
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la traduzione di una lettera dal carcere di Evin che ci è arrivata tramite i tanti compagni iraniani esuli in Europa (e non solo), a seguito della mattanza di comunisti e di rivoluzionari operata dal regime iper-borghese degli ayatollah, e della sua ininterrotta, occhiuta, spietata repressione di tutti i movimenti di lotta proletari e sociali che ciclicamente prorompono dal profondo delle masse sfruttate e oppresse dell’Iran – tanto quanto è di manica larga verso i ricchi profittatori occidentalizzanti. Ecco qui le parole di accompagnamento del compagno (italiano) che ne ha fatto la traduzione :
“Ciao compagni, condivido la traduzione che ho fatto di una lettera scritta a novembre 2023 da un gruppo di prigionieri politici iraniani incarcerati nella prigione di Evin in Iran. Tra i firmatari ci sono vari compagni sindacalisti che stanno scontando pene pesantissime legate alla loro attività sindacale e politica, tra cui Reza Shababi, dirigente del Sindacato degli autisti di bus di Teheran e provincia. Tra le accuse a loro carico, l’aver organizzato manifestazioni e scioperi contro il regime con l’aggravante dell’“appartenenza a organizzazioni comuniste”. La lettera ci offre un prezioso punto di vista che condanna sia le politiche dei governi reazionari falsi amici della lotta di liberazione palestinese, sia i “campisti” iraniani che vedono nel sostegno alla guerra genocida di Israele, USA e Europa una possibilità per la “liberazione nazionale” (in Iran).
Questa lettera dal carcere di Evin (un nome tristemente famoso già ai tempi dello Scià e rimasto tale nei 44 anni successivi) testimonia della difficile ricerca di una coerente posizione di classe davanti agli intricati avvenimenti medio-orientali, che vedono ad esempio oggi la repubblica “islamica” dell’Iran, ferocemente anti-proletaria, apparire come la (falsa) protettrice delle masse oppresse palestinesi solo perché in storica rotta di collisione con l’imperialismo statunitense e con il regime sionista. I 9 prigionieri/e politici che la scrivono mostrano una sana, radicale ripulsa, quasi un orrore, ci sembra, nei confronti dell’attitudine degli oppositori e delle oppositrici degli ayatollah che si aspettano un aiuto alla propria lotta dal “nemico del proprio nemico”: i paesi imperialisti occidentali. Secondo i compagni firmatari della lettera, la “indifferenza nei confronti della “sofferenza degli altri” oppressi, la indifferenza nei confronti della estrema sofferenza del popolo palestinese investito dalla violenza genocidaria estrema di Israele, è un “mostro” che va combattuto attivamente perché corrode dal loro interno i movimenti di lotta degli ultimi anni, incluso l’ultimo in ordine di tempo “Donna, Vita, Libertà”. Hanno perfettamente ragione in questo.
Non siamo obbligati, però, a pensarla in generale come questi compagni/e, che si prefiggono di essere “un’ala pacifista nel cuore del movimento rivoluzionario” iraniano, noi che pacifisti non siamo, né fingiamo di esserlo. Ma ci piace la loro ferma intenzione di essere dalla parte di tutti gli oppressi, e di voler “collegare la lotta contro l’oppressione, lo sfruttamento e la discriminazione con la lotta contro la guerra e i guerrafondai“. Se nelle difficili condizioni in cui si trovano, riusciranno a procedere fino in fondo su questa strada; se riusciranno a distinguere tra l’uso, e l’abuso, dell’islam da parte delle classi dominanti dal significato che il richiamo all’islam ha per le masse oppresse; daranno un importante contributo alla rinascita del movimento proletario non solo in Iran ma in tutto il Medio Oriente. (Red.)
Lettera di 9 prigionieri politici dalla prigione di Evin: la nostra responsabilità riguardo alla sofferenza degli altri
Qui in carcere, tra i prigionieri politici, ci sono alcuni che l’anno scorso hanno rischiato la vita per chiedere la libertà e la fine delle discriminazioni. Ma ora, di fronte al genocidio dei palestinesi in una guerra completamente ingiusta da parte del governo israeliano, dicono [cose del tipo]: “Vorrei che [Israele] ne uccidesse di più”, e “Se tutto va bene, [Israele] li finirà”. “Via con una bomba atomica, così il mondo potrà tirare un sospiro di sollievo”. Alcuni addirittura dicono: “Spero che colpiscano la testa del serpente anche a Teheran”. Che pena che coloro che combattono la propria prigionia finiscano per lottare per la propria distruzione!
La guerra è una benedizione per i governanti reazionari. Proprio come la guerra Iran-Iraq durata otto anni negli anni ’80 ha contribuito a stabilizzare il governo [iraniano] e ha aperto la strada all’esecuzione di migliaia di prigionieri politici. Questo regime [l’IRI, Repubblica Islamica dell’Iran], che ha ucciso migliaia di bambini e adolescenti negli anni precedenti e l’anno scorso [durante il movimento “Donna, Vita, Libertà”], sta ora cercando di nascondere la sua natura reazionaria fingendosi il difensore del popolo palestinese.
Se questa guerra si allargasse, potrebbe fornire [al regime] un pretesto per usare ancora più violenza per reprimere manifestanti, prigionieri politici, movimenti operai, donne, studenti, minoranze religiose come la comunità bahá’í, e persino per estendere i suoi attacchi contro il movimento “Donna, Vita, Libertà”.
Oltre al regime al potere, ci sono sempre stati movimenti di estrema destra [fascisti] che vogliono usare attacchi militari e bombardamenti per “esportare la democrazia” [in Iran]. Queste persone cercano principalmente di ottenere una parte [del bottino] dopo che le infrastrutture della società sono state distrutte da un attacco militare dell’Occidente, come se non avessero imparato nulla dall’esperienza degli ultimi due decenni in Afghanistan e Iraq. Al culmine del movimento “Donna, Vita, Libertà”, queste persone riponevano le loro speranze nell’ottenere sostegno da Israele e dall’Occidente, e stanno cercando di ingraziarseli nell’attuale guerra.
Ma l’indifferenza verso la guerra e il genocidio in Palestina – e forse il desiderio di un attacco militare contro l’Iran – è molto più diffusa che solo tra queste forze estremiste.
Il nostro messaggio è questo:
Semplicemente non possiamo sostenere questa guerra complessa e ineguale intrapresa contro il popolo palestinese, con la giustificazione del nostro risentimento contro il governo [dell’Iran], le sue politiche e le sue guerre distruttive [nella regione]. Non possiamo chiudere gli occhi su ciò che è un genocidio, nel pieno senso della parola: “l’intenzione di annientare completamente o parzialmente un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, semplicemente a causa della loro stessa natura”. Né può essere mascherato dalla [propaganda del] monopolio dei media.
La dicotomia che ci viene presentata – Hamas o Israele, l’intervento militare o la situazione attuale che continua all’infinito – offre solo una scelta tra il male e il peggio. Finché guardiamo solo alle opzioni che i governanti ci offrono, invece di creare la nostra strada da seguire, il risultato non può che essere negativo o peggiore.
La realtà è che noi [in Iran] abbiamo avuto una storia debole di movimenti di protesta contro la guerra. Sebbene le tendenze e i movimenti egualitari con slogan come “Pane, Lavoro, Libertà” abbiano assunto chiare posizioni contro la guerra, non siamo stati in grado di collegare la lotta contro l’oppressione, lo sfruttamento e la discriminazione con la lotta contro la guerra e i guerrafondai.
Negli anni precedenti, da alcune parti si era sentito lo slogan “No Gaza, no Libano”.
Queste persone avevano concluso che il loro stato di miseria era il risultato delle [risorse spese] da parte del governo per gli interventi nella regione. Ma in realtà, il [regime] ha finanziato questi interventi per sostenere altri regimi reazionari nella regione solo per stabilizzare e mantenere i propri interessi, non per avvantaggiare gli abitanti dei paesi nei quali interferisce e domina. Di conseguenza, questi interventi hanno ridotto la ricca storia delle politiche sociali e dalla lotta politica delle masse popolari in Palestina ai lanci di razzi di Hamas, e il ruolo svolto da altre forze popolari progressiste palestinesi è stato minimizzato o cancellato.
Ma questo guscio reazionario ha incubato un mostro al suo interno, il mostro dell’indifferenza verso la sofferenza degli altri – come se guerrafondai e massacranti fossero un male solo quando le bombe cadono su di me [pensando a]: “Non mi interessa cosa succede a Gaza !”, “Non mi interessa cosa sta succedendo al Baluchistan e al Kurdistan!”, “Qualunque cosa accada agli immigrati dall’Afghanistan, alle donne, ai lavoratori e ai semi-disoccupati, alle persone che vivono nelle baraccopoli e nelle baraccopoli!… Protesto solo quando io e le persone della mia cerchia veniamo attaccati”.
Questo mostro è il tallone d’Achille del nostro movimento rivoluzionario. In una terra con una moltitudine di lingue, religioni, con una convergenza di oppressioni e in stretta connessione con altri popoli lavoratori e altri oppressi della regione, l’indifferenza verso la sofferenza degli altri, rafforzerà il dominio delle forze dominanti [reazionarie] e diventerà un ostacolo a qualsiasi possibilità di cambiamento [per un mondo migliore].
Attualmente, il nemico più potente di questo mostro è la consapevolezza pubblica e la determinazione delle persone in Medio Oriente, manifestate nello slogan “Donna, Vita, Libertà”, interpretato nel senso di sostenere la dignità umana e combattere la discriminazione e l’apartheid in qualsiasi forma.
Facendo affidamento su questo slogan possiamo combattere il fondamentalismo religioso in qualunque forma, sia esso Hamas o Israele. Possiamo definire le linee di demarcazione in modo tale che sia Hamas che Israele, insieme alle forze imperialiste che li sostengono, stiano da una parte, con i movimenti progressisti sociali, sindacali, femminili… e la lotta per la libertà e l’uguaglianza dall’altra.
I governi sono indifferenti alla sofferenza dei popoli e le guerre possono deviare e diventare un ostacolo ai movimenti popolari e rivoluzionari. Pertanto, il nostro approccio è quello di portare avanti attivamente un’ala pacifista nel cuore del movimento rivoluzionario “Donna, Vita, Libertà” – condannando allo stesso tempo il genocidio e la disumanizzazione del popolo palestinese da parte di Israele, condannando la natura reazionaria di Hamas e il modo in cui essa tratta proprio queste stesse persone [come strumenti per raggiungere i suoi obiettivi], condannando i governi regionali che sostengono [Hamas] e condannando gli sponsor imperialisti che traggono vantaggio da questa guerra brutale.
Storicamente, la trasformazione delle guerre reazionarie in una lotta delle masse oppresse contro le classi dominanti sotto lo slogan “pane, pace, libertà” è stata efficace e ha prodotto risultati positivi. Questo [presente] momento storico metterà alla prova il movimento progressista per “Donna, Vita, Libertà”: o si allineerà alla lotta contro la discriminazione e l’alterizzazione, o diventerà una [semplice] nota a piè di pagina della storia.
Anisha Asadollahi
Golrokh Iraee
Reza Shahabi
Arash Johari
Keyvan Mohtadi
Mehran Raouf
Fouad Fathi
Mazyar Seyednejad
Omid Masyer
Carcere di Evin (Teheran) – Novembre 2023
