Riprendiamo dal sito “Socialist Middle East” questo testo della compagna Güneş Gümüş del SEP (il Partito socialista dei lavoratori della Turchia), che ha diffuso negli scorsi giorni un appello internazionale alla solidarietà con le comunità alawite, curde, druse e yazide sotto attacco da parte delle milizie del governo HTS di Damasco.
In una forma molto concentrata (e che perciò può suonare in qualche passaggio “astratta”), ci sembra che Güneş Gümüş colga le questioni essenziali, indicando le ragioni della nuova, amara sconfitta delle popolazioni curde, in questo caso del Rojava. (Red.)
https://socialistmiddleeast.com/the-current-situation-in-rojava-and-a-brief-assessment-gunes-gumus
L’offensiva lanciata contro le aree curde di Aleppo il 6 gennaio è progredita rapidamente nei giorni successivi e, con le rapide sconfitte subite, la struttura delle Forze Democratiche Siriane (FDS) si è dissolta. Quella che è avvenuta non è stata semplicemente una battuta d’arresto sul piano militare o una sconfitta in termini di perdita di posizioni, ma una regressione di portata storica per le conquiste nazionali curde. Con l’approvazione degli Stati Uniti e il supporto strategico di Ankara, il regime di Jolani ha ottenuto ciò che voleva. Il processo che ha avuto luogo può essere definito la Nakba curda, perché i curdi speravano di poter stabilire la propria amministrazione (o patria, o proto-stato che dir si voglia) nel Rojava. In quanto tappa storica finalizzata alla liberazione del Kurdistan nelle sue quattro componenti, il Rojava è stato un laboratorio storico e una fonte primaria di ottimismo. Ma, improvvisamente, tutto è svanito.
Nel quadro di un contesto geografico ostile che circonda la regione, il destino del Rojava è stato deciso nel momento in cui in cui gli Stati Uniti – l’unica potenza internazionale su cui le FDS facevano affidamento – hanno dichiarato: “questo è il capolinea”. Dopo l’accordo raggiunto tra le FDS e il regime di Jolani il 30 gennaio, sembra che ciò che resta delle conquiste curde sia una sfera di influenza significativamente ristretta e fragile nell’area di Kobane e Hasakah. Sebbene ciascuna delle parti interpreti l’accordo a suo modo, è un dato di fatto che il centro del potere è situato a Damasco. Da questo momento in poi, è piuttosto difficile che la bilancia penda a favore delle forze curde.
Mentre i settori sciovinisti in Turchia gioivano in seguito alla caduta del Rojava, ai curdi sono rimasti la delusione, l’isolamento e i nuovi dolori aggiuntisi al pesante prezzo già pagato. In questo contesto, la prima cosa che un rivoluzionario deve fare è mostrare solidarietà alle masse lavoratrici curde. Senza questa sincerità, per quanto grandi siano le vostre analisi o quanto giustificate le vostre critiche, esse non avranno alcun valore agli occhi dei lavoratori, delle lavoratrici e della gioventù curda.
Tra le lezioni da trarre c’è in primo piano la realtà che la richiesta di uguaglianza nazionale del popolo curdo non può trovare una soluzione permanente e autentica entro i limiti strutturali del sistema imperialista-capitalista e della gerarchia degli stati borghesi. Come potrà il popolo curdo determinare il proprio destino? Pensateci: lo stato in Siria sta crollando, mezzo milione di persone perdono la vita nella guerra civile e, in questo processo, le FDS (all’apparenza molto forti) stabiliscono un rapporto da “stretto alleato” con la superpotenza mondiale, gli Stati Uniti; ma in ultima analisi il destino dell’intero popolo è in mano a Trump. Le parole di Tom Barrack, con le quali si lasciava intendere che non ci sarebbe più stato bisogno delle FDS, non dovrebbero essere digerite facilmente; devono restare impresse nella memoria.
Non era forse accaduto qualcosa di simile a Barzani nel 2017? Considerando le condizioni in cui era in corso la guerra contro l’ISIS come un’opportunità storica, Barzani si ritrovò completamente solo quando decise di indire il referendum per l’indipendenza. L’eccessiva fiducia nella protezione da parte dell’Occidente (in particolare dagli Stati Uniti) in seguito a un voto favorevole si rivelò vana. L’esercito iracheno e la milizia sciita Hashd al-Shaabi lanciarono un’operazione nei “territori contesi” (in particolare Kirkuk) inclusi nell’ambito del referendum. Di conseguenza, le forze Peshmerga si ritirarono rapidamente e il Governo Regionale del Kurdistan (GRK) perse Kirkuk (che forniva oltre la metà delle sue entrate petrolifere) e altri vasti territori in pochi giorni. L’economia regionale crollò e il GRK divenne economicamente dipendente da Baghdad. Il referendum mise a repentaglio tutte le conquiste che i curdi avevano ottenuto in Iraq fino a quel momento.
Allo stesso modo, in Rojava, la grande fiducia riposta nella protezione degli Stati Uniti si è tradotta in una profonda delusione. È chiaro che il diritto all’autodeterminazione dei curdi non sarà possibile nell’ambito delle potenze imperialiste e degli stati borghesi esistenti. L’esperienza maturata in 150 anni lo ha ampiamente dimostrato: il sistema imperialista (che nello stesso lasso di tempo non è stato in grado di risolvere nemmeno la questione cipriota) non ha la capacità di risolvere una mega-questione come quella curda. Né del resto nutre tale preoccupazione; la liberazione dei curdi non sarà possibile senza un’ondata rivoluzionaria socialista che sconfigga l’imperialismo e dissolva gli stati borghesi.
Ciò richiede la lotta unita dei lavoratori e dei giovani curdi, turchi, arabi e persiani. Non è un sogno che i giovani mediorientali, che vivono in povertà e senza futuro, si incontrino sotto la bandiera del socialismo; le condizioni materiali per questo incontro esistono. Un’alternativa politica deve essere costruita; la fondazione di un Kurdistan equo e libero è perfettamente possibile all’interno di una Federazione socialista del Medio Oriente. La via verso la libertà per il popolo curdo è preclusa all’interno dei confini borghesi – inoltre, essa comporta il massacro di nazioni, guerre, pulizie etniche e genocidi. Questa strada è la via della distruzione di chi è debole; è un sanguinoso vicolo cieco per gli oppressi.
D’altro canto, uno dei punti principali da criticare riguardo all’esperienza del Rojava viene costantemente trascurato. Durante questa lunga esperienza, in cui le FDS hanno dominato una vasta area geografica, esse non hanno messo in discussione i rapporti sociali consolidati, non hanno toccato i rapporti di proprietà e, al contrario, sono diventate parte dello status quo socio-economico e dei rapporti di potere. Questa realtà deve essere uno dei punti di partenza fondamentali dell’analisi socialista: anche se si elogia la Rivoluzione del Rojava, una rivoluzione non può limitarsi a questioni nazionali/culturali/identitarie. Aree urbane come Hasakah, Raqqa, Qamishli, Kobane e i distretti di Aleppo sono centri piuttosto grandi. Queste regioni ospitano anche le risorse economiche più preziose della Siria. Se lì si fosse verificata una svolta socialista, una svolta che avesse rovesciato i rapporti di potere sociali esistenti, l’energia risultante avrebbe trasceso l’ambito della politica identitaria. Avrebbe radicalizzato Damasco, Latakia, Urfa e Diyarbakır (Amed), influenzando l’intera regione da Istanbul a Baghdad e Beirut. Solo attraverso una tale trasformazione si sarebbe potuto garantire il genuino cameratismo tra i contadini poveri e la gioventù delle tribù arabe (che alla fine hanno abbandonato le FDS). I legami gerarchici tra le élite tribali e i contadini poveri possono essere dissolti solo in questo modo.
Ma l’amministrazione delle FDS in Rojava e il programma di autonomia democratica di Öcalan sono completamente estranei a un terreno di classe e, in questa forma, non ci si può aspettare che attuino un programma socialista rivoluzionario. Ma non abbiamo assistito – e questo sarebbe stato davvero il livello più elementare – nemmeno ad una pratica amministrativa più rivolta alle masse, socialdemocratica di sinistra, populista di sinistra, a favore dei lavoratori. In effetti, una dinamica simile è evidente nel modello di governance locale del Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM), in particolare nella sua amministrazione delle municipalità metropolitane di Amed e Van in Turchia. Se ad Amed e Van fosse stato istituito un modello locale di politica imperniata sulle masse povere e da queste abbracciato, inevitabilmente l’entusiasmo, la prospettiva e il dinamismo che da ciò sarebbero emersi avrebbero scosso tutte le metropoli occidentali.
Oggi, a causa della sconfitta subita in Rojava, la fiducia nella leadership di Öcalan è stata scossa. Ma si osserva che la maggior parte dei critici curdi è più nazionalista, più barzanista e più ostile nei confronti della sinistra. In sostanza, cosa propongono se non di affidarsi a Stati Uniti e Israele!? Le FDS non avevano già un rapporto intenso con gli Stati Uniti? E Barzani non fu forse abbandonato dagli Stati Uniti nel 2017? Tenete a mente che oggi gli Stati Uniti stanno preparando lo Scià a un possibile cambio di regime in Iran, e il programma dello Scià è una politica iraniana unitaria incentrata sul nazionalismo persiano. Parlando con franchezza, un progetto di liberazione del popolo curdo che si affida agli Stati Uniti o a un’altra potenza imperialista non ha fondamento. Al contrario, la soluzione può arrivare da un movimento rivoluzionario socialista attraverso la rottura delle catene imperialiste e delle divisioni nazionali. La lotta delle masse povere curde per l’uguaglianza nazionale deve essere combinata con la lotta per l’uguaglianza di classe, e i lavoratori curdi devono essere l’elemento principale d’avanguardia di una lotta internazionalista ed egualitaria insieme ai lavoratori arabi e turchi.
***
The offensive launched against the Kurdish neighborhoods of Aleppo on January 6th progressed rapidly in the following days, and with the quick defeats suffered, the FDS structure dissolved. What happened is not merely a military regression or a loss of position, but a historical rupture backwards for Kurdish national gains. With US approval and Ankara’s strategic support, the Jolani regime got what it wanted. The process experienced can be called the Kurds’ Nakba, because Kurds were hoping they could establish their own administration, homeland, proto-state, whatever you call it, in Rojava. As a historic step taken towards the liberation of Kurdistan across four parts, Rojava was a historical laboratory and a primary source of optimism. But suddenly, everything slipped away.
In a hostile geography surrounding it, when the US, the only international power the FDS relied on, said “this is the end of the line,” Rojava’s fate was determined. After the agreement reached between the FDS and the Jolani regime on January 30th, it appears that what remains of Kurdish gains is a significantly narrowed and fragile sphere of influence in Kobani and Hasakah. Although the parties interpret the agreement from their own perspectives, it is a fact that the power lies in Damascus. From this point on, it is quite difficult for the scales to tip back in favor of the Kurdish forces.
While chauvinist segments in Turkey shouted with joy after the fall of Rojava, what fell to the Kurds was disappointment, loneliness, and new pains added to the heavy price already paid. In this environment, the first thing a revolutionary must do is show solidarity with the working Kurdish people. Without showing this sincerity, no matter how great your analyses are or how justified your criticisms, they will have no value in the eyes of Kurdish laborers and youth.
At the forefront of the lessons to be learned is the reality that the Kurdish people’s demand for national equality cannot reach a permanent and genuine solution within the structural limits of the imperialist-capitalist system and the hierarchy of bourgeois states. How will Kurds be able to determine their own destiny? Think about it: the state in Syria is collapsing, half a million people lose their lives in the civil war, and in this process, the FDS, appearing quite strong, establishes a “closest ally” relationship with the world superpower, the US, but ultimately the fate of the entire people lies between Trump’s two lips. The words of Tom Barrack, implying that they no longer needed the FDS, were not something to be swallowed easily; they must be etched into memory.
Didn’t similar things happen to Barzani in 2017? Seeing the conditions where the fight against ISIS was ongoing as a historic opportunity, Barzani was left all alone when he put the referendum decision for independence into practice. The overconfidence that the West (especially the US) would protect them after a “yes” vote proved empty. The Iraqi army and the Shiite militia force Hashd al-Shaabi launched an operation into the “disputed territories” (especially Kirkuk) included in the scope of the referendum. Consequently, Peshmerga forces withdrew rapidly, and the Kurdistan Regional Government (GRC) lost Kirkuk, which provided more than half of its oil revenues, and other vast territories in just a few days. The regional economy collapsed, and the GRC became economically dependent on Baghdad. The referendum endangered all the gains Kurds had achieved in Iraq up to that day.
Similarly in Rojava, the great trust placed in US protection resulted in deep disappointment. It is clear that the Kurds’ right to self-determination will not be possible within the order of imperialist powers and existing bourgeois states. 150 years of experience has sufficiently proven this; the imperialist system, which has not been able to solve even the Cyprus issue for 150 years, has no capacity to solve a mega-issue like the Kurdish question. Nor does it have such a concern; the liberation of Kurds will not be possible without a socialist revolutionary wave that defeats imperialism and dissolves bourgeois states. This requires the united struggle of Kurdish, Turkish, Arab, and Persian laborers and youth. It is not a dream for the Middle Eastern youth, living in poverty and without a future, to meet under the flag of socialism; the material conditions for this exist. A political alternative must be constructed; a founding, equal, free Kurdistan is perfectly possible within a Socialist Middle East Federation. The path to freedom for the Kurdish people is closed within bourgeois borders; moreover, it involves the slaughter of nations, wars, ethnic cleansings, and genocides. This path is the path of the destruction of the weak; it is a bloody dead-end street for the oppressed.
On the other hand, one of the main points that needs to be criticized regarding the Rojava experience is constantly overlooked. During this long experience in which the FDS dominated a vast geography, it did not shake established social relations, did not touch property relations, and on the contrary, became part of the socio-economic status quo and power relations. This reality must be one of the fundamental starting points of socialist analysis; even if tons of praise are heaped upon the Rojava Revolution, a revolution cannot be limited to national/cultural/identity issues. Look, urban areas like Hasakah, Raqqa, Qamishli, Kobani, and the neighborhoods of Aleppo are quite large centers. These regions also have Syria’s most valuable economic resources. Had a socialist breakthrough occurred there, one that overturned existing social power relations, the resulting energy would have transcended the realm of identity politics. It would have radicalized Damascus, Latakia, Urfa, and Diyarbakır (Amed), influencing the entire region from Istanbul to Baghdad and Beirut. Only through such a transformation could the genuine comradeship of poor peasants and youth within Arab tribes, who eventually abandoned the FDS, have been secured. The hierarchical bonds between tribal elites and poor peasants can only be dissolved this way. But the FDS administration in Rojava and Öcalan’s democratic autonomy program are completely alien to a class-based ground, and in this form, they cannot be expected to implement a revolutionary socialist program. But at the very least, we did not even see a more populist, left-social democratic, left-populist administrative practice favoring the laborer. Indeed, a similar dynamic is evident in the local governance model of the DEM Party, particularly in its administration of the metropolitan municipalities of Amed and Van inside Turkey. Had a populist municipality embraced by the poor masses been exhibited in Amed and Van, it would be inevitable that the excitement, perspective, and dynamism emerging from there would shake all Western metropolises.
Today, due to the defeat suffered in Rojava, trust in Öcalan’s leadership has been shaken. But it is observed that the majority of Kurdish critics are more nationalist, more Barzani-ist, and reactive against the left. But basically, what do they propose other than relying on the US/Israel! Wasn’t the FDS already in an intense relationship with the US? Wasn’t Barzani also left in the lurch by the US in 2017? Look, today the US is preparing the Shah for a possible regime change in Iran, and the Shah’s program is a united Iran policy centered around Persian nationalism. Frankly, a Kurdish liberation project relying on the US or another imperialist power has no footing. On the contrary, the solution can come with a socialist revolutionary movement through the breaking of imperialist chains and national walls. The poor Kurdish people’s struggle for national equality must be combined with the struggle for class equality, and Kurdish laborers must be the primary vanguard element of an internationalist, egalitarian struggle alongside Arab and Turkish laborers

