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In risposta a Marco Ferrando, sulla guerra in Ucraina, di Pasquale Cordua. Replica del PCL e contro-replica

Il testo messo in rete da Marco Ferrando (d’ora in poi M.F.) inizia con una serie di citazioni di Lenin sull’autodeterminazione sulle quali l’accordo è talmente scontato da non doversi commentare. Altrettanto scontate sono le prime righe che propongono una linea di demarcazione dal campismo filoputiniano (ma io direi: da tutta l’impostazione campista!) e dal puro pacifismo. E se il testo continuasse su questa falsariga proponendo “…iniziative unitarie e caratterizzate”, si potrebbe davvero fare una discussione salutare. Invece, non senza avvitamenti e zig-zag, il testo, insieme alla condanna di imperialismi di ogni tipo, indefiniti nel tempo e nello spazio, va a parare a dare il sostegno all’armamento dell’Ucraina, il che significa alla prosecuzione e all’allargamento della guerra. Non lo imbarazza affatto, così sembra, che dietro e al fianco (o al comando?) dell’Ucraina di Zelensky ci sia l’intero schieramento delle potenze imperialiste occidentali, poiché a suo avviso è “naturale” che nei conflitti inter-imperialistici una potenza sfrutti il terreno della resistenza di una nazione contro l’aggressore rivale – naturale, senza altra aggettivazione.

Ciò che rende per me inaccettabile nel metodo e nel merito l’analisi di M.F. è l’incomprensione della natura e delle caratteristiche del conflitto in atto, che non è tra l’imperialismo russo e la nazione ucraina sottomessa (forse si pensa ancora alle borghesie nazionali invocate da Stalin?). Le dichiarazioni dei massimi rappresentanti dei paesi NATO, fino a quella odierna di Stoltenberg e al gran consulto di guerra di Bruxelles, avrebbero dovuto far capire a chiunque che si tratta di una guerra USA-NATO contro Russia (non trascurando una strizzatina d’orecchio alla Cina) condotta militarmente sul territorio dell’Ucraina, usando cinicamente la popolazione ucraina in una guerra per procura.

Tutta la linea proposta dal Pcl, inoltre, è una pesante sottovalutazione del pericolo di estensione del conflitto fino ad una terza guerra mondiale che deriva dall’assenza di una adeguata analisi del conflitto in atto. Ma c’è forse di peggio quando in conclusione si dice, alludendo alle forniture di armi all’Ucraina: “Non sabotiamo questo diritto, non boicottiamo il suo esercizio”. E c’è ancora dell’altro, sicché la cosa obbliga ad una risposta.

Anzitutto: il fatto che “…il PD e l’atlantismo di casa nostra sostengono formalmente la resistenza Ucraina” è un’analisi sorprendente perché il sostegno è sostanziale e non c’è bisogno di essere analisti militari per vederlo. Vanno sul campo di battaglia armi di ogni tipo: dall’AK-47 ai carri armati pesanti, dai bazooka ai missili, si tratta di armi che i comuni cittadini non sanno usare e che non possono assolutamente essere usate senza addestramento militare specifico. E però (anche questo sfugge al Pcl) l’esercito regolare necessita di assistenza, e certamente le armi “pesanti” sono accompagnate da personale militare, non vengono spedite nelle scatole di cartone di Amazon tramite corriere. E siccome sono “regali”, se ne deduce che anche “i volontari” stranieri che hanno deciso di combattere in Ucraina vengono pagati dagli Usa-Nato e tra di essi c’è di sicuro un buon contingente di militari e consulenti; se tutto questo costituisce un semplice sostegno formale….!

Ma secondo Ferrando la natura reazionaria del governo di Kiev, gli imperialismi occidentali che usano strumentalmente l’Ucraina per i propri scopi, lo strozzamento del FMI, sono fatti che non possono comportare una negazione della specifica questione ucraina e del suo diritto all’autodeterminazione. E perciò ci si propone di riprendere una riflessione di metodo per poi applicarla alla vicenda particolare.

Credo, invece, che il compito fondamentale sia entrare nel merito (la natura di questa guerra) perché è in questo campo che la confusione si alimenta anche tra le masse – questa è la mia principale preoccupazione perché solo il proletariato potrà fermare la guerra e la sua estensione, o almeno resistervi. Ecco perché la guerra in Ucraina ha poco a che vedere con l’invito di Lenin di non attendere una rivoluzione sociale pura per il semplice fatto che l’Ucraina non sta affatto vivendo una fase rivoluzionaria, né spuria né, tanto meno, pura. E qui vedo anche una questione di metodo, perché M.F. fa delle citazioni di Lenin un uso scolastico, nel quadro di una visione metafisica della questione dell’auto-determinazione.

Certo Lenin “…salutò l’insurrezione irlandese”, ma mi risulta che fu innegabile il forte carattere operaio ed internazionalista contro il dominio coloniale che animò quei moti; niente a che vedere con quello che accade in Ucraina dove la “resistenza” è al 99% militare e le donne che imbottigliano benzina costituiscono non più di un atto di generosa volontà, tanto è vero che nessun carro armato russo ne è stato vittima. Io sento, senza per questo svilire alcuno, che il ricorso alla leva coatta ha fatto rientrare alcuni fuggitivi e che c’è qualche odore di diserzione che io auguro possa estendersi e diventare significativo.

La questione dell’auto-determinazione “in concreto”

La questione dell’autodeterminazione è difficile da maneggiare anche ricorrendo ad ampie citazioni, tirando in ballo Marx, Lenin ed i confronti con la questione irlandese del 1916 perché bisognerebbe confrontare situazioni, contesti, rapporti di forza, coscienza delle classi ed una quantità notevole di altre variabili. Non nego l’esistenza di questioni nazionali, ovviamente. Il mondo attuale è pieno di questioni nazionali, e – più spesso – di residui di questioni nazionali irrisolte. Ma esse, per farla breve, non hanno il carattere novecentesco. Nemmeno nego l’attualità di istanze di auto-determinazione contro forme di oppressione nazionale, ma queste sono genuine solo se fanno parte di un processo di sollevazione degli sfruttati, mentre non vedo nel mondo alcuna borghesia “nazionale” capace di sollevare sul serio e fino in fondo una tale bandiera. Se così è stato già per la citata Irlanda di un secolo fa, e non solo, non vedo perché non dovrebbe essere questa, qui ed oggi, la linea da perseguire, l’obiettivo per il quale lavorare. Altrimenti, il disegno di trasformare le guerre del capitale in rivoluzioni sociali resta pura chiacchiera, rivoluzionarismo parolaio ed inconseguente. Ma purtroppo, o per fortuna, la storia non si ripete, e il maneggio del concetto di autodeterminazione è difficile al punto che questa è stata invocata, nel recente caso ucraino, dagli imperialismi che hanno spinto l’Ucraina all’auto-distruzione per sostenere il diritto dell’Ucraina ad entrare in Europa e ancor più ad allearsi con la NATO.

Esco, quindi, da considerazioni generali, e cerco di dire qualcosa nel merito e nello specifico della situazione ucraina. Se il conflitto in atto fosse la continuazione di una “lotta nazionale” per la propria unificazione, per l’indipendenza, per opporsi ad un assoggettamento straniero (nel caso, quello russo), allora saremmo in presenza di una lotta per l’autodeterminazione ed avremmo il dovere di appoggiarla. In generale, una tale lotta rientrerebbe nei compiti dei comunisti, sia che essa faccia parte della più generale lotta per lo sviluppo di una rivoluzione democratica (nel caso di un paese capitalisticamente arretrato), sia che essa si presenti “isolata” all’interno di un’area in cui la borghesia è già insediata al potere. E’ questo il caso dell’Ucraina? Per me NO! Da tre decenni in Ucraina non è in atto un processo, o un movimento, di emancipazione nazionale aggredito dai carri armati di Putin, ma un processo inverso. La nazione ucraina, e in special modo i proletari, sono nelle mani di una borghesia già insediatasi al potere, divisa tra una frazione filo-occidentale e una filo-russa, accomunate dalla continua ricerca di protezioni esterne e impegnate, in modo concorrenziale tra loro e al proprio interno, nella svendita delle ricchezze nazionali (salvi restando i massimi benefici personali) ed in particolare della svendita della forza-lavoro ucraina. Si tratta di una divisione che, in genere, è quanto più forte quanto più è debole la nazione in questione, e maggiormente espone entrambe le fazioni, e le sotto-fazioni, borghesi ai condizionamenti e ai comandi dei fronti contrapposti delle grandi potenze. Nel caso ucraino tale situazione è lo specchio ed il risultato dell’intera storia e della collocazione geopolitica di Kiev, ma questo non modifica il fatto che non esiste più da tempo una “questione ucraina” aperta, di costituzione di una nazione indipendente, rispetto alla quale l’imperialismo russo sarebbe intervenuto magari impedendo l’unificazione del paese o altro processo di sviluppo economico o politico. Inoltre tutto lo svolgimento degli avvenimenti, al di là delle dichiarazioni più o meno appartenenti alla retorica di guerra, tutti gli aspetti anche militari, mostrano che l’obiettivo di Mosca non è quello di assoggettare l’Ucraina stabilendovi un’occupazione permanente (tra l’altro difficile da sostenere anche nel breve periodo, figurarsi nel medio-lungo periodo), ma di conseguire con la guerra obiettivi politici, di natura perfettamente capitalistica – sia chiaro -, di contenimento del fronte imperialistico avverso capeggiato da Usa-Nato, il cui espansionismo è innegabile. Forse è per questo che M.F. omette di parlare dei prodomi della vicenda bellica: paura di essere accusato di filoputinismo, di censure e gogne mediatiche, o cos’altro?

Aggiungo un’altra questione trascurata e messa ai margini. Esistono nell’attuale Ucraina residui di oppressione nazionale, di negazione dei diritti nazionali per la minoranza russofona in una parte del Donbass e, probabilmente, anche in altre zone del paese e per altre “minoranze nazionali”. Rispetto a queste situazioni la guerra in corso non rappresenta affatto una soluzione, ma solo una fonte di aggravamento e di creazione di nuove ulteriori discriminazioni.

L’insurrezione irlandese non c’entra

Attenzione, quindi, ai confronti storici, perché non c’è analogia che regga con l’insurrezione irlandese, e non certo perché questa aveva avuto l’appoggio tedesco che la rendeva impura. Lungi da noi analizzare il grado di purezza chimica di lotte, movimenti e rivoluzioni (anche se bisogna stare attenti a non esagerare scambiando i camionisti bianchi suprematisti del Canada o i seguaci di mons. Viganò, per degli antesignani della rinascita del movimento proletari); ma gli scopi, gli obiettivi delle lotte, dei movimenti sociali, delle rivoluzioni, quelli non possiamo trascurarli. Così come non possiamo trascurare l’analisi delle situazioni “concrete” di cui ci occupiamo. Quella dell’Ucraina attuale non è stata ben compresa dal Pcl: lo si nota anche dal fatto che si dedica ampio spazio alla storia di altri eventi e nulla alla storia ucraina, passata e recente e all’illuminante armamento e penetrazione degli Usa-Nato che sembra si voglia far dimenticare, ricorrendo ad un metodo, ripeto, di sorprendente scolasticismo, e di rifiuto dell’analisi reale della situazione reale. Se così, invece, si facesse, potremmo ricavarne elementi importanti per fare piazza pulita di ipotesi terzomondiste, campiste e di codismo verso il proprio imperialismo.

L’alibi del “naturale”, dell’“inevitabile” intervento delle potenze che provano ad utilizzare le circostanze favorevoli non regge. Questa “naturalezza” non è stata mai evocata da Lenin nel quale troveremo anzi termini quali “sfruttamento”, insieme alla denuncia degli intrighi e delle propagande di guerra degli imperialisti. Anche quest’aspetto è del tutto assente nell’analisi di M. F. La denuncia, lo sbugiardamento della propaganda di guerra del “proprio” imperialismo sono un obbligo dettato imperativamente dal fatto che il “nemico principale” che è in “casa nostra” censura ogni voce che sia minimamente in dissenso con le narrazioni di Stato. La cosa mi interessa doppiamente perché essa ha motivi totalmente differenti da quelli di campisti, stalinisti e sostenitori della Russia in quanto paese oppresso del terzo mondo (ci sono anche teste di legno del genere!). L’impostazione dell’agitazione internazionalista deve mostrare il carattere della propaganda di guerra in corso che serve a preparare l’ingresso dei paesi europei (alcuni dei quali già sgomitano per fare i primi della classe!) sul campo di battaglia dell’Ucraina per acquisirne delle fette e puntare diritti verso la Russia. In Italia, tanto per fare un esempio, l’ex Democrazia Cristiana è uno dei partiti in prima linea: da Profumo a Minniti, da Recchia a La Torre ed altri sono molti i suoi dirigenti e affiliati ai massimi livelli dei produttori di armi e delle agenzie militari. Da quando in qua gli internazionalisti, coloro che lottano contro il nemico di “casa propria”, dimenticano i “pescecani” della guerra di “casa propria”, ed il carattere della loro propaganda, nella quale il bravo Gramellini e tanti altri si sentono investiti con ardore?

A cosa servono le armi fornite dall’Italia?

Ma finalmente, dopo tre pagine su sei, il documento di Ferrando esce dalla didattica e dice qualcosa che merita una sottolineatura. Sono infatti pienamente d’accordo con il fatto che “…battersi per l’egemonia del proletariato nella lotta delle nazioni oppresse è parte integrante della lotta contro l’imperialismo e per la rivoluzione socialista internazionale”. Ma bisogna essere conseguenti, e chiedersi se le armi fornite dall’Italia faranno avanzare l’emancipazione dei proletari ucraini dai due campi imperialisti che li stringono al collo, se contribuiranno alla soluzione di qualche contesa “nazionale”, se avvicineranno i proletari russi e ucraini tra di loro, oppure se – al contrario – daranno un contributo a legare più strettamente questi ultimi alla propria borghesia e al carro del fronte NATO/UE. La circostanza è dirimente, perché è altrettanto vero che “Questa impostazione fonda a sua volta la piena indipendenza politica della classe operaia nei confronti del nazionalismo, sia esso della nazione dominante (imperialista) sia esso della nazione oppressa (dipendente)”. Ma ancora una volta c’è da interrogarsi sulla situazione reale che abbiamo di fronte. Se c’era un minimo barlume di indipendenza politica proletaria in Ucraina prima dello scoppio della guerra, dopo lo scoppio della guerra l’accodamento al governo Zelensky, per non dire l’unità con esso e con la propria borghesia (prima, forse detestati da un certo numero di ucraini) è, questo sì, purtroppo, il dato più probabile – un frutto avvelenato dell’invasione russa, altrettanto nefasto delle distruzioni materiali in corso. Ma anche questo aspetto viene gioco forza taciuto nel testo di M. F.

Senza sopravvalutare le proprie minuscole forze, tocca agli internazionalisti gettare dei semi per far rivivere una posizione di classe indipendente dai campi capitalisti e imperialisti in scontro: questo è il compito cui siamo obbligati. Usciamo dal mondo dei sogni, quindi, e mettiamoci al lavoro anzitutto cercando di prevedere e misurare le intenzioni dell’imperialismo nostrano, di quello “occidentale” e ricostruendo le vicende non per dare ragione a questo o a quel contendente, ma per individuare come e dove contrastare un conflitto che inter-imperialistico lo è per davvero. Abbiamo le coordinate fondamentali che ci dicono che l’unico modo è fare propaganda e agitazione per favorire la scissione delle classi sulla base dei loro contrapposti interessi, fiancheggiando le opposizioni alla guerra in Russia come in Occidente, e dedicandoci agli ucraini che oggi, da rifugiati, mostrano unità con la loro classe dominante e ne assumono la linea politica chiedendo anch’essi, come i loro strangolatori, che si “aiuti” l’Ucraina molto oltre l’invio di armi “difensive”.

E’ questa la situazione reale e questi i nostri compiti dipendenti dalla situazione attuale. Altro è la battaglia generale contro il militarismo, le sue spese, i suoi costi tutti a carico dei lavoratori, battaglia che è indipendente e non contingente: non ci siamo ricordati solo ora degli F35 e non pensiamo che anche questa debba essere ridotta e trattata alla stregua di una questione di diritti civili, di democrazia, di spesa pubblica.

La contraddizione principale

Vorrei portare ora un altro esempio di astrazione metafisica presente nella posizione assunta dal Pcl, e devo per forza citare tutto il passo.

La domanda è: l’elemento interimperialista assorbe in sé ogni altro aspetto di questa guerra? In altri termini: la guerra della Russia contro l’Ucraina è riducibile al solo elemento interimperialista? A noi davvero non pare. Persino la cronaca quotidiana della guerra ci parla di altro. Ci parla della specifica guerra dell’imperialismo russo contro la nazione Ucraina, e della resistenza ucraina alla guerra dell’imperialismo russo. Ovviamente la NATO, per i propri scopi imperialisti, appoggia la resistenza ucraina contro la Russia, anche coi rifornimenti militari, attività di addestramento, basi militari di appoggio. Ci sarebbe da sorprendersi se così non fosse. Ma il sostegno militare all’Ucraina coincide con l’ingresso della NATO in guerra?”

Per me, invece, l’elemento principale è proprio lo scontro interimperialista, altro che riduzionismo! Esattamente al contrario, qui si tratta di non voler capire, di non prender posizione, denunciare, combattere l’aspetto principale della contraddizione principale che si sta dispiegando realmente. Trattare la situazione come un semplice elemento specifico (in grassetto nel testo) è una pericolosa e deviante sottovalutazione del quadro internazionale effettivo che si muove, con grande rapidità, in direzione dell’espansionismo Usa-Nato e della “istigazione” all’Europa ad entrare ancora più direttamente in guerra di quanto già non sia. Trascurare tutta la situazione internazionale e ridurre la guerra in corso ad un conflitto locale tra Russia e Ucraina nel quale (con una bella dose di infantilismo) la sinistra anticapitalista si inserirebbe è davvero sconcertante. Quanto all’ultimo periodo della citazione, la mia risposta è un energico SI: il sostegno militare all’Ucraina coincide con l’ingresso della Nato in guerra, un ingresso che è stato auspicato, incoraggiato e foraggiato dagli USA, e non mancheranno pressioni ancora più forti in questa direzione. Da giorni Zelensky invoca apertamente armi offensive per poter colpire la Russia sul proprio territorio, ed è evidente che almeno una parte dell’amministrazione Biden e dell’establishment NATO ed europeo è per questa opzione. Quando si arriva a leggere sui giornali italiani – da parte di un consulente del ministero della Difesa – che le “bestie” di Putin “stuprano e giocano a calcio con le teste dei bambini”, non ci vuole un fiuto da segugi per sentire nell’aria la puzza di nuovi grandi massacri di tipo iracheno o afghano in arrivo, o – almeno – in programmazione avanzata.

Non si tratta di fosche previsioni, ma di smascherare le reali intenzioni degli imperialisti di casa nostra (ahi!) – quelle della Russia di Putin sono state, almeno in parte, dichiarate formalmente. Questa è la realtà presente, e non è un buon metodo per chi si voglia marxista nasconderla minimizzando il rischio di un enorme allargamento della guerra come una mera possibilità futura. Il mondo di Ferrando è il mondo reale completamente capovolto. La sua posizione è densa di ignavia attendista. L’unica cosa che sembra interessargli, per lo meno in questo testo, è se dare o meno armi a Zelensky, e convincere gli internazionalisti a non boicottare il pio desiderio di difesa nazionale degli ucraini. Tutta la sottovalutazione del quadro internazionale degli imperialismi in lotta, per non parlare dei loro obiettivi strategici che mirano fino in Cina, somiglia nel metodo, permettetemi di fare anch’io un po’ di storia!, alle posizioni di Turati e soci, alla loro sottovalutazione del fascismo come fenomeno locale e limitato, con cui come tale si doveva trattare, e della improbabilità del suo affermarsi (caddero in molti in questo tranello).

Per non essere accusato di voler forzare le interpretazioni, sono obbligato ad un’altra citazione.

“Se così fosse, dovremmo concludere che la terza guerra mondiale imperialista è già cominciata, con tutti i terribili risvolti ed incognite che questo comporta per la sopravvivenza stessa dell’umanità. Se questo fosse, la questione ucraina sarebbe certo archiviata e riassorbita in un confronto planetario, la parola d’ordine della trasformazione della guerra imperialista contro la borghesia sarebbe centrale su ogni fronte, l’intera politica dei rivoluzionari sarebbe costretta a una improvvisa e drammatica torsione su scala mondiale e in ogni paese. Ma così oggi non è. Può essere che questo sarà lo scenario futuro. Non ci pare probabile, almeno in tempi immediati, ma certo è (drammaticamente) possibile. E tuttavia confondere una possibilità futura con la realtà presente non è un buon metodo per i marxisti.”

I corsivi sono nel testo come ad evidenziare che il caso drammaticamente messo in parentesi è trascurabile. A parte il fatto che un buon dirigente marxista, ancor più se cresciuto a pane e Trotsky, prepara allo scenario meno favorevole i propri militanti, Ferrando fa il contrario, li disarma in anticipo, liquida la cosa come improbabile, e con lo stesso anticipo condanna l’unica e principale agitazione internazionale ed internazionalista che possa almeno far comprendere la natura del conflitto in atto e quanto sia necessario dare armi, almeno teoriche, alla battaglia contro gli imperialismi dato che la possibilità futura va fermata oggi, o quanto meno va denunciata oggi! Con queste premesse c’è da essere sicuri che al primo “incidente”, al primo missile su Mosca o su Varsavia Ferrando esclamerà un sonoro “ohibo’, è arrivato lo scenario drammatico!”, e con questo inizierà a lottare contro l’imperialismo che l’ha lanciato. Ma per ora, essendo questa una improbabil cosa, meglio pensare a mandare armi al governo ucraino – o sono forse possibili in Ucraina altre destinazioni? – seguendo Draghi, il suo governo e quelli europeinati.

Nel paragrafo intitolato “La specificità della guerra russa all’Ucraina” c’è una tale abbondanza di svalutazioni, di errori nell’analisi reale della situazione reale che stupisce. Non possiamo trascurarli. Eccone alcuni.

  • Nell’oggi la NATO sceglie di non aprire la guerra contro la Russia.” Come sarebbe? Qui, oltre ad un atteggiamento di inammissibile nonchalance, c’è una vera e propria assoluzione della politica bellicista ed espansionista della Nato e degli Usa che hanno imbottito di armi, di bande fasciste anti-russe e di governanti fantoccio tutte le ex repubbliche sovietiche.

E ancora:

  • Gli USA pensano alla competizione strategica con la Cina, non a morire per Kiev.” Appunto per questo la rovina della Russia è per loro una tappa di “avvicinamento”!
  • Oggi l’imperialismo russo ha scatenato una specifica guerra contro l’Ucraina. Contrapporsi all’imperialismo e alla sua guerra significa sostenere la resistenza ucraina. Non ci sono vie di fuga da questa inevitabile conclusione.” E invece non solo la via c’è e non è certo di fuga. La fuga è tutta nell’arrendevolezza alla specifica, isolata, circoscritta situazione locale. Alla faccia dell’internazionalismo!
  • Chi evoca il rifiuto delle armi e l’etica della nonviolenza si colloca fuori dallo scontro in atto per salvarsi l’anima”. Ma intanto anima e corpo se li salva chi non si mette sul terreno dello scontro di classe. Non posso fare a meno di constatare che mentre giornalisti, commentatori fuori dal coro bellicista, e noi stessi, siamo colpiti da censure, accuse di filoputinismo, messe al bando, M. F. non si occupa di protestare. Se fosse in Parlamento – viene da chiedersi – come voterebbe? Abbiamo capito che sarebbe un sicuro voto a favore delle armi all’Ucraina, ma come la metterebbe con quella sparuta opposizione astensionista che non ha presenziato al comizio di Zelensky? Chiederebbe la parola per dire “qualcosa di sinistra”, o penserebbe ad attaccare chi “…fosse pure con le più nobili intenzioni, […] finisce involontariamente con l’avallare la richiesta di resa dell’Ucraina”?

E poi:

  • ambienti capitalistici che pensano solo al ritorno della tranquillità dei propri affari, indipendentemente dalle ragioni e dai diritti dei popoli.”. Anche questo mi pare strano. Confondere chi ha bottega, chi paga troppo la benzina, un piccolo commerciante, con i grandi venditori, produttori di armi e pescecani vari, è fuori dall’abbiccì dell’analisi di classe. Ma capita a chi si è assunto il compito di ridurre, di restringere l’analisi ai fattori minimi in modo da non disturbare né il cervello, né la quiete del “movimento proletario” (iper-addormentato) e di lasciarlo nella confusione e nella speranza di una pronta guarigione dal male della guerra.

Con questo mi fermo perché il seguito del documento di Ferrando (o del Pcl, è lo stesso) viene reso vano dalle premesse che ho fin qui analizzato.

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A questo intervento (e ad un altro intervento critico nei confronti del testo di Marco Ferrando), c’è stata questa ampia replica da parte del PCL:

Risposta alle polemiche contro il PCL sulla guerra in Ucraina 👉 https://bit.ly/3K253Lc

Qui, invece, la breve contro-replica di Pasquale Cordua

Cari compagni,

vi ringrazio per l’attenzione dedicata alle mie posizioni di dissenso nei confronti delle vostre. Le divergenze sono chiare e su questioni fondanti che non richiedono citazioni su citazioni di eventi di guerra e posizioni passate dato che la storia non si ripete. Faccio anche a meno della chiamata in causa dei nostri maestri che scomoderei per cose di poco conto.

Il punto essenziale è questo: che guerra è questa? La mia risposta è: è una guerra di Nato-Usa-Europa contro la Russia, combattuta in Ucraina e non solo. Le retrovie militari molto attive sono (almeno) in Polonia, mentre il fronte della propaganda di guerra è esteso su quasi tutti i paesi dell’UE. Essa consiste di due aspetti. Il primo è una disgustosa campagna russofobica di menzogne; il secondo è una furiosa “istigazione” ad entrare in guerra in modo e ad un livello più intenso e diretto di quello ipocritamente adottato finora. Il primo deve essere smascherato senza paura di passare per simpatizzanti dell’imperialismo russo: i migliori combattenti di classe sono stati e saranno accusati di giocare per il nemico, di pugnalare alle spalle il “loro” paese, di essere quinta colonna. Il secondo deriva dal riconoscimento che l’Italia è già in guerra, e siccome il nemico principale è davanti a noi, non possiamo che lodare ed incoraggiare (tanto per citare l’ultimo caso) i portuali greci che si oppongono alla spedizione di armi – se voi pensate, invece, che essi siano complici dell’imperialismo russo e stiano lavorando per la resa di un paese che “lotta per l’indipendenza nazionale” ed è vittima di aggressione, siete liberi di dirglielo!

Allo stesso modo, se per caso pensate che il Corriere della Sera abbia ragione a condannare “…i pacifisti a senso unico che manifestavano per il Vietnam ma non per Praga”, allora è bene che consideriate tutta la valenza che c’è dietro questa condanna alla Rampini, Gramellini ed altri votati anima (animaccia nera) e corpo ad arruolare in guerra le “classi subordinate” (loro no, ovvio, come sempre!) e ad innalzare il livello e l’ampiezza della guerra.

L’altra vostra posizione del tutto disarmante è la negazione della portata del conflitto che, anche se dovesse trovare una tregua, sarebbe solo per questioni di riassetto poiché lo scontro generale a scala mondiale è già partito. Al momento esistono una serie di contraddizioni che lo frenano, ma non lo bloccano: il neutralista Erdogan (strano, vero!?), l’Ue riluttante a spingersi oltre nella sua presenza bellica e che ha iniziato a proclamare apertamente di voler gestire in proprio le sue mire imperialiste, ben al di là delle proprie terre. Ma le più importanti sono per me quelle dei proletari russi che appoggio e incoraggio (per il poco che posso!) ad opporsi al loro regime. Come sono attento e solidarizzo con gli scarsissimi (purtroppo!) nuclei di resistenza operaia in Ucraina che al momento sono mobilitati contro l’invasione russa, ma non al fianco o alla coda di Zelensky. Dalla censura dei paesi liberi ed esportatori di democrazia trapelano segnali di qualche diserzione dall’esercito ucraino; anche a questi va il mio sostegno, perché è un’altra forma di contrasto all’azione reazionaria del governo Zelensky affittato alla NATO e alla prospettiva da lui cento volte evocata della guerra mondiale (ecco un altro punto essenziale!), e l’attesa che i casi individuali possano diventare collettivi, antagonisti e che possano estendersi.

Allo stesso modo penso che il proletariato in Italia dovrebbe essere oggetto di propaganda ed agitazione contro la guerra, contro i guerrafondai nazionali e contro il governo. E’ questo che intendo col termine “disarmante”: invece di mobilitare i compagni ed i proletari, per quanto ed al massimo e nelle possibilità di tutti noi, voi, attribuendo patenti di condannabile pacifismo, vi accodate di fatto alle decisioni del governo Draghi. Il senso del richiamo all’azione parlamentare era solo questo. Se ho fatto ricorso all’ironia, è stato solo per scendere dall’astrattezza delle citazioni all’immediatezza dei compiti che toccano agli internazionalisti quando sostengono che ”il nemico è in casa nostra!”.

Ancora altre divergenze ci separano, ma anche su queste, invece delle colte citazioni relative a guerre passate, sarebbe bene leggere i notiziari di quella che ci sta sotto gli occhi, e parlano di trentacinque paesi che inviano al governo dell’Ucraina armi ed attrezzature belliche di altissimo livello, consulenti militari, truppe speciali, “volontari” che provengono direttamente dagli eserciti regolari e che per l’occasione si sono dimessi da questi per non esporre i rispettivi paesi; alcuni di questi campioni dell’autodeterminazione ucraina non hanno fatto mistero della loro provenienza mostrandosi in televisione e sulla stampa.

Mi sembra che ci sia molto lavoro da fare per gli internazionalisti, ma non sarà lo stesso a cui si accinge il Pcl.

Fraterni saluti,

Pasquale Cordua

02/04/22

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