Abbiamo preparato questo report nel pomeriggio di lunedì 28, ma per varie ragioni non ci è stato possibile pubblicarlo prima di ora. Lo lasciamo così come è stato scritto, nella sua forma originaria, pazienza se non è sufficientemente ingessata e burocratica, e nella sua scansione temporale (mettete indietro le lancette di 24 ore, dopotutto non è una gran fatica.). (Red.)
A Napoli, ieri [27 ottobre], c’era il sole. Questa è la sintesi più adeguata della seconda assemblea in presenza della Rete Libere/i di lottare, a cui hanno partecipato poco meno di 200 persone in una sala strapiena che non poteva contenerle/i tutte/i (collegamento faticoso per chi era stato impossibilitato/a a venire …). Stanchezza nelle gambe per essere partiti prima? Preoccupazione per la moltiplicazione delle iniziative contro il DDL-sicurezza al di fuori, in più o meno chiara concorrenza con quelle della Rete? Neanche l’ombra. Ore ed ore di dibattito intenso, quanto mai convergente sui contenuti, e franco nella individuazione anche delle criticità da affrontare e superare. Concluso con un piano di lotta ancora più ambizioso di quello fin qui messo in campo, fondato su un testardo impianto unitario, su cui – volenti o nolenti – dovranno misurarsi tutti gli organismi che siano realmente intenzionati a battersi fino in fondo contro questo salto di qualità della repressione statale, e il suo retroterra : la corsa alla guerra del sistema-Italia (e di tutto il resto: NATO e UE per primi) e l’instaurazione di un’economia di guerra.
Ma andiamo per ordine, cominciando con il dire chi ha partecipato ai lavori dell’assemblea: oltre il Movimento di lotta per il lavoro 7 novembre, Laboratorio politico Iskra, Tendenza internazionalista rivoluzionaria (presenze scontate, per dir così), i Giovani palestinesi d’Italia, il CPA di Firenze, il Movimento NO Tav della Val di Susa, alcuni coordinamenti provinciali del SI Cobas, l’Unione degli studenti (UDS), Panetteria occupata di Milano, Ultima generazione, alcuni nodi territoriali della Rete Libere/i di lottare, il C.O.R.E. di Roma, il Coordinamento dei comitato di lotta di Roma e Viterbo, il Comitato disoccupati e precari di Torino “Dobbiamo vivere”, la Rete della conoscenza, il Centro sociale Insurgencia di Napoli, il Fronte della gioventù comunista, il centro Handala Ali, Sinistra anticapitalista, Soccorso rosso proletario, e diversi altri organismi ancora, nonché singole/i compagne/i che hanno ritenuto di dire la loro in piena libertà.
Sarebbe troppo lungo, e forse tedioso, ripercorrere uno ad uno l’introduzione, gli interventi (molti dei quali di giovani compagne/i) e le conclusioni del mattino e del pomeriggio-sera. Ci sembra più utile restituire a chi non c’era il succo concentrato dei lavori.
C’è stata anzitutto la piena conferma di due punti essenziali dell’analisi della Rete: il DDL 1660 è figlio di politiche guerrafondaie, ed è un attacco organico a tutte le forme di conflittualità, non solo ad alcune (come in certe ricostruzioni riduttive e, al fondo, incapaci di comprendere gli elementi di fondo). E può essere perciò efficacemente contrastato solo con una risposta unitaria di tutte le forme di attività colpite, che ne esalti la forza, e si rivolga a quanti/e – la massa dei lavoratori e delle lavoratrici – pur non essendone immediatamente colpita, è comunque il bersaglio ultimo, il bersaglio grosso, nel tempo, di questo attacco.
Il 5 ottobre è stato considerato all’unanimità la prima di queste risposte unitarie. Una risposta centrata necessariamente sulla denuncia dell’operazione-massacro dello stato sionista e sulla totale solidarietà e sostegno alla lotta di liberazione anti-coloniale, anti-imperialista del popolo palestinese e degli sfruttati dell’area solidali con essa, ma che è stata capace al tempo stesso di inglobare in sé l’attacco alla corsa alla guerra, alla politica repressiva del governo Meloni e al DDL Piantedosi-Nordio-Crosetto. Una risposta data con i fatti, violando il divieto della questura di Roma, la migliore delle repliche possibili all’inaugurazione anticipata dell’“era del DDL 1660”.
Nel corso dei lavori è stato chiarito che questo disegno di legge è sì la prosecuzione di una prassi consolidata di misure “di sicurezza” prese nei decenni passati da governi di diverso colore – ciò che dà credibilità zero alle piccole manovre di smarcamento da questa o quella misura della cosiddetta opposizione parlamentare -, ma appresta un insieme di misure legali (nuovi reati, aggravamenti di pena, incondizionata tutela delle forze di polizia, anche nelle carceri e nei CPR, non solo in quelli in Albania, ma quelli già esistenti in Italia e i probabili nuovi che il governo Meloni vorrà costruire, completando l’opera del Pd Minniti) utili ad un pesante incrudimento della repressione statale. Chi ne minimizza il ruolo, compie un grave errore.
È stata registrata come fatto positivo (almeno in parte frutto secondario del lavoro della Rete) la moltiplicazione di mobilitazioni di piazza contro il DDL in questione esterne al circuito della Rete, con il risvolto negativo di una possibile dispersione in mille rivoli delle energie di quanti vi hanno aderito. Ecco perché si è deciso di incalzare, di andare a “sfidare” questi nuovi percorsi senza infantili formalismi, invitandoli a confluire in un unico alveo senza annacquare, però, i contenuti che ci hanno finora caratterizzati (come emerge dalla mozione conclusiva della giornata).
L’altro dato positivo registrato è stata la scesa in campo – nello sciopero del 18 ottobre proclamato dal SI Cobas – di alcune migliaia di lavoratori della logistica, un primo nucleo combattivo di classe operaia che ha animato anche la successiva manifestazione del 19, collocandosi ancora una volta all’avanguardia di un proletariato dall’immensa estensione quantitativa, ma tuttora nella sua stragrande maggioranza fermo – nonostante il malessere profondo che prova, ed al quale dobbiamo sforzarci in ogni modo di arrivare.
Il terzo elemento nuovo rispetto alla situazione sociale esistente all’atto della partenza della Rete è l’agitazione in corso degli operai della Stellantis (primo sciopero dopo 13 anni!), una parziale messa in moto (sabato scorso) delle piazze “pacifiste” e l’emergere di risposte sostanzialmente spontanee ad alcuni crimini delle forze di polizia contro gli immigrati (vedi il caldo e molto partecipato corteo di Verona che ha chiesto “verità e giustizia” per Moussa Diarra). È interessante lo stesso dato provvisorio fornito dal governo sull’adesione allo sciopero del 18 nel pubblico impiego (al momento: 21.570), specie se doppiato dalle adesioni nel privato di cui abbiamo avuto solo parziale riscontro.
Il provvisorio rallentamento nell’iter di approvazione del DDL-sicurezza, con l’emersione di contraddizioni anche nella base sociale di riferimento del governo Meloni (agricoltori, tassisti) e una protesta più marcata del prevedibile degli avvocati penalisti, ci dà, forse, un intervallo di tempo un po’ più ampio per rilanciare con decisione la parola d’ordine originaria “Fermiamo insieme il DDL 1660”.
Ma attenzione a non fraintendere. L’assemblea di domenica 27 si è collocata, specie negli interventi più solidi ed elaborati (non pochi), in un’ottica almeno di medio periodo, senza lasciarsi impiccare alla stessa, tuttora più che probabile, rapida approvazione della legge liberticida come se, una volta avvenuta, questa fosse in grado di chiudere ogni spazio di conflittualità. Al contrario, l’approfondirsi dei preparativi di guerre di grande portata, se non proprio di una nuova apocalittica guerra mondiale, è stato riconosciuto come lo scenario fondamentale con cui fare i conti, anche per il futuro della Rete. La battaglia contro il DDL e la sua eventuale applicazione non sarà certamente breve. Tanto meno sarà breve la battaglia contro la guerra, l’economia di guerra, il disciplinamento sociale per la guerra – di cui hanno dato conto diversi efficaci interventi su ciò che sta accadendo nelle scuole, nelle università, nei CPR, nella repressione delle proteste contro le catastrofi climatiche.
Rispetto a questa battaglia che alla fin fine pone l’alternativa tra guerra e rivoluzione sociale, la Rete intende porsi come portatrice dell’“interesse generale” di classe in una chiave che è, necessariamente, politica e insieme strategica. Politica, nel senso che chiama in causa la collocazione e il destino dell’insieme degli operai/e e dei salariati/e, non questa o quella categoria o frammento di categoria. Strategica, perché riguarda – al fondo – il destino del sistema sociale che ci sfrutta e ci opprime fino a toglierci il respiro e il futuro. Dato il quadro reale dell’antagonismo di classe oggi esistente, ogni particolarismo territoriale, categoriale, di singole organizzazioni, specie se esasperato (i casi non mancano), è cieco e controproducente.
I principali elementi di criticità nell’attività della Rete sono stati riscontrati nella costruzione delle reti locali, che è di grande importanza ma si scontra talvolta sia con effettive diversità di prospettiva, sia con fenomeni di auto-referenzialità che si oppongono al necessario sforzo unitario – le prime vanno trattate verificando se sono tali da rendere impossibili la collaborazione, i secondi vanno criticati senza mezzi termini. Un altro elemento di criticità da superare è stata la scarsa produzione, finora, di testi centrali, corrispondenti alle posizioni della Rete in quanto tale, e non di sue singole componenti. Il terzo, la relativa debolezza degli strumenti di socializzazione delle posizioni e delle iniziative della Rete a cui si metterà mano nei prossimi giorni.
L’approvazione della mozione conclusiva che potete leggere qui in coda dà, ma solo in parte, la misura del valore costituente della giornata del 27 ottobre che certo si trasfonde nei prossimi impegni comuni – contro la guerra e contro la Nato, contro il decreto Valditara e l’aziendalizzazione/militarizzazione della scuola e dell’università, per la solidarietà alla resistenza palestinese e ai colpiti dalla repressione (Luigi Spera, i 51 fogli di via, Tiziano che è tutt’ora ai domiciliari). E per concludere il mese di novembre, il 30, un momento di mobilitazione nazionale che potrebbe essere la replica – in grande – del 24 febbraio scorso a Milano, se riusciremo a battere i particolarismi: chiamato dai GPI e dall’UDAP sul tracciato “con la Palestina-contro la guerra-contro il DDL 1660”, può essere al tempo stesso, senza la minima contraddizione, un’iniziativa della Rete e di tutti/e sul tracciato “contro il DDL 1660 del governo Meloni-contro la guerra-con la Palestina e la sua resistenza all’aggressione sionista e dell’imperialismo occidentale”.
Abbiamo chiuso i lavori, a sera avanzata, convinti di potercela fare. Chiuso un mese intenso, con risultati più che discreti, se ne apre uno intensissimo con traguardi superiori.
A Napoli ieri [27 ottobre] c’era il sole. Anche dopo il tramonto. Quando ci siamo dati appuntamento al mattino dopo per accompagnare in corteo al processo i 43 disoccupati e militanti del Movimento 7 novembre, Cantiere 167 Scampia, SI Cobas, Iskra e TIR gravati da pesanti accuse, rovesciate puntualmente contro le istituzioni del sistema sociale che le hanno formulate. Sole e calore di lotta speciali anche lunedì 28. Del resto, chi non sia del tutto analfabeta in materia di storia, sa bene che da un secolo e mezzo molte delle esperienze di avanguardia del movimento proletario in Italia (o tutte?) sono nate esattamente qui. A Napoli.

Appello ad una mobilitazione unitaria contro guerra e DDL 1660
L’assemblea nazionale di Domenica 27 Ottobre ha visto partecipare circa 200 persone
provenienti da varie città. Un’assemblea promossa dalla Rete “Libere/i di Lottare –
Fermiamo il DDL 1660” e che ha rilanciato le ragioni della mobilitazione contro il decreto e
lo stato di polizia anticipato dai precedenti governi e che ora il governo Meloni tenta di
suggellare allo scopo di sostenere lo sforzo bellico e l’economia di guerra.
L’assemblea ha rilanciato una lotta generale per contrastare l’accelerazione repressiva
messa in campo dagli organismi dello stato. Gli attacchi repressivi sono portati nei
confronti di chi si è battuto contro la guerra e contro le fabbriche di morte in questi anni, la
criminalizzazione degli scioperi e dei picchetti operai, le misure preventive sempre più
frequenti che bollano come “socialmente pericoloso” chi si mobilita contro le grandi opere,
la crisi climatica, la devastazione ambientale, il diritto alla casa e il miglioramento delle
condizioni di vita e di lavoro, al fine di annullare ogni mobilitazione contro la guerra e il
genocidio a Gaza e ogni possibilità di migliorare le condizioni di vita e di lavoro con
pratiche conflittuali.
L’apparato messo in campo per giornate come quella del 5 Ottobre è al contempo una
riprova materiale e un’anticipazione della volontà di questo governo; di converso, proprio
la piazza del 5 ottobre a Roma ha rappresentato un crocevia fondamentale
dell’opposizione non solo al DDL, ma anche ai dispositivi repressivi già in vigore che ne
rappresentano la base e il presupposto, non limitandosi a denunciare la chiusura degli
spazi di agibilità, ma praticando la rottura e l’insubordinazione ai divieti e alla
criminalizzazione delle opinioni incompatibili, su tutte il sostegno alla resistenza del popolo
palestinese.
Dopo il 5 ottobre non si sono fermate le lotte e le mobilitazioni: lo sciopero del 18 Ottobre,
che ha visto in campo migliaia di lavoratori della logistica che fuori ai magazzini hanno
risposto coi fatti alla criminalizzazione dei picchetti, la successiva giornata di mobilitazione
nazionale a Roma e in altre piazze locali, i segnali di ripresa dell’opposizione sociale
evidenziate anche dallo sciopero in Stellantis e dalle piazze pacifiste, hanno dimostrato
che c’è ancora, in questo paese, un’ampia fetta di lavoratori, studenti, disoccupati e
attivisti che non abbassa la testa di fronte a questo salto di qualità della repressione statale.
La guerra, il carovita, le condizioni di vita, le conseguenze del collasso climatico,
impongono l’impossibilità di mettere da parte iniziative e pratiche di lotta radicali che anzi
andranno moltiplicate già a partire dai prossimi mesi.
L’attacco portato da questure e procure lo rende sempre più chiaro: le lotte messe in
campo in questi mesi sono indissolubilmente intrecciate, e in tal senso l’assemblea
considera rilanciare una mobilitazione unitaria, a carattere nazionale. Questa necessità si
lega alla disponibilità, riscontrata negli interventi e dal lavoro quotidiano dei nodi della Rete
e delle organizzazioni presenti, di un’ampia fetta della popolazione che è contro questo
decreto e che specialmente si oppone ai piani bellici dei governi imperialisti e del governo
Meloni.
Per far fronte a questa prospettiva, condivisa e determinata, l’assemblea ha sottolineato la
necessità di un allargamento della mobilitazione mantenendo centrali le colonne che
hanno fatto partire la battaglia contro questo decreto: la sua irriformabilità e l’opposizione
alla guerra.
Per questo l’assemblea propone di lanciare un appello a tutte le organizzazioni sindacali e
politiche, le associazioni e gli organismi studenteschi e giovanili, le RSU e le lavoratrici e i
lavoratori combattivi per la convocazione di una mobilitazione unitaria contro il DDL e
contro le politiche guerrafondaie del governo Meloni. Abbiamo bisogno, tutte e tutti, di una
grande giornata di mobilitazione che possa riunire le decine di migliaia di persone che si
sono attivate in questi mesi contro questo disegno di legge.
Per far questo, l’Assemblea rilancia un calendario di mobilitazioni in vista di questa
mobilitazione:
- Settimana di azioni ed iniziative contro la guerra e contro la NATO dal 2 al 9 Novembre;
- Sciopero studentesco del 15 Novembre contro la scuola del merito, la repressione e per
far vivere la mobilitazione contro il DDL 1660; - Azioni locali di solidarietà internazionale alla resistenza palestinese il 21/22 Novembre;
Inoltre esprimeremo la nostra vicinanza e solidarietà per le giornate di udienza per Luigi, il
6 Novembre, e per Tiziano, il 14 Aprile.
Lanciamo questo invito a tutti gli organismi con la proposta di verificare la possibilità di
convergere sulla manifestazione nazionale unitaria convocata dalle realtà ed
organizzazioni palestinesi per il 30 Novembre a Roma in occasione della giornata
internazionale di solidarietà al popolo palestinese. Quella giornata potrà già stesso essere
un appuntamento a cui chiamare ad una convergenza unitaria per una grande
manifestazione nazionale contro il genocidio, contro la guerra e contro il DDL 1660.
Fermiamo il DDL 1660 e il governo della guerra!

