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Le “imprese” di Meloni & Co. – 3. Riaprire di corsa le miniere abbandonate

La notizia è passata quasi inosservata come una cosetta da nulla, ma se ascoltate l’intero testo della
audizione del ministro Urso vi accorgerete che l’argomento tira in ballo la Cina, la corsa alle materie
“critiche” e la cd. transizione ecologica, che con la tutela dell’ambiente non ha nulla a che vedere.
Qualche dettaglio.

Il 16 marzo scorso la Commissione Europea ha proposto un regolamento sulle estrazioni minerarie col
quale invita i paesi UE a compiere sforzi in direzione di investimenti e capacità tecnologica, quindi anche
innovazione, nel campo dell’estrazione di materie prime quali cobalto, nichel e anzitutto terre rare
(lantanidi) quali litio, gallio, germanio, lantanio ed altri definite critiche perché connesse al nuovo corso
della produzione industriale. Tutti materiali legati alla produzione di batterie, fibre ottiche, microchip e
fotovoltaico e armi nucleari, sui quali è in corso una battaglia che non risparmia missili e cannoni secondo le necessità, e alla quale la guerra in Ucraina non è del tutto estranea.

Ai primi di luglio la Cina ha approvato una serie di misure governative per l’esportazione di queste materie prime “contravvenendo” agli accordi presi con gli Usa sul WTO: una sorta di embargo all’incontrario soprattutto verso gli Usa “per preservare la sicurezza e gli interessi nazionali” come apprendiamo da Asianews. La reazione degli Usa, come si può immaginare, è stata negativa. Infatti la competizione Usa-Cina anche su questo argomento è forte e l’Italia, anche se da imperialismo minore, non poteva non entrare in gara. Il ministro Urso si è attivato immediatamente ed ha illustrato, nell’audizione del 13 luglio scorso, le prime iniziative del governo in materia che riguarderanno principalmente tre zone del paese. Abbiamo così saputo che in Italia sono state censite ben sedici delle trentaquattro materie prime “critiche” ed individuati siti minerari in Piemonte (cobalto, nichel, rame ed argento), in Sardegna (terre rare in genere) e nel Lazio (litio). I siti venuti alla ribalta sono per lo più miniere chiuse da trent’anni, ma anche depositi di scarti minerari dai quali si conta di ricavare quei materiali prima ritenuti di scarso interesse, ed ora oggetto di corsa al “nuovo oro” come lo chiama con eccitazione il Sole 24ore.

Questi ultimi, gli scarti minerari sono quelli che destano le maggiori preoccupazioni per i territori e per le ricadute sull’ambiente – a noi, non certo al governo Meloni ed al suo ministro – perché si tratta di circa “settanta (70) milioni di metri cubi di scarti minerari accumulati nei decenni passati ed ora utilizzabili con le tecnologie attuali”, dice il ministro Urso. Ma queste, le vantate tecnologie attuali, in realtà non sono altro che lo scavo di grandi quantità di terreni che lasceranno altrettanti scarti a residuo e l’impiego di enormi quantità di acqua per il lavaggio del materiale estratto. Il rapporto tra materiale di “scavo” e terre rare estratte varia a seconda del metallo che si cerca, ma è comunque enorme: si passa dai 9.000 kg di materiale estratto per ricavarne un solo chilo di vanadio fino ai 50.000 kg per un solo chilo di gallio.

La proposta di regolamento comunitario [quella del 16 marzo di cui sopra] ci chiede di riaprire le miniere…”, afferma ancora Urso: quando c’è qualche rospo da far ingoiare ai proletari c’è sempre l’Unione Europea “che ce lo chiede”, come se l’Italia fosse un paese terzo, una “cosa” estranea all’UE e non un attivo componente del patto tra ladroni, e l’Unione Europea una sorta di divinità, di destino immanente. Se l’UE non ce lo chiedeva Bonomi, Meloni ed il ministro mai si sarebbero permessi di aderire alla proposta! L’ipocrisia del governo è grande quanto la sete di profitto dei padroni che esso tutela, e non si fermerà di fronte a nessuna nuova devastazione dell’ambiente e, come se non bastasse, ci racconteranno la nota favola del “bene del Paese”, del governo che “si adopera per creare occasioni di lavoro” e “accelerare la transizione verde”. Ormai Bonomi, governo e sindacati formano un trio stabile a cui si sta aggiungendo Coldiretti che cerca con crescente attivismo un posto in prima fila. Proprio Bonomi, in una lunga intervista a Sky Tg24, si è lanciato in numerose proposte ma quella di cui parliamo oggi riguarda proprio gli investimenti. La tesi di Bonomi è che questi sono in costante diminuzione, che in Italia si investe poco (sta parlando di sé e dei suoi associati che puntano tutto sul super-sfruttamento del lavoro): “il trend è discendente, siamo passati dal 18% al 9% del 2022 e per quest’anno chi sa se arriveremo al 4%”. Soluzione: “i fondi del Pnrr devono essere orientati agli investimenti”, che tradotta vuol dire: “date a noi tutti i soldi del Pnrr!”. E il governo, non solo nella persona del ministro Urso, è ovviamente d’accordo. Lo stesso ritornello lo si trova anche nei comizi dei dirigenti di Cgil, Cisl, Uil con la sola variazione della richiesta di partecipazione alle decisioni, di “pianificazioni” e concertazioni “democratiche” mai avvenute, e mai avvenibili.

Avanti dunque verso nuove devastazioni ambientali e nuove regalie di stato al padronato: la competizione con la Cina lo esige!

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