Con lo sciopero di venerdì 18 indetto dal SI Cobas e la giornata di lotta di sabato 19 la mobilitazione contro il DDL Piantedosi-Nordio-Crosetto ha fatto un deciso passo avanti, benché certo non sufficiente a fermare il DDL. E neppure – se si legge la situazione con il necessario realismo – a raccogliere le forze necessarie a mettersi di traverso alla sua applicazione, una volta che fosse approvato.
Il SI Cobas ha confermato di essere la componente più combattiva del sindacalismo di base, la sola disposta a ricorrere all’arma dello sciopero per contrastare l’avanzata della politica repressiva del governo Meloni. E ha confermato di rappresentare la componente tuttora più combattiva della classe operaia, cioè i lavoratori della logistica in larghissima parte immigrati (così come dimostrato dalla stessa composizione del corteo di Roma). La manifestazione del giorno 19 a Roma è stata di sicuro una riuscita prova di orgoglio e di protagonismo di questa preziosa componente di avanguardia della classe lavoratrice – al di là della disputa sui numeri reali di essa che non ci ha mai appassionato.
D’altro canto, va registrato che oltre 18 mila lavoratori e lavoratrici del pubblico impiego e un numero imprecisato, ma non insignificante, di lavoratori e lavoratrici del privato non aderenti al SI Cobas hanno aderito allo sciopero del 18 contro il DDL 1660. Queste prime stime indicano che esiste una disponibilità più ampia ad entrare nella battaglia politica avviata dalla Rete Liberi/e di lottare: una disponibilità di cui ci sono arrivati direttamente molti segnali (in particolare dalle fabbriche e dalle scuole), che non si traduce ancora in una corrispondente presenza in piazza, ma che va intercettata e organizzata nelle mobilitazioni a venire.
Ciò implica uno sforzo innanzitutto politico, ma anche organizzativo e sindacale, per unire alla partecipazione degli operai della logistica quella di lavoratori e lavoratrici di altri settori e della parte più ampia possibile dei giovani che sono scesi nelle piazze negli scorsi mesi, in larga parte a sostegno del popolo e della resistenza palestinese, ma anche contro l’alternanza scuola-lavoro e il DDL-Valditara. Il fatto che nella stessa data del 19 altre realtà avevano già previsto iniziative locali (ad esempio a Milano e a Napoli) che sono entrate oggettivamente in concorrenza con quella nazionale, ha reso impossibile far sì che la manifestazione di Roma rappresentasse questa “totalità”. Ciò è la dimostrazione che la ragione alla base della nascita della Rete Liberi/e di lottare, cioè la necessità di collegare e unire le lotte e le resistenze sindacali, sociali, ecologiche a partire dal no al DDL-sicurezza, non solo è tuttora fondata, ma impone a tutte le sue componenti una ulteriore assunzione di responsabilità in tal senso.
Nonostante il passo in avanti rappresentato dalle giornate di lotta del 18-19, però, siamo appena agli inizi della battaglia contro il DDL 1660 e contro il salto di qualità della repressione statale delle lotte (di tutte le lotte!) e della prevenzione dei conflitti di classe, sociali ed ecologici a venire, che questa nuova legge vuole sancire. Guai a non comprenderlo, a ritenere che il più sia fatto e cominciare già a tirare i remi in barca.
Dopo le prove positive del 5 e del 18-19 ottobre, il problema ora è come proseguire, rafforzare ed estendere l’iniziativa unitaria rompendo gli steccati che lo stato e il governo Meloni (con l’aiuto della finta opposizione) hanno costruito intorno alla mobilitazione contro questa legge liberticida, schiavista, da stato di polizia; ed anche intorno alla mobilitazione – strettamente connessa, e assolutamente da rilanciare – contro il genocidio a Gaza, l’economia di guerra, e la sempre più evidente corsa ad una nuova guerra mondiale, a partire dagli sviluppi drammatici che la guerra tra NATO e Russia in Ucraina sta per avere.
Le questioni da affrontare di petto sono tre.

La prima è provare a far interagire l’iniziativa contro il DDL 1660 con i primi segni di una mobilitazione operaia venuti – dopo anni di totale stasi – con lo sciopero degli operai Stellantis e del settore auto del giorno 18. Non la facciamo facile, ma bisogna andare in questa direzione. Ed è merito dei compagni della TIR e del SI Cobas di Torino aver fatto una prima prova in tal senso, dando appuntamento il 18 al cancello 20 di Stellantis a Mirafiori, dove si scioperava, per un’assemblea intercategoriale di lavoratori appartenenti alla Fiom e al SI Cobas, che si è tenuta con molta soddisfazione dei presenti. Nell’assemblea erano presenti lavoratori della logistica, autotrasporti, Stellantis, Iveco, Mopar, Avio, cooperative sociali, il Comitato disoccupati e precari Dobbiamo vivere, il collettivo Alterpolis del Politecnico, e vi è emersa forte la critica alla Fiom per aver limitato lo sciopero al settore auto, pur trattandosi di un attacco così pesante da avere un impatto generale. Piccoli numeri ancora, senza dubbio, anche perché molti degli operai Stellantis erano in marcia verso Roma, ma una grande idea. La cui prima realizzazione è riuscita ad intercettare anche una delle componenti studentesche più attive dell’università e alcuni giovani di Fridays for future.
Questa – secondo noi – è la direzione in cui procedere non solo verso gli operai del settore auto, ma verso qualunque altro settore del proletariato industriale, del lavoro salariato e del mondo giovanile che dia segni, anche iniziali, di risveglio, o di disagio per gli attacchi padronali e le politiche anti-operaie e autoritarie del governo – la sola prospettiva in cui la forza finora espressa può funzionare come un magnete o un moltiplicatore. In poche parole: occorre mettere le forze già organizzate su una prospettiva classista – forze essenziali, ma molto minoritarie – al servizio del compito fondamentale: rompere, o quanto meno indebolire, il cordone sanitario costruito per isolare dal grosso del proletariato e del lavoro salariato i settori più combattivi, che hanno rotto con la subordinazione al padronato, al governo e alle organizzazioni sindacali confederali che ne rappresentano la longa manus fra i lavoratori.
E’ un compito di primaria importanza. Sarebbe un grave errore cullarsi nell’illusione che il procedere delle contraddizioni da cui è attanagliato il sistema capitalista, la necessità per le classi dominanti di attaccare sempre più a fondo i proletari, la tendenza alla guerra, spingeranno automaticamente il grosso dei proletari fra le nostre fila. La storia, anche recente, ci dice che non è così. E dobbiamo essere consapevoli che per estendere la lotta alla massa degli sfruttati e delle sfruttate, la sola condizione per inceppare la macchina della repressione, dello sfruttamento e della guerra, il più del lavoro resta da fare.
La seconda è superare la frammentazione che tuttora caratterizza la mobilitazione contro il DDL 1660. Il suo allargamento è ormai un dato di fatto, lo prova la stessa giornata del 19, che ha visto, oltre la manifestazione nazionale del SI Cobas, un’altra decina di manifestazioni cittadine, spesso con centinaia di partecipanti, alcune direttamente legate alla Rete Liberi/e di lottare, altre promosse da Usb-Potere al Popolo e aree politiche non aderenti alla Rete. Una manifestazione dei centri sociali del Nord Est si prepara per questo fine settimana. A coloro che vi sono coinvolti/e diciamo: la Rete Liberi/e di lottare è nata da luglio con numerose assemblee pubbliche, larghe, partecipate, composte da realtà eterogenee dove sono state fissate solo tre discriminanti per la lotta unitaria contro il DDL-”sicurezza”: respingere il DDL nella sua interessa, assumere davanti alle guerre in corso una posizione inequivoca di denuncia degli interessi imperialisti e coloniali, non fare alcun tipo di affidamento sulle forze della cd. opposizione parlamentare. Se le condividete, che senso ha accettare o addirittura promuovere nuove reti e la proliferazione di iniziative scoordinate?
La terza riguarda gli appartenenti alla Rete chiamati tutti a trasformare l’adesione alle linee guida di analisi e di lotta contenute nel Manifesto fondativo della Rete in un’attività sempre più strettamente collegata con il programma di iniziative deciso nelle sedi collettive (assemblee in presenza o in rete). La nuova assemblea – di particolare importanza – si terrà a Napoli il prossimo 27 ottobre, alla vigilia dell’avvio di un maxi-processo a 43 disoccupati organizzati del Movimento 7 novembre e di militanti di Iskra e SI Cobas, che le “autorità” hanno deciso di tenere all’interno del carcere di Poggioreale nell’aula riservata ai processi per mafia – una scelta simbolica che dice tutto. E che ci chiama alla massima solidarietà in quanto negli ultimi anni pochi movimenti proletari o sociali hanno saputo combinare, come il 7 novembre ha fatto con metodo, la lotta per le proprie immediate necessità con la denuncia delle guerre e della repressione, sia a livello nazionale che internazionale.
La squallida vicenda degli immigrati richiedenti asilo deportati nei kampi albanesi, e poi rimpatriati, mostra l’esistenza di contraddizioni anche acute in alto, all’interno delle istituzioni statali, come di norma avviene in contesti di guerra. Così come la pur timida riapparizione di mobilitazioni all’insegna del pacifismo mette in luce come stia crescendo in basso il disagio per la totale complicità nel bellicismo del cosiddetto centro-sinistra. Sono spiragli che un’iniziativa di classe e di lotta contro il DDL Piantedosi-Nordio-Crosetto può utilizzare: a condizione, però, di intensificare la propria azione e, lo ripetiamo, proporsi di “uscire dal ghetto”.

