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Cronache di giorni di fuoco da Catania, dalla Sicilia (e dal futuro prossimo), di b. r.

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo questa cronaca da Catania, nella quale la drammatica situazione vissuta negli scorsi giorni dalla città etnea e dalla Sicilia appare, come in effetti è, una anticipazione del futuro ben al di là della Sicilia. Urge darsi una mossa. Anzi una scossa! (Red.)

+5σ. Cosa vuol dire questo numero? I climatologi, nell’analizzare i dati rilevati da satelliti, stazioni meteo e cabine termometriche comparano i valori rilevati alla media registrata negli anni precedenti, per capire di quanto se ne discostino. Se un valore è ad una variazione standard di differenza (1σ) desterà attenzione. 2σ, e saremo di fronte ad un fenomeno anomalo. 5σ sarebbe un qualcosa di enorme, inusitato, sproporzionato, che non dovrebbe accadere più di una volta in una decina di milioni di anni.

Eppure, da inizio luglio, ogni giorno, a livello globale, tanto la temperatura media dell’aria quanto quella dei mari segnano record senza precedenti solo perché siano nuovamente stracciati nel giro di ventiquattr’ore.1

La temperatura del Mediterraneo oggi tocca e supera quel “+5σ”. Quella dell’aria segue lo stesso trend. In varie parti della Sicilia le centraline registrano più di 45 °C. Un’ondata di calore che era stata prevista dai climatologi con largo anticipo – quasi un miracolo, data la crescente imprevedibilità dei fenomeni atmosferici e l’instabilità dei sistemi climatici persino su più ampia scala2.

Catania è forse la città più violentemente colpita dalla furia della canicule. Ormai da più d’una settimana si sfiorano – e spesso si superano – i 40 °C. Temperature non esattamente da maglioncino, ma di certo non sufficienti a fondere trasformatori, bruciare cavi elettrici e distruggere centraline.

Forse, ma la Sicilia, si sa, è una realtà a sé. Nella terra dove niente è come sembra, dove ogni collina nasconde un segreto, anche il metallo cambia essenza, la corrente s’imbizzarisce e l’acqua svanisce nelle falde.

Catania rimane senza luce ed acqua per giorni e giorni. L’aeroporto Fontanarossa, uno dei più importanti d’Italia, prende fuoco. Roghi di spazzatura, abbandonata e non raccolta da giorni, scoppiano ad ogni angolo della città. L’ospedale Cannizzaro, uno dei più importanti della metropoli etnea, è minacciato dalle fiamme.

Palermo è attanagliata dalle fiamme, la già stracolma discarica di Bellolampo rischia di trasformarsi in un gigantesco rogo venefico, un abisso di fiamme dantesco. I monti che circondano Messina si mutano in gigantesche fiaccole che tingono di rosso la frastagliata cornice di uno Stretto sempre più straziato.

Decenni di estrattivismo barbaro fanno sentire il loro peso. Una terra saccheggiata delle sue risorse, con la colpevole connivenza delle aristocrazie locali, mafiose e (ufficialmente) non, soffre il caldo. Lo soffre terribilmente, tra ettari ed ettari di foreste – bene raro in una Sicilia sempre più in desertificazione – e macchia mediterranea che vanno in fumo e livelli record di diossina e affini sostanze tossiche. E se è vero che persino il presidente della Regione Siciliana, Schifani, alfiere di una destra perniciosa e negazionista del cambiamento climatico, si ritrova senz’aria condizionata – povero! – a dover ammettere che “l’ecosistema è cambiato”, non tutti soffrono allo stesso modo. Il cambiamento climatico, specie in questi momenti di crisi, dimostra d’essere una questione di classe. Non è un caso se nei quartieri residenziali catanesi, nella centrale Via Etnea o nell’elegante Corso Italia, acqua e luce non sono mai mancati, mentre in zone popolari come il quartiere San Giorgio o il Viale Mario Rapisardi, da più di una settimana non si accende una lampadina e non scorre acqua da un rubinetto. Nel mezzo di una crisi inflattiva che ha distrutto il potere d’acquisto delle famiglie della classe lavoratrice, e che naturalmente si è fatta più sentire lì dove già si viveva alle soglie della povertà, la gente disperata ha dovuto buttare chili e chili di cibo andato a male, perché frigoriferi e congelatori hanno smesso di funzionare. Così a Messina, dove i blackout si concentrano nelle aree popolari e periferiche. A Palermo, è di poche ore fa la notizia del ritrovamento dei corpi, carbonizzati ed irriconoscibili, di una coppia di due anziani (dalle prime ricostruzioni, 77 e 75 anni) che abitavano in una catapecchia pericolante vicino Cinisi, divorati dalle fiamme dell’incendio senza riuscire a chiamare i soccorritori, che l’avevano immaginata disabitata.

Le istituzioni si barricano dietro «l’eccezionalità» o «l’imprevedibilità» dei fatti. Nulla di più falso. Quanto accade è la matematica conseguenza dell’inasprirsi del cambiamento climatico – del quale i climatologi avvertono da decenni – sommato ad una scellerata politica dello “spremi e strizza”: infrastrutture pericolanti si accompagnano alla cacciata verso banlieues all’italiana degli “indesiderabili” – proletari, sottoproletari autoctoni e, ancor di più, immigrati – nel tentativo di creare micro-isole nelle quali concentrare i già scarsi investimenti ad uso e consumo turistico, nell’illusione della classe dominante di potersi trincerare dentro di esse e isolarsi dalle ire della Natura e da quelle – sia mai! – dei pariah della società borghese. Ebbene: questa non è altro che un’illusione. Una volta che un’intera isola prende fuoco, una volta che gli ospedali rischiano di essere evacuati, una volta che l’aria diviene irrespirabile, anche i più ricchi e potenti dei rampolli prediletti del Capitale dovranno fare i conti con l’inesorabile scure della Fine, di quella «rovina comune» di cui parlava Marx nel Manifesto.

La sfida per noi comunisti è grande. I danni già arrecati al sistema-Terra non si possono disfare, ma c’è ancora – forse – uno spiraglio, un margine per evitare la completa distruzione della natura per come la conosciamo. Ora più che mai la scelta è chiara. Le promesse vaghe della sinistra istituzionale di incremento della spesa pubblica, di fantomatici “investimenti green” chiaramente non possono offrire risposte adeguate alla gravità della crisi. Se vorremo evitare che questa sia la più fredda delle estati del resto delle nostre vite, sarà essenziale il più completo ripensamento del nostro ruolo come specie nella biosfera, e con esso la lotta per la completa sovversione del modo di produzione presente.

Note

1 Il trend purtroppo non é solo recente. Da anni le temperature medie del bacino mediterraneo sono in vertiginosa crescita. Per un’analisi di ampio spettro del fenomeno, v. Pisano, A., Marullo, S., Artale, V., Falcini, F., Yang, C., Leonelli, F., & Santoleri, R., Buongiorno Nardelli, B. (2020). New Evidence of Mediterranean Climate Change and Variability from Sea Surface Temperature Observations. Remote Sensing. 12. 10.3390/rs12010132.

2 Si pensi ad esempio al vortice polare, barriera atmosferica che separa le aree temperate dalla circolazione fredda polare, che quest’inverno è stato più volte quasi sul punto di dissolversi, causando ondate di gelo come quella che ha attanagliato il Nord America lo scorso febbraio, facendo contemporaneamente segnare temperature record in Europa.

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