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All’armi, all’armi, siam fascisti… democratici

All’armi, all’armi, siam fascisti… democratici

L’industria italiana ha perso, negli ultimi decenni, molte posizioni nella produzione di auto, nella chimica, nell’aerospazio per non dire dell’elettronica (in cui non è mai decollata), ma c’è un settore in cui continua ad avere una posizione di prima fila, non solo in Europa: quello della produzione di armi. Ed il governo Meloni-Crosetto è fortemente determinato ad incentivarla ulteriormente.

Certamente l’Italia ha una lunga tradizione nella produzione di armi comuni, vale a dire, per difesa personale, caccia e tiro sportivo. Una produzione di eccellenza apprezzata soprattutto negli Usa – il principale mercato d’esportazione – dove l’Italia che ripudia guerre e violenza alimenta la corsa alla moltiplicazione dei massacri che vede protagonisti lì sia gli sparatori folli che i comuni cittadini che si sentono più sicuri col colpo in canna. Ma questo è solo il settore “di base” che è servito ad appoggiare una produzione di tipo bellico su cui grava una buona dose di oscurità al punto che perfino una delle associazioni di categoria dei produttori, l’Anpam, ha commissionato ben tre inchieste all’Università Carlo Bo di Urbino per cercare di conoscere con un minimo di precisione le variabili del sistema produttivo, vendite, esportazioni, occupazione – quest’ultima molto più misera di quanto va raccontando lo sparaballe nazionale Salvini. A tutte le fiere di armi il leghista spara numeri sull’occupazione nel settore che a suo dire raggiungerebbe centinaia di migliaia di occupati, mentre i dati mostrano che in questo settore – stiamo parlando ancora delle armi “comuni” – non si arriva alle 3.330 unità.

Il settore offre anche numerose riviste specializzate dove i pistoleros “alla Pezzolo” si fanno una cultura, ma che servono anche alla diffusione commerciale e a fare opinione circa presunti diritti a portare armi liberamente come in Usa. L’attività culturale degli armaioli italiani propone anche un corso facoltativo – T.I.M.A. – aperto in prima battuta agli studenti dell’I.F.S. Carlo Beretta, completato da una serie di uscite in realtà produttive del territorio e da una mirata alternanza scuola-lavoro1.

Ma se si pensa ad una clientela di guappi e idioti si cade in errore, perché le armi “comuni” prodotte in Italia si esportano a corpi di sicurezza come le private securities messicane o le forze di polizia di paesi noti campioni di democrazia come Egitto (sempre in testa!), Turkmenistan, Kazakistan, Oman, Bahrein, Iraq, Qatar, Arabia Saudita, Emirati2 e qui entriamo negli sviluppi di quella produzione “di base” cui accennavamo.

Dallo stesso sito in nota 2) ricaviamo che i parlamentari italiani leggono – nonostante molti credano che siano degli emeriti asini, e la cosa certamente non è da escludere – e approvano una relazione annuale sull’export di materiale bellico. Dall’ultima di queste disponibile apprendiamo che l’Egitto surclassa tutti pagando all’industria italiana 871 milioni di euro per armi che comprendono 32 elicotteri costruiti dalla Leonardo. I dati di cui disponiamo sono fermi al 2019 quando Crosetto ancora non sapeva di dover diventare ministro della difesa italiana e si preoccupava, nella sua veste di senior advisor della Leonardo, della difesa dell’Egitto (la “difesa” del potere militare egiziano dalle sollevazioni popolari). L’esportazione di elicotteri è in testa alle vendite, ma subito seguita dalla categoria “bombe, siluri, razzi, missili ed accessori” che in totale fanno dell’Italia il 13° (dati 2022) paese al mondo3 come ricavi ed il primo in Europa. Se sommiamo Fincantieri, che ha una quota di produzione militare, arriviamo ad una produzione bellica complessiva che porta l’Italia al sesto posto nel settore della “difesa”, con buona pace dei kampisti paesani che si ostinano a lamentarsi della subordinazione dell’Italia povera colonia degli Usa e dell’UE, e a reclamare una quarta guerra d’indipendenza della “povera colonia” contro gli imperialisti dell’Occidente (dai quali l’Italia sarebbe proditoriamente esclusa).

Ma anche questi calcoli vanno completati con l’esame di un fattore – l’esportazione di capitale – che attiene all’imperialismo, nel quale l’Italia non è l’ultima sprovveduta. Leonardo, per fare un solo esempio, detiene il 25% del capitale di un importante consorzio missilistico: la multinazionale MBDA, che ha realizzato introiti per 4 miliardi di euro (dati 2022) principalmente col suo modello Aster e più o meno un miliarduccio entrerà nei conti della Leonardo. Che ve ne pare?

La fotografia che vi abbiamo presentato è in evoluzione rapida e consistente. Superato il primo impasse dovuto all’impreparazione dell’industria bellica europea ad una guerra ad alta intensità come quella in corso in Ucraina, dopo aver messo in crisi le provviste dei propri arsenali, l’Unione europea, con l’Italia in testa, è impegnata a recuperare terreno per cercare di fermare, o almeno contenere, quella che sembra ormai una sconfitta della Nato nella guerra in Ucraina. L’apertura del fronte in Palestina e in Medio Oriente è di sicuro una complicazione per lo sforzo militare italiano ed europeo che vorrebbe concentrarsi a fronteggiare la Russia. La preoccupazione degli Usa e della stessa Unione europea per l’allargamento del conflitto in Palestina non è dovuta a sensibilità umanitarie ma a calcoli militari aggravati da una situazione interna di crisi e di divisioni politiche che complica e frena l’offensiva dei briganti imperialisti.

In ogni caso, e con tutte le difficoltà del momento, la consegna è data: all’armi, all’armi, siam fascisti… democratici.

1 ) v. https://conarmi.org/scuola-armaioli.jsp

2 ) v. https://www.truenumbers.it/

3 ) Una manciata di milioni di euro in più avrebbe consentito alla Leonardo di superare la L3 Harris Technologies statunitense ma, come diremo in seguito, qualche conto va ritoccato.

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