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Il DNA della Cina d’oggi: capitalismo, o cosa? (I)

Premessa

La Cina è la prima o seconda potenza mondiale (a seconda di quali parametri si utilizzano). Dalla sua presenza e influenza è oggi impossibile prescindere in qualsiasi campo, dell’economia come della politica. Senza fragore ma con sistematicità lo Stato cinese, in parallelo con le imprese cinesi, è andato ampliando la sua sfera di influenza nel mondo, formando un proprio “campo” geopolitico concorrente con quello dei vecchi imperialismi occidentali + Giappone.

Per noi internazionalisti rivoluzionari è una consegna fondamentale, intoccabile che il “nemico è in casa nostra”: il capitalismo made in Italy, il suo apparato statale e, con esso, il suo sistema di alleanze, Unione europea e NATO. Ma si pone egualmente il problema di quale atteggiamento tenere nei confronti dei capitalismi e degli stati che sono fuori dall’Occidente, e gli contendono il primato nel mondo, a cominciare proprio dal capitalismo e dallo Stato cinese. Rifiutiamo infatti la logica “il nemico del mio nemico è mio amico” perché i nostri riferimenti non sono gli stati (capitalistici – altri stati nel mondo oggi non ne esistono), ma le classi sociali. E qui inizia una serie di interrogativi. Quali rapporti sociali di produzione e di riproduzione, quali classi sociali e quali rapporti tra le classi sociali, esistono oggi in Cina: rapporti sociali capitalistici, o di quale altro differente tipo? Si può sostenere, come fa il PCC e ripetono in Italia gruppi che si pretendono comunisti, che la Cina stia tuttora attraversando una transizione verso una forma sociale progressiva, non capitalistica, o addirittura “socialista”? Cos’è mai, alla fin fine, il “socialismo con caratteristiche cinesi”? La potenza cinese è davvero qualcosa di diverso dalle potenze occidentali, che sono espressioni del grande capitale? I criteri della politica interna ed estera dello Stato cinese sono diversi da quelli delle vecchie potenze capitalistiche? Oppure la Cina è un nuovo concorrente imperialista che è entrato – senza far chiasso, come suggeriva la volpe Deng – nella contesa, industriale, commerciale, finanziaria, militare per il dominio nel mercato mondiale, portando inevitabilmente lo scontro inter-capitalistico ad un livello più alto e distruttivo? E nel grande rivolgimento in atto nell’economia e nella politica mondiale, sempre più indirizzato verso un apocalittico sbocco bellico, quale è il ruolo del gigante proletario cinese, in Cina e nel mondo?

Quello che segue è il primo di una serie di articoli che vogliono dare una risposta a queste domande. Ed è opportuno anticipare qui la nostra risposta: sull’onda lunga della più grande rivoluzione contadina-popolare e della più sanguinosa guerra di liberazione nazionale della storia mondiale, in Cina si è progressivamente affermato, attraverso durissimi scontri di classe nei quali il proletariato cinese, pur battendosi con ardore, è uscito sconfitto, una forma peculiare (ma non troppo) di capitalismo, con forte ruolo centralizzatore dello Stato. In pochi decenni questo capitalismo che, visto il peso della storia pregressa ritiene tuttora utile camuffarsi da “socialismo alla cinese”, ha realizzato – attraverso lo sfruttamento della più numerosa classe operaia del mondo – una ciclopica accumulazione di capitali, di dimensioni mai viste nella storia, che ne fa di gran lunga la prima potenza industriale del mondo e l’ha spinta, da decenni ormai, a proiettarsi sul mercato mondiale. Sebbene ingenti investimenti di capitali occidentali abbiano contribuito a questo sviluppo, raffigurare l’attuale Cina alla stregua di una colonia o di una semi-colonia dell’Occidente, fa semplicemente sorridere: perché prescinde totalmente dalla realtà dei fatti, ed in particolare dalle specifiche condizioni che la Cina – a differenza della quasi totalità dei paesi ex-colonie – ha saputo e potuto imporre agli investitori esteri, grazie alla sua grande storia precedente il “secolo delle umiliazioni” (ancora al 1820 la Cina era di gran lunga la prima potenza manifatturiera del mondo) e all’impulso non ancora esaurito della sua rivoluzione anti-coloniale.

Questo tormentato e accelerato cammino di sviluppo capitalistico ha messo capo ad una tipica “maturazione imperialista” che sta facendo entrare la Cina in un’inesorabile rotta di collisione con le vecchie potenze imperialiste – una collisione che non ha certo come posta in gioco il socialismo internazionale, la rivoluzione sociale anti-capitalista, bensì il primato sul mercato mondiale. Totalmente demagogica, se espressa dai governanti di Pechino, semplicemente demenziale se espressa da “comunisti” metropolitani ignari di tutto, è la tesi che da questa contesa possa venir fuori un capitalismo multipolare “più equo e pacifico”, benefico anche per i lavoratori. Tutto ciò che da questa rotta di collisione può venir fuori, alla fine, è – lo si sta vedendo in Ucraina e in Palestina – un’accelerazione della corsa ad un nuovo scontro militare inter-capitalistico a scala globale.

No, non è sull’ascesa di questa nuova potenza del capitale che sta accelerando i tempi della guerra globale, che possono riporre le loro speranze la classe lavoratrice, le masse sfruttate e oppresse del mondo che hanno giustamente in odio la secolare dominazione degli imperialismi occidentali. E’ solo facendo affidamento sulla propria organizzazione indipendente, in Italia, in Cina e in tutto il mondo, battendosi contro lo sfruttamento del lavoro, la pretesa di dominare altre nazioni, e la guerra. Anziché sull’ascesa industriale, diplomatica, militare della Cina capitalista, noi internazionalisti puntiamo tutte le nostre fiches sull’ascesa politica del proletariato cinese e mondiale, sulla sua capacità di ridiventare protagonista della storia del mondo. E siamo certi che non ci deluderà.

Il DNA della Cina d’oggi: capitalismo, o cosa?

La questione della natura sociale della Cina presenta due corni, entrambi di fondamentale importanza. Il primo riguarda l’esistenza (o meno) di rapporti sociali capitalistici, e quindi l’esistenza (o meno) di una classe operaia sfruttata al pari di quella dei paesi capitalistici più maturi, e con la quale sia possibile un collegamento internazionalista.

Il secondo riguarda la natura dello Stato cinese, e dei gruppi economici cinesi: è la medesima degli Stati dei paesi a capitalismo maturo? Si può parlare di imperialismo cinese alla stregua di quello americano, italiano o giapponese?

Dalla risposta a queste domande deriva anche la collocazione rispetto ai conflitti economici, politici e militari che vedono coinvolta e sempre più protagonista la Cina. La tesi che svilupperemo in una serie di articoli risponde sì agli interrogativi sopra posti, anche se sull’ultimo si dovrà dialettizzare e storicizzare, nel senso che le trasformazioni degli ultimi decenni con la formazione di nuove concentrazioni di potere finanziario internazionale, con i rispettivi stati, modificano i caratteri del fenomeno “imperialismo” rispetto a un secolo fa.

In questo primo articolo cerchiamo di rispondere alla domanda se la Cina sia un paese capitalista oppure socialista, e la risposta che anticipiamo è che si tratta di una società pienamente capitalista. Il criterio di giudizio, sulla base del metodo marxista, non è quello che il governo o i dirigenti del Partito Comunista cinese al potere dicono della società cinese (“socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”), ma è quello dei rapporti di produzione effettivamente esistenti. Non è il nome che si dà alle cose, ma la realtà effettiva delle “cose sociali”, dei rapporti sociali di produzione e di riproduzione. Se nel processo di produzione e riproduzione sociale vi sono due classi, con una maggioranza che per vivere vende l’uso della sua capacità lavorativa (la forza lavoro) a coloro che posseggono i mezzi di produzione; se questi a loro volta, utilizzando la forza lavoro altrui nel processo produttivo, si appropriano del prodotto e del plusvalore in esso realizzato, arricchendosi, vuol dire che siamo in una società capitalistica, con proletariato e borghesia quali classi fondamentali. Dove il proletariato è subordinato alla borghesia, che tranne che in momenti eccezionali detiene anche il potere politico, oltre a quello economico-sociale. Nel caso della Cina il PCC assume il ruolo di arbitro assoluto, apparentemente al di sopra delle classi. Vedremo come esso rappresenti in realtà gli interessi della classe dominante borghese nel suo complesso.

La realtà attuale, d’altra parte, è il risultato di profonde trasformazioni sociali e politiche aperte dalla Rivoluzione Cinese, che nel corso di tre quarti di secolo hanno portato la Cina, diventata uno dei paesi più poveri del mondo a seguito di un secolo di multiple e spietate aggressioni coloniali alle quali prese parte anche la “nostra” miserabile Italietta, a diventare la prima o seconda potenza capitalistica mondiale.

In prossimi articoli cercheremo di approfondire le caratteristiche specifiche di questo capitalismo, con particolare attenzione alle imprese a capitale statale, e dello Stato cinese, e quindi di dimensionare e qualificare il suo ruolo come potenza economica, politica e militare nel confronto internazionale. Ritorneremo infine a approfondire composizione, condizioni e lotte del proletariato cinese, il grande assente dalle analisi e dalle considerazioni di quanti tifano, da “compagni”, per l’ascesa e la vittoria della Cina capitalista.

Partiamo dai dati ufficiali su popolazione e lavoro.

Nel 2022 la Cina contava 1 miliardo 411 milioni 750 mila abitanti: per la prima volta in calo rispetto all’anno precedente (-850 mila), e per la prima volta superata dall’India al primo posto nella classifica mondiale. Un segnale dell’inizio del declino demografico, effetto tipico della “transizione demografica” di tutte le società capitalistiche avanzate, accelerato in Cina dalla “politica del figlio unico” imposta con modalità spietate tra il 1980 e il 2016 – che sta determinando l’ “invecchiamento precoce” della società cinese destinato a proseguire nei prossimi decenni, influenzando l’economia e la società cinese.

Tab. 1 – Popolazione urbana/rurale, 1978-2022

 MilioniComposizione %Variaz. 1978-2022
197820002022197820002022milioni1978=100
Popolazione962,61267,41411,8100100100449,2147
– urbana172,5459,1920,7183665748,2534
– rurale790,1808,4491826435-299,162

La Tab. 1 evidenzia l’enorme processo di urbanizzazione avvenuto nel periodo: la popolazione urbana è cresciuta di 750 milioni di persone, moltiplicandosi per sei volte, quella rurale è diminuita di 317 milioni negli ultimi 22 anni. In due generazioni la Cina è passata da un paese rurale dove 8 abitanti su 10 vivevano in campagna, a un paese dove 2 su 3 vivono in città, con tutti i fenomeni che accompagnano un processo di urbanizzazione di questa velocità e dimensione.

Negli ultimi 20 anni si è rovesciato il rapporto tra occupati nelle zone rurali e nelle zone urbane: gli occupati delle aree urbane sono saliti da 273 a 470 milioni, quelle nelle zone rurali sono diminuiti da 470 a 270 milioni.

Tab. 2 – Occupati zone urbane e rurali

Dati in milioni di persone20042023
Occupati742,6740,4
Occupati aree urbane272,9470,3
Occupati aree rurali469,7270,1

Il motore di questa immane migrazione interna dalle campagne alle città è stato il processo di accumulazione del capitale, prima con l’industrializzazione, quindi con lo sviluppo del settore terziario.

Tab. 3 – Occupati per macro-settori 1978-2022

OccupatiMilioniComposizione %Variaz. 1978-2022
197820002022197820002022milioni1978=100
Totale occupati401,5720,9733,5100100100332,0183
Agric, miniere283,2360,4176,6715024-106,662
Industria, costr.69,5162,2211,1172229141,6304
Servizi48,9198,2358,7122749309,8734

Gli occupati nel 2022 erano 733 milioni, di cui 177 milioni nell’agricoltura, 211 milioni nell’industria, 359 milioni nel terziario; nei 44 anni considerati gli occupati in agricoltura sono scesi dal 71% al 24% (da 7 su 10 a 1 su 4), dimezzando nell’ultima generazione (nel 1952 erano l’83,5%); l’industria è salita dal 17% al 29%, triplicando gli addetti in numero assoluto, con un aumento di 142 milioni di lavoratori; il terziario è cresciuto dal 12% al 49% moltiplicandosi per oltre 7 volte, con 310 milioni di nuovi lavoratori. Anche in Cina, come nelle maggiori metropoli, sono i “servizi” a occupare il numero maggiore di lavoratori, ed è prevedibile che nei prossimi decenni i servizi accresceranno ulteriormente il loro peso a scapito dell’agricoltura, secondo un percorso seguito da tutti i paesi industrializzati, anche se con diversi dosaggi dei pesi di industria e servizi. Anticipiamo che quando si parla di “servizi” non si tratta in gran parte di lavoro improduttivo dal punto di vista capitalistico (come è per il pubblico impiego, i servizi finanziari e quelli alle famiglie), ma di produzione di valore che non si traduce nella creazione di oggetti materiali, tangibili, bensì di “servizi” pure venduti sul mercato come merci per ricavarne un profitto.

Lasciamo ad un altro articolo l’analisi degli aspetti economici. Qui ci interessa analizzare la composizione sociale, la “formazione economico-sociale” della Cina, ufficialmente definita “Socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”. Potremmo smontare l’ossimoro “socialismo di mercato” da un punto di vista teorico, a partire dal Marx della Miseria della filosofia, ma il nostro approccio qui è quello dell’analisi concreta (materialistica) della situazione concreta, sulla base, certamente, delle categorie socio-economiche marxiste.

Le statistiche cinesi sulle forze lavoro e sugli occupati sono molto carenti, soprattutto per quanto riguarda le aree rurali, e non forniscono il numero dei lavoratori dipendenti distinto da quello degli occupati. Sembra che Lenin nel suo studio su Lo sviluppo del capitalismo in Russia disponesse, attraverso le statistiche zariste degli zemstvo, di materiale molto più approfondito e dettagliato di quanto sia oggi disponibile nelle statistiche cinesi. Un fatto indicativo di quanto poco rilievo lo Stato cinese dia alla classe operaia, e al proletariato in generale, quasi a volerne ignorare l’esistenza. Anche i contadini, i protagonisti della grande Rivoluzione Cinese, con la dissoluzione delle Comuni sono da decenni in balia del mercato, e lo Stato non vuol sapere più di tanto quanti di essi sono stati costretti ad emigrare in massa (circa 200 milioni) verso le grandi città e i poli industriali venendosi a trovare molto spesso, a causa delle leggi dello stato, in una condizione di irregolarità. Del resto già al Congresso del PCC nel 1956 Deng Xiaoping – il principale riferimento ideologico degli attuali dirigenti – aveva affermato che le classi sociali stavano scomparendo…

Le statistiche sull’occupazione forniscono però il dato dei lavoratori autonomi, ma solo fino al 2019, anno nel quale si ferma anche il dato delle società di persone (la forma societaria più semplice 1). La Tab. 4 mostra che il numero maggiore degli addetti nelle aree urbane lavora proprio nelle società di persone: 146 milioni nel 2019, pari al 32% del totale degli occupati. Quindici anni prima, nel 2004 risultavano avere solo 30 milioni di addetti; in 15 anni sarebbero cresciute di 5 volte. Il numero di queste società di persone risulta essere di 30 milioni: se ciascuna avesse un singolo padrone, avremmo 30 milioni di padroncini con 116 milioni di dipendenti, meno di 4 per azienda. Una situazione molto vicina a quella della piccola impresa italiana.

L’altro settore in forte crescita è quello dei lavoratori autonomi: sono cresciuti di quasi 5 volte nei 15 anni, da 25 a 116 milioni (dal 9% al 26% del totale occupati) nelle aree urbane, mentre nelle aree rurali sarebbero 60 milioni – non è chiaro se inclusi o meno i contadini coltivatori diretti, per un totale di 176 milioni di lavoratori indipendenti pari a uno su 4 occupati, una composizione analoga a quella dell’Italia. Oltre alla quasi totale assenza di dati sull’occupazione rurale e agricola in particolare, la definizione stessa di “lavoratore in proprio” o indipendente è alquanto vaga2, e sembra includere non solo i coadiuvanti, ma anche i dipendenti delle micro-imprese a carattere familiare. Il fatto che vengono rilevate solo le attività registrate e autorizzate, fa intendere che vi è un sottobosco di attività non registrate né autorizzate, dove vige il lavoro irregolare, che sfugge alle statistiche ufficiali – fenomeno del resto ben noto in Italia come “lavoro nero”. Pur non potendo valutare, neppure qui, quanti siano i lavoratori autonomi veri e propri (che lavorano da soli, senza dipendenti), quanti i padroncini e quanti i dipendenti, emerge da questi dati l’esistenza di una diffusa piccola impresa che nelle aree urbane occupa quasi 300 milioni di persone3, i due terzi della forza lavoro urbana cinese, dove i rapporti di lavoro sono quelli tipici padrone/operaio che ben conosciamo nella piccola impresa italiana (e in quelle cinesi trapiantate in Italia): sfruttamento e dispotismo padronale, con poche regole. Del “socialismo” qui neanche l’ombra…

Un’altra tipologia aziendale cresciuta nell’ultimo ventennio è quella delle “società a responsabilità limitata” (che possono essere costituite anche con capitale statale): in 20 anni sono passate da 14 a 65 milioni di addetti, raggiungendo il 14% del totale. Dimezza invece il peso delle imprese statali (dal 24,6% al 12,2% degli addetti, con una perdita di 10 milioni di lavoratori). In forte declino, fino a divenire irrilevanti, anche le imprese a “proprietà collettiva”, le cooperative e quelle a proprietà mista. Mantengono rilevanza, per quanto minoritaria quanto a numero di addetti, le società per azioni private (17 milioni di addetti, 3,7%), le società controllate da Hong Kong, Macao e Taiwan (11 milioni, 2,4%) e quelle controllate da capitali di altri paesi (11,6 milioni, 2,5%).

Tab. 4 – Addetti per tipologia della proprietà dell’impresa

Occupati aree urbaneMilioni di occupatiComposizione %
20222019201420042022201920142004
Totale459,3452,5397,0272,9100100100100
Proprietà statale56,154,763,167,112,212,115,924,6
Proprietà collettiva2,43,05,49,00,50,71,43,3
Cooperative0,60,61,01,90,10,10,30,7
Proprietà mista0,20,10,20,40,00,00,10,2
Imprese a resp. limitata65,166,163,214,414,214,615,95,3
Società per azioni16,818,817,56,33,74,24,42,3
Società di personen.d. 145,798,629,9 32,224,811,0
Capitali di H K, Macao, Taiwan11,111,613,94,72,42,63,51,7
Capitali esteri11,612,015,65,62,52,73,92,1
Lavoratori autonomin.d. 116,970,125,2 25,817,79,2
Società di persone + lav. autonomi295,4285,6217,1163,664,363,154,759,9

Il criterio marxista fondamentale per la definizione di una società è quello dei rapporti di produzione, ossia come entrano in rapporto tra di loro le persone attraverso il processo produttivo. Come è evidente anche da queste statistiche, la produzione avviene sulla base di imprese, che dal punto di vista giuridico e amministrativo si distinguono per le varie forme di proprietà: statale, “collettiva”, “cooperativa”, e di privati (distinti in nazionali o esteri), nelle diverse formule giuridiche: società impersonali per azioni, società a responsabilità limitata (dove i proprietari non rispondono di eventuali debiti con il proprio patrimonio personale), e “imprese private” che nell’accezione cinese corrisponde alle nostre “società di persone”, dove i proprietari rispondono con il proprio patrimonio personale. Queste imprese, la cui direzione è in mano ai proprietari, si avvalgono dell’attività lavorativa prestata da lavoratori salariati, che cioè vendono la propria forza lavoro in cambio di un salario/stipendio. È una struttura sociale-organizzativa del tutto analoga a quella dichiaratamente capitalistica dei paesi europei e americani.

La stessa vigente Legge sulle società della Cina, all’art. 4 stabilisce che “Gli azionisti di una società, in qualità di apportatori di capitale, godono dei diritti di proprietà quali il godimento dei beni della società, l’adozione di decisioni importanti e la selezione del personale dirigente in base all’ammontare del rispettivo capitale investito nella società.” E all’art. 5 che: “Una società, con tutti i suoi beni di persona giuridica, opera in modo indipendente ed è responsabile dei propri profitti e delle proprie perdite in conformità alla legge. Una società, sotto il controllo macroeconomico dello Stato, organizza la propria produzione e il proprio funzionamento in modo indipendente in base alla domanda del mercato, allo scopo di aumentare i benefici economici e la produttività del lavoro e di mantenere e aumentare il valore dei propri beni.” È chiaro che a una società (ai suoi proprietari, azionisti) viene riconosciuta “indipendenza” nella funzione di realizzare profitti e aumentare il capitale degli azionisti attraverso l’utilizzo del lavoro dei dipendenti. Ossia di appropriarsi della differenza tra il valore prodotto dal lavoro e il salario pagato alla forza lavoro utilizzata (quello che Marx chiamava “sfruttamento”).

Nel capitalismo il salario è un “costo”, con il segno meno, da comprimere per quanto possibile per incrementare il profitto, fine della produzione; nel socialismo la quota del prodotto sociale che sarà a disposizione dei produttori per il consumo individuale e sociale, sarà invece l’obiettivo da massimizzare, insieme alla riduzione del tempo di lavoro. Così come le decisioni su cosa produrre non saranno determinate dalla redditività, ma dai bisogni sociali.

Come in tutti i paesi capitalisti, al vertice del processo decisionale delle imprese c’è l’assemblea degli azionisti, che nomina il Consiglio di amministrazione. Solo nelle imprese a partecipazione statale, e dove ci sono due o più azionisti pubblici nel caso delle Srl, è prevista la partecipazione di rappresentanti dei lavoratori ai CdA , senza indicazione numerica e comunque in posizione minoritaria, e la loro “consultazione” in caso di ristrutturazioni con tagli occupazionali. In Germania la legge sulla Mitbestimmung (co-determinazione) prevede la partecipazione di rappresentanti dei lavoratori al Consiglio di Sorveglianza in tutte le aziende, anche private, con più di 500 dipendenti, come parte del modello capitalistico “economia sociale di mercato”, con lo scopo di coinvolgere i lavoratori nelle strategie aziendali ed evitare che i lavoratori si contrappongano al capitale. Da questo punto di vista la versione cinese limita il coinvolgimento alle sole imprese statali, che secondo l’Ufficio Statistico Nazionale occupano ormai solo il 12% degli occupati.

Mercato della merce forza lavoro

Le cronache di numerose fonti ci raccontano situazioni di “normale sfruttamento” cui sono sottoposti i lavoratori delle grandi fabbriche cinesi, con orari di lavoro estenuanti, bassi salari, stabiliti unilateralmente dalle imprese, dispotismo aziendale. Si possono immaginare, anche sulla base delle condizioni nelle piccole imprese di casa nostra (incluse quelle cinesi – vedi Prato), le condizioni esistenti tra i lavoratori dei milioni di piccole e medie imprese cinesi, anche se le loro storie non arrivano alle cronache dei media.

Il fatto che anche in Cina, come in Italia e in tutto questo mondo capitalistico, i lavoratori sono costretti a vendere la propria forza lavoro sul mercato in cambio di un salario, risulta evidente anche dal fatto che troviamo in Cina le stesse differenze aziendali, settoriali e territoriali tra i salari che troviamo nei paesi a vecchio capitalismo. Il salario medio annuo lordo nelle metropoli Pechino e Shanghai è intorno a 210 mila yuan (quasi 27 mila euro al cambio corrente), nel Guangdong 125 mila yuan, nell’Henan 78 mila, poco più di un terzo rispetto alle maggiori metropoli. Posta = 100 la retribuzione media urbana, nel turismo e nell’agricoltura è meno di 50, nelle costruzioni è pari a 69, nell’industria 87, nei trasporti e commercio è intorno a 100, nell’istruzione 106, nella finanza 153, nell’informatica 193: differenziali salariali superiori a quelli esistenti nei paesi occidentali a capitalismo maturo. Anche in Cina il salario corrisponde al prezzo che un determinato tipo di forza lavoro ha sul mercato, come per tutte le altre merci.

La presenza di lavoro salariato e capitale quali poli opposti nel processo produttivo è alla base dei rapporti di produzione capitalisti: i possessori del capitale acquistano sul mercato la forza lavorativa al prezzo pattuito (salario), la utilizzano per il tempo contrattuale (e spesso molto oltre) e si appropriano del prodotto dell’attività lavorativa, vendendolo sul mercato e realizzando un profitto. La generalizzazione di questo rapporto a tutte le attività produttive è la “prova” che anche in Cina le persone si relazionano tra loro in quanto lavoratori salariati da una parte e capitalisti dall’altra; che anche in Cina la società è divisa nelle due classi fondamentali di ogni società capitalistica sviluppata: lavoratori salariati e borghesia, e il rapporto tra le due classi è quello della subordinazione del lavoro al capitale.

Se davvero la Cina fosse un paese “socialista”, o comunque al “primo stadio del socialismo” (pur con “caratteristiche cinesi”), ci si dovrebbe aspettare una serie di misure che garantiscono ai lavoratori la possibilità di difendere le proprie condizioni di lavoro e di vita – innanzitutto attraverso la libera auto-organizzazione sindacale, per porre dei limiti al potere del capitale, oltre che per far prevalere in qualche modo nella società l’interesse dei lavoratori, e della società nel suo complesso, rispetto agli interessi degli imprenditori capitalisti, privati e statali.

Un esame della Legge sui sindacati del 1992, della citata Legge sulle società del 1993, con i numerosi successivi emendamenti, della Legge sul lavoro del 1995, della Legge sui contratti di lavoro del 2007 ci mostra un quadro legislativo molto simile a quello che troviamo nei paesi a capitalismo maturo, con libertà di firmare contratti di lavoro individuali (anche dopo un mese di lavoro senza contratto, senza sanzioni), anche a tempo determinato senza vincoli, o a progetto, e la possibilità di fornitura di manodopera da parte di specie di agenzie di lavoro interinale. L’art. 37 della Legge sul lavoro prevede la possibilità del lavoro pagato a cottimo, senza le limitazioni previste dallo “Statuto dei lavoratori” italiano. Per una serie di questioni (ad es. i licenziamenti collettivi) alle imprese viene chiesto di consultare sindacato e/o assemblea dei lavoratori, ma mai di contrattare con essi determinate soluzioni. Il rapporto di subordinazione del lavoro salariato al capitale è sancito da tutta la legislazione cinese, come da quella dei paesi “democratici” occidentali, anche se imbellettato ideologicamente (vedasi la italiana “repubblica fondata sul lavoro”) con il concetto di “pari dignità” o “collaborazione” tra lavoro e capitale.

Sindacato produttivista di Stato

Se la Cina fosse un paese in cui i lavoratori sono al potere, o anche solo hanno un’influenza sullo Stato tale da contenere il rapporto di subordinazione rispetto al capitale, la prima misura che dovremmo aspettarci, a livello dei luoghi di lavoro, sarebbe quella di garantire ai lavoratori la piena libertà di organizzazione e di lotta per porre un argine alle pretese del capitale.

Ma i lavoratori cinesi godono della libertà di organizzazione sindacale? Da mille episodi di lotte operaie arrivati alle cronache sappiamo che non esiste libertà di organizzazione sindacale e che tutti i tentativi di creare una organizzazione sindacale indipendente, auto-organizzata da parte dei lavoratori che andasse oltre i confini di una singola azienda, sono stati duramente repressi dagli organi dello Stato. La Legge sulle società sancisce il diritto dei lavoratori a organizzarsi in sindacati a livello aziendale, ma con l’obbligo di affiliarsi al sindacato di Stato, la Federazione dei Sindacati di Tutta la Cina, dove il potere viene esercitato dall’altro verso il basso, e la subordinazione del sindacato al Partito Comunista Cinese.

La Legge sui Sindacati della R.P.C. stabilisce: “Articolo 2 – I sindacati sono organizzazioni popolari della classe operaia formate dai lavoratori di loro spontanea volontà sotto la guida del Partito Comunista Cinese (di seguito PCC) e fungono da ponte e legame tra il PCC e i lavoratori. […]

Articolo 4 – I sindacati osservano e salvaguardano la Costituzione, agiscono nel suo quadro, assumono lo sviluppo economico come compito centrale, si mantengono sulla strada socialista, aderiscono alla dittatura democratica del popolo, sostengono la leadership del PCC e seguono il marxismo-leninismo, il pensiero di Mao Zedong, la teoria di Deng Xiaoping, la teoria delle tre rappresentanze, la Prospettiva Scientifica dello Sviluppo e il Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era …” . Quindi sindacati non come forma di auto-organizzazione dei lavoratori, ma come organismi di controllo sui lavoratori da parte dello Stato, finalizzati a promuovere “lo sviluppo economico”, secondo le decisioni del PCC. La citata “teoria delle tre rappresentanze” , elaborata da Jiang Zemin nel 2000 e inserita nella Costituzione cinese del 2004, prevede l’inclusione non solo degli “intellettuali”, ma anche degli “imprenditori” o “capitalisti” nel PCC.

L’articolo 5, che definisce la Cina “un Paese socialista di dittatura democratica del popolo sotto la guida della classe operaia basata sull’alleanza tra operai e contadini” afferma che i lavoratori sono “padroni del paese” [sic! ] e quindi i sindacati devono “salvaguardare il potere statale”, e allo stesso tempo (Art. 7) ”I sindacati devono mobilitare e organizzare i lavoratori affinché partecipino allo sviluppo economico e adempiano ai loro compiti nella produzione e in altri lavori.” L’art. 8 arriva a sostenere che i sindacati “garantiscono la loro [dei lavoratori industriali] posizione di padroni delle loro imprese, in modo da coltivare una forza lavoro industriale su larga scala che abbia ideali e convinzioni, comprenda la tecnologia, faccia innovazioni e lavori con un forte senso di responsabilità e dedizione.” I capitalisti di tutto il mondo sarebbero entusiasti di questo tipo di “sindacati”.

La Legge sulle società sancisce la libera iniziativa imprenditoriale dei capitalisti, e la finalità della realizzazione e accumulazione dei profitti. Come i lavoratori, tramite il sindacato di Stato, possano a loro volta essere “padroni” delle imprese, nonché della società, come asserisce la legge sui sindacati, è un mistero rivelatore di una ideologia il cui vero scopo è impedire la formazione di sindacati indipendenti, e di organizzazioni politiche indipendenti dei lavoratori per la lotta contro i capitalisti. Nel caso di controversie nei rapporti di lavoro, la legge prevede il ricorso all’arbitrato o, in casi estremi, ai tribunali.

Lo sciopero non è previsto come strumento a disposizione dei sindacati. Esso è contemplato dall’art. 28 in questi termini: “In caso di interruzione o rallentamento del lavoro in un’impresa, in un’istituzione pubblica o in un’organizzazione sociale, il suo sindacato deve consultare l’impresa, l’istituzione pubblica o l’organizzazione sociale o le parti interessate a nome dei lavoratori, presentare le opinioni e le richieste dei lavoratori e proporre soluzioni. Detta impresa, istituzione pubblica o organizzazione sociale darà soluzione alle richieste ragionevoli dei lavoratori. Il sindacato assiste l’impresa, l’istituzione pubblica o l’organizzazione sociale nel processo, in modo da contribuire a ripristinare il prima possibile il normale ordine della produzione e del lavoro.” Non è quindi il sindacato a organizzare lo sciopero, ma nel caso che uno sciopero o rallentamento esploda nonostante la presenza del sindacato, che dovrebbe prevenirlo, il sindacato deve “consultare” l’impresa e proporre soluzioni, “assistere” l’impresa non allo scopo di far valere gli interessi dei lavoratori contro quelli del capitale, ma di ”ripristinare il prima possibile” la produzione interrotta. Concetto ribadito anche dall’articolo 29: “ I sindacati partecipano alla mediazione delle controversie di lavoro nelle imprese.” Il sindacato, quindi, non come rappresentante dei lavoratori in sciopero, ma come mediatore tra i lavoratori in sciopero e l’impresa. L’impresa capitalistica esercita liberamente lo sfruttamento dei lavoratori salariati, subordinati, ma non vi è cenno alcuno alla lotta di classe necessaria per contenere lo strapotere del capitale.

Il diritto di sciopero, che troviamo persino nella Costituzione italiana (e che i vari governi hanno sempre più limitato e vogliono ulteriormente limitare) è stato eliminato dalla Costituzione cinese del 1982, redatta sotto l’egida di Deng Xiaoping, il quale già negli anni ’50 aveva sostenuto che le classi stavano scomparendo.

“Articolo 32 – I sindacati forniscono una guida teorica e politica ai loro lavoratori in collaborazione con i datori di lavoro, educano i lavoratori a svolgere il loro lavoro e a proteggere la proprietà delle loro entità e dello Stato in quanto padroni del Paese, organizzano attività pubbliche per i lavoratori per formulare proposte razionali e innovazioni tecniche, organizzano gare professionali e di abilità, conducono studi culturali e tecnici fuori orario e formazione professionale, incoraggiano la partecipazione all’istruzione professionale e alle attività culturali e sportive, e promuovono l’educazione alla sicurezza e alla salute sul lavoro, nonché la protezione del lavoro.”

“Articolo 33 – Su incarico del governo, i sindacati, insieme alle autorità competenti, selezionano, elogiano, coltivano e gestiscono i lavoratori modello e i produttori avanzati …”.

Un sindacato con funzione produttivistica, per il quale sono previsti distacchi a tempo pieno nelle aziende a partire da 200 addetti, e il versamento al sindacato di una quota aziendale pari a ben il 2% del monte salari. La burocrazia sindacale ha gli stessi privilegi di quella del PCC ai fini del pensionamento.

Avremo modo di entrare più a fondo e nel concreto nelle condizioni di lavoro e di vita della classe operaia e delle stratificazioni salariali cinesi, e delle loro risposte di lotta. Ciò che è fin d’ora fuori dubbio è che quella cinese è una società capitalistica sempre più polarizzata attorno alle due classi fondamentali, proletariato e borghesia, nella quale vige, nei rapporti materiali come sul piano giuridico, la separazione e contrapposizione tra forza lavoro e capitale; una società in cui il profitto è il vero motore e guida della produzione; in cui il processo di produzione è al tempo stesso processo di sfruttamento in senso marxista, cioè di estrazione di pluslavoro, di plusvalore – per il capitalismo cinese e per il capitale globale insieme, con la quota appropriata dal capitale globale via via decrescente. L’ideologia ufficiale del “socialismo di mercato” maschera questa essenza capitalistica dei rapporti sociali attraverso due peculiarità o “caratteristiche cinesi”: il ruolo del capitale di Stato e quello del Partito Comunista Cinese. Saranno oggetto di prossimi articoli.

Note

1 L’Ufficio Statistico Nazionale della Cina così definisce quelle che in inglese chiama “private enterprises”, che traduciamo con “società di persone”: “si riferiscono a unità economiche a scopo di lucro finanziate e costituite da persone fisiche, o controllate da persone fisiche che utilizzano manodopera dipendente. Rientrano in questa categoria le società private a responsabilità limitata, le società private di partecipazione azionaria, le imprese private di partenariato e le imprese a finanziamento privato registrate in conformità alla Legge sulle società, alla Legge sulle imprese di partenariato e ai Regolamenti provvisori sulle imprese private”.

2 “I lavoratori autonomi nelle aree urbane si riferiscono a persone in possesso di certificati di residenza nelle aree urbane o che hanno risieduto nelle aree urbane per lungo tempo e che sono stati registrati presso i dipartimenti dell’amministrazione industriale e commerciale e autorizzati a svolgere un’attività industriale o commerciale individuale, compresi i lavoratori autonomi, nonché gli aiutanti e i lavoratori assunti che lavorano nelle singole famiglie impegnate in attività industriali o commerciali.”

Da: https://www.stats.gov.cn/english/ClassificationsMethods/Definitions/200204/t20020424_72390.html

3 Mancando il dato disaggregato per il 2022, nell’ultima riga della Tab. 4 abbiamo calcolato la somma di “società di persone”+”lav. autonomi” quale differenza tra il totale e tutte le altre forme di proprietà.

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