Il prof. Luciano Vasapollo scrive un articolo su “Contropiano” (1) in cui richiama con forza il problema del partito rivoluzionario come emergenza per la classe proletaria. In mancanza del quale quest’ultima non sarebbe in grado di resistere all’offensiva globale del capitalismo e di riprendere la marcia verso il socialismo.
Il discorso filerebbe se non provenisse da chi ha sostenuto fino a ieri le fole più oscene sul “socialismo del XXI secolo”, legandole a esperienze capital-statali (da noi definite di “socialismo rentier“) come quelle di Chavez e del chavismo in Venezuela, fino alla deriva neo-liberista di Maduro e dei suoi accoliti Rodriguez.
Dopo l’arruolamento di questi ultimi personaggi da parte di Trump e soci (a partire dalla neo-presidente venezuelana Delcy Rodríguez), Vasapollo e la Rete dei comunisti, per dare una parvenza di spiegazione ai loro fallimenti, virano sul tema “partito rivoluzionario”.
E cosa t’inventano? Il richiamo al modello togliattiano di partito!
Vasapollo, non contento dello spaccio ideologico fatto a suo tempo, continua come se nulla fosse a riferirsi a Cuba, al Vietnam, al Laos e, manco a dirlo, alla Cina come ai paesi dove si riuscirebbe a fronteggiare l’attacco imperialista per il fatto che in essi i Partiti Comunisti non sarebbero solo forze di governo, ma pure forze capaci di esprimere una “direzione politica influente e organizzata” verso quella che lui chiama la “transizione socialista”.
Viceversa il socialismo in Ecuador, in Bolivia e (purtroppo per lui) in Venezuela, essendo solo fenomeno governativo, non decolla, è fragile, rimanendo così sottoposto a compromessi forieri di sconfitta.
Non staremo qui a ripetere che in tutti i paesi sopra nominati, a cominciare dalla Cina, nonostante la grande epopea delle loro rivoluzioni e delle loro guerre anti-imperialiste, imperano oggi il lavoro salariato, il profitto (privato o statale che sia), lo sfruttamento del proletariato, e perfino (in Cina) le concentrazioni monopolistiche industriali e bancarie; la stessa politica estera di questi paesi è esattamente agli antipodi del socialismo.
Non sono, queste, valutazioni “massimaliste” ispirate al principio del “tutto e subito”, come scrive frettolosamente e in maniera liquidatoria Vasapollo; sono valutazioni fatte in base all’analisi delle situazioni realmente esistenti, e delle tendenze economico-sociali e politiche di fondo, condotta seguendo i cardini base del marxismo, ai quali egli dice di richiamarsi.
Pare di capire che Vasapollo, quando non sa quali pesci prendere, si sente più a suo agio nel classificare alcuni di quei paesi come “società transitorie”… Di che tipo? su quali basi? e dirette dove?
La proprietà statale dei mezzi di produzione? Qualche nazionalizzazione? Un commercio privilegiato verso altri paesi come, appunto, Cina, Russia, Iran? Cioè verso altri Stati arruolati a pieno titolo nel capitalismo internazionale? Per uno studioso che continua a richiamarsi al marxismo, appare francamente ridicolo. Ma è al tempo stesso fuorviante e pericoloso per tutte/i coloro che nell’attuale situazione di debolezza del movimento proletario si aggrappano alla speranza, quanto mai illusoria, che gli stati concorrenti con i paesi occidentali possano essere degli alleati delle classi lavoratrici e delle masse oppresse del mondo nelle loro battaglie.
Altrettanto ridicolo, e dannoso, è il richiamo al modello togliattiano di partito (“rivoluzionario”) come soluzione alle difficoltà del presente.
Chi era veramente Palmiro Togliatti, e cos’è stato il togliattismo
Chi era veramente Palmiro Togliatti, rilanciato da Vasapollo come grande star della “via nazionale al socialismo”? Togliatti ha percorso una carriera politica quasi tutta orientata al servizio del capitale statale spacciato per socialismo. Prima quello russo sotto Stalin, poi quello italiano sotto l’IRI e l’ENI, quando nel 1956 il crollo del mito stalinista costrinse il PCI, partito di cui il signor Togliatti era segretario, a sposare appunto la “via italiana al socialismo”. (2)
In cosa consisteva questa via?
Nel portare il PCI dentro il grande calderone riformista che stava preparando il primo centro-sinistra. Operazione poi osteggiata da Togliatti non per motivazioni “rivoluzionarie” (il partito non era più rivoluzionario da 30 anni), ma per il semplice fatto che i socialisti – appoggiati dai democratici “laici” – condussero in proprio l’alleanza coi democristiani, escludendo un partito ancora troppo legato al capitalismo di Stato dell’URSS. Quindi poco utilizzabile dalla borghesia imperialista italiana per i legami internazionali in essa prevalenti. Il che non escludeva che lo stesso PCI fosse invece assai utilizzabile, tramite il suo elettoralismo e la CGIL di Di Vittorio (altra figura sacralizzata dall’USB in un recente convegno), come fattore di controllo e di canalizzazione “democratica” del movimento operaio italiano.
Un simile processo integralmente riformista – finalizzato cioè a riformare il capitalismo, non certo ad abbatterlo e superarlo – porta appunto il nome di Palmiro Togliatti. Quel riformismo post-stalinista fatto saltare come un tappo solo (e meritoriamente) dalle lotte operaie degli anni ’60.
Lotte che il PCI ha dovuto “inseguire”… Ma il togliattismo degli eredi di Togliatti ha nel frattempo continuato l’opera, combattendo con ogni mezzo la ripresa delle teorie rivoluzionarie (per quanto confusa e immatura fosse) rievocate o sorte dalle lotte del movimento operaio e degli studenti di quegli anni. Il tutto per poi auto-sciogliersi dopo la caduta del Muro, confluendo con la sinistra DC nell’odierno PD. Che modello “rivoluzionario” vincente!!
Volendo dirla tutta, potremmo andare ancora più indietro, parlando del Togliatti avvocato di Mosca nell’opera di demolizione del PCd’I nato a Livorno nel 1921.
Del Togliatti vice-segretario del Comintern che conduce in prima fila la campagna contro le dissidenze comuniste, macchiandosi del sangue di migliaia di militanti durante la rivoluzione spagnola (1936-’39).
Del Togliatti che nel 1938, sotto le “grandi purghe”, scioglie il PC polacco con l’accusa di trotskismo; precedendo di un anno la spartizione nazi-stalinista della Polonia.
Del Togliatti che con “la svolta di Salerno” (1944) indirizza la lotta di Resistenza in Italia sui binari del compromesso con le più bieche forze reazionarie della borghesia italiana, le quali solo per opportunismo avevano dismesso la casacca fascista.
Del Togliatti che – proprio col “Partito Nuovo” evocato da Vasapollo – dal 1943-’45 stronca ogni pur timida opzione rivoluzionaria presente nella classe operaia, in nome non del socialismo (termine ormai buono solo per i comizi domenicali) ma della “democrazia avanzata”.
E’ sempre lo stesso personaggio che in qualità di ministro di Grazia e Giustizia, concede l’amnistia ai fascisti nel giugno del ’46 ed è complice nell’eliminazione dei comunisti italiani rifugiati in URSS. Giunti nel “paese del socialismo” per sfuggire al fascismo ma inghiottiti dai Gulag. (3)
Crediamo non sia necessario aggiungere altro.
Quale partito, e per fare cosa?
Insomma Vasapollo scopre l’acqua calda dell’assenza del partito rivoluzionario come fattore primario di sofferenza e di arretramento del proletariato mondiale. Ma lo fa in un’ottica di ottuso riformismo: tradito e abbandonato dal “socialismo del XXI secolo” non trova di meglio, insieme alla Rete dei comunisti, di rifugiarsi nel riformismo del XX secolo. E non a caso per un’operazione del genere rispolvera Togliatti.
L’operazione è compiuta stando “larghi” sul discorso del partito. Elencando tutta una serie di banalità che, prese di per sé, dicono tutto e niente.
Ovvio che un partito rivoluzionario occorra come il pane in una situazione di sconfitta, di sbandamento, e nello stesso tempo di esplosiva crisi del sistema sociale capitalistico, come quella attuale.
Ovvio che esso “non nasce dal nulla” ma da una storia pregressa che ha impresso i suoi caratteri nazionali.
Ovvio che questi ultimi non debbono entrare in contrasto con l’internazionalismo proletario. Il quale non va declamato a vuoto, ma fatto crescere nel concreto della lotta di classe e del consenso che il partito deve far crescere attraverso di essa.
Ma a questo livello non si va oltre il prete che dal pulpito fa il predicozzo domenicale, dopodiché ognuno se ne torna a svolgere le occupazioni abituali.
La questione vera è su quali basi, teoriche e pratiche, si intende la costruzione del partito rivoluzionario. Attraverso quali vie. E per quali prospettive.
Prendersela con il “riformismo” e al contempo col “massimalismo” stando sul general generico come fa Vasapollo, significa parlare del nulla.
Quale riformismo? Chi è riformista? Come combatterlo dal punto di vista rivoluzionario (che pure professa)?
Vasapollo non proferisce verbo in merito.
Ha paura a fare nomi? Nasconde anch’egli quei timori elettoralistici che imputa ai riformisti?
Poi attacca il massimalismo. A chi si rivolge? Per arrivare dove? Mistero.
Si accontenta della formuletta per cui non bastano a colmare il vuoto politico “le campagne elettorali, le leadership individuali o le aggregazioni occasionali.”
Più oltre si sbilancia come non mai, sostenendo che la malattia della sinistra consisterebbe nel confondere la tattica con la strategia, la qual cosa si ridurrebbe “nell’esercizio del potere” inteso come “problema essenziale” (i riformisti) e di converso nello “pseudo-estremismo che sostituisce l’organizzazione con la testimonianza e la rivoluzione con la retorica” (?!).
Pur non negando che effettivamente nella cosiddetta sinistra estrema esistano simili malattie, rimaniamo però basiti quando leggiamo la soluzione che propone Vasapollo: un partito togliattianamente “capace di guidare democraticamente un blocco storico di trasformazione… verso la via nazionale al socialismo… un partito in grado di governare la transizione storica che si apre davanti a noi.”
Via democratica e nazionale per la transizione verso il “socialismo” tricolore. Un partito dotato di un simile, putrido, armamentario tardo-stalinista sarebbe il “vero” partito rivoluzionario richiesto da una situazione in cui, per Vasapollo, il capitalismo ha i giorni contati???
Dove stanno mai il “socialismo” e il “partito rivoluzionario” evocati dall’autore dell’articolo, se non fa altro che riproporre i temi triti e ritriti di un tardo riformismo parlamentare e interclassista che è approdato, secondo la sua naturale traiettoria evolutiva, all’attuale Pd della coppia Schlein-Bonaccini?
Un tardo riformismo interclassista che poté prosperare in un ciclo di sviluppo forse irripetibile per il capitalismo occidentale (i trenta gloriosi), ma che da decenni mostra la corda ed è investito da possenti, persistenti, diffusi venti di guerra “calda”. Dove le mediazioni tra le correnti democristiane, socialiste e comuniste (togliattiane) sono saltate da un pezzo; e lo stesso omologato stalinismo destroso del “Migliore” (4) non vale un fico secco dal punto di vista delle lotte cui sono chiamati i proletari.
E tutto il giro dell’oca finisce in uno spudorato campismo …
A meno che, e qui ci riallacciamo al discorso iniziale sui “paesi socialisti”, il vero scopo del rilancio di Togliatti non consista nel dare una copertura di “peso” alla politica campista.
Se ai concorrenti diretti dell’imperialismo occidentale, a loro volta capitalisti e imperialisti, si appioppa il marchio “socialista”, allora ha un senso rimettere in auge schemi ideologici e figure del bel tempo che fu, quando il mondo era diviso in due blocchi contrapposti (alla faccia degli operai sfruttati dell’una o dell’altra parte).
In questo contesto, il riferimento al modello togliattiano di partito ci sembra solo un derivato; o meglio una scappatoia per mascherare il persistente assoggettamento alla prospettiva del “socialismo nazionale” delle correnti cui fanno riferimento Vasapollo e la RdC.
Un partito siffatto, come la storia dimostra e come Vasapollo in fondo ammette tra le righe, lungi dall’essere rivoluzionario, rinnega la rivoluzione socialista a vantaggio della “via democratica” e parlamentare al… capitalismo riformato; rivernicia un “blocco storico” che altro non è se non la riedizione dell’interclassismo del PCI; si affanna a sottolineare che “specificità nazionale” non è “nazionalismo”, ma poi traduce l’internazionalismo nell’appoggio ad altri Stati capitalisti, rinnegando nei fatti la lotta internazionale proletaria, diretta per definizione contro ogni forma di oppressione di classe.
In sostanza: un partito che riaffermerebbe la totale subordinazione della classe operaia agli interessi del capitalismo nazionale, proiettato verso capitalismi “altri”: siano i BRICS o il più generico multilateralismo… Subordinazione che con questi chiari di luna sfocerebbe nell’appoggio al riarmo e alla guerra dei “paesi amici”. Cancellando del tutto ogni opzione di lotta indipendente del proletariato contro la sempre più scatenata corsa alla guerra e contro l’economia di guerra che la prepara.
Alla faccia del pacifismo e delle politiche sociali!
Il vero obbiettivo della campagna trumpiana contro il comunismo richiamata da Vasapollo non sono i cosiddetti “paesi socialisti” riproposti nell’articolo, è l’intera classe proletaria, interna agli Stati Uniti e internazionale. Soprattutto nelle sue componenti meno “controllabili”: gli immigrati, i giovani ammassati nei quartieri-ghetto, le donne malpagate, disoccupate, sfruttate in ogni ambito di vita. Non a caso l’equazione diffusa da Trump assimila l’islamismo al comunismo del XXI secolo …
Trump e la sua gang attaccano il comunismo perché temono di non riuscire a controllare il mostro capitalista assetato di profitto che li ha messi in campo. Hanno paura che il “giocattolo” gli scoppi tra le mani dando il via a ribellioni, rivolte e rivoluzioni tali da mettere in discussione il loro dominio assoluto.
Per questo varano giri di vite securitari in serie. Anche per questo puntano su una risoluzione bellica dei conflitti inter-imperialisti massicciamente distruttiva, che risolva al più presto i loro contenziosi, impedendo agli sfruttati di prendere in mano il loro destino.
E allora se il futuro è così configurato, a cosa serve rimettere in pista vecchie cariatidi come Togliatti, il partito togliattiano e la strategia togliattiana? Serve solo a diffondere ulteriore confusione tra i proletari e a deviarne, corromperne le energie migliori, le più disposte alla lotta, in una situazione che è già di grossa difficoltà a riprendere la barra diritta dell’indipendenza di classe.
Note
1 – L’articolo in questione è apparso il 15 settembre su “Contropiano”, col titolo: “Forma partito per il socialismo. O il tramonto dell’utopia del possibile”.
2 – Nel 1956 avvennero due fatti traumatici per i sostenitori dell’URSS “faro del socialismo mondiale”. La denuncia dei “crimini” di Stalin da parte di Nikita Kruscev dalla tribuna del XX Congresso del PCUS (febbraio) e la rivolta operaia di Budapest (novembre) stroncata nel sangue dai carri armati russi. Togliatti colse opportunisticamente l’occasione, non senza il viscido che lo contraddistingueva, di liberarsi di Stalin per agganciarsi alla revisione “riformista” dell’ideologia stalinista (che non abbandonerà mai del tutto). Sull’Ungheria appoggiò totalmente la repressione antioperaia di Mosca.
3 – L’amnistia di Togliatti del giugno 1946, fatta per rimarcare la natura di “pacificazione nazionale” propria del PCI, e fatta per accalappiare al partito “di massa” quote di fascisti “in libera uscita”, schiacciando nel frattempo ogni “velleità” del partigianismo di sinistra, portò alla scarcerazione di circa 10mila fascisti in attesa di giudizio o già condannati a pene detentive. Si tenga presente come i due terzi dei parlamentari (!) del nascituro MSI erano composti proprio da persone amnistiate da Togliatti. Alla faccia dell’antifascismo!
I comunisti italiani rifugiati in URSS tra gli anni ’20 e ’30 e scomparsi nei Gulag furono circa 200.
Togliatti assunse a riguardo un atteggiamento di complicità coi crimini di Stalin, pur sapendo della sorte cui questi compagni andavano incontro. Erano dissidenti o semplicemente “non allineati” con il regime stalinista. La loro sorte consistette in morte per fucilazione o per stenti, spesso dopo aver subito processi farsa e ripetute torture.
4 – Il termine “il Migliore” fu incollato alla figura di Togliatti dai suoi adulatori, in quanto il nostro – da buon Azzeccagarbugli – sapeva districarsi con finezza “culturale” e abilità diplomatica (pari al cinismo) nei meandri della politica.

