forza pubblica passati in armi coi proletari, gettano la divisa e si intruppano nelle neo-costituende “Milizie” popolari, approntate sul momento da sindacati e partiti.
L’esercito repubblicano è dissolto, la polizia anche, il governo centrale e quello regionale catalano (la “Generalitat”) non hanno potere di farsi obbedire. Le fabbriche, i trasporti, i servizi sono occupati e “socializzati”, le terre “collettivizzate”. I proprietari che non hanno voluto o potuto mettersi in fuga o si adeguano a collaborare coi rivoltosi o vengono imprigionati e uccisi.
Vengono anche istituiti i “Tribunali del popolo”. Sono sbrigativamente eliminati i più noti esponenti della reazione, i religiosi, e molti sospetti. Le vie sono in mano alle “Pattuglie proletarie” in armi, che permettono la circolazione solo col permesso dei Comitati.
Prendono corpo insomma, pur confusamente, senza un vero e proprio coordinamento, nuclei di quello che potrebbe costituire “il potere popolare”; ergo un “non potere” per gli anarchici; o la “dittatura proletaria” per i marxisti.
Ma il problema si ingarbuglia appena si passa dalla constatazione di un dato di fatto indubbiamente rivoluzionario, a porsi una prospettiva che permetta di spazzare via definitivamente i residuati borghesi che allignano nel FP. Nessun rivoluzionario è in grado di mettersi su questa lunghezza d’onda.
P. Broué (23) riconosce il valore dell’operato dei “Comitati” eletti da una assemblea generale di lavoratori, in cui è rappresentata la “totalità delle loro organizzazioni”. Ma aggiunge che “in realtà la base non può esercitare un effettivo controllo che sui Comitati di villaggi o di imprese. Al gradino superiore la volontà delle organizzazioni è preponderante … spesso il Comitato del FP si è semplicemente esteso ai rappresentanti delle centrali (politiche e sindacali, NdR) … soprattutto nelle città.”
La maggioranza del FP, ricordiamolo, non vuole la rivoluzione! Repubblicani delle varie sfumature, i gruppi dirigenti del PSOE e dell’UGT, autonomisti, stalinisti, dietro diverse motivazioni, intendono la lotta contro i generali ribelli come lotta “contro il fascismo” … ma per riproporre in veste più “sociale” quella stessa democrazia borghese che non solo lo ha tollerato, ma che gli ha aperto la porta! Coadiuvando le correnti più reazionarie nella periodica repressione delle lotte dei lavoratori.
Queste cose ben le sanno le formazioni che si richiamano alla rivoluzione, che hanno dietro di sé la maggioranza del proletariato, che hanno nei fatti ottenuta la vittoria sul campo … ma una perversa concezione dell’ “unità antifascista”, il timore di esercitare una “dittatura” (24) quello di rimanere “isolati” in campo internazionale, quello ancora di fare il passo più lungo della gamba (25) impediscono quel salto di qualità richiesto in simili frangenti a organizzazioni politicamente mature. (26)
Detto in sintesi: il potere reale sull’ordine pubblico, il controllo dei prezzi, le socializzazioni, le espropriazioni, la distribuzione delle terre, la confisca dei conti bancari, la municipalizzazione degli alloggi, l’insegnamento, sono esercitati nelle prime settimane dai “Comitati” locali (somma di potere legislativo ed esecutivo); ma ciò non è più vero se si sale appena più in su, ragionando su scala regionale.
Qui, a partire proprio dalla Catalogna, coesistono e si fronteggiano poteri diversi, nella figura del “Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste” (CCMA).
Una rivoluzione vittoriosa ma svuotata al suo interno
Mentre i rivoluzionari non colgono l’opportunità di centralizzare il potere, la borghesia la coglie, appoggiandosi (in punta di piedi, ma con molto tempismo e scaltrezza) proprio sul movimento anarchico.
Il CCMA infatti, dal 24 luglio, organizza sì le colonne di miliziani che muovono contro l’offensiva fascista (la Spagna si sta dividendo in due), si occupa naturalmente di organizzare la vita quotidiana post-insurrezionale (dal 28 luglio riprende il lavoro dappertutto in buon ordine), ma al contempo svolge un ruolo di governo che è sostanzialmente la mediazione tra le varie componenti del FP!
La Generalitat osserva con angoscia ciò che le accade attorno, ma è ancora lì, al suo posto, rinchiusa nel suo palazzo popolato da ministri spaesati. Il governo madrileno di Giral si dimetterà solo il 4 settembre, per lasciare il posto ad un nuovo esecutivo più marcatamente “di sinistra”, quello di Largo Caballero. La borghesia repubblicana e i suoi tirapiedi opportunisti svolgono ancora funzioni di governo, seppur in sordina. Nessuno li ha messi alla porta!
In Catalogna il segretario generale e presidente del Comitato d’organizzazione della Milizia è il già citato D.A. de Santillán, della CNT, anarchico “collaborazionista”; al Comitato della Guerra va Garcia Oliver, sempre CNT, ex pistolero con Durruti e Ascaso ma ora sulla via di conversione al ministerialismo; al Comitato Trasporti c’è Duran Alcon Rosell (UGT); a quello dei Rifornimenti José Torrents (Unió de Rabassaires, piccoli proprietari terrieri); poi altri esponenti FAI e dell’Equerra, partito nazionalista catalano). Il PSUC, il partito stalinista sorto in Catalogna dalla fusione di rimasugli autonomisti e socialisti, sta per il momento in attesa, manda in avanscoperta le scarne truppe socialiste sotto veste UGT. Il POUM, secondo solo agli anarchici nelle sanguinose battaglie di strada del 19-20 luglio, non ha ruoli di rilievo.
In sostanza, nella regione più rivoluzionaria, il presidente autonomista ancora in carica Companys (ex persecutore di anarchici, quello che il 19 luglio si è rifiutato, come Barrio, di armare il popolo) per il momento “passa la mano”, dopo essersi rassicurato che i suoi ex perseguitati non romperanno “l’unità antifascista”. (27)
Apparentemente sembra tutto in mano agli anarchici, scrive H.M. Enzensberger (28), ma Juan Comorera, socialista e futuro segretario generale del PSUC, così consiglia Companys: “dobbiamo pensare a distruggere FAI e POUM entro poche settimane, mesi al massimo … raccogliere le forze e costituire nella UGT un contrappeso alla CNT … lei garantisca l’ordine rivoluzionario sostenendo la costituzione di corpi di truppe che obbediscano al governo … dobbiamo costruire un esercito. Gli anarchici e i trotskysti faranno un gran rumore. Noi, semplicemente, faremo i sordi.”
Sarà questa esattamente la tattica di risalita e successivamente di contrattacco della borghesia repubblicana e autonomista. Col pieno sostegno, anzi sotto la crescente regia dello stalinismo locale e internazionale.
Dualismo di potere e rivoluzione
Alcuni dalla sponda marxista, han parlato di questa fase, dal luglio al settembre ’36, caratterizzandola come “dualismo di poteri”.
Morrow, Broué, Virginia Gervasini, sono tra questi (29), oltre naturalmente a una serie di formazioni che si richiamano al trotskysmo, tutte ingessate negli schemi classici della rivoluzione bolscevica.
Non che il tema vada ignorato, o che non meriti di essere sempre riconsiderato come opzione possibile (possibile, non certa) di fronte ai risvolti cruciali della lotta di classe. Casomai andrebbe sempre indagata la forma con la quale esso si presenta, se e quando si presenta.
Il problema si pone nel momento in cui lo schema dei “due poteri” in contemporanea (quello in declino della classe dominante e quello in ascesa della classe dominata) diventa per i marxisti quasi un alibi per non valutare nella giusta proporzione le condizioni obbiettive che impediscono, stando alla Spagna del ’36, la vittoria netta, definitiva del proletariato.
Il dualismo di potere rischia allora di sfociare in un massimalismo spontaneista (masse sempre all’attacco in barba ai politicanti, tradite dai vertici) che non fa compiere molti passi in avanti una volta che si è esplicitata la sacrosanta denuncia dell’a-politicismo anarchico e dell’intermedismo poumista.
Anzi, si dà il destro proprio alla “dissidenza spontaneista anarchica” di calcare ancora di più l’accusa verso le “dirigenze politiche” di qualunque natura esse siano, nemiche per antonomasia della rivoluzione, allo scopo di mitizzare i Comitati.
I quali Comitati vale la pena ripeterlo – erano gran cosa; ma allo stesso tempo mettevano impietosamente in luce tutti i limiti dell’improvvisazione, se non del localismo; i quali aprivano varchi alla borghesia e all’opportunismo.
Tanto per chiarire il concetto conviene citare il lavoro di Carlos Semprun Maura (30), un anarchico fortemente critico, e giustamente, verso i massimi esponenti CNT-FAI.
Egli rimarca come, appena il 26 luglio, la CNT se ne esca con un manifesto in cui si parla di “battere l’idra fascista”, senza aggiungere una parola sulla rivoluzione sociale in corso (!) … Quando viene ripreso il lavoro (28/7) non si dà “una minima consegna rivoluzionaria” … Non vi è la “presa del potere” anarchica, ma una poco onorevole “spartizione del potere” nel CCMA, dove il PSUC (i social-stalinisti appena nati che contano poco più di nulla tra i lavoratori) hanno ben 4 rappresentanti, considerando che la UGT è loro terreno di conquista; la CNT-FAI ne ha 5, il POUM solo uno.
Chiosa Maura che “non si tratta di democrazia operaia ma piuttosto di dittatura degli stati maggiori delle organizzazioni operaie.” Che poi, ci teniamo a precisare, sia il PSUC, sia l’Esquerra, per non dire l’Unió, organizzazioni tanto “operaie” non erano…
Dove Maura, allo scopo di sostenere tesi valide, sprofonda rapidamente nel lirismo spontaneista (che non porta da nessuna parte) è quando riafferma il totem libertario del “non ci sono poteri buoni” (31); dimenticando che uno dei motivi di fondo per cui gli anarchici catalani, vittoriosi nelle strade, hanno riconsegnato il potere, va ricondotto proprio a questo esiziale a-classismo politico.
Non convince neppure la tesi di altri due anarchici “critici” come A. Paz e Vernon Richards (32), in base alla quale la via d’uscita sarebbe consistita in un “governo sindacalista” CNT-UGT, con la relativa espulsione dal gioco dei “politici di professione” (Richards) o comunque in una non ben definita “alleanza operaia” che “trovasse in sé le proprie forme originali di organizzazione”. (Paz).
Si gira sempre intorno ai miti dello spontaneismo e dell’idealismo, seppur rivoluzionario negli intenti. Che consiste nell’illusione che “l’economia” unifichi la classe, mentre la “politica” la divida. Nella chimera del “comunismo libertario” ottenibile semplicemente ignorando o emarginando le tresche dei burocrati e dei politici di professione. Il “sano” homo faber contro il marcio intellettuale burocrate scalda-sedie… E così via…
L’Esquerra già l’8 agosto, caldeggiata dagli stalinisti, nella figura di Casanovas cerca di formare un governo regionale del FP che comprenda ben 3 esponenti del PSUC (33), nei tre settori in cui si è affermata quella autonomia proletaria, che per essa deve finire. La CNT si inalbera e cassa per il momento il tentativo; ma, come dirà Dolores Ibarruri (la nota “Pasionaria” stalinista) intanto “il primo passo era stato fatto.”
Companys in tre-quattro mesi ristabilisce la “normalità”, in nome della “guerra al primo posto” …
Seguiamo attentamente le date: il 4 settembre Giral si dimette e nasce il governo del FP guidato da Caballero. Il 26 settembre si ricompone il governo catalano della Generalitat, con dentro gli anarchici, titolari di tre insignificanti ministeri. Il 30 settembre avviene la militarizzazione delle Milizie, con l’assenso di CNT e POUM. Il 3 ottobre il CCMA viene sciolto. Il 9 ottobre, sempre con l’assenso della CNT e del POUM, sono a loro volta sciolti in Catalogna tutti i Consigli e i Comitati locali.
Seguiranno, come vedremo, altri cedimenti in questa direzione che metteranno ai margini le istanze rivoluzionarie uscite dall’insurrezione del luglio, ancora prima dello scatenamento della repressione aperta.
Comunque all’inizio dell’autunno, nonostante l’offensiva dei golpisti si sia potuta dispiegare grazie all’appoggio dell’Italia fascista e della Germania nazista, la situazione non è disperata.
I militari insorti controllano solo ¼ della popolazione e 1/3 del territorio. Il ricongiungimento tra le armate di Franco che salgono dal sud e quelle di Mola che scendono dalla Navarra per poi puntare su Madrid non è ancora stato effettuato (la capitale sarà l’ultima città a cadere, marzo 1939).
I miliziani però, numerosissimi ed entusiasti, vanno al fronte con le pezze ai piedi.
Sorge spontanea la domanda: la borghesia repubblicana temeva di più Franco o gli operai in armi raccolti nei loro Comitati?
Due analisi marxiste
Le due analisi più mature sulla questione cruciale del “dualismo di poteri” nella rivoluzione spagnola potrebbero essere ricondotte a due esponenti della “sinistra comunista”: quella spagnola, di matrice trotskysta, rappresentata da G. Munis (un trotskysta anch’esso critico, che arriverà di lì a poco a sostenere il capitalismo di Stato in URSS) e quella italiana, di matrice bordighista, scritta in un periodo più vicino a noi da Giancarlo Tacchi.
Entrambi, nel mettere in rilievo il fenomeno dei Comitati come quintessenza di una sollevazione proletaria genuina e determinata, non esitano allo stesso tempo a sviscerarne i problemi.
“Tutta la zona liberata dalla dominazione dei militari era governata – scrive Munis – (34) da una congerie di Comitati scollegati tra loro e privi della consapevolezza della loro incompatibilità con l’antico Stato…”.
Manca: l’unificazione di essi in potere esclusivo su scala nazionale; l’esautoramento del governo; lo scioglimento del parlamento; l’abbattimento dello Stato e l’impossessamento del capitale finanziario. Dopo il luglio, secondo Munis si può parlare più di “atomizzazione del potere che di dualità”.
Il termine “dualità” indica infatti due poteri rivali e contrapposti, ma lo Stato borghese raggiunge questa condizione tre mesi dopo le giornate di luglio. Solo a quel punto comincia la dualità: “fino allora il frammentario potere dei Comitati-governo locali era l’unica autorità esistente e rispettata, senza altri limiti che la sua scarsa centralizzazione e l’interferenza delle burocrazie opportuniste.”
Il CCMA, nelle sue espressioni comitariali di base (fabbrica, quartiere, villaggio) è “un rudimentale apparato dello Stato proletario” (lo ammettano o no gli anarchici), eletto da tutti i lavoratori, in cui vi è libertà di accesso per tutte le tendenze politiche e la possibilità di essere eletti da un’assemblea generale a prescindere dall’affiliazione politica.
“Sono – continua Munis – forme di larga democrazia che meglio garantiscono le masse dagli intrighi delle cricche burocratiche usurpatrici della rivoluzione… Ciò non mette solo le masse nelle condizioni migliori per la lotta contro la burocrazia come casta amministrativa, ma è anche la via più diretta per l’eliminazione delle classi e dello Stato.”
Ecco il punto nodale: non esistette mai però una relazione strutturata tra i molteplici Comitati-governo e il CCMA, “che per conto suo era incapace di crearla, né comunque pose mai il problema”.
Errore decisivo questo, fatale, sottolinea Munis. Sono molto strani questi anarchici spagnoli: così generosi nei confronti dello Stato capitalista, ma non altrettanto generosi verso i Comitati-governo.
Dopo aver precisato, cosa non indifferente, che la consistenza dei Comitati in Spagna fosse maggiore dei primi mesi di dualismo di poteri in Russia, la conclusione di Munis è che la controrivoluzione si insinuò attraverso la breccia creata dal collegamento tra i poteri rivoluzionari locali (gli unici che funzionassero) con lo scheletro del potere borghese lasciato in piedi a Barcellona.
Per Tacchi, constatato lo “sgretolamento” dello Stato repubblicano, ci si troverebbe in una situazione di “vuoto di potere, a macchia di leopardo”. Se in Catalogna prevale il potere degli operai armati e dei Comitati, a Valencia abbiamo un governo locale del FP, sostenuto in prima battuta del PSOE. Nelle Asturie prevalgono i Comitati locali UGT. Nei Paesi Baschi governano i nazionalisti autonomisti, rigidamente cattolici e difensori della proprietà privata; avversi ai golpisti ma non di meno ai rivoluzionari.
Il CCMA, per Tacchi, è un “cavallo di troia” per imbrigliare le forze rivoluzionarie.
In queste condizioni è impossibile “inquadrare l’esercizio della violenza rivoluzionaria di classe in un apparato istituzionale che ne garantisca l’unitarietà di indirizzo e la continuità.” (35)
Più che un doppio potere si è di fronte a una sfasatura di potere, in cui il potere politico è detenuto dalla piccola borghesia, mentre quello militare-economico, nelle primissime settimane, è in mano al proletariato. In generale allora – continua Tacchi – “non si può parlare di contro-potere operaio … dal momento che non c’è convergenza d’intenti.” (tra gli organismi del CCMA e dei Consigli, NdR)
“Vuoto di potere” dunque, “o se si preferisce disgregazione di ogni forma di potere.”
Tale situazione di stallo favorisce Franco: “una piccola borghesia che occupa il proscenio ma che non è in grado di esercitare il potere a causa della dissoluzione dei corpi separati dello stato; un proletariato e le masse rivoluzionarie che dispongono delle piazze, non si piegano al FP, ma senza rovesciare lo stato… Il pericolo crescente (della vittoria fascista, NdR) a sua volta finì per costituire un incentivo e un alibi di anarchici e POUM al proprio inserimento nel blocco governativo della democrazia borghese.”
Che dire? Al di là delle diverse accentuazioni di questi due compagni, c’è da rilevare, a vantaggio delle tesi di Munis, come il proletariato spagnolo detenesse una determinazione rivoluzionaria e pure un’esperienza di lotta aperta contro lo Stato certamente non inferiori a quello del proletariato russo del 1917.
Al contempo, però, crediamo sia realistico mettere nel conto dei rapporti di forza, come fa Tacchi, la notevole frammentazione che continuava a caratterizzare l’azione e la percezione dei fatti da parte delle classi sfruttate della penisola.
Potremmo, in via ipotetica, visto che il dualismo di poteri non può durare a lungo, pensare all’occasione sprecata delle “Alianzas Obreras” appena due anni e mezzo prima; quando una effettiva esperienza di fronte unico (non di Fronte Popolare!) avrebbe potuto preparare la strada ad una organizzazione rivoluzionaria e formare dei quadri in grado di intervenire “a tempo”, con un seguito influente, nel momento dell’insurrezione generale. Cosa evidenziata efficacemente dal Morrow. (36)
La differenza tra il proletariato russo e quello spagnolo stava, tra le altre, nella opportunità avuta dal primo di farsi le ossa in un clima di feroce lotta politica tra minoranze rivoluzionarie in un quadro di scontro di classe non accademico e non semplicemente “economico”.
In fondo, non si tratta di liquidare la questione della capacità di penetrazione dei comunisti nella classe rifugiandosi nel solito motto rassicurante e autoconsolatorio “mancava il partito!” Senza naturalmente chiedersi il perché, al di fuori dei soliti pistolotti oggettivisti o, a scelta, complottisti.
Un dato è certo: il movimento rivoluzionario sorto dall’insurrezione del luglio ’36 nel breve volgere di qualche settimana viene incanalato in una lotta che privilegia la vittoria militare contro le truppe golpiste ai danni della irradiazione e del consolidamento della rivoluzione.
Borghesia spagnola, borghesia internazionale e stalinismo, con quest’ultimo in un ruolo crescente di primattore, cominciano a riconquistare le posizioni perdute, preparando il soffocamento del moto proletario.
Note:
1 – Vedi puntata precedente.
2 – L’Internazionale Comunista in veste staliniana nel gennaio del 1932 definisce la Spagna un paese a medio sviluppo capitalistico, in cui esistono “enormi sopravvivenze precapitalistiche e feudali”. Ne consegue una linea di “rivoluzione per tappe”, che prevede come primo obiettivo il “completamento della rivoluzione democratico-borghese”. A questo schema si adegua non solo il PCE, ma sostanzialmente anche il POUM, pur decisamente critico verso Mosca. Nella sua azione politica questo partito, privilegerà sempre l’unità tra le forze antifasciste come condizione per il passaggio alla successiva fase “socialista” della lotta. Svuotando così la lotta potenzialmente socialista già in corso…
3 – Vedi puntata precedente.
4 – Alle elezioni politiche del 16 febbraio 1936 il Fronte Popolare ottiene 4.838.449 voti. Il Fronte Nazionale 3.996.931 voti. L’afflusso di circa 1 milione di voti da parte dell’astensione risulta decisivo.
5 – A, Paz (Op. cit.) racconta della divisione tra i due compagni d’armi, G. Oliver e B. Durruti.
Il primo, considerato un “anarchico bolscevico” per la sua propensione ad affrontare in maniera organizzata i problemi, avrebbe sostenuto una rivoluzione FAI-CNT, fondata su una strutturazione sociale assai definita. Fatta di ruoli, responsabilizzazioni, incarichi. Un modello insomma “sindacalista”.
Il secondo, sarebbe stato invece il paladino di una rivoluzione anarchica tout court, scevra da ogni gerarchia, anche formale.
Così continua Paz: “C’era nel fondo di entrambe le visioni l’importante questione del potere rivoluzionario; un tabù che, non essendo affrontato in modo aperto, contribuiva a mantenere gli equivoci; e se questi non erano per il momento dannosi (stiamo parlando del periodo antecedente il luglio ’36, NdR), lo sarebbero diventati non appena gli avvenimenti avessero posto la CNT-FAI di fronte alla realtà della rivoluzione.”
Oliver è per una organizzazione paramilitare come mezzo efficace per opporsi al colpo di Stato in arrivo. Durruti replica: “Efficienza? Sì, ma ciò porterà alla sconfitta. In nome dell’efficienza i bolscevichi assassinarono la rivoluzione russa, cosa che di certo non volevano fare, ma era fatale che ciò avvenisse. Lasciamo che la nostra rivoluzione segua la propria strada…”
6 – G. Rovida: “La rivoluzione e la guerra di Spagna”, in: “Storia del marxismo”, vol. 3**. G. Einaudi -1981.
7 – G. Tacchi, Op. cit.
8 – Socialisti e stalinisti catalani, che non contano nulla ancora nell’estate del ’36, si unificano nel PSUC (Partito Socialista Unificato di Catalogna), sorto ufficialmente il 23 luglio di quell’anno. Il PSUC aderisce all’Internazionale Comunista staliniana, diventando il canale privilegiato della penetrazione controrivoluzionaria in terra di Catalogna. Il suo retroterra sociale: piccola borghesia urbana, funzionari pubblici, contadini benestanti.
9 – La situazione nel PSOE è assai articolata. Ad una sinistra del partito (la Gioventù Socialista in particolare, oltre a settori dell’UGT) che, legata a Caballero, spinge verso soluzioni “rivoluzionarie”, fa da contrappeso la struttura portante dell’organizzazione, tenuta in pugno dal duo riformista Besteiro-Prieto. Questi ultimi caldeggiano un accordo di fondo con le correnti repubblicane, e sono decisamente contrarie alla rivoluzione.
G. Brenan (Op. cit.) segnala come a Madrid, la “ministeriale” Madrid, il “destro” Besteiro abbia ottenuto più voti di Caballero, e come le Asturie, dopo la repressione dell’ottobre 1934, siano passate in parte con Prieto. Valeria Roncarolo e Gianluca Garelli (“Guerra Civil”, “L’Unità” –2004) prospettano una divisione territoriale tra il “nordista” Prieto e il “sudista” Caballero.
10 – A. Paz, Op. cit.
10 bis – Santos Juliá, in: AAVV: “A cinquant’anni dalla guerra di Spagna”, Franco Angeli/Storia –1987. L’A. rileva una rottura tra UGT e dirigenti madrileni del PSOE, i quali vorrebbero un sindacato esplicitamente istituzionale, non insurrezionale. L’UGT è quella più nettamente contraria all’ingresso socialista nel governo. L’A. rimarca la debolezza delle formazioni politiche che dovrebbero guidare il FP (PSOE, PCE, Repubblicani). Per cui: “In queste condizioni di frammentazione politica e di mobilitazione sindacale ha luogo il colpo di Stato ad opera del settore “africanista” dell’esercito spagnolo.” Si sviluppa pertanto per l’A., dopo l’insurrezione, un nuovo “potere sindacale” che comunque non riesce ad abbattere lo Stato. Né lo potrebbe, ci sentiamo di aggiungere.
11 – A. Paz, Op. cit.
12 – P. Broué-E. Témime, Op. cit.
13- G. Brenan, Op, cit.
14 – Così Trotsky nel ’31, appena nata la seconda repubblica, inquadra il prototipo del politicante “sinistro repubblicano”. Parla di studenti e di gioventù malcontenta, come del resto lo sono i militari. Di gente avversa al dominio cattolico nelle scuole, ma sostenitrice ai vertici di un programma estremamente conservatore. La Francia è il loro ideale, naturalmente senza giacobini. Elementi declassati in alto e in basso. “Lazzaroni in cravatta e lazzaroni in cenci formano le sabbie mobili della società”. (Op. cit)
15 – G. Munis, Op, cit.
16 – Ibidem
17 – Ibidem
18- A. Paz, Op. cit. Si tratta “dell’Organizzazione Nazionale di Difesa, che partendo dal Gruppo costituirà la Centuria, principale unità dell’esercito proletario” nelle intenzioni degli anarchici.
19 – G. Munis, Op. cit.
20 – Azaňa dal 15 maggio diventa presidente della repubblica al posto di Zamora. Il ruolo di presidente del consiglio è assunto dal suo fedele Casares Quiroga.
21 – G. Orwell: “Omaggio alla Catalogna”, Mondadori – 1993. Il libro, scritto alla fine del ’37, è una testimonianza diretta di un giovane che, come tanti suoi simili, dalla Gran Bretagna va in Spagna a combattere il fascismo. Come miliziano si arruola nelle file del POUM ed è impegnato sul fronte aragonese. Orwell sarà anche testimone della “settimana di sangue” di Barcellona, maggio 1937.
22 – Lo storico H. Thomas (Op. cit.) ci fornisce una vivida descrizione delle giornate insurrezionali del proletariato catalano e spagnolo (19-20 luglio). Il 19 luglio: si arma il popolo! Anche se a Cadice già sbarca il primo reparto dell’Armata d’Africa. A Barcellona è lotta dura. Qui la Guardia Civil è con la sinistra. Circolano numerosissimi anarchici in armi. Anche Companys la sera prima si era rifiutato di dare le armi al popolo… La CNT assalta gli arsenali e si “serve” da sola… Truppe golpiste marciano verso Plaza de Cataluňa. Si scontrano con gli anarchici, Guardie Civil e Asaltos. C’è sprezzo del pericolo nei manifestanti. Resiste solo, a sera, la caserma Atarazanas, vicino al porto. Poi, dopo lunga battaglia, cede. Altri centri di resistenza dei golpisti sono sopraffatti. Rimane ucciso Francisco Ascaso, uno dei massimi esponenti dell’anarchismo. Cinquecento morti in due giorni di combattimenti. Fucilato uno dei caporioni del golpe, il generale Goded. La città è “socializzata”. Anche Madrid insorge. Cinquantacinquemila fucili distribuiti ai lavoratori. Attacco alla caserma Montaňa, dove si erano asserragliati i militari sediziosi. Questi ultimi prima si arrendono, poi sparano con le mitragliatrici sulla folla. È un massacro, seguito però da quello degli ufficiali una volta che i lavoratori si impossessano della caserma. Gli edifici pubblici sono in mano ai Comitati di UGT-CNT. Si formano i Tribunali del Popolo, che danno il via alle prime esecuzioni. Molte altre ne seguiranno in quei giorni (circa 50.000 in tutta la Spagna come risposta allo stragismo golpista). Alla Puerta del Sol i ritratti di Lenin e Caballero giganteggiano. Dura battaglia anche nei Paesi Baschi e in Galizia. L’Andalusia è in fiamme. Valencia prima resiste ai golpisti, poi li travolge. Le principali città sono in mano ai lavoratori.
23 – P. Broué-E. Témime, Op. cit.
24 – F. Morrow (Op. cit.) parla a più riprese di questa “stranezza” anarchica relativa al timore di dovere assumere “poteri dittatoriali”. Atteggiamento che finisce col dare mano libera al nemico di classe e seminare confusione tra le masse, non chiarezza rivoluzionaria.
“Nell’agosto del ’36 la CNT entra nella basca “Defense Junta”, che non è organizzazione militare ma governo regionale nel quale il partito della grande borghesia basca ha in mano industria e finanza. Per la prima volta nella storia un movimento anarchico partecipa a un governo … nel più assoluto silenzio, anche dal POUM.
Poi a Valencia, anche qui si forma un governo regionale con anarchici e POUM, mentre a Madrid e Barcellona gli stessi soggetti chiedono un governo di soli lavoratori… A Barcellona il CCMA comincia a collaborare con la borghesia nelle attività economiche…” L’11 agosto si forma il Consiglio Economico su iniziativa di Companys, con dentro CNT e POUM.
25 – Per il POUM c’è innanzitutto una rivoluzione borghese da consolidare e una unità antifascista
da difendere, a costo di qualche compromesso… (vedi A. Nin. Op. cit.)
26 – “In realtà, scrive Broué (Op. cit.) – il governo continua a esistere!” Si fa garante presso le potenze straniere come tutore della legalità (le imprese estere non vengono toccate dalle espropriazioni, NB) … “a Madrid alcuni giorni dopo la rivoluzione il governo Giral riesce a riprendere il controllo delle strade con la polizia. Appare il lasciapassare governativo, il controllo sulle Milizie e il tentativo di inserirle nello Stato. Decreta ciò che decidono i Comitati, ma decreta!”
Passa il principio di legalità repubblicana. Il governo non governa, ma esiste!
27 – Dopo la furiosa battaglia di Barcellona del 19-20 luglio, il presidente catalano Companys chiede di poter incontrare i veri vincitori: gli anarchici. L’incontro è descritto in mille versioni da molti storici, basandosi sul racconto fatto a suo tempo da Santillan, confermato da Oliver, presenti al colloquio. Ne riportiamo una succinta sintesi, ripresa da H. Thomas (Op. cit.).
Nel salone della Generalitat, Companys, affranto, riceve i capi dell’anarchismo: stanchi, ancora impolverati, laceri, armi fumanti in mano, pistole alle cinture, barba incolta. Il succo del discorso di Companys è: “Ho sbagliato nei vostri confronti, ma ero costretto dalla situazione politica. Oggi voi siete i padroni della città e della Catalogna. Tutto è nelle vostre mani. Se non avete bisogno di me sono pronto ad andarmene. Continuerò a lottare come semplice soldato contro il fascismo, che non è vinto in tutta la Spagna…” Risposta degli anarchici: “Ma no, rimani…”.
Che il racconto sia più o meno romanzato può darsi; resta il fatto che gli anarchici lasciarono in piedi lo Stato borghese catalano, e subito dopo venne costituito quel CCMA con le caratteristiche descritte…
28 – H. M. Enzensberger: “La breve estate dell’anarchia. Vita e morte di Buenaventura Durruti.”, Feltrinelli –1997
29 – Virginia Gervasini: “Gli insegnamenti della sconfitta della rivoluzione spagnola (1937-1939)”, a cura di P. Casciola, Quaderni Pietro Tresso –2004
30 – Carlos Semprun Maura: “Libertad! Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna”, Eleuthera -1996
31 – “Le iniziative delle masse – sostiene Maura – improvvisate quanto necessarie, vanno infinitamente più lontano, in tutti i settori, che non quelle degli stati maggiori … le burocrazie rimettono lo Stato in piedi…” (Op. cit.)
32 – Vernon Richards: “Insegnamenti della rivoluzione spagnola (1936-1939)”, Collana “V. Vallera”, Pistoia – 1974
33 – Comorera all’Economia, Ruiz agli Approvvigionamenti, Vidiella alle Comunicazioni.
34 – G, Munis, Op. cit.
35 – G. Tacchi, Op. cit.
36 – Morrow parla di un “potere proletario ampio, ma frazionato” … “non si venne mai a una centralizzazione di Consigli dei lavoratori e dei soldati” … Ed entra nel merito: “Soltanto quando il dualismo di potere assume grandi dimensioni nella sua organizzazione c’è la possibilità di una scelta tra il regime esistente ed un nuovo regime rivoluzionario del quale i Consigli divengono la forma statale”. “La rivoluzione spagnola non raggiunse mai questo punto, malgrado il fatto che il reale potere del proletariato fosse di gran lunga più grande del potere degli operai durante la rivoluzione in Germania, o anche di quello esercitato dagli operai russi prima del novembre.” (Op. cit.)

