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Il magnifico primato dell’Italia nella produzione ed esportazione di macchine di morte

Il SIPRI ha pubblicato un rapporto sull’export di armi nel 2020-2024.

Ebbene l’Italia spicca nelle statistiche per il balzo del 138% nell’export di armi pesanti, salendo dal 10° al 6° posto in questa classifica dei venditori di macchine di morte.

E’ chiaro che negli ultimi 5 anni i governi dell’Italia, Conte II, Draghi e Meloni hanno aumentato la loro spregiudicatezza nello spingere le vendite di armi “italiane” nelle regioni “calde” del pianeta, superando Gran Bretagna, Israele, Spagna e Sud Corea. I maggiori produttori ed esportatori italiani di armi sono due gruppi a controllo statale: la multinazionale Leonardo, secondo gruppo bellico in Europa con stabilimenti in 20 paesi, e la Fincantieri, primo gruppo navale in Europa e quarto al mondo, con produzioni sia civili che militari. Mentre il presidente della Repubblica, i presidenti del Consiglio, i ministri degli Esteri giravano il mondo parlando di pace, un risultato l’hanno portato a casa: quello di più che raddoppiare il piazzamento di armi. Italia portatrice di pace, o di guerra?

Quali sono stati i principali clienti dell’Italia? Qatar, Egitto, Kuwait hanno assorbito il 64% degli armamenti italiani: due emirati seduti su giacimenti di petrolio e l’Egitto di Al Sisi, il regime che “custodisce” nelle sue carceri, con metodi spietati, decine di migliaia di prigionieri politici. Nel quinquennio considerato l’Italia è stata il secondo fornitore di armi ad al Sisi, dopo la Germania e prima della Francia. Nelle loro numerose visite al Cairo i governanti italiani ci raccontavano di chiedere la verità sul caso Regeni, mentre sottobanco vendevano armi in quantità. Troviamo l’Italia anche tra i primi tre fornitori ad Israele, anche se con uno striminzito 1%, perché USA e Germania hanno la parte del leone (66 e 33%). Le armi italiane, comunque, hanno anch’esse una parte nei massacri di Gaza, del Libano e nell’avanzare della colonizzazione in Cisgiordania. Troviamo l’Italia anche quale secondo fornitore alla Turchia impegnata nella guerra contro i curdi, e secondo fornitore di Taiwan dopo gli USA, a un governo che finge di non riconoscere.

Mentre l’industria italiana continua a perdere colpi, con decine di migliaia di lavoratori in Cassa Integrazione, è questa la ricetta dei vari governi che si sono succeduti negli ultimi 5 anni? Vendere più armi nelle aree calde e nei focolai di guerra, e ora con il piano di riarmo europeo e italiano sarà il governo stesso ad aumentare enormemente l’acquisto di armi made in Italy! I capitalisti, che hanno acquistato azioni Leonardo facendone alzare le quotazioni del 50% in 40 giorni, hanno annusato profitti ancora più alti e si fregano le mani. Ecco il modello economico del futuro: l’economia di guerra. Lo spostamento delle risorse pubbliche dalla spesa sociale, dalla sanità e istruzione agli armamenti. È per questo che i lavoratori devono pagare le tasse in busta paga e ad ogni acquisto con l’IVA e le accise. Per mandare oggi le “nostre” armi, e domani i nostri giovani nelle guerre che preparano a far da carne da cannone, come già sta accadendo da tre anni e passa per gli ucraini e i russi arruolati “volontariamente” (chi sa perché questa “volontà” matura assai di più nelle zone più povere e negli strati sociali senza privilegi) o con la forza.

Lasciamo ai sovranisti, agli europeisti, agli atlantisti, ai guerrafondai e agli “investitori” d’ogni risma inorgoglirsi per questi successi del capitalismo italiano, mentre i salari dei lavoratori italiani sprofondano in coda alle classifiche europee. Il fatto che nelle guerre del futuro le armi italiane aumenteranno la quota tricolore di massacri e distruzioni per noi non è certo un successo; viceversa è la conferma che viviamo in un sistema sciagurato, guidato dal solo criterio del profitto, non importa se portatore di morte, e di quanto è necessario e urgente che i lavoratori e tutti coloro che non vivono dell’altrui sfruttamento entrino in lotta contro il riarmo e l’economia di guerra, e per rovesciare il sistema che ci ha portato a questo.

Sul commercio delle armi e i posizionamenti per le guerre di oggi e domani

Il rapporto SIPRI sull’interscambio di armamenti ci dà informazioni sull’ultimo quinquennio per i maggiori venditori e acquirenti di sistemi d’arma. Appaiono escluse le munizioni, che pure vedono un grande consumo durante guerre come quella d’Ucraina. Il fatto che non ci sia stata un’espansione dell’export non indica una minore produzione mondiale di armi, perché alcuni paesi come India e Cina hanno ridotto l’import avendo fortemente accresciuto la produzione interna di armi.

L’esportatore n. 1 rimangono gli Stati Uniti, che con un +21% sono saliti dal 35% al 43% dell’export mondiale di armi. Su questo terreno l’imperialismo americano resta di gran lunga egemone, pareggiando la somma delle 8 potenze che li seguono in classifica. Hanno approfittato ampiamente dell’inizio di riarmo europeo, più che triplicando la quota delle esportazioni verso l’Europa, dal 13 al 35% del totale USA. L’Ucraina, con il 9,3%, è poco più di un quarto di questo export. Gli USA hanno fornito il 45% dell’import ucraino, gli europei quasi tutto il resto (Germania 12%, Polonia 11%).  La maggior parte delle armi trasferite all’Ucraina dagli USA, secondo il SIPRI, è costituita da “aiuti” – Trump la pensa diversamente, chiedendone il pagamento in materie prime – e il 71% è stato costituito da armi “di seconda mano” tratti dagli stock americani (che hanno così potuto svuotare i magazzini delle armi obsolete, per tornare ora a riempirli con gli ultimi modelli).

Il Medio Oriente è sceso dalla metà a un terzo dell’export USA, andato in ordine decrescente ad Arabia, Qatar, Kuwait e Israele. Quel 3% di export verso Israele ha trasformato la Striscia di Gaza in un inferno di macerie e ucciso almeno 60 mila persone, distrutto buona parte degli edifici di Hezbollah in Libano, e delle strutture dell’ex esercito siriano. Possiamo immaginare il potenziale distruttivo dell’altro 97%…

In Asia il Giappone ha acquistato l’8,8% dell’export americano, seguito da Australia, Sud Corea, e Taiwan (1,5%): oltre un quinto dell’export americano ai più stretti alleati contro la Cina, i quali dipendono quasi al 100% dalle forniture americane… Il Giappone da parte sua sta accelerando il proprio riarmo, con l’alto livello tecnologico che lo caratterizza.

L’Europa ha aumentato del 155% il proprio import di armi rispetto al quinquennio precedente, in parte per rimpiazzare le armi trasferite all’Ucraina; gli USA hanno fornito il 53% dell’import europeo.

La Francia è emersa quale secondo paese esportatore di armi, con il 9,6% del totale mondiale, superando la Russia che perde il 64% sul 2015-19. Il 28% del suo export va all’India, che in questo modo riduce la sua dipendenza dalla Russia senza troppo legarsi agli USA, mentre l’Europa assorbe solo il 15% del suo export, che pure vi è quasi triplicato, coprendo il 64% dell’import della Grecia.

La Russia ha perso la seconda posizione, per il crollo del suo export di armi iniziato già nel 2020, dato che la sua produzione, pur fortemente aumentata, è stata “consumata” in grandissima parte sul suolo ucraino, insieme allo svuotamento degli enormi arsenali ex-URSS. Il 74% dell’export russo va all’Asia, con India e Cina restano i primi clienti (38% e 17% rispettivamente), ma con forti cali essendo questi due paesi divenuti molto più autosufficienti. Resta la prima esportatrice in Africa, con il 21% di quel mercato, davanti alla Cina (18%) e agli USA (16%). In Africa Occidentale, che ha raddoppiato gli acquisti, ad approfittare della cacciata dei francesi è in primo luogo la Cina col 26%, seguita a pari merito (11%) da Russia e Turchia, mentre gli USA seguono a distanza (4,6%).

Cina che si colloca al 4° posto nella classifica mondiale, e riversa il 77% del suo export verso l’Asia, coprendo il 63% dell’import del Pakistan, l’arcirivale dell’India. Si ha quindi un fatto curioso: i due arcirivali dell’Asia Meridionale sono armati da due Stati quasi alleati tra loro, l’India dalla Russia, il Pakistan dalla Cina. Ma il peso della Russia sull’import indiano è dimezzato rispetto al 72% del periodo 2010-14, con Francia e … Israele al 2° e terzo posto.

La Cina grazie alla forte espansione della sua industria bellica riduce l’import del 64% divenendo un esportatore netto (quasi 6% dell’export mondiale contro 1,8% dell’import).

Altre dinamiche sul lato dell’import di armamenti: mentre l’Africa lo riduce del 44% (i rivali Algeria e Marocco hanno un poco allentato la tensione), il Sudamerica l’aumenta del 15% con la Francia primo fornitore con il 30%, seguita a distanza da USA e Gran Bretagna (12 e 11%). Anche l’Asia riduce l’import, ma presumibilmente perché accresce la produzione interna, non perché disarma…  

L’export delle armi non riflette solo la forza dei complessi militar-industriali dei vari paesi, ma anche le scelte di politica estera dei vari stati, le alleanze e rivalità. Una guerra ad alta intensità come quella in Ucraina (ma anche quella scatenata da Israele su Gaza) diventa un macabro show dove vengono misurate e raffrontate le prestazioni (in termini di distruzione e morte) dei nuovi sistemi e modelli. In Ucraina si sono collaudati e perfezionati sul campo decine di modelli di droni, per bombardare come per colpire le linee nemiche e per inseguire e uccidere singole persone. È stato minacciato più volte l’uso di armi nucleari, sono state testate nuove armi chimiche. Il “progresso” scientifico e tecnologico al servizio della barbarie.

Resta valido più che mai lo slogan “comunismo o barbarie”.

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