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Palestina e “Xinjiang” sotto il dominio capitalista: un’analisi dalla sinistra cinese – Chuang

Abbiamo ricevuto dalla redazione della rivista cinese “Chuang” – di cui a suo tempo pubblicammo una interessante analisi sullo scoppio dell’epidemia di Covid e sul sistema sanitario cinese – questo insolito testo che mette in parallelo l’oppressione dei palestinesi da parte dello stato di Israele o l’oppressione della popolazione turca (di tradizioni islamiche) del Turchestan orientale ridenominato dalla Cina Xinjiang (è questa la ragione per cui l’autore o autrice del pezzo mette il termine tra virgolette, come di solito Israele è messa tra virgolette dai testi della resistenza palestinese).

Lo pubblichiamo volentieri esattamente per le ragioni indicate dalla premessa di “Chuang”, senza nasconderci le sue debolezze analitiche (che la redazione di “Chuang” identifica in modo puntuale), come un test dell’attenzione crescente alla causa palestinese in Cina tra frange della popolazione, soprattutto giovanile, e come un prodotto dello sforzo in atto anche in Cina per enucleare una posizione internazionalista nettamente distinta sia dai liberali filo-occidentali, sia dai nazionalisti-campisti allineati con lo stato cinese e la sua politica di potenza. Uno sforzo, un impegno decisivo per la rinascita di un movimento proletario internazionale coerentemente anti-capitalista, rivoluzionario, libero tanto dall’ipoteca dell’imperialismo occidentale travestito da amico della “libertà”, quanto da quella delle potenze anti-occidentali, travestite da portabandiera della “giustizia”. (Red.)

[Fonte: Palestine and “Xinjiang” under Capitalist Rule: An Analysis from the Chinese Left, Chuang 16 July 2024]

Di seguito riportiamo la traduzione di un articolo di Canyu (惭语 “Parole vergognose”). Chi lo h a scritto è un/a comunista della Cina continentale che lavora con la rete transfrontaliera di attivisti internazionalisti di cui abbiamo pubblicato a marzo il pezzo collettivo “Against Pinkwashing: Sinophone Queers and Feminists for Palestine”. Spiega l’autore (o l’autrice), che il pezzo è stato scritto per motivi politici; lui/lei non è un ricercatore professionista. Canyu spera invece che l’articolo contribuisca a sviluppare la simpatia della “comunità cinese del dissenso totale” per le condizioni e le lotte dei palestinesi e degli uiguri, e che aiuti anche a mettere in cortocircuito i quadri politici dei liberali cinesi filo-occidentali, da un lato, e dei nazionalisti cinesi anti-occidentali, dall’altro, che normalmente si posizionano in un “campo” contro l’altro quando si tratta di discutere di queste due popolazioni oppresse. Come il precedente pezzo prodotto dal loro collettivo, l’articolo di Canyu offre preziosi spunti di riflessione sul forte desiderio dei compagni cinesi di estendere la critica alla terribile guerra di Israele a Gaza alla sottomissione dei musulmani turchi da parte della RPC. In questo caso, l’autore/autrice si concentra sul modo in cui entrambi gli Stati coloniali hanno controllato il lavoro dei colonizzati. Presentiamo questo testo come un modo per comprendere meglio e sostenere le correnti internazionaliste che emergono dalla sinistra cinese e come un contributo all’ondata di resistenza globale in corso contro il genocidio di Gaza.

Nello spirito di una critica costruttiva, da compagni a compagni, facciamo alcune precisazioni in questa prefazione. In primo luogo, pur condividendo il sentimento con il quale si enfatizzano i punti in comune tra [i due] specifici casi di oppressione sotto il dominio del capitale, in questo caso le differenze sono altrettanto evidenti: L’attenzione dell’autore/autrice per la dimensione del lavoro ha più senso per la Repubblica Popolare Cinese, le cui politiche coloniali sembrano essere state in parte organizzate intorno all’obiettivo di trasformare i musulmani turchi in una forza lavoro disciplinata e tagliata fuori da qualsiasi continuità culturale con le loro storie di resistenza. Israele, invece, ha mostrato meno interesse per il potenziale lavorativo dei palestinesi, in particolare a Gaza. I palestinesi sperimentano alcuni dei più alti tassi di disoccupazione al mondo, che per molti anni si sono aggirati intorno al 50% a Gaza e intorno al 15% in Cisgiordania, dove il ricorso alla manodopera palestinese è stato storicamente più centrale per il progetto coloniale. Dopo il 7 ottobre, il tasso di disoccupazione a Gaza nel quarto trimestre del 2023 è balzato a un 75% senza precedenti. Al contrario, la disoccupazione nello Xinjiang è relativamente bassa e gli aumenti della disoccupazione sono usati come pretesto per spedire in modo proattivo le popolazioni delle minoranze etniche in tutto il Paese in programmi di lavoro. Mentre il paragone di Canyu ha più senso per la Cisgiordania, il trattamento riservato da Israele a Gaza andrebbe meglio inteso come un esempio estremo di “popolazione in eccesso”: la porzione di proletariato resa superflua per le esigenze del capitalismo, che diventa così non un oggetto di potenziale sfruttamento, ma semplicemente un problema da gestire – che sia attraverso l’abbandono, l’incarcerazione o l’omicidio (1).

In secondo luogo, mentre l’articolo sottolinea l’uso da parte della Cina dei campi di rieducazione, o di quelle che lo Stato ha tristemente chiamato “strutture di formazione professionale”, questi siti sono stati in gran parte convertiti o chiusi dal 2019, quando lo Stato ha cambiato strategia nella sua ultima trasformazione politica. Questo non significa che la situazione sia migliorata per i musulmani turchi. Molte delle “strutture di formazione” sono state semplicemente convertite in prigioni ordinarie. Per i detenuti che sono stati rilasciati, invece di diventare formalmente prigionieri, lo Stato ha continuato una politica di trasferimento di manodopera con il pretesto di campagne di riduzione della povertà, trasferendo la manodopera uigura nelle fabbriche di tutto il Paese. (2) Nel frattempo, la RPC si è recentemente mossa per “normalizzare l’antiterrorismo”, un cambiamento che probabilmente istituzionalizzerà ulteriormente la posizione soggiogata dei musulmani turchi nella società cinese. Attualmente non esiste un equivalente israeliano delle “strutture di addestramento” che sono diventate così famose nello Xinjiang. Al contrario, lo Stato israeliano si trova di fronte a una popolazione massiccia, disoccupata e devastata dalla guerra, spesso dipinta come subumana, e non ha mai proposto alcuna strategia per incorporare questa popolazione nella forza lavoro nazionale. Al contrario, sta attualmente pianificando di collocare gli abitanti di Gaza in “bolle” isolate mentre continua la sua campagna militare in altre parti della Striscia.

Inoltre, mentre l’autore/l’autrice cita di sfuggita le relazioni di sicurezza tra Israele e Cina, vorremmo sottolineare che Cina e Israele hanno una lunga storia di cooperazione in materia di “antiterrorismo”, diretto contro i palestinesi, gli uiguri e la popolazione in generale. Ad esempio, la Cina ha cercato pubblicamente esperti israeliani di “antiterrorismo” al culmine della sua repressione nel 2014. Allo stesso modo, la Cina ha investito miliardi di dollari nel settore high-tech di Israele e negli ultimi anni è stata il secondo partner commerciale del Paese (dopo gli Stati Uniti). Ancora oggi, le telecamere cinesi Hikvision contribuiscono alla sorveglianza di massa dei palestinesi e di altri membri della società israeliana.

Vorremmo anche notare che questo articolo esemplifica una crescente preoccupazione per la situazione della Palestina in Cina, che sembra essere più diffusa di quanto non lo sia stata negli ultimi decenni, nonostante l’ambiguità strategica dello Stato sulla questione e la repressione di qualsiasi attività interna che possa essere interpretata come “protesta”. Negli ultimi mesi sono state organizzate proiezioni di film e discussioni semi-pubbliche tra giovani attivisti in diverse città e, al di là di questo ristretto ambiente, nelle ultime settimane si sono registrate anche azioni politiche su piccola scala da parte di studenti delle scuole superiori. Questi studenti hanno utilizzato brevi apparizioni sui media durante i festeggiamenti post-esame per chiedere la liberazione della Palestina. Sebbene a prima vista tali appelli non sembrino così distanti dalla posizione nominalmente filo-palestinese della Cina, le azioni stesse non sono state accolte con favore dallo Stato, forse perché rischiavano di attirare troppo l’attenzione sulla vuota postura della Cina su questo tema, mentre da tempo mantiene relazioni accoglienti con Israele. Alcuni di questi post sono stati cancellati dai social media e un video di un incidente mostra gli studenti ripresi dalla polizia. Le manifestazioni, così come il pezzo che segue, illustrano perché l’ampliamento della discussione sull’oppressione palestinese è in diretto conflitto con gli interessi dello Stato cinese (3).

Infine, vorremmo sottolineare che questo articolo è uno dei pochi testi cinesi che abbiamo visto che tentano di collegare la situazione dei palestinesi a quella degli uiguri (insieme a “Against Pinkwashing”, e a due delle fonti citate di seguito), ed è il primo pezzo non accademico che abbiamo visto che si basa su un’ampia ricerca utilizzando una vasta gamma di fonti cinesi e inglesi. Scavando in profondità nella storia del colonialismo, della proprietà terriera e delle condizioni di lavoro in entrambe le regioni, tenta di chiarire i fatti e di fornire una teorizzazione marxista ai giovani lettori cinesi che hanno iniziato a conoscere questi temi solo di recente. Lo consideriamo quindi una pietra miliare nello sviluppo dell’internazionalismo cinese del XXI secolo.


Dalla Palestina allo “Xinjiang”: Lavoro forzato e dominio capitalista

di Canyu (4)

Dal 7 ottobre dello scorso anno, molte analisi hanno sottolineato che Israele e la Cina hanno preso in prestito l’una dall’altra le tattiche “antiterrorismo” e le tecniche di sorveglianza nel contesto del genocidio e della colonialismo di insediamento, ma si è discusso poco delle somiglianze tra le due realtà in termini di lavoro forzato e dominio del capitale. In effetti, il lavoro forzato dei palestinesi è poco conosciuto nel mondo di lingua cinese o a livello internazionale. Per molto tempo, Israele e l’Occidente, guidati dall’Europa e dagli Stati Uniti, hanno usato l’hasbara (5) e i discorsi neoliberali per nascondere il loro saccheggio coloniale della Palestina, mentre oggi anche la Cina e la Russia stanno dando una mano di bianco alle proprie pratiche imperialiste allineandosi con governi autoritari e proiettando l’immagine di guide della resistenza all’egemonia occidentale. In questo modo, “scegliere da che parte stare” è diventata la norma. Molti liberali invocano i diritti umani degli uiguri ma sostengono il genocidio di Israele, mentre i “piccoli rosa” (小粉红 cioè i giovani cyber-nazionalisti) e i “tankies” (6) chiedono a gran voce la liberazione della Palestina ma liquidano i campi di lavoro nello ’Xinjiang” come una bufala architettata dall’imperialismo statunitense. Sebbene sembrino avere posizioni politiche molto diverse, entrambi sono caduti nella trappola della nuova narrativa della Guerra Fredda creata insieme dai due blocchi capitalistici della “democrazia” liberale e illiberale (7). Con un piccolo confronto, possiamo vedere che le strutture dell’oppressione riservate a palestinesi e uiguri sono estremamente simili: avviate dallo Stato e guidate dal capitale. Questo articolo analizzerà le somiglianze e le differenze strutturali tra il lavoro forzato e lo sfruttamento del capitale di palestinesi e uiguri da una prospettiva di sinistra. L’autore spera di sfatare il mito del campismo e di invitare alla solidarietà proletaria inter-razziale, -etnica, -nazionale contro l’oppressione della colonizzazione, del capitale e del totalitarismo.

Lavoro forzato nei campi di concentramento e nelle prigioni

Una ricerca dello storico palestinese Salman Abu Sitta ha rilevato che già tra il 1948 e il 1955 i sionisti istituirono almeno 22 campi di concentramento per la pulizia etnica dei palestinesi, imprigionando circa 7.000 palestinesi. (8) Sitta osserva che i sionisti volevano instaurare un regime ebraico e quindi inizialmente consideravano i civili palestinesi come un peso; pianificarono dunque di rimuoverli dalle loro case, ma non di imprigionarli. Tuttavia, l’affermazione della natura statuale di Israele causò un diffuso malcontento nei Paesi arabi vicini, come la Siria. Questi Paesi inviarono truppe in territorio palestinese per combattere Israele. A quel punto, Israele iniziò a costruire campi di concentramento per detenere i prigionieri di guerra. D’altra parte, c’era un urgente bisogno di riempire il vuoto di manodopera, dato che decine di migliaia di ebrei furono arruolati nell’esercito. Così, oltre ai prigionieri di guerra, Israele iniziò a detenere intenzionalmente anche un gran numero di civili palestinesi come “prigionieri di guerra” (prima di allora non c’erano molti prigionieri di guerra palestinesi detenuti da Israele) e a sequestrarli con la forza per l’economia coloniale. Nei campi i prigionieri palestinesi erano costretti a lavorare come domestici e manovali nei progetti di bonifica delle zone umide. Oltre al servizio pubblico, i prigionieri palestinesi erano persino costretti a partecipare al lavoro militare contro il loro stesso popolo: trasportare i rottami delle case palestinesi distrutte, raccogliere e trasportare i beni saccheggiati dei loro compatrioti, scavare trincee e seppellire i morti. Ironia della sorte, gli ebrei inaugurarono questi campi solo tre anni dopo che la Germania aveva chiuso i campi in cui erano detenuti gli ebrei; tra le persone che gestivano questi campi c’erano anche ebrei che erano stati imprigionati dai nazisti.

Oltre ai campi di concentramento, le prigioni israeliane sono state un altro sanguinoso luogo di lavoro forzato per i prigionieri politici palestinesi. Secondo un rapporto dell’Associazione Addameer, dal 1967 al 1972 i prigionieri palestinesi detenuti da Israele sono stati costretti a produrre attrezzature militari come carri armati per Israele – naturalmente utilizzati per la repressione e il massacro dei palestinesi – e “assunti” per costruire prigioni per il loro stesso popolo (9). Secondo Ralph Schoenman, autore di The Hidden History of Zionism, il lavoro carcerario nella cornice della repressione politica è un lavoro forzato che scientemente “disturba la vita dei prigionieri”, è progettato per “massimizzare lo stress fisico e psicologico”. (10) Mentre sono ai lavori forzati i prigionieri palestinesi venivano sottoposti ad abusi e torture disumanizzanti. Il rifiuto di lavorare veniva punito con il rifiuto di ricevere buoni in denaro, di assentarsi dal lavoro, di avere libri e giornali, oltre a punizioni come l’isolamento e le percosse. Il salario medio per questo lavoro era di soli 0,05 dollari l’ora (equivalenti a 0,3-0,4 yuan cinesi).

Il rapporto di Addameer rileva inoltre che, sebbene i prigionieri palestinesi abbiano costretto Israele ad abolire il sistema ufficiale di lavoro forzato nelle carceri con uno sciopero della fame nel 1972, il lavoro obbligatorio è continuato in un’altra forma più insidiosa: il sistema delle mense carcerarie. All’inizio, alcuni alimenti e forniture di base per i prigionieri palestinesi erano forniti gratuitamente dalla Croce Rossa Internazionale. Negli anni ’70, tuttavia, questo sistema è stato sostituito da quello delle mense. Man mano che la quantità e la varietà delle provviste di base (hasbaka) diminuivano e la qualità dei pasti diminuiva, i prigionieri palestinesi erano costretti ad affidarsi allo spaccio e a svolgere lavoro “volontario” in cambio di crediti per l’acquisto di beni di prima necessità. Questo sfruttamento del lavoro dei prigionieri palestinesi è stato gradualmente eliminato dopo il 1980, ma il sistema di spaccio continua ancora oggi, con uno sfruttamento economico trasferito dai prigionieri alle loro famiglie: chi è fuori dal carcere deve guadagnare per finanziare le spese di chi è dentro.

Nello “Xinjiang”, già all’epoca di Mao esistevano campi di “riforma attraverso il lavoro (laogai)” (劳改营) – i predecessori degli attuali “campi di rieducazione” (再教育营). Le prime si differenziavano per il fatto che non erano destinate solo alle minoranze etniche, ma ai dissidenti di tutti i gruppi etnici. È innegabile, tuttavia, che il vero motivo per cui le minoranze etniche venivano sottoposte a tali campi nelle aree minoritarie aveva più a che fare con la loro ricerca dell’autodeterminazione, o dell’indipendenza nazionale, che con la sfida alla linea burocratico-socialista del PCC in senso generale – questo è ciò che distingueva i campi per le minoranze da quelli destinati alle popolazioni cinesi Han. Lo studioso mongolo Yang Haiying fa notare che durante la campagna contro la destra, un gran numero di quadri uiguri furono etichettati come “rifiutanti gli Han e sabotatori della solidarietà nazionale” a causa del loro “storico perseguimento dell’”autodeterminazione nazionale“”. (11) Secondo i registri ufficiali del PCC, all’epoca 1.612 persone furono classificate come “nazionalisti locali di destra” nello “Xinjiang ”12 . Sebbene siano disponibili poche informazioni sul fatto che tutte queste persone siano state sottoposte a lavori forzati secondo le linee della “rieducazione attraverso il lavoro”, ciò sembra probabile se si considerano i criteri utilizzati per condannare Hamuti Yaoludaxifu (un funzionario che era stato etichettato come “di destra”) ad esser “mandato giù per l’addestramento attraverso il lavoro (laodong duanlian)” (下放劳动锻炼). (13) Condanne simili sono state assegnate durante la Rivoluzione culturale. Ad esempio, Söyüngül Chanisheff, una tatara musulmana dello “Xinjiang”, fu condannata a tre anni di “rieducazione attraverso il lavoro” (laogai) per il suo coinvolgimento nella formazione del Partito rivoluzionario del popolo del Turkestan orientale alla fine degli anni Sessanta (14). Sebbene il sistema di “rieducazione attraverso il lavoro” (laojiao 劳教) sia stato ufficialmente abolito nel 2013 dopo quasi 56 anni, il lavoro forzato non è cessato, né nello “Xinjiang” né nella Cina propriamente detta (内地). (15) A differenza del sistema di lavoro forzato nella Cina propriamente detta, tuttavia, quello nello “Xinjiang” è sempre stato caratterizzato dal colonialismo (interno).

Dopo il 2014, il sistema di lavoro forzato nello Xinjiang ha iniziato a essere fortemente “etnicizzato” (民族化) e ad evolversi in un sistema di campi di rieducazione in concomitanza con la narrazione della “Guerra del popolo contro il terrore”. (16) Secondo le statistiche, almeno 1 milione e mezzo di musulmani turchi sono stati imprigionati nei campi di rieducazione [al 2019]. (17) Parallelamente alla costruzione dei campi di rieducazione, nello “Xinjiang” si è sviluppato il settore tessile e dell’abbigliamento, che ha subito un’accelerazione nel 2014 per attrarre trasferimenti industriali dalla costa orientale, e che avrebbe dovuto fornire un milione di posti di lavoro. (18) Con l’espansione dei “campi di rieducazione” nel 2017-2018, il governo li ha ribattezzati “centri di istruzione e formazione professionale” e li ha utilizzati come veicolo economico locale per sovvenzionare le aziende della Cina propriamente detta ad aprire fabbriche nello “Xinjiang”. (19) Queste fabbriche affiliate sono state costruite all’interno o vicino ai campi di rieducazione, diventando un’estensione del sistema dei campi. Molti uiguri sono stati trasferiti direttamente nelle fabbriche dopo aver completato il periodo di “rieducazione”. Nel 2018, 100.000 detenuti sono stati trasferiti in parchi industriali nella sola regione di Kashgar. (20) Tuttavia, il passaggio dai campi di rieducazione alle fabbriche affiliate non significa libertà, ma piuttosto duro sfruttamento. Secondo l’antropologo Darren Byler, che ha intervistato una delle detenute trasferite in una fabbrica, il suo stipendio da “internata” era di soli 600 yuan al mese (un terzo del salario minimo nazionale), con varie detrazioni, e non le era permesso di lasciare la fabbrica, essendo tenuta sotto costante sorveglianza. Per dirla con le sue parole: “Era come essere in schiavitù ” (21) .

Lavoro forzato al di fuori dei campi di concentramento e delle prigioni

Il lavoro forzato esiste anche al di fuori dei campi di concentramento, sia per i palestinesi che per gli uiguri. Molte delle vittime provengono dal segmento più vulnerabile della società: nongmin (农民), “contadini”, o persone provenienti dalle aree rurali. (22) In Employing the Enemy: The Story of Palestinian Labourers on Israeli Settlements (Impiegare il nemico: la storia dei lavoratori palestinesi negli insediamenti israeliani), Matthew Vickery sottolinea che ci sono molti palestinesi delle zone rurali che vivono nella “Seam Zone” (23) della Cisgiordania che, a causa della graduale espropriazione da parte di Israele dei loro terreni agricoli, delle restrizioni alla circolazione e della stretta sull’economia locale, finiscono per essere costretti a migrare negli insediamenti israeliani per lavorare nella fascia bassa del mercato del lavoro. Questi impieghi sono spesso quelli di lavoratori edili, braccianti agricoli o commessi: sono sovraccarichi di lavoro, la paga è al di sotto del salario minimo, sono costretti a fare straordinari non pagati e non godono di forme di protezione sociale. Le lavoratrici palestinesi si trovano in una situazione ancora più difficile rispetto alla loro controparte maschile, con salari ancora più bassi, lavoro riproduttivo e spesso molestie sessuali da parte dei datori di lavoro israeliani. Sebbene i lavoratori migranti palestinesi non siano direttamente costretti [a lavorare] come le loro controparti incarcerate, Vickery descrive questa apparente “scelta volontaria” di sfruttamento come una forma più insidiosa di “lavoro forzato istigato dallo Stato” – perché non c’è altra scelta.

Nello Xinjiang, dopo la “Riforma e l’apertura” [un insieme di politiche statali lanciate nel 1978, corrispondenti a una fase chiave della transizione capitalistica della Cina], la struttura dello sfruttamento degli uiguri rurali è stata estremamente simile. Per gli uiguri delle aree rurali, l’espropriazione delle terre causata dalla commercializzazione e dall’urbanizzazione ha aggravato notevolmente la loro già estrema povertà. In combinazione con fattori quali le differenze di lingua, cultura e pratiche religiose, le gravi discriminazioni etniche e le restrizioni alla libera circolazione, per guadagnarsi da vivere la maggior parte degli uiguri rurali ha dovuto migrare, sia “spontaneamente” all’interno dello Xinjiang (come braccianti agricoli o per entrare in industrie non agricole di basso livello) sia attraverso il “trasferimento di manodopera” imposto dal governo. In entrambi i casi, hanno dovuto affrontare un livello estremo di sfruttamento e oppressione, con discriminazioni etniche, segregazione sociale, trattamenti duri, mancanza di sicurezza e perdita di diritti. Sono quindi diventati vittime del “lavoro forzato istigato dallo Stato”. In questa sezione, paragono i palestinesi rurali della Cisgiordania dopo l’occupazione israeliana con gli uiguri rurali dopo la Riforma e l’Apertura, presentando le somiglianze strutturali e le differenze nel lavoro forzato a cui sono stati sottoposti al di fuori dei campi.

I. Appropriazione ed espropriazione della terra indigena

Il lavoro forzato è stato spesso accompagnato dall’esproprio delle terre degli indigeni. Questo è fatale per le popolazioni rurali, poiché la terra era il mezzo di produzione da cui dipendeva il loro sostentamento.

Nel caso dei palestinesi delle zone rurali della Seam Zone, Vickery utilizza l’esempio di un villaggio chiamato Al-Walaja per esporre in dettaglio come i colonizzatori israeliani abbiano invaso le loro terre, passo dopo passo. (24) Dopo la Nakba (“catastrofe”) palestinese del 1948, quando gli abitanti del villaggio furono costretti a fuggire dalle loro case, all’inizio pensavano che la guerra sarebbe finita presto, così si trasferirono in un luogo vicino al villaggio per continuare a coltivare la loro terra. Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 (25), però, Israele si annesse rapidamente la Cisgiordania. Creò avamposti, case per i coloni e una rete di strade tra Israele e Cisgiordania che attraversava e circondava il villaggio. Poi, nel 2002, dopo la Seconda Intifada, il muro di confine israeliano ha racchiuso il villaggio nell’“Area C” sotto il diretto controllo israeliano. Anche i villaggi appena costruiti dai residenti, ed i terreni recentemente messi a coltura, sono stati incorporati nelle riserve naturali israeliane con il pretesto della “conservazione del territorio”. Di conseguenza, gli abitanti dei villaggi palestinesi sono stati completamente privati delle loro terre e dei loro tradizionali mezzi di sostentamento. Inoltre, Israele ha fornito incentivi per l’apertura di aziende e fabbriche negli insediamenti ebraici. Se a questo si aggiungono le restrizioni imposte da Israele (discusse nella sezione successiva), i palestinesi delle zone rurali sono stati costretti ad accettare lavori negli insediamenti per conto dei colonizzatori. Mentre l’accettazione di tali lavori è considerata illegale dall’Autorità Palestinese e alcuni dei loro compatrioti più agiati considerano i lavoratori come lacchè coloniali, molti dei lavoratori stessi hanno espresso disgusto per essersi dovuti abbassare a tanto.

L’occupazione e l’espropriazione da parte degli Han delle terre indigene nello “Xinjiang” è avvenuta sia attraverso l’occupazione (para-)militare sia attraverso la recinzione di carattere capitalistico. Già nel 1954 è stato istituito il Corpo di produzione e costruzione dello Xinjiang, un’entità paramilitare dominata dagli Han. Inizialmente il Corpo aveva sede soprattutto in Dzungaria [la metà settentrionale dello Xinjiang], dove bonificava le terre e si appropriava dell’acqua accogliendo un gran numero di coloni Han. (26) Per questo motivo, lo studioso uiguro Ilham Tohti ha paragonato il Corpo direttamente agli insediamenti israeliani in Palestina. (27) Secondo le statistiche, tra il 1954 e il 1966, il Corpo ha ampliato le terre coltivate della regione da 80.000 ettari a 810.000, mentre la popolazione del Corpo è cresciuta da 180.000 a 1.490.000 abitanti. (28) Dopo la Riforma e Apertura, il capitalismo burocratico sostituì il socialismo burocratico (29) e fu introdotto nello Xinjiang il “Sistema di responsabilità delle famiglie” (土地承包制), in cui i villaggi dovevano dividere i terreni agricoli di proprietà collettiva e assegnarne i diritti d’uso alle famiglie. Inoltre, il governo centrale ha lanciato la politica di “sviluppo occidentale” (西部开发) [in fasi successive nel corso degli anni 2000], che ha sviluppato vigorosamente le industrie “bianche e nere” della regione: petrolio e cotone. Con il miglioramento della rete di trasporti, molti Han furono incoraggiati da questa politica a portare denaro dalla Cina propriamente detta al sud dello “Xinjiang” per affittare (承包) grandi appezzamenti di terreno e metterli a coltura, soprattutto per la coltivazione del cotone. Secondo la studiosa Han Li Xiaoxia, sebbene anche gli Uiguri rurali coltivassero, o non avevano i fondi per affittare e bonificare la terra su così larga scala, o non erano in grado di farlo a causa del gravoso sistema della corvée (义务工) [cioè il lavoro obbligatorio per lo Stato locale in progetti di opere pubbliche, noto agli Uiguri come hashar]. (30) Al contrario, gli abitanti delle campagne Han possono essere esentati dalla corvée pagando del denaro e gli appaltatori Han (承包商) possono persino corrompere i quadri dei villaggi per ottenere il diritto di utilizzare la terra (土地承包权). (31) Inoltre, nel contesto del sistema burocratico (32) delle “cinque unificazioni” (五个统一) [all’inizio degli anni Duemila, durante la fase agraria della transizione capitalistica dello Xinjiang], i governi locali hanno sfruttato i piccoli agricoltori attraverso la designazione delle varietà da piantare, i bassi prezzi d’acquisto e varie tasse e imposte, che hanno ridotto notevolmente il reddito agricolo dei contadini (33). Di fronte a questo sfruttamento, gli uiguri delle aree rurali tendono a diventare più vulnerabili. Tutti questi fattori hanno reso difficile per le popolazioni rurali uigure, che non dispongono di capitale, tecnologia e risorse sociali, competere con gli agricoltori Han. Alla fine, molti di loro hanno dovuto cedere le loro terre (almeno in parte). (34) Questo ha portato a una grande concentrazione di terre dello “Xinjiang meridionale” nelle mani di funzionari locali e appaltatori Han. Oltre all’immobilizzazione del capitale, con il progredire dell’urbanizzazione nella regione, i governi locali hanno anche espropriato grandi quantità di terra dagli uiguri rurali nei villaggi suburbani.) (35 A prescindere dai meccanismi specifici, l’espropriazione delle terre ha ulteriormente proletarizzato gli uiguri delle aree rurali, che erano già poveri in partenza, riducendoli a “forza-lavoro eccedente delle aree agricole e pastorali” (农牧区剩余劳动力).

Nel frattempo, dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, il PCC è diventato sempre più diffidente nei confronti del “separatismo” nello “Xinjiang”. In questo contesto, il gran numero di disoccupati uiguri era visto come un fattore destabilizzante e l’occupazione era urgentemente necessaria per stabilizzare la situazione politica. Inoltre, anche l’industria del cotone in rapida crescita nello Xinjiang e le industrie costiere della Cina orientale richiedevano un gran numero di lavoratori a basso costo. Questi fattori hanno indotto il governo cinese ad avviare un massiccio trasferimento di “forza lavoro in eccesso” uigura dalle aree agricole e pastorali alle fabbriche ad altissimo tasso di sfruttamento nella Cina propriamente detta e alle fabbriche di cotone nello “Xinjiang”, in nome della “riduzione della povertà”. Se da un lato questo programma è stato presentato come un’attenuazione del problema occupazionale delle minoranze etniche e come una fornitura di manodopera a basso costo per il capitale Han, dall’altro è servito a consolidare la colonizzazione economica dello “Xinjiang” attraverso il sequestro dell’energia e il controllo della forza lavoro, prendendo così tre piccioni con una fava grazie alla collusione tra governo e imprese (官商勾结). Il programma è stato descritto dalla ricercatrice uigura Nyrola Elimä come una “tratta degli schiavi”. (36) Oltre a quegli uiguri la cui forza lavoro viene esportata con la forza, altri cercano volontariamente lavoro lontano dalle loro città di origine. Che si tratti di lavoratori forzati o volontari, tuttavia, entrambi si trovano ad affrontare lo stesso ambiente di lavoro ad alto tasso di sfruttamento, con la differenza che i primi venivano sottoposti anche a un certo grado di coercizione (anche prima dell’avvento del nuovo tipo di campi di rieducazione). In realtà, non tutti i lavoratori migranti (compresi quelli trasferiti con la forza) sono senza terra e la mancanza di terra non è un prerequisito per il trasferimento (forzato). Ma l’importanza della terra non può essere ignorata. Da un lato, il governo minaccia coloro che hanno la terra di confiscargliela, per costringerli ad accettare il trasferimento; dall’altro, è comunque spesso difficile per loro continuare a guadagnarsi da vivere con l’agricoltura tradizionale, con una piccola quantità di terra minacciata dalla concorrenza del capitale Han. Questa forma di esproprio della terra continua ancora oggi, diventando sempre più forte e violenta, e sempre più intensa. (37)

II. Impedire ogni possibile traiettoria di vita

Vickery analizza ulteriormente il fatto che il lavoro forzato non è sufficiente a deprivare [i contadini] dei mezzi di produzione (la terra). Affinché i colonizzati siano alla mercé del potere coloniale quest’ultimo deve anche escludere i primi da migliori opportunità di lavoro e renderli soggetti solo ai dettami del capitale coloniale. Questa segregazione ha dimensioni sia fisiche che economiche.

(1) Fisicamente, l’imposizione di limiti alla libera circolazione del potere operaio indigeno

I colonizzatori israeliani hanno suddiviso la Cisgiordania in Aree A, B e C, ed il 60% di quest’ultima area amministrata direttamente da Israele. Ogni area consisteva di piccole e grandi enclave, frammentate e scollegate l’una dall’altra. Inoltre, Israele aveva costruito il muro di separazione e stabilito numerosi blocchi stradali, avamposti e posti di blocco. Questo processo di accaparramento e frammentazione delle terre indigene e l’imposizione dell’apartheid è noto anche come “bantustanizzazione” della Palestina. (38) Insieme al fatto che molte strade sono riservate agli israeliani e spesso vengono chiuse improvvisamente da Israele, il costo del trasporto per i palestinesi dell’Area C per lavorare nelle città delle Aree A e B è molto più alto che negli insediamenti. Come nota Vickery: “Un falegname di talento nel sud delle colline di Hebron [nell’Area C] potrebbe essere adatto per un lavoro in un deposito di legname a Ramallah, a soli 26 chilometri di distanza, ma con le restrizioni israeliane alla circolazione, i posti di blocco e il sistema stradale, il viaggio per raggiungerlo richiederebbe ore”. (39) Inoltre, le perquisizioni corporali sono spesso accompagnate da umiliazioni e violenze, e la sicurezza personale è minacciata quando scoppia un conflitto. Questi fattori rendono difficile per i contadini palestinesi della Seam Zone lavorare nelle città e sono costretti a cercare lavoro negli insediamenti.

Nello “Xinjiang”, anche la migrazione dei contadini uiguri viene limitata. L’economista uiguro Ilham Tohti ha rilevato che “il particolare ambiente geografico, caratterizzato da oasi chiuse e isolate”, rende difficile per gli uiguri spostarsi dal loro ambiente di vita principale, le aree rurali remote e sottosviluppate dello “Xinjiang meridionale”, all’insediamento altamente industrializzato degli Han noto come “Cintura economica del versante settentrionale della catena del Tianshan” (天山北坡经济带). (40) Lo studioso uiguro Abduweli Yimiti sottolinea anche che le lunghe distanze, i costi elevati e le strade mal costruite nelle campagne rendono più difficile per gli uiguri rurali migrare per lavoro verso la Cina propriamente detta rispetto alle loro controparti Han. Oltre ai fattori geografici naturali, vi sono anche fattori sociali come le barriere linguistiche, le differenze culturali e religiose e la discriminazione etnica (41). Pertanto, sebbene alcuni uiguri con “un’esperienza sociale più ricca e maggiori legami sociali” (社会经验较丰富、社会关系较多) siano andati a fare affari dopo la metà degli anni Ottanta e siano riusciti a farlo (principalmente aprendo ristoranti e commerciando), la maggior parte dei lavoratori in eccedenza nelle campagne uigure può spostarsi solo all’interno dello “Xinjiang” per lavorare come braccianti agricoli, o per lavorare nelle città vicine o nelle grandi città, come Urumqi. (42) Secondo le statistiche del 2001, nelle aree rurali dello “Xinjiang” c’erano circa 1,8 milioni di lavoratori in eccedenza (circa il 44% della forza lavoro rurale locale), ma solo 20.000 di loro sono andati a lavorare fuori (solo l’1% della forza lavoro rurale in eccedenza) e il 99% dei lavoratori trasferiti ha lavorato all’interno dello “Xinjiang”. Questo si evince anche dal fatto che il 99% della forza lavoro trasferita è impiegata all’interno del “confine”. (43) Ciò è evidenziato anche dal resoconto di Wang Lixiong della sua visita del 2003 nello “Xinjiang”: “I giovani Han dello Xinjiang possono almeno andare a lavorare in Cina, mentre i giovani etnici locali possono solo rimanere a casa. Possono solo rimanere a casa”. (44)

Dopo l’incidente del 5 luglio 2009, la politica di stabilizzazione “ad alta pressione” ha reso ancora più difficile [leggi: più efficiente, da quanto si evince dal capoverso] il controllo e la limitazione degli spostamenti degli uiguri: i posti di blocco sulle strade sono altrettanto fitti; le carte d’identità sono legate all’etnia; è necessario il permesso della polizia locale per viaggiare al di fuori dello “Xinjiang”; è difficile alloggiare in un albergo o affittare una stanza nella Cina propriamente detta; i moduli per la registrazione della residenza sono solo in cinese; è estremamente difficile ottenere un passaporto, e così via. (45) Questi ostacoli rendono ancora più difficili gli spostamenti degli uiguri rurali, aggravando ulteriormente la loro disoccupazione.

(2) Dal punto di vista economico, lo strangolamento delle economie indigene indipendenti e la segregazione razziale/etnica del mercato del lavoro

Oltre a limitare fisicamente gli spostamenti dei palestinesi delle aree rurali, Israele utilizza il sistema dei permessi di costruzione per limitare le loro possibilità di sviluppo autonomo. Nell’Area C (l’area della Seam Zone), i palestinesi hanno bisogno dell’approvazione israeliana per costruire qualsiasi cosa, anche un piccolo allevamento di polli. In realtà, la probabilità di ottenere il permesso è bassissima. Nel 2023, le domande di costruzione dei palestinesi nell’Area C sono state respinte con un tasso del 95%, mentre le domande dei coloni sono state approvate nella stragrande maggioranza dei casi. (46) Se si corre il rischio di costruirsi da sé una piccola officina, questa verrà demolita se scoperta dagli israeliani. Come dice Mohammed, un abitante del villaggio di Alwalaga che lavora nell’insediamento: “Se avessi la possibilità di avviare una mia attività, di avviare un progetto, lo farei. Ma questa è l’Area [la zona della Cisgiordania sotto il completo controllo militare israeliano]. Non posso fare nulla”. Oltre a limitare lo sviluppo autonomo degli abitanti originari, Israele ha con vari mezzi stretto in una totale morsa economica le aree sotto la giurisdizione dell’Autorità Palestinese (Aree A e B). Dopo gli accordi di Parigi del 1994, la valuta israeliana, lo shekel, è diventata la principale moneta di scambio in Cisgiordania; Israele ha il pieno controllo sull’importazione e l’esportazione di beni palestinesi; e persino le entrate fiscali dell’Autorità Palestinese sono raccolte sotto la responsabilità di Israele. Questa morsa onnicomprensiva ha reso difficile una crescita sana dell’economia urbana palestinese e, naturalmente, il mercato del lavoro ha visto l’offerta superare di gran lunga la domanda. Di conseguenza, l’alto tasso di disoccupazione ha scoraggiato i contadini palestinesi dal trasferirsi in città.

Nelle aree rurali dello “Xinjiang”, come già detto, non solo i contadini uiguri non hanno alcuna capacità di controllo o competitività nella produzione agricola, ma sono persino costretti a cedere le loro terre. Nel settore energetico, l’enorme potere e i lucrosi profitti derivanti dallo sviluppo del petrolio e del gas locale sono ancora più saldamente nelle mani della burocrazia Han, e agli uiguri non è permesso di metterci le mani sopra. Se queste risorse fossero sviluppate autonomamente dai contadini e dai lavoratori uiguri in modo democratico, essi potrebbero risolvere i loro problemi occupazionali in modo più efficiente e sviluppare la loro economia in modo più equo, evitando al contempo i danni ambientali causati dall’eccessivo sfruttamento da parte dei capitalisti Han, e non dovrebbero “affidarsi” ai cosiddetti progetti di “alleviamento della povertà” o concentrarsi in settori a basso reddito. Inoltre, la borghesia uigura, che avrebbe potuto dare un certo impulso allo sviluppo di un’”economia etnica” [uigura indipendente] (民族经济) e di opportunità di lavoro per i connazionali, è stata sottoposta a una lunga storia di repressione: molti imprenditori sono stati arrestati, come nel caso di Rebiya Kadeer, o hanno subito la confisca delle loro proprietà. (48) Intellettuali moderati come Tohti sono stati messi a tacere con durezza e persino imprigionati. Di conseguenza, i tentativi degli uiguri di sviluppare un’economia indipendente si sono ridotti ad folle sogno.

L’aspetto più cruciale è la rigida divisione del mercato del lavoro in base alla razza o etnia. Nel caso dei colonizzatori israeliani, questa divisione è stata realizzata attraverso il sistema dei permessi di lavoro. Per poter lavorare legalmente in Israele o negli insediamenti israeliani, i lavoratori palestinesi devono prima ottenere un permesso di lavoro approvato da Israele. Il sistema dei permessi di lavoro limita inoltre i lavoratori palestinesi all’agricoltura, all’edilizia e ai servizi. La maggior parte di questi settori presenta condizioni di lavoro scadenti e salari bassi, rendendo difficile il reclutamento di ebrei israeliani. Nel frattempo, la gestione delle imprese è dominata dai coloni. La situazione nello “Xinjiang” è sorprendentemente simile. Nonostante la legge cinese preveda che le minoranze etniche debbano godere di equi diritti occupazionali, quasi tutte le industrie pubblicizzano “solo Han” (e gli uiguri guadagnano meno dei lavoratori Han, anche se lavorano nello stesso settore). (49) Questo vale per il governo, il Corpo, le imprese statali e le aziende private. Le industrie ad alta tecnologia, industriali ed energetiche escludono gli uiguri. Ciò lascia agli uiguri che si recano dal sud alle grandi città del nord l’unica opzione di cercare lavoro in settori poco remunerativi come i servizi e i ristoranti. Va sottolineato che questa segregazione etnica nel mercato del lavoro non ha nulla a che fare con il livello di istruzione. Viceversa, la discriminazione occupazionale ha portato gli uiguri a credere che andare a scuola sia inutile. Secondo Tohti, solo il 15% dei laureati uiguri ha un lavoro. Per trovare un impiego, molti studenti universitari sono costretti a lavorare in fabbrica o ad avviare piccole attività (come le bancarelle di strada) (50) .

Lo stesso vale per la Palestina. La Palestina ha quasi il più alto tasso di alfabetizzazione al mondo, eppure più della metà dei suoi laureati sono disoccupati. (51) E nello “Xinjiang”, le porte della mobilità verso l’alto sono chiuse e la disoccupazione etnica è elevata. Questo ha persino spinto molti uiguri verso la criminalità. Ad esempio, dopo gli anni ’80, molti bambini uiguri sono stati rapiti e venduti dai loro coetanei per diventare ladri nella Cina propriamente detta, e un gran numero di uiguri si è recato nello Yunnan per vendere droga. (52) Questo fenomeno, a sua volta, ha reso gli Han disinformati della Cina propriamente detta risentiti nei confronti degli uiguri, approfondendo le incomprensioni e i conflitti etnici.

Si può notare come la classe dirigente coloniale abbia segregato il mercato del lavoro in base alla razza, o etnia, sia attraverso il sistema dei permessi di lavoro sia attraverso la discriminazione occupazionale. Come sostiene Vickery, il mercato del lavoro era diviso per razza, o etnia in un mercato del lavoro primario e in un mercato del lavoro secondario: il mercato del lavoro primario (industrie ad alto reddito e posti di lavoro di alto livello) era riservato ai colonizzatori (coloni ebrei e Han), mentre il mercato del lavoro secondario (industrie a basso reddito e posti di lavoro di basso livello) era riservato ai colonizzati (palestinesi e Uyghur) (53). Questo è il motivo per cui Tohti afferma che la dicotomia urbano-rurale nella Cina propriamente detta è equivalente alla dicotomia Han-Uyghur nello “Xinjiang”.

In poche parole, che si tratti di Israele o del PCC, la classe dirigente coloniale, privando gli indigeni della loro terra e bloccando tutte le vie d’uscita, ha proletarizzato il gruppo etnico colonizzato (53) e, in ultima analisi, lo ha costretto a essere “volontariamente” massacrato dal capitale coloniale. In questo caso estremo, anche senza la coercizione diretta dell’apparato statale, il popolo colonizzato non ha altra scelta che sopravvivere. Così, i palestinesi rurali e gli uiguri condividono essenzialmente le stesse condizioni di costrizione al lavoro [iper-sfruttato]. L’intensificazione delle tensioni etniche causate dalla prolungata colonizzazione di insediamento e dalla segregazione etnica ha portato gli studiosi uiguri e Han a paragonare lo “Xinjiang” alla Palestina e al Sudafrica. (54)

Divisione e conquista per spezzare la resistenza

Il lavoro forzato e la sottomissione economica non solo hanno fornito una fonte costante di carburante per l’accumulazione del capitale coloniale, ma hanno anche diviso i colonizzati e minato la resistenza collettiva. Sia in Palestina che nello Xinjiang, l’ampia popolazione di disoccupati costituisce quello che Marx chiamava “esercito industriale di riserva”, un serbatoio di forza lavoro a basso costo. Nel caso di Israele, questo serbatoio non comprende solo palestinesi disoccupati, ma anche lavoratori migranti provenienti da altri Paesi. Per guadagnarsi da vivere e mantenere le proprie famiglie, i proletari indigeni hanno dovuto entrare nel mercato del lavoro secondario pianificato dai colonizzatori essenzialmente come servi della gleba o schiavi, non importa quanto sfruttato sia il loro lavoro. Una volta assunti, si sono uniti alla forza lavoro attiva in opposizione all’esercito industriale di riserva, nel costante timore di perdere il lavoro. Sia loro che i capitalisti sapevano che c’erano molti disoccupati che avevano un disperato bisogno di lavoro. Così, da un lato, i capitalisti coloniali sono liberi di fregare i lavoratori indigeni occupati, mentre dall’altro i lavoratori sono costretti ad accettare la fregatura per paura di essere sostituiti. In questo modo, il confronto tra colonizzatori/borghesia e colonizzati/proletariato si trasforma in un confronto tra la forza lavoro attiva e l’esercito industriale di riserva, cioè in un confronto all’interno del proletariato colonizzato. In queste circostanze, qualsiasi resistenza, sia da parte dei lavoratori stessi sia da parte dei loro compagni palestinesi/uiguri, renderà difficile il mantenimento del posto di lavoro.

Ad esempio, i lavoratori palestinesi di Gaza e della Cisgiordania che hanno cercato di sindacalizzarsi o di fare causa ai loro datori di lavoro hanno rischiato di perdere il posto di lavoro e sono stati persino inseriti in una lista nera per non lavorare più in Israele. La punizione collettiva della resistenza etnica è più evidente nell’odierna guerra genocida. Migliaia di lavoratori palestinesi sono stati rimpatriati con la forza a Gaza dallo scoppio della guerra il 7 ottobre dello scorso anno. A 200.000 lavoratori edili palestinesi è stato impedito di recarsi a lavorare negli insediamenti in Cisgiordania. (55) Anche i palestinesi che sono rimasti a Gaza e nelle porzioni non colonizzate della Cisgiordania per lavorare non sono stati risparmiati: circa 400.000 palestinesi hanno perso il loro lavoro a causa della guerra. (56) Inoltre, Israele ha trattenuto fino a 78 milioni di dollari di entrate fiscali mensili dall’Autorità Palestinese, rendendo impossibile pagare i dipendenti pubblici. (57) Di fronte alla carenza di manodopera creata dalla punizione collettiva, Israele compensa con l’importazione di lavoratori migranti da altri Paesi. Secondo le statistiche, [l’anno scorso] si prevedeva che 10.000 lavoratori indiani sarebbero venuti in Israele per colmare i vuoti di manodopera nell’industria edile israeliana. (58) Il motivo per cui i lavoratori indiani sono disposti a correre il rischio di andare in Israele è proprio l’attuale grave crisi occupazionale in India. In realtà, fin dalla prima Intifada palestinese, Israele ha importato lavoratori migranti da altri Paesi, tra cui la Cina, per sostituire i lavoratori edili palestinesi – senza alcuna garanzia di diritti di base. (59) Tutto questo viene fatto per proteggere la “sicurezza nazionale” di Israele e per impedire ai lavoratori palestinesi di approfittare della dipendenza di Israele dalla loro manodopera per formare un movimento efficace contro l’apartheid – come un tempo fecero i lavoratori neri in Sudafrica.

Questa punizione collettiva della resistenza si applica anche ai lavoratori uiguri. Secondo Mehmet Emin Hazret, dopo l’“incidente di Yining” del 5 febbraio 1997, un gran numero di fabbriche e imprese di Ghulja (la cosiddetta “Yining”) hanno “chiuso” e licenziato molti lavoratori uiguri per “fallimento”, “mancanza di domanda” e così via. Allo stesso tempo, però, la maggior parte di queste fabbriche (o lotti di fabbrica) sono state vendute a coloni Han, e i lavoratori Han si sono ritrovati con condizioni migliori rispetto alle loro controparti uigure. Nel caso dell’Ufficio costruzioni della prefettura di Ili, ad esempio, “c’erano più di 1.000 dipendenti, il 90% dei quali erano uiguri. I posti di lavoro dei dipendenti uiguri sono stati eliminati attraverso il processo di privatizzazione dopo l’incidente. Il proprietario che ha appaltato l’impresa ha portato più di 10.000 lavoratori Han dalla Cina propriamente detta per completare i progetti che aveva rilevato da funzionari corrotti. Questi lavoratori ora lavorano a Ghulja e nelle aree circostanti. Nessuno degli uiguri, che erano disposti ad accettare anche i lavori peggiori per mantenere le loro famiglie, è stato riassunto”. (60) Le ragioni del licenziamento dei lavoratori uiguri e dell’assunzione di lavoratori Han per sostituirli possono essere facilmente immaginate.

D’altra parte, la polarizzazione del proletariato uiguro viene brutalmente nascosta all’interno dei campi di rieducazione e nelle loro fabbriche satellite. Come rivela Byler, sebbene la repressione sia severa in entrambi i luoghi, le condizioni nelle fabbriche satellite sono relativamente migliori (ad esempio, c’è meno sorveglianza e i lavoratori hanno ancora un certo grado di libertà di movimento). I lavoratori uiguri delle fabbriche sono quindi diventati un esercito di lavoratori attivi. (61) Il gran numero di detenuti nei campi di rieducazione serve come esercito di lavoratori di riserva. Così, gli operai delle fabbriche dovevano dimostrare di essere lavoratori industriali che avevano “veramente completato la loro rieducazione” attraverso l’obbedienza assoluta. Sia i capitalisti che gli operai, infatti, sapevano che “qualsiasi lamentela, qualsiasi rallentamento della produzione, avrebbe potuto comportare la loro sostituzione con altri detenuti”. (62)

Ci si potrebbe chiedere se esista la possibilità di una lotta di classe inter-razziale, inter-etnica, dal momento che i lavoratori ebrei e Han e quelli palestinesi e Uyghur sono tutti oppressi dalla stessa classe dirigente. Ma l’esperienza ci dice che sarebbe molto difficile. Storicamente, i lavoratori britannici e irlandesi, e i lavoratori bianchi e neri negli Stati Uniti e in Sudafrica, si sono trovati in campi opposti. Questo perché la borghesia non solo divide il proletariato razzializzato o etnicizzato con il colonialismo dall’interno, ma divide anche il proletariato delle “razze” o delle etnie rispettivamente colonizzatrici e colonizzate. C’è un “tu contro io” proprio perché lo sfruttamento del “tu” favorisce l’“io”.

In Cisgiordania, ad esempio, quasi due terzi dei coloni israeliani (in stragrande maggioranza ebrei) vengono per “migliorare la loro qualità di vita” grazie ai prezzi bassi delle case e agli alti sussidi. (63) Secondo le statistiche, il prezzo medio delle case a Tel Aviv nel 2013 era di 600.000 dollari, mentre il prezzo medio delle case ad Ariel (la quarta città di insediamento in Cisgiordania) era meno della metà! A causa dei bassi prezzi delle case negli insediamenti in Cisgiordania, anche molti palestinesi israeliani sono venuti a comprare casa qui. (65) Gli insegnanti che vengono a lavorare negli insediamenti ricevono anche un aumento di stipendio del 20% e le sovvenzioni governative coprono l’80% dell’affitto dell’alloggio e il 75% delle spese di viaggio. (66) Lo stesso vale nello “Xinjiang”. Ad esempio, il governo sovvenziona le imprese per incoraggiarne l’ingresso nella regione. Negli ultimi anni, il Corpo ha anche incoraggiato i proletari Han a trasferirsi nello “Xinjiang” fornendo ai nuovi immigrati alloggi, posti di lavoro e terreni. (67) Queste politiche sono spesso rivolte ai laureati in cerca di lavoro, ai lavoratori migranti, ai disoccupati e agli operai che sono stati sottratti alla povertà – “forza lavoro in eccesso” esclusa dal competitivo mercato del lavoro nazionale-urbano (68). (A questo proposito va notato che il più grande afflusso di coloni Han nello Xinjiang nei primi tre decenni di governo del PCC non è stato organizzato dal Corpo, ma è consistito in oltre 2 milioni di persone che fuggivano dalla carestia del [Grande Balzo] [1959-1961]).

A ciò si aggiunge il fatto che il mercato del lavoro, segregato dal punto di vista etnico e razziale, era già favorevole ai lavoratori ebrei e Han. Si può notare che sia ai coloni israeliani che a quelli Han, per la maggior parte, il sistema coloniale aveva promesso mobilità verso l’alto e condizioni economiche relativamente favorevoli. Nell’articolo “Xinjiang, capitale e oppressione etnica”, Yu Zhou paragona i coloni Han della regione ai bianchi americani di W.E.B. Du Bois. Yu Zhou ha sottolineato con acume che, oltre ai benefici economici, gli immigrati Han hanno ricevuto anche “ricompense spirituali” dall’oppressione etnica: il rispetto sociale. (70) Allo stesso modo, anche lo strato più basso degli ebrei israeliani gode “dei diritti civili e umani, della terra, della casa, dei benefici sociali che sono negati ai palestinesi”. (71) Nell’ambito della segregazione razziale o etnica, l’identità razziale o etnica stessa è un grande privilegio. A parte la morale personale, perché i coloni proletari dovrebbero rifiutare un sistema che presenta tutti i vantaggi e nessuno degli svantaggi? È difficile come chiedere a un maschio etero privilegiato di opporsi al patriarcato. Non c’è da stupirsi se i socialisti israeliani Moshe Machover e Akiva Orr affermano che è la realtà materiale a impedire la solidarietà di classe proletaria tra palestinesi ed ebrei israeliani. (73) Non si tratta neppure di un caso isolato. Secondo un sondaggio d’opinione del 2011 di UighurBiz, “la stragrande maggioranza degli intervistati Han sostiene una politica dura nei confronti degli uiguri. L’89,4% degli intervistati Han nello Xinjiang voleva mantenere e rafforzare il dominio Han a tutti i livelli. L’82,3% degli Han con hukou [registrazione della famiglia] con sede nello Xinjiang ha sostenuto la continuazione del controllo esclusivo”. I dati sono la prova migliore. (74)

In un tipo più sinistro di divisione sociale, la classe dirigente coloniale collabora anche con alcuni dei colonizzati, facendo concessioni parziali e incorporandoli come agenti per disciplinare i loro compatrioti. L’esempio più noto è l’Autorità Palestinese, un regime fantoccio che aiuta Israele a reprimere il popolo palestinese. Anche gli intermediari palestinesi nel mercato del lavoro fanno parte del sistema di oppressione. Vickery sottolinea che i lavoratori palestinesi in Cisgiordania fanno molto affidamento su intermediari della stessa etnia per ottenere i permessi di lavoro. Questi intermediari sono per lo più palestinesi di lingua ebraica appartenenti agli strati sociali più elevati. Sono ben collegati e in grado di comunicare meglio con i datori di lavoro israeliani. Tuttavia, invece di lottare per i diritti legali dei lavoratori palestinesi, spesso diventano complici dei capitalisti israeliani nella loro ricerca di profitto, aiutandoli a sfruttare le scappatoie legali, sfruttando e persino abusando dei loro compagni di lavoro. Nello “Xinjiang”, la classe dirigente Han ha anche integrato alcune minoranze etniche nell’apparato statale. Ad esempio, nei campi di rieducazione ci sono guardie uigure e kazake che sorvegliano i loro compatrioti. Secondo gli attivisti uiguri Tahir Imin e Dilxat Raxit, questi individui possono essere ampiamente classificati in tre gruppi: (1) “tipici traditori etnici degenerati”; (2) coloro che non hanno altra scelta se non quella di farlo per la propria sicurezza e per quella delle loro famiglie; e (3) coloro che non sono in grado di trovare un buon lavoro. (75) A tutti loro è stata promessa una qualche ricompensa dai governanti coloniali: mezzi di sussistenza o libertà personale. Ma in ogni caso, erano vittime di un lavoro forzato disumano, perpetue “persone a due facce” (两面人) (76) – e sembra probabile che sia da qui che deriva gran parte della cosiddetta “degenerazione”.

Osservazioni conclusive

Decenni di sofferenza palestinese e uigura ci hanno insegnato l’isomorfismo (同构性) dell’oppressione. Se la dittatura del PCC è ignobile, l’incompetenza e l’ipocrisia della democrazia borghese è evidente anche in Israele, anch’esso colpevole di genocidio, e nei suoi alleati imperialisti occidentali, che gli forniscono un ombrello protettivo di armi e denaro. In un momento in cui palestinesi e uiguri subiscono insieme il genocidio e i prigionieri neri sono sottoposti ai lavori forzati nelle carceri americane, (77) dobbiamo capire che non c’è alcuna differenza significativa tra il capitalismo dittatoriale cinese e il capitalismo liberaldemocratico. Per non parlare del fatto che il diritto internazionale è una farsa in merito alla questione di Israele e Palestina, e i due pesi e due misure in materia di diritti umani sono disgustosi: persino le libertà di parola e di protesta, fondamentali nelle democrazie liberali, sono gravemente erose, e la già limitata democrazia borghese è ridotta a uno stato di polizia. La causa principale di questa somiglianza di oppressione non è altro che il capitalismo isomorfo.

Pertanto, il rovesciamento delle dittature e il raggiungimento dell’autodeterminazione nazionale o etnica sono essenziali, ma non sufficienti, per la politica anticoloniale. Nelle colonie in cui gli interessi dei capitalisti e dei coloni sono intrecciati, la “razza” o gruppo etnico colonizzato è quasi universalmente proletarizzato. Anche una volta completata la decolonizzazione, gli indigeni devono ancora fare i conti con il capitale straniero, che è sempre in agguato. Con la globalizzazione del capitale, è difficile sviluppare un’economia indigena senza aprire i mercati. Pertanto, anche dopo l’abolizione dell’apartheid e l’avvento della democrazia borghese, la borghesia indigena-etnica esistente o nuova abbraccerà inevitabilmente il capitale straniero e continuerà a sfruttare i propri compatrioti proletari, proprio come accade oggi negli Stati Uniti e in Sudafrica. In altre parole, anche se l’occupazione militare e la colonizzazione di insediamento saranno eliminate, il capitale potrà riorganizzarsi e portare avanti la colonizzazione economica. A quel punto, il capitale potrà non essere “cinese” o “israeliano”, ma sarà sempre capitalista. Pertanto, dobbiamo riconoscere la realtà materiale di un proletariato diviso per razza o etnia e sradicare il sistema capitalista che riproduce le strutture coloniali. Allo stesso tempo, dobbiamo evitare di ripetere gli errori delle false istituzioni di “autonomia nazionale” del PCC e costruire un’autentica democrazia socialista basata sul principio della vera autodeterminazione nazionale-etnica. Solo così potremo porre fine all’oppressione razziale-etnica e raggiungere la libertà e l’uguaglianza, portando alla liberazione di tutti.

Note

  1. Si veda “Misery and Debt: On the Logic and of Surplus Populations and Surplus Capital”, Endnotes 2 (2010)” [Miseria e debito: sulla logica e delle popolazioni in eccesso e del capitale in eccesso], Endnotes 2 (2010); la traduzione cinese è in corso di pubblicazione in 既非先知也非孤儿:《尾注_300B↩选ࢱ.
  2. Persino il fondamentalista cristiano Adrian Zenz, notoriamente filo-occidentale, ammette che tale cambiamento è avvenuto in questo articolo/relazione scritto per l’organo di propaganda statunitense sostenuto dallo Stato, Radio Free Asia.
  3. Per ulteriori interessanti approfondimenti sulle azioni globali per Gaza, si vedano anche le recenti interviste di Endnotes e Megaphone ai partecipanti agli accampamenti universitari statunitensi, di cui si è parlato anche in occasione di alcuni di questi eventi in Cina.
  4. Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Matters (22 maggio 2024) come 从巴勒斯坦到 “新疆攠: 强迫劳动和资本统治. Si noti che l’autore mette “Xinjiang” tra virgolette per indicare l’imposizione coloniale di questo nome (originariamente da parte dello Stato Qing, governato dai Manciù, nel XIX secolo), in contrasto con le denominazioni turche locali come “Turkestan orientale”. Immagine di testata del Progetto Verità Uigura. Si prega di notare che l’uso di questa bella immagine non implica l’approvazione di alcuna forma di nazionalismo. Come suggerisce l’ultimo paragrafo di Canyu, la classe operaia non ha nazione e la liberazione dell’umanità dal dominio del capitale può avvenire solo attraverso la nostra alleanza transfrontaliera contro tutti gli Stati, che sono solo “un comitato per la gestione degli affari comuni della borghesia nel suo complesso”. -Traduttori.
  5. Hasbara si riferisce alla propaganda in grande stile utilizzata da Israele per controllare l’opinione pubblica e per dare un’immagine pulita di sé.
  6. Il termine “tankie” si riferisce di solito agli occidentali di sinistra (ad esempio, stalinisti, maoisti) che sostengono regimi autoritari in sedicenti “Paesi socialisti”. Queste persone tendono a credere che le potenze occidentali (in particolare gli Stati Uniti) siano le uniche forze imperialiste (e quindi ogni posizione anti-occidentale è giustificata), ignorando le pratiche imperialiste dei Paesi non occidentali (ad esempio, Cina, Russia) e l’oppressione dei loro stessi popoli. {Nota dei traduttori: il termine “tankie” è stato originariamente coniato dai marxisti dissidenti del Regno Unito per criticare coloro che continuavano a sostenere l’URSS dopo l’uso dei carri armati per reprimere la rivolta del 1956 in Ungheria. È quindi alquanto ironico che il termine sia ora associato al sostegno di regimi come la RPC che hanno esplicitamente rifiutato tali esperimenti storici “socialisti” come “errori di sinistra”, hanno abbracciato il mercato globale come parte di una “fase iniziale della costruzione socialista” che dovrebbe durare centinaia di anni prima che si possa considerare di nuovo una transizione comunista, hanno invitato i capitalisti privati nel partito come “lavoratori imprenditoriali” e hanno affermato una posizione materiale centrale nel sistema planetario di produzione capitalista. Per chiarimenti, si vedano le nostre FAQ “La Cina è un Paese socialista?” e “La Cina è un Paese capitalista?”}.
  7. Esiste anche una piccola fazione di liberali cinesi che sostengono sia i palestinesi sia gli uiguri, che classificherei come “liberali di sinistra” (左倾自由派 o 自由左翼, come alcuni di loro si auto-identificano), in contrapposizione alla maggioranza di destra dei liberali cinesi. Sulla base delle mie interazioni e osservazioni personali, i liberali di sinistra possono essere suddivisi grossomodo in tre gruppi sovrapposti: (a) le “élite” che hanno già familiarità con la storia della Palestina o che sono comunque più istruite, il che consente loro di accedere a informazioni in inglese per cogliere entrambi i lati della storia; (b) gli attivisti di base che hanno meno accesso a queste informazioni, ma che rimangono molto attenti e critici nei confronti di tutte le forme di oppressione sulla base della loro fede nei diritti umani universali; e (c) i liberali di sinistra femministi e queer con una consapevolezza dell’intersezione di genere, razza, classe, ecc. Sebbene i liberali di sinistra critichino costantemente il genocidio dei palestinesi e degli uiguri da una prospettiva umanistica, in genere non adottano un punto di vista marxiano sulla lotta di classe e spesso prestano meno attenzione alle forze capitaliste e imperialiste che stanno alla base delle colonizzazioni, nonché alla storia complessiva dello sfruttamento e dell’oppressione del Nord globale nei confronti del Sud globale. Tuttavia, quasi tutti i liberali cinesi non si fidano dei media nazionali cinesi (che riportano solo in parte la situazione dei palestinesi e censurano completamente le questioni degli uiguri), considerando tutto come propaganda di Stato. Si affidano invece in larga misura ai media occidentali mainstream o ai media liberali cinesi indipendenti, il che rende difficile una riflessione critica sulle loro posizioni filo-occidentali. Poiché alcuni liberali cinesi, che ritengo abbiano una posizione ferma sui principi dei diritti umani, sono ancora fuorviati dalla propaganda sionista a causa della loro mancanza di accesso a informazioni più complete, uso il termine più ampio “liberali” per etichettare questo insieme di gruppi nel loro complesso, piuttosto che specificare “liberali di destra”.
  8. Yazan al-Saadi “On Israel’s Little-known Concentration and Labor Camps in 1948-1955”, 2014.
  9. Addameer Prisoner Support and Human Rights Association, “Lo sfruttamento economico dei prigionieri palestinesi”, 2016.
  10. Ralph Schoenman, The Hidden History of Sionism [La storia nascosta del sionismo], 1988.
  11. Yang Haiying (杨海英), “La rivoluzione culturale degli uiguri” (维吾尔人的文革), Southern Mongolian Comment on Current Affairs (南蒙古时事评论), maggio 2020.
  12. Secondo il libro di Jun Kumakura (熊仓润) Xinjiang: Seventy Years of CCP Domination (新疆: 被中共支配的七十年), la maggior parte di questi quadri uiguri erano “elementi filo-sovietici” che avevano disertato il PCC dall’ex Repubblica del Turkestan orientale. Risentendo del dominio centralizzato degli Han, le loro aspirazioni all’autodeterminazione nazionale erano spesso influenzate dal federalismo dell’Unione Sovietica, secondo il cui modello speravano di istituire una repubblica autonoma dell’Uyghuristan all’interno della RPC, con gli affari esteri e le forze armate sotto l’autorità del governo centrale, ma con un esercito composto da gruppi etnici locali. In realtà, prima della fondazione del PCC, aveva sostenuto la “Rivoluzione dei tre distretti” (三区革命) contro il governo del Guomindang (KMT) e aveva scritto lettere a sostegno del Movimento per l’indipendenza del Turkestan orientale. Anche dopo la presa del potere da parte del PCC nel 1949, la “rivoluzione dei tre distretti” è stata riconosciuta come parte della rivoluzione democratica nella narrazione storica del PCC. Questo impegno ha reso naturale, e non radicale, che i quadri uiguri facessero queste rivendicazioni durante il periodo dell’amicizia sino-sovietica. Hamuti Yaoludaxifu (哈木提-尧鲁达西甫), di cui si parlerà più avanti, ha anche osservato che “lo Xinjiang potrebbe costruire il socialismo senza gli Han”. Ciò suggerisce che questi quadri uiguri non si opponevano al socialismo o al comunismo, ma piuttosto al dominio degli Han, sia esso del PCC o del KMT. {Traduttori: Non siamo riusciti a trovare la grafia romanizzata in uiguro di Hamuti Yaoludaxifu, quindi abbiamo usato la grafia romanizzata in cinese. La “Rivoluzione dei Tre Distretti” era il termine cinese per indicare la ribellione di Ili del 1944, guidata dagli uiguri filo-URSS contro la Repubblica di Cina, che istituì la Seconda Repubblica del Turkestan Orientale fino al suo crollo nel 1947, con i Tre Distretti che rimasero indipendenti fino a quando non furono riuniti nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang sotto la neonata RPC nel 1949-1950. I “tre distretti” si riferivano a Ili, Tarbagatay e Altay. Si veda James Millward, Eurasian Crossroads: A History of Xinjiang (Londra: Hurst, 2021), pagine 211-230.}
  13. “Il Comitato del PCC della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang approva il licenziamento del destrorso Hamuti Yaoludaxifu dal Partito” “CCP Committee of Xinjiang Uygur Autonomous Region Approves Dismissal of Rightist Hamuti Yaoludaxifu from the Party”, 1959, Banned Historical Archives (和谐历史档案馆).
  14. Un partito chiamato Partito Rivoluzionario del Popolo del Turkestan Orientale (东突人民革命党) è stato fondato nel 1946 e sciolto nel 1948. Nel 1967 è stato costituito un nuovo partito con lo stesso nome. Per maggiori dettagli si veda Qurban Niyaz, “Ho vissuto la mia vita come avevo detto che avrei fatto, non ho rimpianti”: Former Xinjiang Independence Activist” (RFA, 2020) e ‘China/Uighurs (1949-presente)’.
  15. Secondo la Fondazione per lo studio della riforma attraverso il lavoro (劳改研究基金会), tra i 40 e i 50 milioni di cinesi sono sottoposti a lavori forzati. Al di fuori dello “Xinjiang”, anche i prigionieri politici cinesi Han e taiwanesi sono sottoposti ai lavori forzati. Ad esempio, negli ultimi anni, prigionieri politici come Guo Feixiong, Li Mingzhe (Taiwan), Cheng Yuan e Ou Biaofeng sono stati tutti sottoposti a lavori forzati in carcere. {Traduttori: Il sistema laogai (riforma attraverso il lavoro) non è stato ufficialmente abolito e viene ancora utilizzato per alcuni tipi di prigionieri politici. Il termine qui tradotto come “campo di rieducazione” (再教育营) non era apparentemente un termine ufficiale, ma era usato colloquialmente per il sistema di “rieducazione-attraverso-il-lavoro” (laojiao 劳教) che è esistito dagli anni ’50 fino alla sua abolizione formale nel 2013 come pena per reati minori. Da allora, i detenuti con accuse simili sono stati condannati a carceri ordinarie (监狱), ospedali psichiatrici o strutture per la riabilitazione dalle dipendenze, tutte strutture che notoriamente richiedono ai detenuti di lavorare. Ciò è particolarmente vero per le carceri ordinarie, che funzionano in modo simile a quelle di altri Paesi (tra cui quelle di Israele/Palestina citate in precedenza), richiedendo ai detenuti di percepire un salario (molto al di sotto del salario minimo) per acquistare beni di prima necessità attraverso lo spaccio. A differenza di alcuni di questi Paesi, però, i detenuti sembrano avere meno possibilità di scegliere se partecipare o meno (sono esentati solo per motivi di salute) e i beni prodotti sono venduti direttamente sul mercato. Un amico che abbiamo intervistato, condannato a tre anni di carcere dal 2019 al 2022 (per spaccio di marijuana), è stato obbligato a lavorare in una fabbrica carceraria che produce tende per uso commerciale. Tuttavia, ha notato ironicamente che le condizioni e gli orari di lavoro non erano così negativi come quelli delle fabbriche convenzionali al di fuori del carcere}.
  16. Traduttori: Sembra che solo nello Xinjiang (e non anche in Tibet), dopo l’abolizione formale del sistema laojiao (“rieducazione attraverso il lavoro”) nel 2013, un nuovo tipo di campo di lavoro è emerso nel 2014 con il nome di “centri di trasformazione attraverso l’educazione” (教育转化中心), fino a quando non sono stati rinominati “centri di istruzione e formazione professionale” (职业技能教育培训中心) nel 2017. Questo nuovo tipo di campo era incentrato su un tipo specifico di indottrinamento contro l’“estremismo religioso”, oltre al tradizionale requisito di svolgere lavoro e, probabilmente, a una nuova componente di propriamente detta “formazione professionale” con componenti sia tecniche che ideologiche, volta a trasformare i “contadini” musulmani turchi potenzialmente dissidenti in lavoratori industriali compiacenti.
  17. Reuters, “1,5 milioni di musulmani potrebbero essere detenuti nello Xinjiang cinese – accademico”, 2019. {Traduttori: Si noti che 1,5 milioni è stata la stima massima (circa un musulmano turco su sei nella regione), dedotta da “immagini satellitari, spesa pubblica per le strutture di detenzione e testimonianze di strutture sovraffollate e di familiari scomparsi”, che anche la fonte citata Adrian Zenz ha riconosciuto essere “speculativa”. La nostra avvertenza non è intesa a minimizzare le atrocità, ma solo a cercare la trasparenza dei fatti e ad ampliare la portata dell’analisi al di là dei campi di lavoro in quanto tali. Come abbiamo notato nella nostra prefazione, la strategia della RPC contro i musulmani turchi sembra essersi spostata, dopo questo apice del 2019 di detenzione in “strutture di formazione professionale”, verso il trasferimento dei detenuti in carceri ordinarie o il loro rilascio nella società, per poi imporre il rispetto delle politiche statali e la produzione di plusvalore in altri modi, incluso il trasferimento in fabbriche ordinarie nello Xinjiang e nella Cina propriamente detta}.
  18. Xinjiang Daily (新疆日报) “Xinjiang Accelerates Textile and Garment Industry Development in the Next 10 Years” (未来10年新疆加快推进纺织服装产业发展), 2014.
  19. Darren Byler, In The Camps: China’s High-Tech Penal Colony (Columbia Global Reports, 2021); la versione cinese è disponibile gratuitamente su Chuangcn.org/books.
  20. Piattaforma pubblica di informazione governativa di Kashgar (喀什政府信息公开平台), “Annuncio sull’emissione del programma di attuazione della formazione al lavoro per i gruppi svantaggiati nella regione di Kashgar” (关于印发《喀什地区困难群体就业培训工作实施方案》的通知), 2018.
  21. Byler {pagina 113 del libro inglese, 116 del PDF cinese}.
  22. Traduttori: Si veda “Gleaning the Welfare Fields: Rural Struggles in China since 1959” in Chuang 1 (2015) per la nostra analisi della categoria nongmin e del suo mutevole referente materiale durante la transizione capitalistica cinese. Abbiamo meno familiarità con la situazione in Palestina, ma nel tradurre questo termine cinese, ci atteniamo a “ruralites” o semplicemente “rural Palestinians/Uyghurs”, poiché potrebbe essere applicato a chiunque sia nato e risieda in campagna, nonostante il suo grado di proletarizzazione o di dipendenza dal denaro ottenuto da fonti diverse dalla coltivazione della propria terra per uso o vendita. (“Contadino” e “agricoltore” implicano entrambi un maggior grado di indipendenza da tali redditi. “Residente rurale” implica il fatto di vivere effettivamente nei propri villaggi per la maggior parte del tempo, il che non è il caso della maggior parte dei giovani rurali cinesi o dei palestinesi che hanno perso la loro terra e sono stati costretti a lavorare negli insediamenti – anche se sembrava essere la condizione di molti gazesi fino allo scorso autunno).
  23. La “Seam Zone” si riferisce alla piccola zona cuscinetto tra la linea del cessate il fuoco di Israele del 1949 e il muro di confine fisico, che fa parte dell’Area C della Cisgiordania controllata da Israele. Secondo i dati delle Nazioni Unite, nel 2006 vi vivevano circa 50.000 palestinesi.
  24. Matthew Vickery, Employing the Enemy: The Story of Palestinian Labourers on Israeli Settlements (Londra: Zed Books, 2017).
  25. La Guerra dei Sei Giorni si riferisce al conflitto dal 5 al 10 giugno 1967 tra Israele e una coalizione di Stati arabi incentrata su Egitto, Siria e Giordania. Israele sconfisse rapidamente la coalizione araba in soli sei giorni, conquistando la Cisgiordania palestinese, la penisola del Sinai egiziana e le alture del Golan siriano. La guerra fece sfollare centinaia di migliaia di palestinesi, portò all’esproprio e alla frammentazione delle terre e aggravò la condizione dei palestinesi, con ripercussioni che continuano ancora oggi.
  26. Laura T. Murphy, Nyrola Elimä e David Tobin, “Until Nothing is Left: China’s Settler Corporation and its Human Rights Violations in the Uyghur Region-A report on the Xinjiang Production and Construction Corps” (Sheffield Hallam University: Centro Helena Kennedy per la giustizia internazionale, 2022).
  27. Ilham Tohti, “Problemi etnici attuali nella regione autonoma uigura dello Xinjiang: Overview and Recommendations” (当前新疆民族问题的现状及建议) {scritto nel 2011, pubblicato dopo l’arresto di Tohti nel 2014, traduzione in inglese pubblicata su China Change nel 2015, dove è disponibile anche il cinese}.
  28. Zhu Peimin (朱培民) e Wang Baoying (王宝英), Storia del governo del PCC nello Xinjiang (中国共产党治理新疆史), 当代中国出版社, 2015.
  29. Traduttori: “Capitalismo burocratico” e ‘socialismo burocratico’ sono categorie che associamo ai tentativi trotskisti di teorizzare l’URSS e la Cina durante l’era dell’economia pianificata dallo Stato. Queste categorie differiscono dalla nostra analisi in “Sorgo e acciaio” (Chuang journal, issue 1), dove proponiamo il termine “regime di sviluppo socialista” per descrivere l’instabile “non-modello di produzione” della Cina dal 1956 agli anni Settanta. In “Polvere rossa” (Chuang 2) analizziamo poi la transizione da questo regime al modo di produzione capitalista negli anni ’70-’90, notando che quest’ultimo modo è fondamentalmente lo stesso in tutto il mondo, indipendentemente dalle istituzioni politiche o da altre condizioni nazionali che potrebbero farlo apparire “burocratico” o comunque distintivo in superficie. (Ciò è coerente con la discussione di Canyu sul “capitalismo isomorfico” alla fine di questo articolo). Per una sintesi più accessibile, consultare le nostre FAQ, tra cui “La Cina è un Paese socialista?”.
  30. Traduttori: Secondo il libro di Li Xiaoxia citato nella nota successiva, “Dopo l’attuazione del sistema di responsabilità domestica, la produzione collettiva è stata sostituita da quella domestica e gli abitanti dei villaggi hanno lavorato sulla propria terra individualmente, con gli abitanti dei villaggi Han e Uiguri che lavoravano insieme solo quando facevano il lavoro obbligatorio [cioè le corvée] e nella costruzione di terreni agricoli e di conservazione dell’acqua su larga scala. In seguito, tuttavia, i residenti dei villaggi Han hanno sostituito il lavoro obbligatorio con il denaro e gli abitanti dei villaggi misti Han fanno spesso lo stesso. Poiché il numero di abitanti dei villaggi Han è relativamente basso, la maggior parte di loro ha la possibilità di sostituire il lavoro obbligatorio con il denaro, e molti abitanti dei villaggi Han desiderano avere più tempo per organizzare la propria produzione. Questa forma di sostituzione del lavoro obbligatorio è diventata gradualmente un accordo istituzionale. Secondo un’indagine condotta nel 2005 nel villaggio di Gedakul, comune di Bixibag, contea di Kuqa, c’erano 13 famiglie Han nel villaggio. Il villaggio non richiedeva più agli abitanti Han di svolgere un lavoro obbligatorio, ma piuttosto di pagare una certa somma di denaro in base alla quantità di terra che avevano contrattato”. Li Xiaoxia (李晓霞), Han People in the Rural South of Xinjiang (新疆南部乡村汉人), 社会科学文献出版社 (2015), pag. 395. (Grazie a Canyu per avercelo segnalato).
  31. Li Xiaoxia (李晓霞), Han People in the Rural South of Xinjiang (新疆南部乡村汉人), 社会科学文献出版社, 2015.
  32. Traduttori: Il termine cinese qui utilizzato (官僚计划经济) significa letteralmente “economia pianificata burocratica”, ma lo abbiamo cambiato in “sistema” perché l’economia pianificata dallo Stato per la Cina nel suo complesso era già stata completamente sostituita da meccanismi di mercato in questo periodo (i primi anni 2000), anche se la transizione capitalistica nel settore agricolo non era ancora completa fino agli anni 2010. A quanto pare, nello Xinjiang questa transizione ha comportato un grado di pianificazione particolarmente elevato da parte dei governi locali. In risposta alla nostra domanda, l’autore spiega che: “Quello che sto suggerendo con questo termine è che i governi locali hanno avuto un ruolo centrale nel pianificare ciò che gli agricoltori uiguri dovevano piantare nei primi anni 2000, piuttosto che lasciare che decidessero da soli”. Come descrive Tursun {citato nella nota successiva}, “dopo la riforma e l’apertura, nelle aree rurali del nostro Paese è stato implementato il sistema di contrattazione della terra e gli agricoltori hanno operato in modo indipendente, regolati solo dall’economia di mercato”. Nella borgata di Yeyik, tuttavia, ho appreso che, sebbene a ogni famiglia fossero stati assegnati da tempo almeno 15 mu di terra, i contadini non erano ancora in grado di operare in modo indipendente. Lì esisteva ancora il sistema economico pianificato e l’intera produzione agricola era ancora condotta secondo le istruzioni delle agenzie governative”. Da quanto ho capito, anche se il fattore burocratico potrebbe essere diminuito in seguito dalla forza del mercato, come avete elaborato nella nota a piè di pagina, la collusione tra governi e imprese persiste”.
  33. Secondo lo studioso uiguro Baihetiyar Tursun [sulla base di un’indagine del 2001], le “cinque unificazioni” si riferivano alla coltivazione unificata, alla semina unificata, alla gestione unificata, all’irrigazione unificata e al raccolto unificato. La sua descrizione coglie appieno i metodi di sfruttamento agrario di quell’epoca: “Le sementi, i fertilizzanti, i teli di plastica, i pesticidi e così via dovevano essere acquistati dal governo della città e poi venduti ai contadini a un prezzo stabilito dalla città; i contadini non potevano acquistarli da soli. Se i contadini non avevano denaro, potevano ottenere un prestito dall’unione di credito del comune (乡信用社). Dopo il raccolto estivo, l’importo che rimaneva dopo aver dedotto gli interessi sui prestiti e altre spese era il reddito effettivo degli agricoltori. Un dirigente del villaggio di Yeyik Township (叶亦克乡) mi ha fornito questo calcolo: Se un agricoltore coltivava 10 mu [0,6 ettari] di grano, poteva guadagnare 4.500-5.000 yuan in base allo standard di raccolto locale e al prezzo di vendita del grano. Ma le spese di quell’anno per l’aratura, la semina, l’acqua, i fertilizzanti, le spese di gestione, le tasse fondiarie, i fondi del villaggio e del comune e il fondo di assistenza pubblica (公益金) sarebbero di circa 4.000 yuan. Dopo aver dedotto queste spese, il reddito effettivo dell’agricoltore era di soli 500-1.000 yuan”. Baihetiyar Tursun (拜合提亚尔-吐尔逊), “Problemi, contromisure e significato dello sviluppo socio-economico nello Xinjiang meridionale: A Field Survey from the South of the Xinjiang Uyghur Autonomous Region (新疆南疆地区社会经济发展面临的问题、对策及其意义 —新疆维吾尔自治区南疆地区实地调查), Northwest Minorities Research (西北民族研究) 2003(2): 77. {Traduzione: Abbiamo inserito aggiunte come “la fase agraria della transizione capitalistica dello Xinjiang” per chiarire che questi meccanismi “burocratici” hanno predominato durante un periodo precedente, che ha contribuito a creare l’attuale struttura del capitalismo agrario nello Xinjiang – che corrisponde all’incirca alla transizione nella Cina propriamente detta. (Come esaminato in “Polvere rossa”, la transizione capitalistica della Cina nel suo complesso è stata completata all’inizio degli anni Duemila, ma come analizzeremo nel numero 3, la transizione agraria è stata completata solo circa dieci anni dopo). Ad esempio, l’indagine di Tursun del 2001 sottolinea il pagamento di tasse e imposte da parte dei piccoli proprietari al governo locale come una forma chiave di sfruttamento, ma tali pagamenti sono stati aboliti in tutta la Cina entro il 2005. Storicamente, l’esproprio ha funzionato in parte per aiutare a concentrare i terreni agricoli nelle mani di imprese agricole emergenti (tra cui alcune di proprietà di una minoranza di agricoltori locali, altre di imprese non locali e, nello Xinjiang, dei coloni Han di cui si parla qui) e per spingere la maggior parte dei contadini a lasciare la terra e a emigrare per motivi di lavoro, dato che non potevano più permettersi le tasse e le imposte richieste per l’uso della terra. Ora, gli sfruttatori diretti consistono principalmente in queste imprese (private o statali) che operano attraverso una varietà di accordi: ex contadini che lavorano come braccianti in aziende agricole commerciali che affittano la terra dal villaggio; piccoli proprietari locali che coltivano ancora la propria terra, ma ora sotto contratto con le imprese agricole, ecc: Evidence from “Agrarian Change in Contemporary China””, Chuang blog 2015). Sulle forme particolari attraverso le quali questa transizione ha avuto luogo nello Xinjiang, si veda Darren Byler, Terror Capitalism: Uyghur Dispossession and Masculinity in a Chinese City (Duke University Press, 2022), compreso il passaggio citato nella nota successiva (che cita anche il brano di Tursun). Per un caso di studio sui trasferimenti di diritti d’uso dei terreni agricoli a Kashgar, si veda Alessandra Cappelletti, Socio-Economic Development in Xinjiang Uyghur Autonomous Region: Disparities and Power Struggles in China’s North-West (Palgrave Macmillan, 2020), pagine 231-267.}
  34. Byler, Terror Capitalism. {Tutti questi interventi economici pubblici e privati hanno prodotto un nuovo tipo di contadino uiguro. Uno degli obiettivi principali della campagna di sviluppo statale “Aprire il Nord-Ovest” (Ch: xibei kaifa), iniziata negli anni ’90, era quello di aumentare la produzione di beni di prima necessità – come colza, pomodori, cotone e altre colture di base – su scala industriale. … Nel giro di pochi anni, molti agricoltori uiguri sono stati costretti a firmare contratti di indebitamento che non riuscivano a coprire le spese di vita di base o le spese per le sementi e le attrezzature agricole. … Di conseguenza, all’inizio degli anni 2000, in molte contee della patria uigura dello Xinjiang meridionale, i diritti su un’alta percentuale di terra coltivabile erano di proprietà di pochi potenti individui all’interno delle istituzioni locali del partito. Ad esempio, secondo alcuni agricoltori che ho intervistato, in una contea vicino a Turpan un singolo individuo possedeva i diritti su circa il 60% di tutti i terreni agricoli disponibili. … Molti agricoltori uiguri, o i loro figli, sono stati costretti a cercare lavoro altrove, come lavoratori agricoli migranti o come piccoli commercianti e lavoratori a pagamento nelle città locali o, a volte, nella grande città di Ürümchi”. (Pagine 107-108)}.
  35. Li Xiaoxia (李晓霞), “The Process of Rapid Urbanization and the Transformation of Ethnic Residence Patterns in Xinjiang” (新疆快速城市化过程与民族居住格局变迁), Università di Pechino: Dipartimento di Sociologia (2012), archiviato su Xinjiang Victims Database.
  36. Citato in “The Hostile Environment for Uyghur Workers Uncovered” di Natalia Motorina, Juozapas Bagdonas, Kristiana Nitisa e Mauritza Klingspor, pubblicato su Byline Times nell’agosto 2021.
  37. Nel rapporto del 2016 “Without land there is no life: Chinese state suppression of Uyghur environmental activism”, l’Uyghur Human Rights Project ha documentato casi di terreni espropriati tra il 2008 e il 2015 e poi ridistribuiti o venduti a coloni Han. In questi casi, il risarcimento è stato pagato raramente, se non mai, e la resistenza è spesso sfociata in violenze da parte della polizia o in carcere. Con la comparsa del nuovo tipo di campi di rieducazione dopo la stesura del rapporto, la resistenza deve essere diventata ancora più difficile.
  38. Oltre a Vickery, Leila Farsakh, un’economista politica palestinese, ha descritto dettagliatamente questo fenomeno in “Palestinian Labor Flows to the Israeli Economy: Una storia finita?”. Journal of Palestine Studies 32(1) Autumn 2002.
  39. Vickery 2017.
  40. Tohti, “Present-Day Ethnic Problems in Xinjiang Uighur Autonomous Region” [Problemi etnici attuali nella regione autonoma dello Xinjiang Uighur].
  41. Abduwali Himit (阿布都外力-依米提), “An Analysis of Factors Influencing Labor Migration of Rural Ethnic Minorities and Measures —— with the Example of Uighur Floating Population” Analisi dei fattori che influenzano la migrazione lavorativa delle minoranze etniche rurali e misure – con l’esempio della popolazione fluttuante uigura, 2007.
  42. Hanikez Turak (哈尼克孜-吐拉克), “Research on the Survival and Adaptation of Uyghur Migrant Workers in Chinese Cities Outside of Xinjiang: A Case Study of Wuhan” Ricerca sulla sopravvivenza e l’adattamento dei lavoratori migranti uiguri nelle città cinesi al di fuori dello Xinjiang: A Case Study of Wuhan, Ethnic Sociological Research Bulletin (民族社会学研究通讯) numero 137, 2013. Si veda anche Byler, Terror Capitalism.
  43. Himit, “An Analysis of Factors”.
  44. Wang Lixiong (王力雄), My West China, Your East Turkestan (我的西域,你的东土) {Locus 大塊文化, 2007, disponibile online qui}.
  45. Sam Tynen, “Triple dispossession in northwestern China” {in Xinjiang Year Zero, ANU Press} 2022.
  46. PeaceNow “L’amministrazione civile riconosce l’estrema discriminazione nei permessi di costruzione e nell’applicazione della legge tra palestinesi e coloni”, 2023.
  47. Xinhua (新华社), “Guardando indietro all’undicesimo piano quinquennale, guardando avanti al dodicesimo piano quinquennale: The West-East Gas Pipeline Project Benefits both the West and the East” (回眸十一五 展望十二五:西气东输工程惠及西东), 2011.
  48. Wall Street Journal (versione cinese 华尔街日报), “Once a Bridge of Friendship, Now a Prisoner: The Changing Fate of a Uyghur Merchant” (昔日友好e梁,今朝6下之囚–维吾尔族商人的命运转折), 2021; Uyghur Human Rights Project, ”Under the Gavel: Evidence of Uyghur-owned Property Seized and Sold Online”, 2021.
  49. Uyghur Human Rights Project, “Discriminazione, maltrattamenti e coercizione: Severe Labor Rights Abuses Faced by Uyghurs in China and East Turkestan” (2017).
  50. Ibidem.
  51. Al-Jazeera, “Come Israele ha distrutto le scuole e le università di Gaza”. (2024); The Times of Israel, “Over half of Palestinian college graduates are unemployed, report finds” (2018).
  52. Phoenix Weekly (凤凰周刊), “I Don’t Want to Be a Thief: A Survey of the Livelihood of Uyghur Street Children in China Outside of Xinjiang” Non voglio essere un ladro: A Survey of the Livelihood of Uyghur Street Children in China Outside of Xinjiang, 2014; M. Azat, “The Expanding Uyghur Cemetery in Ruili, Yunnan” (正在扩大的云南瑞丽维吾尔人墓地), 2009 {tradotto da un testo uiguro in cinese}.
  53. Vickery, 2017.
  54. Sia Wang Lixiong che Tohti hanno paragonato lo Xinjiang alla Palestina.
  55. Reuters “Israele rimanda a Gaza migliaia di lavoratori palestinesi transfrontalieri”, 2023; The Jerusalem Post “La perdita di lavoratori palestinesi nei cantieri israeliani lascia un vuoto da entrambe le parti”, 2024.
  56. The Guardian “Quasi 400.000 palestinesi hanno perso il lavoro a causa della guerra, dice il rapporto”, 2023.
  57. The Times of Israel “PA: Israele ha trattenuto 78 milioni di dollari dalle entrate fiscali mensili raccolte per conto di Ramallah”, 2023.
  58. Business Standard “10.000 lavoratori indiani raggiungeranno presto Israele in lotti a partire dalla prossima settimana”, 2023.
  59. The China Project “I lavoratori migranti cinesi che alimentano l’edilizia israeliana”, 2020.
  60. Mehmet Emin Hazret (买买提明-艾孜来提), “The Cost of Unemployment for the Uyghurs of Ili on the Most Fertile Land” (最富饶的土地上的伊犁维吾尔人的下岗代价), {2005, tradotto dall’uiguro in cinese nel} 2009.
  61. I lavoratori includono persone “liberate” trasferite dai campi di rieducazione, così come “forza lavoro rurale in eccesso” che non era stata detenuta.
  62. Byler, Nei campi.
  63. Forum politico israeliano “Insediamenti in Cisgiordania”; Vox “Cosa sono gli insediamenti e perché sono così importanti?”. (2023).
  64. ReliefWeb “L’economia al centro degli insediamenti israeliani”, 2015.
  65. The Times of Israel “Lured by cheap prices and luxury digs, Arab Israelis are snapping up West Bank homes”, 2022.
  66. ReliefWeb, 2015.
  67. Radio Free Asia (自由亚洲), “Reading Xinjiang: Authorities Encourage People from ‘Inland’ [China proper] to settle in Xinjiang” (解读新疆:当局鼓励内地人口到新疆定居), 2020.
  68. China News Xinjiang (中国新闻网新疆), “‘Xinjiang Corp lancia l’azione di reclutamento speciale 2023 ’Cento giorni e dieci milioni’” (新疆兵团2023年 “百日千万 ”招聘专项行动启动).
  69. Agnieszka Joniak-Lüthi, “Migrazione Han nella regione autonoma uigura dello Xinjiang: Between State Schemes and Migrants’ Strategies”, Zeitschrift für Ethnologie/Journal of Social and Cultural Anthropology 138(2): 155-174 (2013).
  70. Yu Zhou (雨舟), “Xinjiang, capitale e oppressione etnica, parte II: etnicità quotidiana e classe (2)” (新疆、资本与民族压迫(二):民族和阶级的日常(2)), 2023.
  71. Daphna Their, “Not an Ally: The Israeli Working Class” [Non un alleato: la classe operaia israeliana], in Palestine: A Socialist Introduction (a cura di Sumaya Awad e Brian Bean), Haymarket 2020.
  72. Il loro 2020. [Questa spiegazione si applica anche al rapporto tra proletari uiguri e han. Wang Lixiong ha osservato: “Gli Han nello Xinjiang si sono sempre messi, consapevolmente e inconsapevolmente, nella posizione di repressori. Persino i braccianti agricoli reclutati dal Corpo nelle campagne della Cina propriamente detta, che di solito sono oppressi da funzionari corrotti, chiedono a gran voce la guerra con i pugni stretti quando è necessario reprimere un gruppo etnico locale”. Wang Lixiong 2023.
  73. UighurBiz (维吾尔在线), “Most Uyghurs see the government as an expression of Han Chinese interests” (多数维吾尔人认为政府是汉人利益的表达), 2012.
  74. New York Times Chinese (纽约时报中文网), “He Found Work in Xinjiang: Incarcerating Muslim Compatriots” (他在新疆找到工作:关押穆斯林同胞), 2019.
  75. Si veda il capitolo 3 di In the Camps sul concetto di “persone a due facce”.
  76. Freedom Network USA “Forced Labor in Prisons” (2023); ACLU, “Captive Labor: Exploitation of Incarcerated Workers”, 2022.
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