Su segnalazione del compagno Alessandro Mantovani riprendiamo da “Orientxxi” questo articolo di Jean Stern che mostra come lo stato sionista, indiscusso faro di civiltà in Medio Oriente e nel mondo, abbia deciso di “curare” la follia omicida di decine di migliaia di militari impiegati nel genocidio di Gaza (40.000, si dice nel testo) con la somministrazione di droghe di ogni tipo. Del resto anche in questo campo Israele detiene un record mondiale perché tra il 30% e il 50% dei suoi abitanti è “sotto l’influenza di una sostanza che crea dipendenza”.
Il cammino di questa società coloniale intrisa di ferocia e di sadismo verso il suo inesorabile collasso fa tornare alla mente quanto scrisse Aimé Cesaire nel suo Discours sur le colonialisme :
lungi dal “civilizzare” il colonizzato, il colonialismo “lavora per decivilizzare il colonizzatore, per abbrutirlo nel senso proprio del termine, per degradarlo, per risvegliare i suoi istinti nascosti come l’invidia, la violenza, l’odio razziale, il relativismo morale […]. ogni volta che in Vietnam una testa viene mozzata e un occhio cavato e che in Francia si accetti la cosa; una bambina violentata e che in Francia si accetti la cosa; un malgascio suppliziato e che in Francia si accetti la cosa; [è] una cancrena che si sviluppa, un focolaio infettivo che si estende; e in fondo a tutti quei trattati violati, a tutte quelle menzogne divulgate, a tutte quelle spedizioni punitive tollerate, a tutti quei prigionieri costretti con legacci e ‘interrogati’, a tutti quei patrioti torturati, a quell’orgoglio razziale incoraggiato, a quella iattanza esibita, c’è il veleno instillato nelle vene dell’Europa e il progresso lento, ma sicuro dell’abbrutimento del continente”.
Il testo di Jean Stern ci informa anche sul fatto che lo stato sionista sta adoperandosi per esportare il proprio “modello terapeutico” nel mondo, trovando orecchie attente negli Stati Uniti, in Australia, Svizzera e Francia… (Red.)
Dal 7 ottobre 2023, migliaia di militari israeliani di ritorno da Gaza vengono trattati con droghe. Dalla cannabis all’LSD, passando per l’ecstasy, qualsiasi sostanza sembra buona per affrontare i disturbi post-traumatici che gli israeliani — compiacendosi del ruolo di vittime — hanno ribattezzato «ferite morali».
Jean Stern, 11 maggio 2026
https://orientxxi.info/Israel-la-drug-nation-blanchit-la-guerre
Il gruppo pop-rock Hatikva 6 conta 150 cantanti provenienti da 16 brigate diverse ed è guidato da Òmri Glickman, un quarantenne barbuto e imponente. Il videoclip della sua canzone «Himnon ha’lokhem» è finanziato dall’esercito israeliano. Questo inno del combattente ha come ritornello, ripetuto quattro volte, le seguenti parole:
«Allora chi è pazzo?
Sono io quello pazzo.»
Filmata nella scuola di formazione degli ufficiali, la troupe in mimetica danza allegramente su immagini di distruzione a Gaza.
Questa follia omicida Israele la tratta con le droghe. Dopo tre anni di guerra, la “drug-nation”, ripiegata su sé stessa, è inquieta e impaurita. Nel centro di Tel Aviv, gli odori dell’erba impregnano le terrazze. La città, malinconica rispetto alle sue abitudini frenetiche precedenti al 2023, si abbandona allo sballo, ricreativo o medico, perché la maggior parte dei fumatori consuma cannabis su prescrizione. (1) Sono spesso ex militari, uomini e donne, rientrati da Gaza.
Israele ama considerarsi il laboratorio dell’Occidente. Medici stipendiati dall’esercito mettono a punto trattamenti a base di droghe per curare i disturbi da stress post-traumatico (PTSD) delle migliaia di coscritti e riservisti che hanno prestato servizio a Gaza. In realtà, il termine “curare” non è del tutto esatto. La somministrazione di sostanze mira piuttosto a far dimenticare una guerra di cui soltanto giornalisti palestinesi hanno potuto testimoniare. Tra loro, fino a oggi, 262 sono stati uccisi da soldati israeliani. Hashish, erba, metanfetamine, funghi allucinogeni: dei 500.000 militari che hanno servito a Gaza, circa 40.000 vengono così “curati”.
Il “Paziente 1”
Prima di questo, l’unico paese che abbia drogato massicciamente i propri soldati — ma anche la propria popolazione — in una situazione di guerra fu la Germania di Hitler, a partire dal 1939. La pervitina, una metanfetamina euforizzante che dà una forte dipendenza, contribuì, scrive il saggista tedesco Norman Ohler, a mettere «il paese in surriscaldamento». Soldati, studenti, operai, macchinisti e perfino medici ne facevano uso senza riserve. «La pervitina è in sintonia con la Germania nazista», spiega Norman Ohler, e permise «l’ondata di autoguarigione nazionale» del popolo tedesco.
I nazisti, pur ritenendo che la droga fosse un’invenzione dei medici ebrei, (2) la lasciarono circolare ampiamente, almeno fino al 1941. Milioni di persone ne facevano uso. Hitler stesso si faceva iniettare sostanze ogni giorno dal suo medico personale, che lo aveva maliziosamente soprannominato «Paziente 1». Oggi chiamata crystal meth, la pervitina continua a essere prodotta e venduta clandestinamente, come testimoniano i fans di Breaking Bad (3).
Per Ruchama Marton, psicoterapeuta e psichiatra israeliana, fondatrice di Physicians for Human Rights, che combatte contro l’occupazione dei territori palestinesi e difende il diritto alla salute, «la cannabis non cura assolutamente nulla. Ti accompagna. Se sei di buon umore, accentuerà quello stato, ma se sei depresso, lo sarai ancora di più». Ian Hamel, medico generico a Tel Aviv, ritiene che «trattare con droghe persone che hanno conosciuto l’orrore a Gaza, o che provano vergogna per ciò che hanno fatto, sia miope. E gli effetti collaterali? E la dipendenza?». Anche il dottor Michael Zeitoun si preoccupa per gli effetti a lungo termine: «Le distruzioni e le morti, Israele aveva imparato a gestirle con gli attentati degli anni Novanta. Dopo Gaza è stato necessario passare al livello superiore. La droga è arrivata al momento giusto. Ma ci manca la prospettiva necessaria».
Non è la prima volta che la psichiatria moderna sperimenta le droghe come strumento terapeutico, ma è la prima volta che lo fa in una situazione di guerra. «Per molto tempo la sindrome post-traumatica è stata considerata dagli psichiatri militari una forma di isteria», ricorda Ruchama Marton.
«La psichiatria considerava l’isteria una malattia femminile, e i soldati definiti isterici venivano disprezzati. Qual era il trattamento? Bagni di ghiaccio, elettroshock. La crudeltà psichiatrica non li ha guariti, perché nulla, tranne la morte, poteva cancellare ciò che avevano visto. Alla fine spesso li rimandavano sul campo di battaglia affinché morissero.»
Ordini imprecisi
Per gli israeliani che continuano a combattere su più fronti, la guerra a Gaza si è trasformata in una gigantesca post-cura. Dina, una sottufficiale di 34 anni dal tono rabbioso, ha servito tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 nella logistica.
«Ho visto operatrici di droni che coprivano con delle coperte gli schermi di controllo e sceglievano così cosa vedere», evitando per esempio di guardare le distruzioni delle case. «Quando torni da Gaza», continua Dina, «c’è uno scarto tra ciò che senti e il modo in cui vieni accolto. Ti parlano di eroismo mentre sai di aver fatto cose immonde. Nelle basi i giovani fumano molto hashish, quindi poi…»
Dina ha canalizzato la sua rabbia senza droghe né medicinali, al contrario di molti amici riservisti. Il suo impegno militante accanto alle famiglie degli ostaggi e dei refuznik (4) le è servito da terapia.
Anche Tuli Flint ha servito per molti anni in Cisgiordania e a Gaza. Oggi appartiene ai Combatants for Peace, una ONG fondata nel 2005 composta da ex militari israeliani e resistenti palestinesi. Dottore in criminologia, ex ufficiale e psichiatra militare, riceve in un seminterrato dall’arredamento orientalista vicino alla piazza Rabin. Il suo sguardo è benevolo, ma indossa ancora la mimetica, come se il medico “di sinistra” non avesse del tutto abbandonato l’abito di guerra.
«Molte persone vogliono risultati immediati, concreti, mirati, per “resettare” i traumi, che sono eventi che superano le tue capacità di tolleranza. All’inizio della guerra il trauma era più facile da trattare. Ma quando il conflitto si è intensificato, e con esso le polemiche, è diventato più complicato. Ci sono state le manifestazioni, le polemiche sugli ostaggi. I soldati sono tornati in guerra con meno convinzione. Hanno visto il tradimento dell’ideale, si sono sentiti soli di fronte al pericolo.»
Secondo lui, il trauma dei soldati deriva anche dal fatto che hanno difficoltà a distinguere tra guerra e crimine di guerra. È sorprendente constatare, attraverso diverse testimonianze, che gli ordini ai soldati erano spesso vaghi e imprecisi, come se l’esercito non volesse esporsi troppo sul terreno. Lasciati a sé stessi, i soldati hanno commesso atrocità. «Per questi post-traumi non esiste guarigione», prosegue il dottor Flint. «Non esiste una soluzione magica, anche se alcune droghe come la MDMA possono calmare. Si può anche dire che la cannabis medica ha salvato la vita di persone con PTSD e ne ha stabilizzate molte, ma ne ha distrutte ancora di più. La cannabis calma ma non cura.»
Con lucidità, il dottor Flint conclude che «non sono i PTSD che bisogna curare, ma piuttosto la colonizzazione e l’apartheid».
Un paese di dipendenze
Le cifre danno le vertigini. In generale, Israele è un paese di dipendenze. Nel 2017, il 27% della popolazione tra i 18 e i 65 anni aveva fumato almeno una volta erba o hashish nell’anno precedente, un record mondiale all’epoca. Secondo i dati del progetto Medspad, (5) il 14,8% dei ragazzi israeliani tra i 15 e i 17 anni aveva fumato cannabis almeno una volta, contro il 4,3% dei ragazzi egiziani. Per le metanfetamine tipo MDMA, il 3,5% dei ragazzi israeliani ne aveva fatto uso almeno una volta, al pari dei ragazzi algerini. Secondo un rapporto ufficiale israeliano, il 54% dei coscritti, prima di entrare nell’esercito, aveva già fumato cannabis o cannabis sintetica -una droga particolarmente diffusa nel Vicino Oriente.
Secondo i dati raccolti da Natal, associazione specializzata nel trattamento dei disturbi post-traumatici, le dipendenze, per l’insieme della popolazione, sono aumentate fortemente dal 7 ottobre 2023: +180% per i sonniferi e soprattutto +70% per gli oppioidi prescritti. Questo fenomeno sta destando grande preoccupazione in Israele, che già nel 2020 si classificava al primo posto nel mondo per consumo di oppioidi, come il fentanil, osserva il dottor Nadav Davidovitch in un altro rapporto. (6)
Il paese conta 10 milioni di abitanti, di cui 500.000 riservisti. Il professor Shaul Lev-Ran, fondatore del centro israeliano per le dipendenze, stima che tra il 30% e il 50% degli israeliani siano sotto l’influenza di una sostanza che crea dipendenza, contro uno su sette prima dell’autunno 2023.
Israele autorizza inoltre la cannabis terapeutica da quasi vent’anni e ha allentato le regole sul suo utilizzo nell’aprile 2024, sulla scia della guerra a Gaza, poiché la pressione dei medici e dei loro pazienti si era fatta particolarmente forte. Nell’aprile 2026, 135.000 israeliani fumano cannabis prescritta dal medico. Almeno 8.000 ex militari ne hanno beneficiato nel 2024, altri 3.500 nel 2025, e il ritmo non sembra destinato a rallentare, visto che l’esercito ha anticipato che nel 2026 ci saranno tra i 5.000 e gli 8.000 soldati da trattare.
Il dipartimento di riabilitazione del ministero della Difesa riceve circa 1.500 richieste mensili di riconoscimento di disturbi post-traumatici, secondo quanto riporta Times of Israël. (7) Lo stesso dipartimento segnala 78.000 infortuni da ottobre 2023, una parte significativa dei quali riguarda “traumi psicologici”. Come riporta l’Agence France-Presse (AFP), il professor Shaul Lev-Ran stima un aumento del 25% nel consumo di “farmaci da prescrizione, droghe illegali e alcol” negli ultimi tre anni.
Il prezzo del silenzio
Il problema è umano, ma anche economico: l’associazione Natal, che lavora sui disturbi da stress post-traumatico (PTSD) da trent’anni, stima il costo complessivo dei traumi legati alla guerra a Gaza in 500 miliardi di shekel nei prossimi cinque anni, pari a circa 145 miliardi di euro nel 2026. È più o meno l’equivalente del bilancio della salute mentale in Francia. Secondo uno studio dell’assicurazione sanitaria, il costo complessivo dei disturbi psichici in Francia, paese sette volte più popoloso, è stimato in 24,7 miliardi di euro all’anno.
In Israele, dove l’ipercapitalismo è da una ventina d’anni il motore del sistema, i soldati vittime di disturbi post-traumatici negoziano indennizzi per compensare la perdita di reddito, poiché molti sono incapaci di riprendere un lavoro regolare. Attribuiti da commissioni specializzate composte da civili e militari, questi indennizzi permettono loro di restare a galla. Non si vuole in alcun modo assistere, come negli Stati Uniti dopo il Vietnam o l’Iraq, a veterani impazziti e abbandonati per strada. Le immagini di quegli ex soldati trascinati nella miseria, con carrelli della spesa stracolmi, hanno perseguitato a lungo l’America.Grandi film come Il cacciatore (The Deer Hunter, 1978) di Michael Cimino raccontano il dolore del ritorno alla vita ordinaria.
In Israele, invece, nulla di simile: né libri né film, e si è già visto cosa ne sia stato della musica. Non bisogna permettere che qualcuno inizi a mettere in discussione quel pilastro dell’identità nazionale che è l’esercito, raccontando i crimini commessi a Gaza. Il silenzio ha un prezzo. Alcune commissioni stabiliscono il valore della «ferita morale», espressione comunemente usata per indicare i PTSD, mentre altre prescrivono droghe per cancellarne il ricordo. Per il momento, il sistema funziona. L’esercito israeliano, di solito così loquace, sull’argomento resta quasi completamente muto.
Tuttavia, la questione degli indennizzi ai soldati traumatizzati sta diventando sempre più delicata. Se il governo considera già troppo elevato il costo di queste compensazioni, le famiglie dei «post-traumatici» giudicano invece insufficienti le somme ricevute. Oltre a devastare la vita familiare, la guerra li ha ridotti economicamente sul lastrico. Senza spendere una parola per i palestinesi — ma del resto in Israele quasi nessuno parla di loro — la moglie di un riservista tornato traumatizzato da Gaza sta pensando di creare un’associazione di familiari per ottenere risarcimenti più consistenti. È difficile non restare colpiti da questo fronte secondario della guerra.
Un trauma nazionale
Le moderne varietà di cannabis, prodotte in laboratorio e geneticamente modificate, hanno effetti estremamente potenti. Prescritte in Israele, vengono importate dal Canada e dagli Stati Uniti. Per i medici israeliani sono comunque preferibili ai cannabinoidi sintetici illegali, come il Nice Guy o il Dosa. Secondo un rapporto dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, queste droghe, facili da produrre, vengono fabbricate in particolare in laboratori situati a Costantina, in Algeria, e introdotte in Israele passando attraverso la Giordania. (8)
Di fronte a queste sostanze economiche, ma altamente assuefacenti e particolarmente dannose per la salute, molti medici preferiscono utilizzare prodotti che danno altrettanta dipendenza ma il cui uso, a loro avviso, può essere controllato, piuttosto che lasciare migliaia di giovani perdere completamente il controllo — o peggio. Tra gli ex coscritti e riservisti passati da Gaza si registrano 22 suicidi nel solo 2025 (60 dall’ottobre 2023) e 279 tentativi di suicidio tra il 2024 e il 2025.
Per far fronte all’ondata di disturbi post-traumatici, il ministero israeliano della Salute ha aperto, dal 7 ottobre 2023, quattordici nuove cliniche traumatologiche all’interno degli ospedali psichiatrici. Inoltre, le autorità fanno largo affidamento su associazioni come Natal. «I traumi erano un tabù nella società israeliana», spiega a Orient XXI Ifat Morad, portavoce dell’associazione. «Il nostro obiettivo è curarli e permettere alle persone di tornare alla vita. Offriamo tutto questo sotto un unico ombrello.»
Questa organizzazione senza scopo di lucro, presente in tutto il paese, si definisce «apolitica» e conta tra i suoi 140 dipendenti e i suoi 1.100 terapeuti «ebrei, arabi e drusi». Propone trattamenti, anche basati sull’uso di droghe, e si occupa inoltre del reinserimento sociale. «Tra i pazienti post-traumatici esistono moltissime dipendenze da oppioidi, alcol e droghe sintetiche», aggiunge la psichiatra Liat Barnea. «Nel trattamento adottiamo un approccio integrato: la droga può far parte della terapia allo stesso modo di altri farmaci.»
Liat Barnea preferisce parlare di «trauma nazionale» piuttosto che di «ferite morali». «È qualcosa di molto più ampio della guerra», spiega. «È il semplice fatto di vivere qui. La società è depressa e ha perso fiducia sia nel governo sia in sé stessa. Questo trauma nazionale nasce dal sentimento di una fiducia tradita. Per Israele è una questione vitale, perché rischia di provocare il collasso del paese.»
All’interno di Natal, ogni militare viene seguito contemporaneamente sul piano terapeutico e su quello sociale. Il servizio sociale diretto da Shaked Arieli è cresciuto a una velocità impressionante: tre anni fa contava cinque dipendenti, oggi quarantacinque. «Nel mondo del lavoro non c’è posto per i tossicodipendenti», spiega, «eppure il ritorno al lavoro costituisce di per sé un obiettivo terapeutico.»
«Li aiutiamo, ma li escludiamo»
All’ospedale psichiatrico Merhavim, i soldati rientrati da Gaza vengono trattati con droghe molto potenti. Questo insieme di edifici bassi e ridipinti si trova in un parco collinare nella grande periferia di Tel Aviv, non lontano da Beer Yaakov. L’istituto, circondato da recinzioni, è ormai stretto tra eleganti palazzi residenziali di recente costruzione. Nuovi abitanti, una nuova stazione ferroviaria, nuove strade: tutto sta cambiando in questa zona d’Israele, che un tempo era una campagna abitata dalla popolazione araba. Gli edifici dell’ospedale erano originariamente una caserma britannica ai tempi del Mandato. «Molti ospedali psichiatrici sono ospitati in vecchie strutture militari inglesi o giordane», spiega il dottor Eran Harel, direttore dell’ospedale diurno.
Questo giovane sessantenne dai tratti decisi e dallo sguardo diretto ci riceve nella stanza dove, insieme a due colleghi, somministra a pazienti volontari — selezionati in accordo con l’esercito — LSD (dietilamide dell’acido lisergico), MDMA, meglio nota come ecstasy, e psilocibina, derivato dei funghi allucinogeni. Conduce due protocolli sperimentali da trenta pazienti ciascuno, destinati a seguire diciotto sedute. Secondo lui, queste sperimentazioni sono promettenti.
«Cerchiamo di capire come sostanze chimicamente diverse, come la MDMA o l’LSD, agiscano sul cervello. Nel caso di PTSD legati a un evento traumatico, il trattamento mira a modificare la percezione di ciò che i soldati hanno sentito, visto e compreso», spiega il medico.
Anche Eran Harel, però, non crede all’efficacia della cannabis nel trattamento dei traumi.
«Per il 90% dei traumatizzati di Gaza, il problema consiste nell’affrontare questa domanda: qual è il tuo grado di innocenza politica? In un paese dove esiste un addestramento ideologico basato sull’educazione, sui valori e sulla disciplina militare, il trauma individuale diventa una questione profondamente politica.»
La psicoanalista Annette Feld, a Tel Aviv, condivide questa lettura: «La droga rappresenta una forma di debolezza: li aiutiamo, ma al tempo stesso li escludiamo. Perché la droga non risponde alla domanda fondamentale: di cosa sono malati?» Del loro paese, gravemente. E se questo non può essere detto, allora non può nemmeno essere curato.
La colpa deve restare a Gaza
A raccontarlo è Hofit X., una donna che incontriamo sulla terrazza semivuota di una pasticceria di Tel Aviv. Dice che «l’esercito le ha portato via il marito». Ben, quarantadue anni nel 2023, riservista, è tornato da Gaza profondamente traumatizzato e ha seguito una terapia a base di cannabis. «La mia famiglia sembra normale e da fuori non si vede quello che ci sta succedendo. Ma quando è tornato da Gaza era un altro uomo. Non riusciva più a concentrarsi, non riusciva ad alzarsi dal letto, viveva come chiuso in una bolla e ha iniziato a fumare». Ben, che si era offerto volontario fin dall’inizio della guerra, non combatteva in prima linea. «Entrava a Gaza di notte, nei convogli logistici, con la sensazione costante di essere vulnerabile e senza indicazioni chiare su dove andare. Il suo senso di colpa», racconta Hofit, «deriva dal fatto che pensa di aver forse ferito dei bambini.»
Sebbene la stampa israeliana parli poco di questi temi, negli ultimi mesi sono emerse diverse storie simili. Il dottor Yossi Levi-Belz ha raccontato al quotidiano Haaretz che, durante il suo servizio nella riserva, ha «incontrato persone il cui compito consisteva nel contrassegnare le case da bombardare».
«Nelle prime settimane, sotto lo shock [degli attacchi di Hamas dell’ottobre 2023] e con quel sentimento del “mai più”, agivano senza riflettere troppo. Più tardi, alcuni sono venuti da me e mi hanno detto: “Ho dato l’ordine di distruggere centinaia di case. Migliaia di persone sono state ferite per colpa mia.” In quel momento pensavano fosse necessario. Ma quando la nebbia si è dissipata, hanno capito: sono responsabile della morte di migliaia di persone. È lì che avviene la frattura — ed è una frattura profonda.»
Da quando è tornato da Gaza, Ben non abbraccia più i suoi tre figli di otto, dodici e quindici anni. Era diventato completamente dipendente, ma con l’aiuto del suo psichiatra è quasi riuscito a disintossicarsi. Da allora ha compreso che «il suo male non può essere curato», aggiunge Hofit, sua moglie.
Il senso di colpa è stato al centro anche del lavoro del terapeuta Ido Roth, lui stesso per anni forte consumatore di cannabis. Secondo Roth, «la cannabis aiuta a gestire l’ansia e la rabbia, ma soprattutto la colpa». Curando il senso di colpa dei soldati affetti da disturbi post-traumatici, sostiene il terapeuta, si evita che quei sentimenti si diffondano all’intera società. La colpa deve restare confinata a Gaza, perché se iniziasse a propagarsi, l’equilibrio stesso della società israeliana verrebbe messo in pericolo.
«Nessuno è separato dalla propria famiglia e dal proprio ambiente sociale, da ciò che chiamiamo “atmosfera sociale”. Le persone affette da PTSD dicono: ho fatto o visto cose che non avrei dovuto fare o vedere. Ma davanti a quel pubblico che è Israele non possono dirlo, perché quel pubblico pensa che abbiano avuto ragione. Qui esiste una vera dicotomia.»
La guerra e le sue conseguenze traumatiche — tanto per i soldati quanto per l’intera popolazione — hanno incrinato ciò che il professor Levi-Belz, psicologo ed ex riservista a Gaza, definisce «l’etica israeliana». La ferita morale agisce come uno squarcio dentro una tradizione guerriera: una lacerazione da cancellare nel fumo dell’hashish.
Effetto opportunità
La psichiatra Ruchama Marton contesta da decenni questa retorica guerriera israeliana, giustificata dal fatto che gli israeliani si percepiscono come vittime dei palestinesi.
«Inventiamo favole. Cerchiamo di cancellare le macchie, persino quelle indelebili. Ma poiché nulla cancella davvero i crimini, bisogna aumentare le dosi. La ferita morale è un grande business e, alla fine, il capitalismo vince. Finiremo per dare droga a tutti.»
Secondo la psicoanalista Annette Feld, la vittimizzazione è anche ciò che permette agli israeliani di liberarsi dal proprio senso di colpa.
«Della guerra mostriamo ciò che è stato fatto a noi, ma non ciò che facciamo noi agli altri. I traumi attuali diventano patologici per accumulo. Ci sono stati i pogrom, poi la Shoah, e ora questa guerra. Si è installata una forma di continuità nella vittimizzazione. Il soldato che ha servito a Gaza riceverà empatia e compassione e sarà così dispensato dal dover spiegare ciò a cui ha partecipato. Nessuna soggettività, nessuna domanda, nessuna responsabilità: la droga cancellerà ogni traccia della guerra e, in un certo senso, completerà la distruzione di Gaza.»
«Soffrono prima di tutto di cecità», aggiunge la psicoterapeuta Manal Abou Lak, palestinese cittadina d’Israele che lavora nel dispensario di Ramleh, non lontano da Tel Aviv. «La società ebraica coltiva la paura, la paura degli arabi. L’importante è che i palestinesi vengano cancellati. Come palestinese che lavora in un’équipe ebraica, non posso parlare di ciò che accade a Gaza: non interessa a nessuno. Io non esisto, quindi il mio trauma non esiste.»
La incontriamo l’ultimo giorno della nostra inchiesta e ci rendiamo conto che Manal è la prima persona a parlarci davvero degli abitanti di Gaza.
«Gli operatori sanitari cancellano il genocidio», commenta con amarezza e rabbia. «Conosco il caso di un soldato che si è suicidato perché non voleva tornare a Gaza; nessuno si è chiesto perché. Un altro soldato soffre di PTSD perché, dice lui, ha ucciso qualcuno per errore. Viene curato, quando invece dovrebbe essere processato.»
E in effetti, se Israele preferisce dimenticare i propri crimini in nuvole di fumo, il paese sta anche promuovendo un vero e proprio modello terapeutico. Stati Uniti, Australia e Svizzera conducono sperimentazioni analoghe. Il presidente statunitense Donald Trump ha autorizzato, il 18 aprile 2026, la somministrazione di psicostimolanti con proprietà psichedeliche — tra cui l’ibogaina — agli ex soldati affetti da disturbi da stress post-traumatico.
In Francia, racconta la giornalista Dominique Nora nel libro Voyage dans les médecines psychédéliques (Grasset, 2025), a Nîmes e Parigi si stanno sperimentando, su piccola scala, protocolli terapeutici a base di psilocibina, derivato dei funghi allucinogeni,.
Natal vede in questo anticipo israeliano sull’uso delle droghe per trattare i PTSD dei soldati una vera opportunità strategica. Forte di trent’anni di esperienza che mescolano droghe, farmaci, assistenza psichiatrica e reinserimento sociale, l’associazione sta elaborando un modello terapeutico che esporta attraverso corsi di formazione in Germania e Ucraina.«In Germania», spiega la dottoressa Yifat Reuveni, «abbiamo organizzato una formazione per gli insegnanti della regione di Essen, per aiutarli a gestire lo stress dei bambini di fronte all’immigrazione e all’arrivo di altri bambini nelle classi…»
E, conclude Annette Feld con la sua lucida amarezza in un paese devastato da ideologie mortifere, non bisogna dimenticare l’inno del Betar, il movimento sionista di estrema destra da cui deriva il Likud di Benjamin Netanyahu:
«Nel sangue e nel sudore
sorgerà per noi una razza
fiera, generosa e crudele.»
Note:
(1) In pratica, la cannabis terapeutica è autorizzata in Israele dal 2007 e le norme che ne regolano la prescrizione sono state progressivamente allentate: una prima volta nel 2019 e, in misura ancora maggiore, nel marzo 2024, per far fronte all’afflusso crescente di richieste.
(2) Nel libro L’Extase totale. Le IIIe Reich, les Allemands et la drogue (La Découverte, 2016), Norman Ohler racconta il successo della pervitina durante la Seconda guerra mondiale, il cui utilizzo fu incoraggiato dal regime nazista.
(3) Creata da Vince Gilligan, questa serie cult — sviluppata nell’arco di cinque stagioni tra il 2009 e il 2013 — racconta la storia di Walter White, un professore di chimica del New Mexico malato di cancro, che decide di mettersi a produrre metanfetamine insieme a un suo ex studente.
(4) Obiettori di coscienza israeliani che rifiutano di prestare servizio nell’esercito israeliano. Si veda Nous refusons. Dire non à l’armée en Israël, del fotografo Martin Barzilai, Libertalia/Orient XXI, 2025.
(5) Il «Progetto mediterraneo d’indagine scolastica su alcol e altre droghe», finanziato dal Consiglio d’Europa, è stato avviato a Rabat nel 2003.
(6) Nadav Davidovitch, Yannai Kranzler e Oren Miron, «Are We Nearing an Opioid Epidemic in Israel?», rapporto del Taub Center for Social Policy Studies, marzo 2023.
(7) Sue Surkes, «En Israël, des organisations comblent le vide laissé par un système de santé mentale débordé», Times of Israël, 11 marzo 2026.
(8) «Vue d’ensemble des marchés des drogues dans les pays de la Politique européenne de voisinage-Sud», Observatoire européen des drogues et des toxicomanies, 2022.

