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Piantedosi confessa: mi mandano i padroni della logistica, anzitutto contro il SI Cobas.

La confessione è la prova regina – un vecchio detto, che è quasi sempre vero (vanno escluse, infatti, le confessioni estorte). Questa volta a confessare il delitto appena compiuto è stato il ministro dell’interno Piantedosi, e di certo nessuno l’ha costretto con la forza ad ammettere la colpa. Due giorni fa alla Camera, in risposta a un’interrogazione dei “moderati” Lupi e Brambilla, ha dichiarato che tra i principali bersagli del Ddl sicurezza vi sono gli scioperi nella logistica, ed “in particolare” le lotte condotte dal SI Cobas, riconosciuto dal ministro come la sigla al tempo stesso più radicale e più rappresentativa nel comparto (come è). Ha anche indicato più volte il mandante: le imprese, le imprese, le imprese, cioè i boss della logistica. Noi non avevamo alcun dubbio a riguardo. Tuttavia anche questa ammissione serve a chiarire quali sono i veri legislatori non eletti dal “popolo degli elettori”: i padroni.

Dunque: con il DDL 1660 il governo della guerra e della repressione, va anche ufficialmente alla guerra contro i lavoratori e contro il sindacalismo combattivo.

Come evidenziato dalla replica pubblicata in queste ore dal SI Cobas (che pubblichiamo qui sotto), la reintroduzione del reato di blocco stradale (che può essere applicato ad ogni picchetto efficace) ha un duplice obbiettivo: da un lato, azzerare un ciclo di lotta che per oltre un decennio, in un comparto sempre più strategico per il capitalismo globale, ha dato molto, proprio molto, filo da torcere ai padroni, grazie al coraggio, alla combattività e al protagonismo collettivo di migliaia di proletari/e immigrati/e; dall’altro, dare un monito preventivo nei confronti di chiunque sui luoghi di lavoro e nei contesti urbani si trovi costretto a mettere in campo forme di lotta analoghe per difendersi dalle aggressioni padronali o statali.

Ricordiamo, infatti, che la pratica del picchetto (quindi del “blocco stradale” così come disciplinato dall’art.11 del Ddl), che in questi anni è stata quasi esclusivo appannaggio delle lotte dei facchini e dei driver nella logistica e del sindacalismo di base, e “in particolare” del SI Cobas, costituisce da sempre uno strumento di lotta fondamentale per l’auto-difesa operaia e per la “contrattazione” sindacale. Ad essa hanno fatto ricorso negli ultimi anni, in maniera spontanea (contro le indicazioni di Cgil-Cisl-Uil) anche lavoratori di altri comparti, ad esempio per fronteggiare piani di licenziamenti di massa – vedi le recenti esperienze della Whirlpool, dei portuali di Genova, della GKN, dell’Ilva di Taranto, ecc. Per non parlare delle lotte dei disoccupati che hanno nel “blocco stradale” la forma tipica, e necessaria, di contrattazione con le istituzioni.

Dunque, per i padroni e per lo stato borghese l’attacco (e non è certo il primo) all’”anomalia-SI Cobas” è un messaggio all’intera classe lavoratrice: in tempi di guerra e di economia di guerra non è più consentito disturbare il manovratore. “Zitti e sgobbare”, non importa se con un salario da fame e/o in condizioni che mettono a rischio anche la propria vita.

Non è la pura e semplice replica dei decreti Salvini del 2018, scritti anche quelli sotto dettatura delle grandi imprese della logistica, e vantati come una conquista dal trasformista Conte. Perché con questa “legge-manganello” il governo vuole “regolare i conti” con tutte le realtà ed esperienze di lotta in corso e creare gli strumenti giuridici necessari per stroncare sul nascere tutti i futuri, inevitabili conflitti sociali e politici. Come abbiamo ripetuto più volte, la sempre più marcata tendenza alla guerra sul fronte esterno richiede un fronte interno pacificato nella sua interezza.

Con l’introduzione di nuovi reati e le pesanti aggravanti di pena, il DDL 1660 mette sotto tiro, oltre gli scioperi dei lavoratori della logistica, le manifestazioni contro le guerre, a cominciare da quelle contro il genocidio di Gaza (non a caso il primo divieto dell’”era del DDL 1660″ riguarda il prossimo 5 ottobre), e da quelle contro la costruzione di nuovi insediamenti militari. Sotto tiro sono anche le proteste contro le “grandi opere”, la catastrofe ecologica, la speculazione energetica; contro le occupazioni di case sfitte. Completano il quadro repressivo – che risponde ad un disegno organico di molto più ampio raggio rispetto a quello di 6 anni fa – le durissime norme contro qualsiasi forma di protesta e di resistenza, anche passiva, nelle carceri e nei Centri di reclusione degli immigrati senza permesso di soggiorno, perfino contro le proteste di familiari e solidali a loro supporto. Né si può sottovalutare che il DDL 1660 punisce anche il “terrorismo della parola”, cioè la detenzione di scritti che inneggiano alla lotta – “dal momento che, gratta gratta, dietro il ricorso alla categoria “terrorismo” non c’è altro che la lotta di classe e le lotte sociali ed ecologiste” (come si legge nel Manifesto della Rete Liberi/e di lottare).

La costituzione della Rete Liberi/e di lottare, con il suo sforzo di mettere in collegamento e unire esperienze di lotta che fin qui non si sono quasi mai parlate, intende rispondere proprio al carattere globale di questa offensiva repressiva con la costituzione di un fronte il più ampio e unitario possibile, rifuggendo ogni tentazione isolazionista e ogni illusione di autosufficienza. Tanto più perché, in contemporanea, va verso la sua definitiva approvazione anche il progetto di legge Valditara, che corona la corsa al disciplinamento della vita scolastica in chiave autoritaria e poliziesca, attraverso umiliazioni e punizioni. E, attenzione, sono in agguato altri disegni di legge repressivi, ad esempio, quello volto a punire l’antisemitismo (DDL 1004, Romeo – Pirovano – Bergesio).

In questi giorni, mentre il Ddl Piantedosi-Nordio-Crosetto è approdato al Senato, in numerose città si stanno organizzando i nodi locali della Rete Liberi/e di Lottare in vista delle prossime scadenze di lotta locali e nazionali contro il nuovo stato di polizia. Domenica prossima si tiene a Bologna l’assemblea convocata dal SI Cobas in vista dello sciopero generale del 18 ottobre e della manifestazione nazionale del 19 ottobre. In queste ore, poi, i Giovani palestinesi hanno rilanciato l’appuntamento del 5 ottobre a Roma, respingendo al mittente i divieti di Meloni e Piantedosi, e la Rete Liberi/e di lottare ha confermato la sua partecipazione il giorno 5 con la parola d’ordine: allo stato di polizia rispondiamo con la mobilitazione di massa, affermando il nostro diritto di scendere in piazza!

Il piano di iniziative dell’opposizione di classe al Ddl 1660 è quindi abbastanza ricco e variegato. Sforziamoci di attuarlo rivolgendoci al di fuori degli stretti circuiti militanti con la fiducia di poter essere capiti, e in parte anche seguiti, da un’area sociale di lavoratori e lavoratrici, di giovani, di “cittadini comuni” più ampia di quella che le incallite abitudini minoritarie riescono ad immaginare. Battiamo in modo infaticabile sui nessi guerra – economia di guerra – repressione su larga scala.

Di seguito l’intervento-confessione di Piantedosi e il comunicato del SI Cobas in risposta alle sue dichiarazioni

https://www.facebook.com/watch/?v=501951522748522&rdid=DJyO1oaPTp0iVM4d

Ddl 1660 e scioperi nella logistica:

📌📌📌 RISPONDIAMO A PIANTEDOSI 👇🏼

Il ministro dell’interno nel contesto di un’interrogazione parlamentare sul tema “misure per il contrasto del fenomeno dei blocchi di protesta ai poli logistici della grande distribuzione organizzata”, ha chiarito al grande pubblico i reali intenti del Ddl 1660: attaccare il S.I. Cobas e il movimento operaio istituendo lo stato di polizia contro gli scioperi e le lotte sociali.

Il paladino della giustizia padronale ammette che “allo scopo di garantire alle aziende ogni ulteriore possibile strumento di deterrenza, nel disegno di legge in materia di sicurezza pubblica appena approvato da questa camera, è stato previsto che colui che impedisca anche solo con il proprio corpo la libera circolazione su strada ordinaria o ferrata come avviene in questi casi commette un delitto e non più un illecito amministrativo punito con la reclusione fino ad un mese; in caso di reato commesso da più persone la reclusione è da sei mesi a due anni…”

Per noi non è certo una novità: da anni i governi di ogni colore si fanno in quattro per smantellare il diritto di sciopero e garantire ai padroni la più totale “libertà” di sfruttare e opprimere i lavoratori. E da anni questa azione repressiva si concentra principalmente nella logistica, settore nel quale gli scioperi con picchetti rappresentano il vero e proprio incubo per padroni, caporali e schiavisti di ogni risma, e dove il SI Cobas ha il merito di aver condotto almeno 183 scioperi (cit. PIANTEDOSI) dall’inizio dell’anno, che hanno fruttato il rispetto e il miglioramento dei diritti sui posti di lavoro.

…Già 5 anni fa, all’epoca del governo Lega-5 stelle, l’allora ministro dell’interno Salvini provò ad introdurre una norma identica, salvo dover fare retromarcia a seguito delle mobilitazioni e degli scioperi indetti dalla nostra organizzazione… Ora ci riprovano con ancor più determinazione, spinti dal bisogno del capitale di garantirsi uno sfruttamento sempre più intensivo e brutale della forza lavoro e un suo disciplinamento funzionale alla guerra e all’economia di guerra.

Piantedosi, già divenuto “celebre” per aver definito “carico residuale” gli immigrati dispersi nel mar Mediterraneo e per aver addossata questi ultimi la responsabilità delle morti in mare, oggi assieme al suo governo di fascisti, mafiosi e maxievasori, si erge a zelante maggiordomo dei padroni delle grandi multinazionali della logistica e della grande distribuzione, e dei piccoli e medi sfruttatori che affollano la giungla degli appalti e dei subappalti.

Individuano nel SI Cobas la loro spina nel fianco perché da un decennio non si capacitano di come migliaia di operai in stragrande maggioranza immigrati, con la sola forza della determinazione e della lotta ad oltranza fuori ai cancelli, siano riusciti a metterli in scacco, dapprima imponendo l’abolizione delle condizioni di lavoro e salariali semischiavistiche, poi strappando condizioni nettamente migliorative rispetto a quegli stessi CCNL firmati da Cgil-Cisl-Uil e (grazie a questi ultimi) quasi sempre disapplicati.

Vogliono a tutti i costi far girare indietro la ruota della storia, riportando migliaia di operai a quelle condizioni di supersfruttamento.

I “diritti delle aziende alla continuità produttiva” che essi intendono tutelare, non sono altro che il diritto a spremere i lavoratori come limoni: il “modello” di lavoro che hanno in mente è quello del caporalato, dei salari da fame e degli straordinari senza limiti, più o meno quello stesso “modello” che lo scorso giugno a Latina portò alla morte del bracciante Satnam Singh, ucciso per dissanguamento dopo che una macchina gli aveva tranciato un braccio e poi scaricato per strada dal padrone come un sacchetto della spazzatura!

Il modello di “sicurezza” che hanno in mente è quello che in nome del profitto senza limiti 3 anni fa ha portato all’uccisione del nostro compagno Adil Belakhdim, invesrito durante uno sciopero da un tir il cui autista era stato, come in migliaia di casi analoghi, spinto a uccidere in nome della “continuità produttiva”.

Ma abbiamo il sentore che anche Piantedosi, Nordio e Meloni falliranno nei loro propositi, esattamente come i loro predecessori Renzi, Minniti, Orlando, Salvini, i cani da guardia di Questure e Procure di mezza Italia che in questi anni hanno “sfornato” in quantità industriale teoremi giudiziari contro il SI Cobas, finiti quasi tutti nel nulla, e analogamente agli “autorevoli tecnici” di matrice “democratica” come Pietro Ichino, che altrettanto invano hanno provato a criminalizzare i picchetti applicando le leggi repressive già esistenti…

Ci spiace per “lorsignori”, ma quello stesso SI Cobas che non li fa dormire la notte, ogni giorno continua ad allargare le sue fila anche al di fuori della logistica, restituendo dignità a quella parola “sindacato” che per decenni è stata sporcata e degradata da chi, come Cgil-Cisl-Uil, ha permesso e continua a permettere ai padroni uno strapotere totale sui luoghi di lavoro.

Proprio per questo ci rivolgiamo a tutti quei lavoratori che ancora ripongono la fiducia nei cascami della triplice confederale: la nostra lotta è anche la vostra lotta, poiché se non riusciremo a fermare questo Ddl, domani potreste essere voi a finire “fuorilegge” qualora (come accade quasi ogni giorno) i padroni chiudano una fabbrica e impongano licenziamenti di massa!

Ci spiace per il signor Piantedosi e per il suo governo in elmetto e tuta mimetica: le 240 manifestazioni e i 183 blocchi dei cancelli registreranno un ulteriore aumento, a partire già dallo sciopero generale nazionale indetto il prossimo 18 ottobre contro il Ddl 1660, con una manifestazione a Roma per l’indomani.

E infine, ci spiace di dare a Piantedosi e co. questo ulteriore rammarico, ma la nostra è un’organizzazione che fin dalla propria nascita unisce la lotta per la difesa delle condizioni economiche a quella contro un sistema che si nutre di guerre, miseria, saccheggio di risorse, morti e devastazioni ai quattro angoli della terra: cioè contro il capitalismo.

Ed è proprio per questo che il SI Cobas sarà convintamente in piazza a Roma anche il 5 ottobre al fianco e in solidarietà con la resistenza del popolo palestinese al genocidio sionista che in queste ore sta colpendo anche la popolazione del Libano.

Non ritorneremo a essere carne da macello per i padroni.

No al Ddl 1660.

Verso lo sciopero generale del 18 ottobre contro guerra, sfruttamento e salari da fame: 10-100-1000 picchetti operai!

E il 19 ottobre tutti a Roma!

SI Cobas nazionale

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