Continuiamo nella pubblicazione di materiali in vista della Conferenza internazionalista di Napoli del 14-15 giugno, riprendendo dal sito del SEP (Partito socialista dei lavoratori della Turchia) questo scritto di Güneş Gümüş, che affronta di petto una questione molto dibattuta oggi anche in Italia. E lo fa seguendo un metodo che condividiamo: anzitutto, l’analisi dei fatti reali e della loro dinamica – nel caso, la dinamica storica che ha prodotto negli ultimi decenni un cambiamento epocale che in tanti si rifiutano di vedere: lo spostamento dell’epicentro della produzione capitalistica mondiale di valore da Stati Uniti-Europa occidentale all’Asia con al suo centro la Cina.
La Cina ha oggi una produzione industriale più che doppia rispetto a quella statunitense, e sta superando gli Stati Uniti, un anno dopo l’altro, anche nelle produzioni di punta. Se non si tiene conto di questa realtà, si spargono solo frottole.
Per quel che riguarda la teoria dell’imperialismo formulata un secolo fa da un complesso di opere marxiste (in questo testo il riferimento è essenzialmente a Lenin, ma per noi non sono affatto irrilevanti i contribuiti di Hilferding, Luxemburg e Bucharin), l’indicazione di Gümüş – da noi condivisa – è quella di saperne afferrare bene il nocciolo (l’imperialismo, come stadio, fase storica, del capitalismo) e la visione d’insieme, e applicarli alla situazione attuale senza dogmatismi e paraocchi ideologici.
Chi legge, tenga conto che questo articolo è stato scritto nel marzo 2022, poche settimane dopo l’invasione russa dell’Ucraina; quindi gli stessi dati forniti dall’Autrice andrebbero aggiornati, e il loro aggiornamento indubbiamente rafforzerebbe la tesi qui sostenuta. Tanto per dirne una: pare che il giorno 16 aprile il CIPS (Cross-Border Interbank Payment System) messo in funzione l’8 ottobre 2015 dalla Cina come alternativa al sistema di pagamenti interbancari storico SWIFT dominato dagli Stati Uniti, abbia superato per la prima volta, in ammontare complessivo delle transazioni, lo SWIFT: 1,76 trilioni di dollari in un solo giorno! Il tutto in un arco di 10 anni …
https://conflictsforum.substack.com/p/one-quiet-early-morning-in-beijing
Studiate la realtà, asini!, verrebbe da dire a tanti. Studiatela specie se siete dotti, e scrivete libri sullo strapotere eterno del dollaro, già scaduti all’atto della loro pubblicazione. Ma non lo si può più dire perché le/gli animalisti ci darebbero addosso, e a ragione, essendo l’asino un animale decisamente intelligente. Resta allora l’invito a studiare, che poi è l’essenziale, specie per chi pretende di indicare ad altri la via da seguire.
Il SEP ha partecipato attivamente all’organizzazione della Conferenza internazionale di Napoli del 14-15 giugno. Ma le sue compagne e i suoi compagni non potranno essere fisicamente presenti a Napoli perché il regime di Erdogan li ha poste/i sotto stretto controllo – di recente c’è stata anche un’operazione di arresti di diversi militanti del SEP, sebbene di breve durata. (Red.)
Dato che la nostra classe dirigente è nella NATO, senza dubbio criticheremo duramente la NATO e i filo-NATO, e continueremo la nostra lotta contro di loro. Ma questo non significa che saremo eurasiatici.
https://socialistmiddleeast.com/what-is-imperialism-are-china-and-russia-imperialist
La guerra in Ucraina è cresciuta a tal punto, oltre ogni previsione di tutti, che oggi il mondo intero ne sta risentendo profondamente. Stiamo forse tornando all’era dell’estremismo imperialista? Mentre Putin tenta di invadere l’intera Ucraina, gli imperialisti occidentali stanno giocando molte carte contemporaneamente per farla pagare alla Russia. La Russia sta correndo contro il tempo per accelerare i suoi progressi in Ucraina, ma allo stesso tempo ricorda alla NATO la sua carta nucleare.
Mentre alcuni sconcertati, cadendo nella trappola della democrazia liberale, continuano a chiedersi: “Siamo nel 2022, davvero accadrà questo?”, dalla crisi del 2008 che ha scosso il mondo continua a manifestarsi, sempre più, la natura bellicista dell’imperialismo.
In una situazione come questa di crisi globale, quando il profitto non cresce sugli alberi, il mondo diventa un luogo più instabile. Si intensifica la competizione imperialista per i mercati, gli sviluppi tecnologici, le risorse energetiche e per il controllo imperialistico sul mondo, poiché questo controllo offre grandi vantaggi economici, che si trasformano in bottino. Sono più frequenti le tensioni che a volte portano a guerre e comunque assumono le forme più pericolose.
Oggi, insieme con gli Stati Uniti, Russia e Cina sono al centro delle tensioni globali. Nell’era Biden, gli Stati Uniti avevano già dichiarato la regione del Pacifico loro priorità strategica. Le conquiste economiche, scientifiche e militari della Cina stanno rapidamente erodendo la posizione degli Stati Uniti quale unica superpotenza mondiale. D’altra parte, la Russia, che si è ripresa militarmente ed economicamente negli ultimi 25 anni, sta tornando con forza non solo nei paesi dell’ex Unione Sovietica, ma anche in Medio Oriente, approfittando del fatto che gli Stati Uniti stanno spostando le loro forze nella regione Asia-Pacifico.
Mentre avvengono cambiamenti radicali nella gerarchia dell’imperialismo mondiale, in Turchia e nel resto del mondo vengono prodotte assurde analisi dell’imperialismo, in base alle quali Cina e Russia sarebbero paesi “non imperialisti”, “semicoloniali” e “periferici”. Per adottare una posizione rivoluzionaria riguardo all’ultima guerra e alle tensioni future, dobbiamo comprendere correttamente l’imperialismo e dare risposte corrette alla domanda se Cina e Russia siano imperialiste o meno.
Definire l’imperialismo
In genere l’imperialismo è inteso semplicemente come ordine di dominio globale. Certo, nel corso della storia, grandi potenze/stati/imperi hanno dominato su quelli più piccoli, ma ci sono alcune precise caratteristiche che in una determinata fase storica hanno dato origine all’imperialismo e lo hanno reso un fenomeno diverso.
Teorici rivoluzionari come Lenin e Bucharin, che diedero al concetto di imperialismo il suo contenuto attuale, non identificarono l’imperialismo con la politica estera di questo o quello Stato, con la politica di una delle frazioni della classe capitalista (il capitale finanziario), con la politica di conquista o con il colonialismo. Per Lenin, che stabilì il legame tra imperialismo e capitalismo, l’imperialismo rappresentava lo stadio più alto del capitalismo, la trasformazione del capitalismo in un sistema globale sotto il dominio dei monopoli.
Lenin caratterizzò l’imperialismo come la fase monopolistica del capitalismo. Questa fase segnò anche il completamento della concentrazione e centralizzazione del capitale e la trasformazione del capitalismo da un sistema prevalente in una parte dell’Europa ad un sistema mondiale.
L’imperialismo si basa su un processo di sviluppo contraddittorio creato dal modo di produzione capitalistico. Da un lato, il capitale ha una base nazionale; lo stato-nazione è il protettore degli interessi generali del capitale nella competizione interna alla classe [capitalistica] e tra le classi. Dall’altro lato, il mercato per cui i capitali competono, che ha un carattere globale.
L’imperialismo esprime il sistema di competizione economica e geopolitica internazionale degli stati-nazione che agiscono per proteggere gli interessi più generali del loro capitale. La competizione geopolitica qui è subordinata anche allo spirito delle relazioni capitaliste di produzione; la competizione per i territori e le sfere di influenza ha come obiettivo il dominio sulle risorse energetiche e l’ottenimento dei vantaggi economici derivanti dall’egemonia regionale-globale. La competizione inter-imperialistica assume una forma militare e politica, oltre che economica; e infine si arriva alla guerra.
Quando si affronta il tema dell’imperialismo, occorre sottolineare la legge dello sviluppo diseguale e combinato. I vari paesi si sono sviluppati in modo diseguale in campo militare, economico o politico. Questa disuguaglianza esiste non solo tra i paesi più avanzati e i paesi ritardatari, ma anche tra le grandi forze dell’imperialismo. Lenin concepì l’imperialismo come un sistema mondiale gerarchico; diede alle potenze un ordine gerarchico, considerando che anche le Grandi Potenze dell’epoca non erano identiche: “1 -Tre potenze principali (completamente indipendenti): Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti; 2 – al secondo posto: Francia, Russia, Giappone; 3 – Italia, Austria-Ungheria.” (“Quaderni sull’imperialismo”).
La questione dello sviluppo combinato può essere esemplificata dal fatto che i progressi tecnici raggiunti a livello mondiale sono acquisiti direttamente dai ritardatari e trasformati in strumento per superare le altre potenze – vedi gli Stati Uniti e il Giappone – oppure l’avanzamento/regressione di una potenza nella gerarchia imperialista dipende non solo dalle sue stesse dinamiche, ma anche da quelle di altre potenze globali.
Cina e Russia sono imperialiste?
Le domande salienti di oggi sono: come posizionare Cina e Russia nella gerarchia imperialista? O, quali criteri prendere come riferimento per definire il posizionamento di Russia e Cina?
Quando si tratta di analisi dell’imperialismo, Lenin è il teorico di maggiore riferimento mella sinistra; che però si richiama a Lenin distruggendo la sua teoria dell’imperialismo. Si pensa che l’opera di Lenin sull’imperialismo sia un libro sacro; che scriva frasi che non si può nemmeno immaginare di cambiare. Alcuni usano Lenin per chiedere quasi sottovoce: “C’è un afflusso di capitali per definirli imperialisti?”
Non abbiamo bisogno di teorici meccanicisti che inseguono formule dogmatiche in nome del marxismo. Il metodo dialettico, che il marxismo utilizza per comprendere il mondo, esamina un fenomeno, assieme alle condizioni in cui è emerso e ne considera lo sviluppo. Congelare i fenomeni separandoli dal tutto in cui nascono, dalle relazioni e dalle contraddizioni che li creano, significa rifiutare il metodo dialettico. È fondamentale considerare la teoria dell’imperialismo di Lenin da questa prospettiva; è necessario tenere presenti le relazioni che hanno creato l’imperialismo e le forme che esso ha assunto oggi. Altrimenti, si abbandona lo spirito della teoria e si trasformano in un credo gli articoli scritti da Lenin nella sua analisi marxista dell’imperialismo.
Se ci si limita ai dati sull’”esportazione di capitali” per capire se una potenza è imperialista o meno, si diventa una versione aggiornata degli economisti contro cui Lenin si è battuto. Ad ogni modo, la Russia zarista, che Lenin e i bolscevichi definirono imperialista, non ebbe esportazioni nette di capitali tra il 1881 e il 1914. Gli investimenti esteri che la Russia ricevette dai paesi imperialisti occidentali furono considerevolmente superiori agli investimenti esteri russi. La Russia non era in grado di investire una quantità significativa di capitali all’estero; era molto indietro rispetto ai suoi rivali imperialisti. Italia, Austria-Ungheria e Giappone, che Lenin definì imperialisti, anche loro avevano esportazioni di capitali limitate, o addirittura nessuna esportazione netta di capitali. Ma dato che Lenin non riduceva l’imperialismo al volume delle esportazioni di capitali, non esitò a definire imperialisti questi paesi. Per Lenin, l’imperialismo fu essenzialmente l’inizio dell’era del capitalismo monopolistico e, come risultato di questo sviluppo, l’emergere di un ordine concorrenziale economico e geopolitico che portò con sé le guerre.
Oggi, per seguire le orme della concezione leninista dell’imperialismo, è necessario effettuare un’analisi che prenda in considerazione l’insieme della posizione economica, politica e militare nella gerarchia dei paesi del mondo, senza limitarsi a un singolo criterio economico per assegnare la posizione dei vari paesi nella gerarchia imperialista.
La posizione della Cina
Sebbene ci sia impossibile comprendere coloro che continuano a descrivere la Cina come paese “semicoloniale”, un paese che dopo la crisi del 2008 ha continuato a svilupparsi superando gli Stati Uniti in termini di produzione industriale, proviamo egualmente a rispondere alle loro argomentazioni.
Chi definisce la Cina un paese “periferico”, “semicoloniale” o “non imperialista”, adduce tre argomenti principali. Il primo è che la Cina esporta soprattutto materie prime; si afferma che non vi è alcuna esportazione di capitali. Un altro argomento è che le multinazionali che producono in Cina beneficiano dello sviluppo economico cinese ma i superprofitti vengono trasferiti in Occidente, patria di queste multinazionali. L’ultimo argomento comincia ad essere abbandonato perché non è più sostenibile. Si tratta dell’affermazione secondo cui la Cina produce ad alta intensità di manodopera, e non è abbastanza forte per competere con l’Occidente in settori come la tecnologia dei brevetti.
Se partiamo dalla questione dell’esportazione di capitali, possiamo dire che esistono due forme fondamentali: l’esportazione di capitale produttivo e l’esportazione di capitale di prestito.
La risposta più significativa a chi sostiene che la Cina abbia un’economia incentrata sull’esportazione di materie prime è senza dubbio la “Belt and Road Initiative”, il cui completamento è previsto per il 2050. Nell’ambito di questo progetto, si stima che saranno spesi 100 trilioni di dollari per investimenti infrastrutturali in decine di paesi. Dal 2013 la Cina ha investito migliaia di miliardi di dollari [per l’esattezza, al 2024 l’investimento cinese complessivo per la Belt and Road Initiative ha superato i 1.000 miliardi di dollari – n. n.] per costruire strade, ponti, porti e ospedali in circa 163 paesi, tra cui molti paesi in Africa e Asia centrale. Da allora ha prestato circa 1,9 trilioni di dollari a oltre 70 paesi per 1.590 progetti; e ha requisito le infrastrutture di coloro che non erano in grado di pagare i propri debiti. Se ignoriamo commenti che hanno davvero dell’incredibile del tipo: “Questi porti non sono da considerare esportazioni di capitali, servono a vendere le materie prime cinesi”; ricordiamo invece che si tratta di ospedali, ponti, etc., che sono ovviamente, nell’era del neoliberismo, dove ogni tipo di servizio è diventato a pagamento, luoghi di produzione di merci. Anche questi investimenti sono esportazioni di capitali produttivi, noti come investimenti diretti esteri (IDE).
Passiamo all’emissione di capitale di prestito. Basti pensare che delle 10 maggiori banche al mondo le prime quattro appartengono alla Cina. Aggiungiamo che la Cina è il paese che detiene il maggior numero di obbligazioni statunitensi dopo il Giappone, con un volume di oltre 1.000 miliardi di dollari. La Cina è uno dei principali Paesi erogatori di prestiti al mondo. I suoi prestiti ai paesi a basso e medio reddito sono triplicati negli ultimi 10 anni, raggiungendo i 170 miliardi di dollari a fine 2020.
Veniamo ora alla questione delle multinazionali [occidentali] che si appropriano dei profitti creati dalla produzione industriale cinese. Nel 2020, circa un terzo della produzione industriale mondiale proveniva dalla Cina. Gli Stati Uniti hanno una produzione industriale che è quasi la metà della capacità cinese. L’argomentazione secondo cui “i superprofitti vengono in realtà trasferiti in Occidente” in un paese con questa capacità produttiva è in realtà errata già fin dal principio, ma consideriamo ancora i dati. In primo luogo, i gruppi cinesi dominano la classifica dei maggiori gruppi [industriali] del mondo. In secondo luogo, i miliardari cinesi, quasi tutti ricchi di prima generazione, sono diventati i più ricchi del mondo. Secondo la Hurun Global Rich List del 2021, un terzo delle persone più ricche del mondo sono cinesi. La Cina ha cessato da tempo di essere il paradiso mondiale della manodopera a basso costo. Grazie alle lotte, i salari dei lavoratori cinesi sono aumentati. Di conseguenza, le industrie ad alta intensità di manodopera si sono persino trasferite in altri paesi dell’Asia orientale per sfruttare manodopera a più basso costo. La grande ricchezza creata dai lavoratori cinesi, invece, finisce nelle casse del capitale cinese, come si può rilevare dai dati.
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Veniamo all’ultimo argomento: l’arretratezza nella competizione tecnologica. È passato molto tempo da quando la Cina è diventata un centro di produzione in prevalenza ad alta intensità di manodopera. La Cina ha compiuto progressi in alcuni settori tecnologici ad un livello tale da inquietare gli Stati Uniti: clonazione, semiconduttori, tecnologia quantistica, intelligenza artificiale e robotica. Huawei, che ha fatto progressi nella tecnologia 5-G, deve aver innervosito a tal punto gli Stati Uniti che la sua più alta dirigente è stata arrestata in Canada su richiesta degli Stati Uniti; la Huawei Company è bandita da Australia e Regno Unito. Per comprendere la posizione della Cina nel campo dell’alta tecnologia basta il fatto che la quota cinese nella produzione globale di robot industriali sia aumentata dal 3,2% nel 2010 al 31% nel 2020.
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In un contesto di crescenti tensioni globali, la Cina è fortemente impegnata a integrare il suo successo economico con la forza militari. Dopo l’ascesa al potere di Xi Jinping, la politica estera cinese è diventata sempre più tosta. Ha investito massicciamente nella marina e le sue spese militari ammontano a 250 miliardi di dollari. Ma gli Stati Uniti sono ancora la maggiore potenza militare al mondo. Da soli, rappresentano circa il 40% della spesa militare mondiale e con un budget di 800 miliardi di dollari per alimentare ed espandere la propria potenza militare. Ci sono 800 basi militari statunitensi in varie parti del mondo, contro le 2-3 della Cina. Perciò, la Cina ha bisogno di tempo per recuperare terreno rispetto agli Stati Uniti in termini di potenza militare. In questo processo, gli Stati Uniti, con la loro potenza militare e politica, stanno cercando di rallentare la crescita della Cina e ostacolare il progresso della potenza rivale. Per questo motivo, stanno creando nella regione Asia-Pacifico un blocco anti-cinese con Taiwan, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Filippine e persino l’Australia, uno dei maggiori partner commerciali della Cina.
La posizione della Russia
Per valutare correttamente la collocazione della Russia, dobbiamo considerare il suo potere economico, militare e politico all’interno della gerarchia imperialista. La Russia è la seconda potenza mondiale dopo gli Stati Uniti per quanto riguarda l’industria militare. Sono russe il 20% delle esportazioni mondiali di armi. Le esportazioni russe di armi rappresentano una potenza enorme, essendo la Russia la seconda maggiore esportatrice mondiale dopo gli Stati Uniti, che hanno il 37%. (…)
Gli Stati Uniti hanno persino chiarito che un potenziale conflitto tra Russia e NATO significherebbe la Terza Guerra Mondiale. Dato che le parti in causa in una nuova guerra mondiale saranno paesi imperialisti oggi come in passato, gli Stati Uniti vogliono indebolire la Russia in Ucraina, anzichè entrare in un conflitto incandescente con la Russia dotata di armi nucleari.
La Russia ha vissuto una vera e propria depressione economica dopo il crollo del blocco orientale [URSS] nel 1991. Tra il 1989 e il 1998, la sua produzione è crollata del 45%. La rapida transizione al capitalismo di libero mercato con politiche neoliberiste ha portato al saccheggio delle risorse del paese, al collasso economico e all’acuirsi della povertà.
La ripresa economica della Russia è stata resa possibile dall’aumento dei prezzi del petrolio negli anni 2000. Ma dal 1986 al 1999 il prezzo del barile di petrolio aveva oscillato tra i 10 e i 20 dollari al barile. Poi durante il periodo della sorprendente ascesa al potere di Putin, in pochi anni i prezzi del petrolio sono saliti a 50 e successivamente a 100 dollari. Secondo i calcoli degli economisti russi, tra il 1999 e il 2008 il Prodotto Interno Lordo russo è cresciuto del 94% ed è raddoppiato il reddito pro-capite. Con il rafforzamento economico della Russia, si è cominciato a modernizzazione la tecnologia militare, a diversificare le attività economiche e a consolidare l’influenza russa nel territorio dell’ex URSS.
La Russia è uno dei principali produttori mondiali di petrolio e gas e il maggiore esportatore globale di metalli quali acciaio e alluminio primario. Essa vanta ingenti entrate energetiche e una rete di gasdotti molto solida. Si colloca all’ottavo posto per riserve mondiali di petrolio greggio, con una capacità di 80 miliardi di barili. Si colloca al secondo posto In termini di produzione effettiva, con una produzione giornaliera di 100 milioni di barili. La Russia è considerao il primo paese al mondo per riserve accertate di gas naturale, pari a 48 trilioni di metri cubi, ed esporta un terzo della sua produzione annua di gas naturale, pari a circa 665 miliardi di metri cubi. Dalla vendita di gas naturale e petrolio greggio, la Russia trae un reddito annuo di 380 miliardi di dollari. Questa ricchezza energetica consente alla classe capitalista monopolista dominante in Russia e al suo leader, Putin, di resistere agli embarghi economici e alle sanzioni degli Stati Uniti e dei loro alleati.
È anche importante comprendere a fondo la struttura della classe dirigente in Russia. Le élite staliniste costituivano i pilastri del nuovo regime instauratosi dopo il crollo dell’URSS: oltre tutti coloro che hanno continuato a essere dei burocrati, coloro che sono capitalisti, coloro che fanno politica, coloro che sono diventati capi mafiosi… Quando l’URSS è crollata, quasi nessuno dei gruppi privatizzati in Russia fu venduto a stranieri, diversamente da quanto accade in altri paesi. I profittatori, molti dei quali facevano parte dell’élite dell’era sovietica e quindi godevano delle necessarie entrature, divennero improvvisamente super-ricchi. Questi nuovi super-ricchi, oligarchi, godevano anche di una notevole influenza politica grazie al potere acquisito negli anni ’90, ma quando Putin si rafforzò, liquidò queste élite del capitale monopolistico, o le costrinse a collaborare. E’ stato così che il capitale monopolistico e lo Stato si sono intrecciati in una rete di relazioni mafiose.
Secondo i calcoli della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), “alla fine del 2017, le 15 maggiori imprese multinazionali in Russia (escluse le principali banche statali VTB e Sberbank) rappresentavano il 28% degli investimenti esteri del Paese”.
Sebbene in questa classifica prevalgano i gruppi statali, 9 gruppi su 15 sono privati. Nel 2017, quattro di queste 15 multinazionali russe, non appartenenti al settore finanziario, operavano nella metallurgia, quattro nel settore del petrolio e del gas naturale, due nei trasporti, una nella chimica e una nell’energia nucleare.
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L’economia russa è originariamente controllata dal capitale monopolistico russo. Le privatizzazioni avviate nel paese dopo il crollo dell’URSS sono state appannaggio dei resti della vecchia classe dirigente. Le grandi società basate su partnership a capitale statale del settore energetico rappresentano anche una fonte secondaria di ricchezza per gli oligarchi. Alla fine del 2021, i tassi di investimento di imprese russe, straniere e in joint venture nel paese erano rispettivamente dell’86,3%, del 7,3% e del 6,4%. La quota di banche straniere nel sistema bancario è diminuita dal 23% del 2014 al 14% del 2018. L’11% di queste banche straniere è controllato da residenti nazionali.
Il paese non ha un debito significativo nei confronti di organizzazioni imperialiste internazionali, grazie alla sua ricchezza di risorse naturali e dato che persegue l’obiettivo di non essere economicamente vulnerabile in caso di sanzioni. Anche il debito pubblico è limitato al 18% del PIL. Per rafforzare la resilienza economica, le riserve valutarie del Paese ammontavano nel 2021 a 630 miliardi di dollari, la quinta maggiore riserva del mondo.
Il reddito nazionale della Russia, dove l’industria energetica è la spina dorsale dell’economia, si aggira attorno a 1,7 trilioni di dollari, e produce il 2% del PIL mondiale. Secondo la lista “Forbes Global 2000”, tra i primi 100 gruppi al mondo figurano 10 tedeschi, 4 francesi, 3 inglesi e 2 russi.
Se però classifichiamo le maggiori potenze mondiali in base al Prodotto Interno Lordo, che esprime la dimensione delle economie nazionali, la Russia si colloca all’undicesimo posto.
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Se poi prendiamo in considerazione la classifica dei paesi sulla base del Prodotto Interno Lordo calcolato secondo il criterio della parità del potere d’acquisto, ovvero confrontando le valute correnti dei diversi Paesi con il valore di beni e servizi, l’economia della Russia sale al sesto posto.
Conclusione
Dobbiamo tenere presente che la gerarchia dei paesi imperialisti, le contraddizioni e le polarizzazioni non sono fisse, ma variabili. Negli anni ’90, gli Stati Uniti erano all’apice del loro potere e della loro capacità di leadership come unica superpotenza. Ma nei successivi 30 anni, il mondo non è rimasto lo stesso. La Cina ha continuato la sua ascesa economica accelerando e sta scuotendo il trono dell’imperialismo statunitense con passi decisi. Ecco perché gli Stati Uniti vogliono concentrare prioritariamente il loro peso sull’Asia orientale, perché non posseggono la potenza economica e militare per dominare ovunque, e non hanno la leadership politica decisiva. Ecco perché gli Stati Uniti stanno gradualmente abbandonando il Medio Oriente, in passato loro punto di forza. Non sono intervenuti [direttamente] in Libia, Yemen e Siria, hanno lasciato l’Afghanistan in una situazione catastrofica e stanno cercando di uscire dall’Iraq… Questo vuoto è stato colmato dalle potenze locali (Iran, Turchia, Israele) e dalla Russia, che vuole tornare a essere grande potenza. Ha lasciato il segno in Siria, ex sfera d’influenza dell’URSS, dove la Russia ha rafforzato le sue basi a Latakia e ha strappato numerose concessioni al regime di Damasco. Poi è intervenuta militarmente in Libia.
In precedenza (2008) la Russia aveva devastato la Georgia, che era sostenuta dall’Occidente. Quando si è rafforzato, Putin ha cercato costantemente di far rivivere l’ideologia imperialista dell’era zarista. Da un lato, condanna Lenin e abbraccia l’eredità stalinista dell’URSS, dall’altro rafforza l’eredità zarista, la tradizione imperiale e, allo stesso tempo, la Chiesa ortodossa.
L’altro aspetto della questione, è il tentativo di creare un blocco. La Russia, insieme alla Cina, è l’artefice dell’euro-asiatismo. Questa è ovviamente una questione problematica, perché, pur trattandosi di un’unione, le parti non si fidano l’una dell’altra, ma la pressione degli Stati Uniti avvicina queste due grandi potenze.
Poiché la Russia vede i confini del periodo zarista come propri confini naturali, cerca costantemente di intervenire contro i paesi che sono dentro questi confini. Invia la sua forza militare speciale per reprimere la rivolta popolare in Kazakistan; si insedia nella regione come forza di pace dopo la guerra tra Azerbaigian e Armenia; interviene in ogni maniera affinché le amministrazioni dei paesi dell’Europa orientale diventino filorusse; invade la Crimea… Non sono solo di sogni. È facile sognare, certo; ogni stato borghese sogna. Ciò che è decisivo è la capacità di agire, di plasmare la politica internazionale. La Russia interviene nelle relazioni interstatali per svolgere un ruolo da protagonista grazie alla sua potenza militare, politica ed economica; si muove per dominare chi è più debole e ingaggia una competizione economico-geopolitica con i suoi pari.
Se si paragona la potenza economica della Russia a quella degli Stati Uniti, ovviamente non c’è partita. Ma oggi la Russia ha un’economia più grande di alcuni paesi considerati imperialisti. Se valutiamo la potenza militare e politica della Russia e la capacità della sua economia dominata dai monopoli locali, che la Russia sia un paese imperialista risulta indiscutibile. Quello che bisogna fare è: comprendere il ruolo della Russia, che sta sfidando la NATO guidata dagli Stati Uniti, perché ha la potenza economica necessaria per questa sfida, e il ruolo della Cina, divenuta il motore dell’economia mondiale e ora agguerrita nella competizione geopolitica, all’interno di un sistema di competizione economica e geopolitica globale.
Concludiamo l’articolo con un forte accento sulla politica antimperialista. I rivoluzionari non devono sostenere uno di questi due schieramenti nelle tensioni e nei conflitti che si sono sviluppati o potrebbero svilupparsi tra il fronte russo-cinese e la NATO. Attribuire qualsiasi tipo di progressivismo a Russia e Cina rende inutili tutti gli appelli socialisti all’uguaglianza e alla libertà. Schierarsi oggi dalla parte della Russia contro la NATO significa esattamente questo. Chi oggi si schiera a favore del fronte euro-asiatico, dovrebbe unirsi agli ex maoisti che ora sostengono Erdoğan. Dato che la nostra classe dominante è nella NATO, senza dubbio criticheremo la NATO e i filo-NATO nel modo più duro e continueremo la nostra lotta contro di loro. Ma questo non significa che saremo euro-asiatici. I socialisti rivoluzionari non possono porsi in difesa di una delle potenze imperialiste contro l’altra.

