La migliore delle risposte al vecchio pacchetto-sicurezza, noto come decreto-manganello ex-1660, venne dalle giornate di lotta tra il 22 settembre e il 3 ottobre scorso quando, per un insieme di circostanze (non tutte di oro colato), il movimento di sostegno alla resistenza del popolo palestinese acquistò d’improvviso una dimensione di massa molto ampia, fatta non solo di grandissime manifestazioni ma anche di scioperi, blocchi stradali, autostradali, ferroviari, e così via.
Il messaggio all’accoppiata Meloni-Mattarella fu: potete fare quante misure repressive volete, ma – anche quando non riusciamo a fermarle, com’è accaduto per quel decreto da stato di polizia – il movimento di massa, se motivato e unito, può annullarle nei fatti.
A Milano contro le insostenibili Olimpiadi, e l’ICE
Qualcosa di analogo – benché in proporzioni al momento molto più modeste – è accaduta lo scorso fine settimana. Con un nuovo decreto di polizia e la campagna terroristica di disinformazione scatenata a ridosso della manifestazione del 31 gennaio a Torino contro la chiusura dell’Askatasuna, si voleva mettere a tacere le piazze in occasione della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali – un’apertura all’insegna di un mix di rancido nazionalismo e suprematismo bianco (ne parliamo in un altro pezzo). Tutto uno sfavillio di luci e di “gioia” per distrarre l’attenzione del pubblico dal mondo reale segnato dalla corsa alle armi, da un’asfissiante militarizzazione della vita sociale, e da una precarietà dell’esistenza e da una massa di lavoro povero divenute senza limiti. Luci di regime abbaglianti, piazze vuote.
Ma lo scorso fine settimana le piazze non sono restate affatto vuote, da Milano a Napoli. A Milano, una manifestazione di più di diecimila dimostranti ha attaccato non, come si legge su la Repubblica, il “lato oscuro” delle Olimpiadi, bensì la loro sostanza: cemento, grandi affari, sciovinismo italiano-occidentale. Queste Olimpiadi, come i “grandi eventi” multimiliardari dell’industria dello spettacolo capitalistico, sono insostenibili per i loro costi ambientali, umani, simbolici.
Una precisazione, prima di proseguire.
Tralasciando i “cantori” di professione, anche tante persone comuni ritengono in perfetta buona fede che la sostanza delle Olimpiadi, come dei grandi eventi sportivi in generale, sia appunto lo sport, l’attività fisica in sé, sia pur esercitata in una forma agonistica a volte esasperata. La realtà è, purtroppo, ben diversa: lo sport, come ogni attività umana, è divenuto da tempo un business a tutto tondo, un campo di investimento del capitale. La “messa a valore” del talento, cioè i meccanismi del profitto e della speculazione, non riguardano solo ciò che ruota intorno allo sport, ma lo sport stesso, snaturato da tempo da remunerazioni stratosferiche, doping, giri di scommesse più o meno lecite, contratti pubblicitari milionari, ecc. Insomma, un’orgia di affarismo in cui sono annegate la lealtà sportiva e la “sana competizione”, in favore di un agonismo che va a braccetto con il più becero arrivismo mercantile e ogni sorta di mercimonio. E questi fenomeni sono tanto più forti e pervasivi quanto più parliamo di sport con un ampio seguito di massa. Nulla di più falso, quindi, quando sentiamo commentatori e giornalisti affermare che, in fondo, questo o quello sport “è solo un gioco”. È vero, invece, il contrario: la bellezza originaria dello sport e il talento dei campioni sono confinati a mero pretesto per dar corso “agli affari”. Non è esattamente questa la vera sostanza di ogni produzione capitalistica, in cui “il valore d’uso” è appena un mezzo per accrescere il “valore di scambio”?
Ma torniamo alla manifestazione di Milano.
A rendere ancora più forte il messaggio della manifestazione c’è stata la denuncia delle brutalità e dei crimini dell’ICE trumpiana contro gli immigrati e i solidali con essi, e – ancora una volta – la denuncia del genocidio di Gaza e la richiesta della libertà per quanti sono “accusati di Palestina”, a cominciare dal compagno Anan Yaeesh e dal presidente dell’API Mohamed Hannoun.

Dall’altra parte dell’oceano il Wall Street Journal è stato costretto a registrare i sonori fischi e buu ad ogni apparizione in pubblico del vice di Trump, Vance (e delle sue 64 auto di scorta) e alla stessa squadra statunitense, come a quella inviata dallo stato sionista. Fatti che – nonostante il tentativo di nasconderli e criminalizzarli – hanno almeno in parte rovinato la festa di regime.
Da qui l’accusa di Meloni: siete nemici dell’Italia. Certo! Dell’Italia di Meloni&Mattarella, di Leonardo&Caltagirone, di Unicredit&BancaIntesa, e delle loro corti di leccapiedi. E non ci faremo intimidire dalle nuove misure repressive.
A Napoli, contro l’America’s Cup 2027
Essendo l’attenzione concentrata sulle cerimonie e sulla manifestazione di Milano, è passato in secondo piano che anche a Napoli sabato 7 si è manifestato, e in diverse migliaia (l’Ansa dice cinquemila), contro un altro “grande evento” alle porte: l’America’s Cup 2027. In questo caso la gestione è rigorosamente bipartizan, perché il governo Meloni marcia all’unisono con il sindaco Pd Manfredi. Per i grandi affaristi di stato e di mercato, è in arrivo il migliore dei mondi possibili. Napoli, e con Napoli la “nazione-Italia”, di nuovo vetrine di eccellenza, al pari di Milano-Cortina. Grandi affari, e relativa speculazione immobiliare e turistica. In alto i calici!
In nome dell’occasione unica da non perdere per la città, il Sud, l’Italia, è partito l’assalto a Bagnoli. Due parole allettanti ne mascherano il contenuto: bonifica, riqualificazione. Ma una parte crescente della popolazione le traduce in questo modo: speculazione, deportazione. La manifestazione di sabato 7, idealmente gemellata con quella di Milano, ha dato voce alla resistenza popolare a questo processo. Un processo che stravolge i vecchi piani urbanistici per accelerare la costruzione di infrastrutture che non servono ai bisogni della popolazione come hangar, strutture portuali (per la velistica di lusso), copertura della colmata inquinata. Senza una reale bonifica del territorio profondamente inquinato, e senza alcuna attenzione alla crisi bradisismica che tormenta questa area.
L’obiettivo sempre più scoperto è attirare flussi di capitali internazionali e nazionali per far ripartire il processo di valorizzazione attraverso la costruzione e gestione di resort, porticcioli turistici, aree di lusso – come avvenuto in altri territori un tempo sede di grandi industrie (dal 1905 al 1992 Bagnoli ha ospitato uno dei più grandi impianti siderurgici Ilva-Italsider d’Italia). I promotori hanno una gran fretta, ecco perché stanno procedendo con frenetici lavori anche notturni a “tombare” la zona più inquinata. I capitali da investire scalpitano.
L’utilizzo di grandi opere come volano economico per “rimettere” a valore zone deposito, aree ex industriali, dopo averle lasciate a lungo marcire come luoghi-scarto, non è un evento eccezionale. Quando la crisi incalza e altre risorse scarseggiano, basta “tombare” il vecchio per far sorgere nuovo profitto. L’America’s Cup viene oggi spacciata come l’acceleratore dei processi di bonifica, la portatrice di progresso; ma la bonifica non si realizza coprendo gli inquinanti, né l’emergenza disoccupazione si risolve con lavoro stagionale e malpagato, senza impieghi a lungo termine e salari adeguati all’inflazione. Il meccanismo capitalistico che ha prodotto morte e devastazione ambientale, rigenerandosi punta a salvare soltanto sé stesso e la classe che lo governa – la salute e il benessere delle masse lavoratrici non sono un suo affare.
Gli effetti anti-sociali, oltre che anti-ecologici, di questo “modello predatorio” sono già evidenti nel centro di Napoli: aumento vertiginoso del costo della vita e dei valori immobiliari, espulsione degli strati proletari (i piani a lungo periodo prevedono una riduzione della popolazione metropolitana di oltre 100.000 unità). Quanto poi a Bagnoli, lì già sono cominciati gli sfratti per fare spazio a nuovi B&B. E così figli e i nipoti degli operai Italsider diventano sempre più “corpi estranei” nel loro quartiere storico, un intralcio sociale ed estetico alla “Napoli internazionale” venduta ai grandi gruppi del turismo italiano e mondiale. (Temi già presenti in questa presa di posizione del circolo TIR di Napoli.)
Sabato scorso – qui una differenza con la manifestazione di Milano, che era un corteo composto in buona parte di attivisti – è stata proprio questa Bagnoli proletaria e popolare a scendere in piazza. Ha gridato il suo NO alla Coppa America (“America’s pacco”), NO alla finta bonifica in corso (“Stop ai lavori della vergogna”), imponendo alla polizia che non voleva consentirlo, di far entrare una sua delegazione all’interno del cantiere aperto per raccogliere campioni di terreno da far analizzare ai propri tecnici di fiducia.

Un corteo vivace, colorato, caldo, composto da tante voci e comitati diversi ma convergenti nel perseguire il comune obiettivo di fermare la speculazione e la deportazione, promuovere una vera bonifica del territorio, ottenere un mare libero, pulito, gratuito, e misure mirate a contrastare gli effetti della crisi bradisismica. E su tutto questo processo esercitare il controllo diretto, sociale, popolare. Un corteo molto riuscito nel quale non potevano mancare, infatti non mancavano, né i disoccupati organizzati del Movimento 7 novembre, né la solidarietà alla Palestina, né il richiamo alla manifestazione di Milano.
E’ l’eco di una lotta trentennale, sorta a partire dalla dismissione della fabbrica, che oggi rivendica bonifica e clausole sociali, unica garanzia che in questa area ci possa essere un futuro migliore del presente. Un futuro in cui chi opererà nel processo di bonifica (vera!) come operatore del verde, operaio, manutentore, ecc., resti a lavorare stabilmente nella manutenzione delle nuove opere e nel controllo della loro destinazione a fini di utilità sociale.
I poteri locali (in stretto contatto con il governo) hanno risposto alla forte mobilitazione con un’apertura formale – daremo lavoro agli abitanti del quartiere; nel 2023 abbiamo raccolto cinquecento “profili lavorativi”, in un po’ di tempo ne potremo avviare al lavoro un certo numero. “Siamo sotto bombardamento ambientale e sociale, senza tregua non dialoghiamo” (la tregua è la sospensione dei lavori in corso per l’America’s Cup). Così le/gli abitanti hanno rifiutato l’incontro promesso in Prefettura.
Sicché è necessario che la lotta continui, si allarghi all’intera area metropolitana, si colleghi con gli altri, benché limitati, movimenti per il diritto all’abitare attivi in Italia. Ed entri a far parte dell’insieme delle mobilitazioni che sempre più stanno assumendo a loro bersaglio il governo Meloni per buttarlo giù dalle piazze.
L’assemblea nazionale di Villa Medusa
Ma la giornata del 7 a Napoli ha visto anche, nel pomeriggio, un’assemblea nazionale nata in seguito all’appello del Movimento dei disoccupati e delle disoccupate napoletani/e 7 novembre alle realtà sociali, politiche, sindacali disposte a coordinare i propri sforzi per opporsi insieme alla corsa alle armi, all’instaurazione di un’economia di guerra e allo stato di polizia, e disposte a dare una battaglia unitaria al governo Meloni che queste necessità dell’intera classe capitalistica sta difendendo con ogni mezzo.
Dalla gran parte degli interventi dell’assemblea è emerso che c’è un secco antagonismo tra la corsa alle armi e allo stato di polizia da un lato, e i bisogni e le urgenze sociali immediate dall’altro: la lotta per forti aumenti salariali, per un vero piano finalizzato al lavoro socialmente necessario, per la libertà di sciopero, per il diritto all’abitare dinanzi alla grave emergenza abitativa, per la messa in sicurezza dei territori e le bonifiche reali, per il potenziamento della sanità territoriale e pubblica, per un sistema scolastico e di formazione libero dai piani di aziendalizzazione.
Per allargare e unificare la mobilitazione contro l’asse tra governo Meloni e padronato bisognerà partire da questi bisogni e urgenze sociali immediate per organizzare iniziative di opposizione alla finanziaria di guerra, al piano di disciplinamento, di militarizzazione della società e di attacco alle libertà sindacali e sociali, al nuovo pacchetto sicurezza da poco approvato, ai 10 disegni legge (tra Camera e Senato) preparati dalle varie forze politiche che siedono in parlamento per suggellare il supporto organico che lo stato italiano intende fornire al sionismo e all’azione genocidaria di Israele, al piano di riarmo e aumento della spesa bellica, al ruolo attivo che l’Italia svolge in tutti gli scenari di guerra.
Proprio su questo punto – considerare tutte le guerre in corso e l’evoluzione generale del cammino alla guerra globale – ha insistito il compagno intervenuto all’assemblea per la TIR: sì a tenere alta ed in primo piano la solidarietà alla Palestina contro il piano schiavista-colonialista “per Gaza” e a quanti sono colpiti in Italia per la loro adesione alla causa palestinese; no, invece, al falso internazionalismo per cui sul massacro fratricida tra proletari ucraini e russi si tace, mentre si dovrebbe alzare la voce perché finisca subito; e critica esplicita all’indifferenza diffusa (o peggio ancora, alla ostilità) verso la sollevazione popolare e proletaria in Iran contro il regime: giù le mani dall’Iran, imperialisti gangster di Washington, di Tel Aviv, e di Roma! E al tempo stesso: giù le mani dalle masse oppresse e sfruttate dell’Iran, mullah del capitale!
Internazionalismo vero verso le masse proletarie di tutti i paesi, non campismo – che è subordinazione agli interessi di sfruttamento e di dominio delle potenze anti-occidentali!
Come si dice anche nel repost dell’assemblea (qui sotto riportato), per sfidare il nemico “in casa nostra”, il capitalismo made in Italy, il suo governo, il suo apparato statale, il suo sistema di alleanze UE-NATO, bisognerà moltiplicare le iniziative sui territori senza rinunciare alla prospettiva di possibili ricadute in momenti nazionali – mobilitativi e di sciopero – ed internazionali per unire chi si oppone, a latitudini diverse, allo sfruttamento, al genocidio, alla guerra, alla repressione, agli attacchi di governi e padroni.
Dopo alcune ore di fitta discussione, l’assemblea si è conclusa con l’auspicio e l’impegno a socializzare, rafforzare e coordinare le iniziative di lotta in corso e programmate per rilanciare il movimento contro il governo Meloni attorno alle parole d’ordine “fermiamo la mano che reprime, sfrutta e bombarda/opponiamoci al governo della guerra e allo stato di polizia/ opponiamoci al governo della guerra e della repressione/ stop guerra, genocidio, carovita, repressione”.
Tra le date richiamate, ne ricordiamo in particolare due:
– 28 febbraio, nel quarto anniversario della guerra in Ucraina che ha mietuto e sta mietendo centinaia di migliaia di vittime, come già il 24 febbraio 2024, chiamiamo a iniziative nei territori, in concomitanza con analoghe iniziative in Europa e oltre, contro la partecipazione del governo italiano alla fornitura di armi per la guerra, e contro il riarmo, la militarizzazione e l’economia di guerra, per la fine immediata di questa guerra reazionaria da ambo i lati (NATO e Russia);
– 5 marzo: le realtà studentesche Link/Uds/Rete della conoscenza lanciano – assieme ad organismi di lotta studenteschi europei – una giornata di mobilitazione contro la leva militare e la militarizzazione dei luoghi del sapere con l’inizio della campagna “Guerra alla Guerra”.
(1) L’assemblea – che in più momenti ha ribadito piena e incondizionata solidarietà nei confronti di chiunque si trovi nelle mani della repressione per essersi opposto/a allo stato di guerra e polizia, al genocidio del popolo palestinese ed al tentativo di silenziarne la Resistenza – ha visto la partecipazione delle seguenti realtà: Coordinamenti Provinciali del SI Cobas, Movimento Disoccupati 7 Novembre, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria, Askatasuna di Torino, GAP di Livorno, CPA di Firenze, Plat di Bologna, Rete per il diritto all’Abitare di Napoli, Rete Libere di lottare contro stato di guerra e polizia, Comitato Aversa per la Palestina, Giovani Palestinesi d’Italia, Link e Uds Campania, Rete della Conoscenza, Fronte della Gioventù Comunista, Ass. Controvento, Genova antifascista, Partito Comunista dei Lavoratori, Antitesi, ed altre realtà e collettivi.

Resoconto dell’assemblea di sabato 7 novembre – Napoli, Villa Medusa
L’assemblea nazionale – nata a seguito dell’appello del Movimento dei disoccupati e delle disoccupate napoletani/e – tenutasi sabato 7 febbraio a Villa Medusa dopo la riuscitissima manifestazione della mattina che ha portato migliaia di persone in piazza a Bagnoli, ha offerto molti spunti di discussione, indicazioni, possibilità concrete per il futuro prossimo.
Le realtà sociali, politiche, sindacali intervenute – in presenza e in collegamento – hanno condiviso la necessità di opporsi al previsto peggioramento della crisi capitalistica – “il sole 24ore” parlava pochi giorni fa della perdita di 4milioni di posti di lavoro nel giro di dieci anni in Italia -, e alla crescente tendenza, a scala internazionale, alla corsa alle armi, all’instaurazione di un’economia di guerra e di stati di guerra e di polizia.
Dinanzi a questo scenario, si è profilata la necessità di rilanciare una mobilitazione che sappia mettere al centro i bisogni e le urgenze sociali, la lotta per forti aumenti salariali, per un vero piano finalizzato al lavoro socialmente necessario, per la libertà di sciopero, per il diritto all’abitare dinanzi alla grave emergenza abitativa, per la messa in sicurezza dei territori e le bonifiche reali, per il potenziamento della sanità territoriale e pubblica, per un sistema scolastico e di formazione libero dai piani di aziendalizzazione.
Ribadendo la necessità di legare concretamente il rapporto tra guerra esterna e guerra interna, bisognerà organizzare iniziative di opposizione alla finanziaria di guerra, al piano di disciplinamento, militarizzazione della società ed attacco alle libertà sindacali e sociali, al nuovo pacchetto sicurezza da poco approvato, ai 10 disegni legge (tra Camera e Senato) preparati dalle varie forze politiche che siedono in parlamento per suggellare il supporto organico che lo stato italiano intende fornire al sionismo e all’azione genocidaria di Israele, al piano di riarmo e aumento della spesa bellica, alla complicità dell’Italia negli scenari di guerra.
Per sfidare il nemico “in casa nostra”, il capitalismo made in Italy, il suo governo, il suo apparato statale, bisognerà moltiplicare le iniziative sui territori senza rinunciare alla prospettiva di possibili ricadute in momenti nazionali – mobilitativi e di sciopero – ed internazionali per unire chi si oppone, a latitudini diverse, allo sfruttamento, al genocidio, alla guerra, alla repressione, agli attacchi di governi e padroni.
In questa ottica, e con questo spirito, si sono condivise le seguenti date:
– 21-22 febbraio: convegno/assemblea “Per realizzare un sogno comune” a Livorno in cui si discuterà, a partire dalle valutazioni di “Blocchiamo Tutto”, della possibilità di costruire una prospettiva di attivazione sul tema della fabbrica della guerra
– 28 febbraio: nel quarto anniversario della guerra in Ucraina che ha mietuto e sta mietendo centinaia di migliaia di vittime, come già il 24 febbraio 2024 chiamiamo a iniziative nei territori, in concomitanza con analoghe iniziative in Europa e oltre, contro la partecipazione del governo italiano alla fornitura di armi per la guerra, e contro il riarmo, la militarizzazione e l’economia di guerra
– 5 marzo: le realtà studentesche Link/Uds/Rete della conoscenza lanciano – assieme ad organismi di lotta studenteschi europei- una giornata di mobilitazione contro la leva militare e la militarizzazione dei luoghi del sapere l’inizio campagna “Guerra alla Guerra”
Attorno alle possibili parole d’ordine “fermiamo la mano che reprime, sfrutta e bombarda/opponiamoci al governo della guerra e allo stato di polizia/ opponiamoci al governo della guerra e della repressione/ stop guerra, genocidio, carovita, repressione”, il confronto si è concluso con l’auspicio e l’impegno a socializzare, coordinare e rafforzare, proporre appuntamenti di iniziative sindacali, sociali e politiche.
L’assemblea – che in più momenti ha ribadito piena e incondizionata solidarietà nei confronti di chiunque si trovi nelle mani della repressione per essersi opposto/a allo stato di guerra e polizia, al genocidio del popolo palestinese ed al tentativo di silenziarne la Resistenza – ha visto la partecipazione delle seguenti realtà: Coordinamenti Provinciali del Si Cobas, Movimento Disoccupati 7 Novembre, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria, Askatasuna di Torino, GAP di Livorno, CPA di Firenze, Plat di Bologna, Rete per il diritto all’Abitare di Napoli, Giovani Palestinesi d’Italia, Comitato Aversa per la Palestina, Link e Uds Campania, Rete della Conoscenza, Fronte della Gioventù Comunista, Ass. Controvento, Genova antifascista, Carc, Partito Comunista dei Lavoratori, Antitesi, Rete ” Libere di lottare contro stato di guerra e polizia”.
Altre realtà e collettivi, pur non avendo potuto partecipare per iniziative/impegni concomitanti, hanno ribadito il loro interesse a seguire i prossimi passaggi.

