Perfino i mass media italiani, prostrati ai piedi di Trump come pochi al mondo, sono stati costretti a far sapere al loro pubblico che sabato 18 ottobre si è mosso qualcosa negli Stati Uniti contro Trump&Co. Salvo però – come la7 – mostrare quasi solo il volto del gesuita Sanders arringare con la sua vuota retorica la folla di Washington D.C. (che non si vedeva).
E i 5-7 milioni di dimostranti in oltre 2.500 città statunitensi cos’erano? l’obbediente claque di infidi personaggi del genere?
Intanto molti parlano della mobilitazione di piazza più grande dell’intera storia degli Stati Uniti, più ampia della prima giornata del genere tenutasi nel giugno scorso. Esatto o no che sia, a Chicago, Los Angeles, New York, Washington e Boston i dimostranti, questo è sicuro, sono stati nell’ordine delle centinaia di migliaia, mentre altrove si andava dalle centinaia alle migliaia alle decine di migliaia – nel solo stato della Florida, una roccaforte trumpiana, ci sono state 60 manifestazioni sollecitate soprattutto dai brutali interventi dell’ICE, la polizia anti-immigrati.
Il titolo della giornata era stato fissato dagli organizzatori, interni o vicini al Partito democratico (Invisible, 50501, Move On): No Kings – non vogliamo re. E ricordava, a chi ha memoria storica, la guerra di indipendenza delle 13 colonie nord-americane dalla monarchia britannica scoppiata esattamente 250 anni fa. In questo caso il NO era al re-Trump, cioè all’accentramento di poteri che la sua amministrazione sta realizzando con grande velocità, e altrettanta noncuranza verso le regole della democrazia liberale del tempo che fu, quello in cui gli Stati Uniti erano l’indiscussa potenza imperialista n. 1 nel mondo.
Il 18 ottobre è stata quindi semplicemente una giornata in difesa della democrazia liberale del tempo che fu? – un tempo che non potrà ritornare. Esattamente su questo tema ha battuto Sanders, invocando l’aiuto dei suoi colleghi repubblicani per stabilire dei contrappesi al potere del presidente. Tutto qui? Il New York Times ed altri giornali vicini ai democratici hanno fatto il possibile per svuotare di significato la giornata insistendo sull’allegria, sull’ironia, sul carattere pacifico dei cortei, sui gonfiabili, sulla presenza di singoli esponenti dei ceti medio-alti, dando la parola invece che ai manifestanti, ai deputati democratici già proiettati verso le elezioni di Midterm – lo ha fatto in Italia anche il manifesto.
Noi la vediamo diversamente. E collochiamo il punto più alto di questa giornata, quello che anticipa il futuro necessario della lotta contro Trump e l’oligarchia capitalistica yankee che oggi si riconosce in lui quasi all’unanimità, nel discorso del sindaco di Chicago, Brandon Johnson, che, acclamato dalla piazza, ha invocato lo sciopero generale dei lavoratori neri, bianchi, brown, degli immigrati, dei gay, non soltanto contro la tirannia di Trump, ma contro i super-ricchi e le grandi corporations – “il più grande sciopero della storia degli Stati Uniti” per togliere ricchezza a chi sta in alto e soddisfare i bisogni delle masse lavoratrici. La tensione a Chicago è stata più alta che altrove perché qui si erano susseguite nei giorni precedenti il sabato 18 una serie di violenze e soprusi contro gli immigrati “irregolari” – seguiti, in certi casi, da scontri tra dimostranti solidali con loro e le bande dei poliziotti ICE. Da questa tensione sociale, di classe, erompe l’arringa di Johnson, che non prendiamo in parola come individuo, non è questo l’essenziale.
Indicando in questo discorso il punto politicamente più alto del 18 ottobre, non parliamo della media. La media di queste migliaia di manifestazioni è stata nella somma, spesso contraddittoria, delle tante ragioni di scontento e di protesta confluite, senza però unificarsi, nelle piazze: contro le aggressioni agli immigrati, contro i licenziamenti di massa di decine di migliaia di dipendenti federali e lo smantellamento dei programmi e dei servizi sociali, contro il dispiegamento dell’esercito nelle città, contro il genocidio a Gaza (non erano poche le bandiere palestinesi), contro la demolizione dei diritti democratici e la corsa al fascismo, contro lo smisurato arricchimento dei ricchi e la crescente povertà.
Sì, la crescente povertà perché negli Stati Uniti ormai un bambino su 5 è a rischio malnutrizione (“food insecure”) – per l’esattezza il 19% nel 2024, era il 13% nel 2021. E la risposta di Trump? Semplice e rapida: il Dipartimento dell’agricoltura ha deciso di sopprimere l’indagine sull’”insicurezza alimentare” dei bambini, la fame cioè. A dire dei trumpiani un’indagine di questo tipo serve solo a “vendere paura”. Meglio vendere menzogne, come fa Trump quando sostiene che con lui, oggi, l’America ha la miglior economia di sempre, intendendo per economia i listini di Wall Street. Ma la realtà è che l’America di Trump è quella in cui cresce la disoccupazione di lungo periodo; quella in cui continuano ad imperversare le droghe, le morti con armi da fuoco, l’acolismo, etc.; in cui la polarizzazione della ricchezza sociale è ai massimi livelli; è quella in cui l’avvento dell’intelligenza artificiale produce licenziamenti di massa anche nelle Big Tech (60.000 nei primi cinque mesi dell’anno); quella in cui nella Silicon Valley sempre più aziende chiedono di lavorare 72 ore alla settimana e Musk propone provocatoriamente di lavorare gratis…
E’ questo il retroterra sociale della giornata di protesta del 18 ottobre, mentre il retroterra politico è costituito soprattutto dalla guerra di Trump al proletariato di immigrazione e nella sua aggressiva, e rivendicata, negazione dei diritti democratici per chi manifesta per la Palestina, contro il fascismo strisciante, in difesa degli immigrati – il “nemico interno”, insomma.
La reazione di Trump e della sua gang al 18 ottobre è stato un mix di protervia/irrisione verso le piazze e di allarme rosso. “Chi se ne frega” di loro, ha detto uno dei portavoce della Casa Bianca. Ancora più insultante è stato il breve video in cui un Trump incoronato sparge liquame sulle folle. Ma il presidente della Camera Mike Johnson, il vice-presidente Vance ed altri boss del partito repubblicano hanno attaccato a testa bassa i dimostranti come “supporters di Hamas”, “terroristi antifascisti”, “alieni illegali”, “criminali incalliti”, “islamo-comunisti”. E hanno bollato le dimostrazioni come “comizi di odio contro l’America”, “raduni di marxisti, socialisti, militanti antifa, anarchici” – il che dimostra, oltre l’intenzione di usare contro di loro il pugno di ferro, la preoccupazione per le potenzialità antagoniste di questa grande mobilitazione. Le stesse potenzialità che il New York Times, i Sanders, Ocasio Cortes, etc. cercano di annacquare e disperdere.
Il punto è proprio questo: le potenzialità antagoniste di questa mobilitazione, ancora segnata dalla presenza di tante bandiere amerikane – anche se l’autentica marea di cartelli autoprodotti le soverchiava in misura schiacciante, segno, per quanto ancora debole, di una volontà di essere protagonisti. Una mobilitazione nella quale i discorsi politici centrali sono stati (ancora) di esponenti del partito democratico, spesso di quei DSA [Democratic Socialists of America) che non si discostano mai dalla difesa e promozione degli interessi dell’imperialismo yankee. Una mobilitazione nella quale la larga maggioranza era di proletari e proletarie oppressi e sfruttati, ma ancora diluiti, privi di una propria precisa identità di classe, privi di una propria organizzazione.
Lo sviluppo di queste potenzialità antagoniste può avvenire (come ha scritto su Prensa Obrera Guillermo Kane) solo attraverso:
1) la messa a punto di un programma capace di unificare la difesa degli immigrati e più in generale delle libertà democratiche, la difesa dei salari dall’inflazione prodotta dai dazi e dalla crescente disoccupazione, con l’opposizione alla militarizzazione delle città e della vita sociale e al militarismo imperialista US in Palestina, Ucraina, Venezuela;
2) la costituzione di un fronte unico delle organismi politici, sindacali e sociali più combattivi dei proletari e degli sfruttati, tuttora presenti soltanto a livello locale e di settore, capace di impugnare per davvero l’arma dello sciopero generale contro l’amministrazione Trump ventilata da qualche esponente democratico;
3) l’indipendenza di questa mobilitazione che non può che avere il suo epicentro nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nei quartieri, dalle strategie e dalle tattiche istituzionali ed elettorali del partito democratico. La classe lavoratrice deve emergere come spina dorsale, guida di questa lotta, e per assolvere a pieno a questo compito dovrà dotarsi di un proprio partito politico – un obiettivo che non è fantasioso, dal momento che nell’ultimo decennio si è formata negli Stati Uniti, in grandi scontri sociali e politici (uno per tutti: Black Lives Matter), un’avanguardia composta da migliaia di militanti e di attivisti.
Insomma: il “nemico interno” contro cui Trump&Co. hanno iniziato la loro feroce guerra di classe si è messo in moto, ma ha ancora tanta strada da fare. E dovrà farla nel vivo di uno scontro sociale e politico che andrà di sicuro ad acutizzarsi perché non c’è nessuna possibilità che l’Amerika ritorni “great again” senza un’estrema compressione dei bisogni e delle libertà della massa della popolazione proletaria.

