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L’ipocrita “pace disarmata e disarmante” della chiesa cattolica

La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha diffuso una “nota pastorale” di presa di posizione su un tema che è, e rimarrà, all’ordine del giorno: il riarmo mondiale e la corsa alla guerra. Il titolo di questa nota pastorale, sulla scia di papa Bergoglio, ha un sapore tipicamente francescano: “Educare a una pace disarmata e disarmante”.

Il presidente della CEI, cardinale Zuppi, nell’Introduzione al documento, si pone nella prospettiva di proporre “soluzioni concrete” contro i venti di guerra che soffiano impetuosi. La cosa è di per sé interessante; utile se non altro a uscire dal canovaccio mass-mediatico di una chiesa cattolica come sola “autorità morale” che da piazza S. Pietro continua a fare appelli di pace mentre il mondo va decisamente dalla parte opposta.

               ANCORA ONU. ANCORA  IL “CONTROLLO DEGLI ARMAMENTI”…

Vediamole allora queste “soluzioni concrete”.

In primo luogo ci si esprime abbastanza nettamente contro la “produzione e il commercio di armi”:  meccanismi che, secondo la CEI, fomentano i conflitti e fanno da supporto ai “regimi autoritari”. Come sempre non si fanno nomi e cognomi. La tradizione della chiesa vuole che si denunci il “peccato”, non il “peccatore” (ha fatto eccezione, guarda caso, solo il comunismo). Dunque, stando a quanto si afferma nel documento, nel mirino dei vescovi potrebbero finire, oltre agli scontati Putin e Netanyahu, anche governanti come Trump e i vertici della stessa U.E.: “sensibili” alle sirene di guerra (quando non promotori diretti di guerre), sostenitori di ogni tipo di iniquità, nonché protagonisti della cosiddetta “deriva autoritaria” che attraversa tutte le democrazie occidentali.

Il metodo di contrasto auspicato dalla CEI consisterebbe in un “rinnovato impegno internazionale per il controllo degli armamenti”, cioè – si presume – nella frustra riproposizione di organismi svuotati di ogni potere e succubi delle potenze imperialiste dominanti come da sempre è l’ONU – e come da ultimo si è riconfermata con l’approviazione del colonialista “piano Trump” su Gaza.

Non è di certo la prima volta che la chiesa cattolica, insieme alla diplomazia vaticana, invoca l’intervento di una Autorità “super partes” nella figura dell’ONU; in maniera tanto inutile quanto scandalosamente acquiescente ai rapporti di forza tra le potenze imperialistiche determinatisi sul terreno dello scontro internazionale. Un atteggiamento pietistico verso quelle masse “povere e sfruttate” oggetto di tante invocazioni durante le omelie nelle feste comandate…

                    “AGENZIA UNICA EUROPEA”. E COMUNQUE: “VIVA L’U.E.”!

Però ora una novità va registrata, e consiste nella presentazione di una proposta per “una rinnovata cooperazione europea”, che sfoci in una “Agenzia unica per il controllo dell’industria militare e del commercio di armi”. Non solo: si attua una netta presa di distanza da “quelle economie che sostengono la produzione e il commercio di armi”, in aggiunta al boicottaggio dei titoli azionari dell’industria militare… quelli che – dice la nota – “contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente (?!), l’impegno militare da parte dei governi.”  

In cosa consiste e come dovrebbe funzionare una siffatta “Agenzia unica europea”, alla luce di quel riarmo tanto condannato a parole?

Non pronunciandosi in alcun modo a riguardo, conviene andare a vedere cosa la CEI pensi dell’U.E.

Beh, ne pensa molto bene, al punto da collocarla al di sopra, nettamente al di sopra (pur con i suoi “mali secolari”) delle superpotenze americana e russa: dedite al nazionalismo e protagoniste principali della bergogliana “guerra mondiale a pezzetti”.

Mentre all’U.E. si riservano elogi sia per la sua storia (fattore di pace, sviluppo e concordia tra i popoli – tipo: la guerra per fare a pezzi la Jugoslavia…) sia perché oggi essa rappresenta “un’altra strada possibile”.

Infatti, scrive la CEI, “non è casuale che contro di essa si volgano molti nazionalismi, ostacolando la costruzione di una realtà politica comune.” Al punto che “alcuni la vogliono abbandonare (i sovranisti, NDR), mentre altri intendono “ridurla a mero mercato (i globalisti liberisti, NDR).”

Invece i vescovi italiani – sottolineato che “la patria dei cristiani è l’Europa” – sono per salvaguardarla nei suoi intenti fondativi, “espandendone tutte le potenzialità di pace.”

Va da sé che questa Europa – che ha praticato uno spietato colonialismo per cinque secoli in tutto il mondo! – e questa UE, composta dai vari imperialismi continentali eredi dei vecchi imperi coloniali, abbia, in realtà, tranquillamente continuato a svolgere anche dopo il 1945 un ruolo di primo piano nella spartizione del mondo: a colpi di sfruttamento, neo-colonialismo, repressioni interne, guerre guerreggiate, spedizioni militari, commercio di armi, compartecipazione diretta a quella devastazione del “creato” tanto stigmatizzata dal documento dei vescovi, Bibbia alla mano.   

Ed è precisamente con questa Europa, con questo imperialismo d’Europa, che la CEI intende schierarsi, e si schiera, prendendo una posizione abbastanza chiara di fronte allo scontro che vede ora opporsi USA e UE sulla guerra in Ucraina (e non solo).

Papa Leone XIV proprio in questi giorni si è espresso affinché l’Europa non sia assente dal “tavolo di pace” sull’Ucraina. Siccome l’Ucraina sta in Europa “non sarebbe realistico”, secondo il papa, “escludere quest’ultima dai negoziati”. Rimanendo nel merito, la CEI si dice “sconcertata da una guerra in cui l’aggressore (la Russia, NDR) usa riferimenti al Vangelo per motivare la propria azione.” Gli accenti sono diversi da quelli di papa Francesco, che aveva visto all’origine di questo conflitto quell’“abbaiare alla porta” russa da parte delle potenze occidentali oggi cancellato dal “nuovo corso” vaticano. Ed è evidente che schierarsi con l’UE significa schierarsi per la continuazione all’infinito della guerra in Ucraina.

Ma non si tratta solo di Ucraina.

Basta leggere come nel documento, relativamente alla guerra (e al genocidio) in Palestina compiuto dallo Stato di Israele, ci si limiti a parlare di “realtà lacerante di una situazione conflittuale in Terra Santa” e delle “inaccettabili recenti pratiche” (recenti!?) dello Stato sionista. Rimanendo così sulla falsariga di tutti i farabutti governanti europei sostenitori di Israele e complici del massacro, ed equiparando il genocidio sionista con “le stesse inaccettabili violenze di soggetti come Hamas” (argomentazione che è il refrain preferito di chi vuole negare al popolo palestinese il diritto alla resistenza armata).

Anche su questo, la CEI ricalca il canovaccio europeo sulla Palestina: presa di distanze da Israele, pur continuando a sostenerlo materialmente e idealmente, al solo scopo di usare il genocidio come argomento di politica estera anti-trumpiana. Permettendo, in sostanza, che la mattanza continui.

                           DALLA “GUERRA GIUSTA” AL “MAI PIU’ GUERRA!”

Si sa come la chiesa cattolica (e le chiese di ogni ordine e grado) ci tenga molto a ribadire, nei documenti ufficiali, la “perfetta continuità” dei suoi alti magisteri. Ne consegue che anche in questa occasione i vescovi cerchino di dar a intendere come le mutate posizioni dei pontefici sulla “guerra giusta” costituiscano solo una “messa a punto” dei loro “sacri immutabili principi”.

In sostanza, oggi la chiesa non sosterrebbe più l’agostiniana “guerra giusta”, proclamando invece il “mai più guerra!”.

Ma lo zampino di S. Agostino non è del tutto sparito. Quando nella nota i vescovi riportano la posizione di papa Benedetto XV racchiusa nella “Lettera ai Capi degli Stati belligeranti” (1° agosto 1917, in cui il papa parla di quella guerra come “inutile strage”) ci dicono in sostanza che ben poco è cambiato sul possibilismo e sul classismo di fondo che anima le scelte politiche (sì politiche!) di questa struttura millenaria di conservazione.

Scriveva Benedetto XV come si sarebbe dovuto virare verso “la diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti…nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell’ordine pubblico nei singoli Stati; e, in sostituzione delle armi, l’istituto dell’arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice.”  

Se togliamo il riferimento all’“ordine pubblico” (non minacciato, per ora, da nessuna rivoluzione) il nucleo odierno della posizione vaticana cambia di poco: arbitrato internazionale, diplomazia, cessazione dei conflitti tra Stati, diminuzione degli armamenti… Per cosa? Per mantenere gli attuali rapporti sociali. Basta che siano “pacificati”, proiettati verso la giustizia, i diritti umani, l’inviolabilità della persona.

Cioè, secondo noi marxisti, verso un capitalismo “buono” che semplicemente non esiste, né può esistere!

Siccome, secondo un vecchio adagio, “il diavolo si nasconde nei dettagli”, la prova del nove di come questa “non violenza” predicata dai vescovi, diventi praticamente acquiescenza verso il capitale e la sua violenza di classe e imperialista, la si trova tra le righe del documento, dove non si parla di “abolizione” degli arsenali militari, ma di una loro “regolamentazione” nella produzione e nel commercio.

Cosa che fa il paio con il richiamo al “Catechismo della Chiesa cattolica”, in cui è sì stato introdotto il concetto che “l’armarsi ad oltranza moltiplica le cause di conflitti ed aumenta il rischio del loro propagarsi” (nota 2315), ma non è stata contestualmente abolita la precedente nota n. 2309, relativa alla “legittima difesa con la forza militare” (pur con tutte le mediazioni previste).

Al di là della sublimazione del verbo “non-violento” di cui il testo è impregnato, non ci vuole molto a capire che dire sì alla “difesa” e al contempo “mai più la guerra” è un ossimoro capace di aprire il cancello a mille declinazioni. Come la storia ci insegna in maniera inequivocabile.

Tant’è che la CEI, nel mentre rilancia l’obiezione di coscienza e il servizio civile obbligatorio come opposizione al riarmo e al ripristino della leva militare (“se vuoi la pace prepara la pace”), allo stesso tempo non nega che la difesa della “patria” possa richiedere il ricorso alle armi.

Ora, dal momento che la guerra viene sempre presentata dai banditi imperialisti come “guerra di difesa”, e la trappola della “provocazione del nemico” è sempre dietro l’angolo (basti pensare al sabotaggio del gasdotto Nord Stream, fatto dagli ucraini ma in prima battuta appioppato ai russi), chiunque può capire che il barcamenarsi su questioni vitali come queste è espressione di pura ipocrisia.

Un’ulteriore prova la si ha quando i vescovi si riferiscono alle “missioni umanitarie all’estero sotto egida ONU, missioni di “interposizione” che porterebbero, secondo loro, “stabilità politica, superamento dei conflitti, costruzione di processi di sviluppo” … mentre invece è esattamente vero il contrario: essendo tali “missioni” essenzialmente delle iniziative di spartizione e penetrazione imperialista e, nel caso specifico, dell’imperialismo italiano! Definizione che suona blasfema alle orecchie dei porporati.

La retromarcia sui cappellani militari, invitati a vivere “forme di presenza meno direttamente legate all’appartenenza militare” (a togliersi le stellette e svolgere un ruolo di amici e di confidenti dei giovani in divisa) la dice lunga su un progetto di reinserimento della chiesa nella generale tendenza al riarmo. Più modulato, più avvolgente, più “umanitario”, ma non meno di sostegno al “proprio” imperialismo.

                             POLITICANTI FURBASTRI E CINICI CANTORI

Del resto, la traduzione del messaggio dei vescovi da parte di alcuni squallidi personaggi guerrafondai della politica italiana la dice lunga su come il “pacifismo” clericale possa essere senza fatica tradotto in bellicismo o semplicemente bypassato.

Intervistato dal “Fatto quotidiano” (7 dicembre) nel merito del documento CEI Pier Ferdinando Casini (uno dei gattopardi democristiani uso a tutte le giravolte, oggi nel PD) chiosa: “Noi non siamo preti, ma laici. La chiesa fu contraria anche agli euromissili” … che garantirono però uno dei periodi più lunghi di pace (sic) … “le democrazie si armano per difendersi, i regimi per aggredire.”

Il più agostiniano, sempre del PD, Graziano Delrio (fautore di un DdL che equipara vergognosamente antisionismo con antisemitismo, in coppia col DdL del forzista-fascista Gasparri) commenta: “Giusto aumentare le spese per la Difesa, perché non possiamo ignorare che il mondo sia fatto anche di male.”

Ma decisamente molto più istruttiva è la parte assunta da un intellettuale “super-cattolico” come il professor Stefano Zamagni, presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali.

In una intervista sul tema, dopo aver denunciato la guerra come conseguenza della “struttura di peccato” corrispondente alla disuguaglianza sociale e alla insostenibilità del debito, costui mette a nudo – senza remore –  la vera collocazione dei vescovi italiani sul riarmo.

“L’Occidente fa debiti per riarmarsi”, afferma il giornalista. E lui: “La linea presa in Europa non serve a niente perché non ha senso riarmare i singoli paesi senza un piano di difesa comune. Il rischio di duplicazione è enorme con un eccesso di armi notevole. Per non parlare del fatto che se l’obiettivo è aumentare la deterrenza nei confronti dei potenziali invasori … bisognerebbe investire tre volte tanto.”

Veniamo così a sapere da Zamagni, papista doc inserito nei piani alti del clero, che il problema della CEI non sarebbe tanto il “riarmo”, quanto la sua razionalizzazione!

Cioè: l’approntare una “vera” difesa comune europea!

Alla faccia del pacifismo!

                                                        IN CONCLUSIONE

Cosa rimane allora di concreto, da poter mettere sul tavolo di una mobilitazione contro la guerra dal versante cattolico? Ce lo chiediamo proprio perché la chiesa, strumento di conservazione ma con una certa influenza tra le masse (seppur in calo), non può esimersi dal dover fare i conti con il loro “sentire”. Un “sentire” che è attualmente orientato contro il coinvolgimento diretto in guerra. Ragion per cui per la CEI si tratta di utilizzare tale sentimento per il suo posizionamento filo-U.E.

Non è detto, perciò, che la cosa fili liscia come l’olio, o che alla fine risulti indolore per le gerarchie cattoliche.

Ce ne occupiamo perché ci interessa – e molto –  fare la disamina delle forze disposte a muoversi fattivamente contro il disastro epocale prospettato dal capitalismo mondiale, qualunque sia il credo di chi si renda disponibile.

Le stesse proposte avanzate nel documento CEI – boicottaggio dei titoli azionari dell’industria militare, boicottaggio delle aziende che producono e che commerciano armi, rilancio dell’obiezione di coscienza e del servizio civile come alternativa a quello militare – ove fossero prese sul serio, per esempio, dalle associazioni giovanili cattoliche e accompagnate da una qualche forma di attivismo, di mobilitazione reale, potrebbero costituire una contraddizione su cui intervenire.

Ma, per ora, di ciò non si vede neppure l’ombra.

In conclusione, ci sentiamo di riaffermare e rilanciare ciò che scrivemmo nell’ottobre del 2022, dopo otto mesi dallo scoppio della guerra in Ucraina, nell’Introduzione al volume “La guerra in Ucraina e l’internazionalismo proletario”.

Nel preconizzare un vero e proprio collegamento proletario internazionale e internazionalista contro la guerra, precisavamo che: “Il nostro primo passo riguarda l’Italia, dove abbiamo partecipato e continuiamo a partecipare attivamente ad ogni iniziativa che abbia una valenza, almeno potenziale, di resistenza e intralcio alla continuazione della guerra e alla corsa al riarmo.”

E ancora: “Pare che, con estremo ritardo [un ritardo che si è ben protratto purtroppo – n.], anche in Italia alcune componenti del pacifismo di matrice cattolica, e non solo, intendano battere un colpo. Il nostro intento sarà quello di interagire con queste manifestazioni e con tutto ciò che si muove sul terreno di rottura dell’unanimismo bellico oggi imperante, senza per questo indietreggiare dai compiti di denuncia, organizzazione e battaglia politicaautonomi.

Nel frattempo, il nuovo attacco genocida dello Stato sionista al popolo palestinese ha posto con maggiore urgenza il problema di una lotta internazionale contro l’imperialismo e il neocolonialismo, in tutte le loro sfumature. Su questo, milioni di giovani e di lavoratori/lavoratrici si sono mobilitati in tutto il mondo, partecipi di una rinnovata opposizione all’oppressione e alle guerre del capitale.

Nessun aiuto potrà venire a questa mobilitazione da istituzioni colluse col potere del capitale come lo è, da secoli, la chiesa cattolica.                

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