Riceviamo e rilanciamo volentieri queste prese di posizione di alcuni sindacati indipendenti iraniani contro la massiccia deportazione di immigrati afghani in corso in Iran. Come si potrà osservare da queste testimonianze, il razzismo di stato non è certo un’esclusiva dei paesi occidentali, dove impera da tempo, e negli ultimi tempi in modo sempre più aggressivo. Come gli Stati Uniti di Trump e l’Italia di Meloni-Salvini, anche l’Iran degli ayatollah trova comodo additare il nemico in “chi viene da fuori” in quanto origine di tutti i mali sociali, in modo da scagliare gli uni contro gli altri proletari iraniani e afghani.
Quali che siano le diversità di posizioni tra noi e questi organismi sindacali, il loro coraggioso rifiuto di queste politiche anti-proletarie è frutto di un sano istinto di classe, e va fatto conoscere a quanti riescono a vedere che l’Iran degli ayatollah è un paese profondamente spaccato lungo linee di classe. In esso gli anticapitalisti coerenti, i proletari e le proletarie coscienti di sé hanno milioni e milioni di fratelli e sorelle da sostenere, che non stanno certo nel governo, nel Majles, alla testa della Bonyad-e-Mostazafan o dei Pasdaran, o a predicare dai pulpiti delle moschee, ma nelle fabbriche, nelle miniere, nei campi, nei trasporti, negli ospedali, nelle scuole. E che in mezzo a terribili difficoltà e repressioni, continuano a mantenere alta la grande tradizione del movimento proletario iraniano.

