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Più mine anti-uomo! Così si prolunga la guerra dopo la sua fine formale (per i profitti dell’industria bellica)


Nel clima di imbarbarimento della politica internazionale e della preparazione ideologica e
materiale alla guerra globale, l’uscita dell’Ucraina dalla Convenzione di
Ottawa, che mette al bando le mine anti-uomo, è stata data come una notizia marginale. (1)
Ma non lo è affatto, e merita alcune riflessioni.
Le mine antiuomo divennero di uso comune durante la Seconda guerra mondiale, e sono poi
state sanguinosamente presenti in tutti i numerosissimi conflitti del secondo dopoguerra (dietro i quali, in un modo o nell’altro, c’è stato quasi sempre lo zampone della NATO).

La loro caratteristica dal punto di vista economico è di costare poco nella fase di
collocazione, e moltissimo se, terminato il conflitto, c’è la necessità di sminare aree più o
meno grandi. (2) Mentre il loro costo umano è spesso più evidente durante “la pace”, perché
colpiscono civili inermi, con un’alta percentuale di bambini. Morte e orrende
mutilazioni, le loro conseguenze.
A titolo esemplificativo riportiamo l’elenco delle vittime da mine del 2022 (3). In tutto 4.700
persone (di cui 1.661 morte). Solo il 15% erano militari, cioè le 608 vittime ucraine. Le altre
appartengono a paesi per così dire “in pace”, ma reduci da conflitti: 834 in Siria, 532 in Yemen, ecc. Più di
metà delle vittime civili erano bambini.
Dal 1975 al 2015 le mine antiuomo hanno causato più di un milione di morti e provocato
gravissimi danni al sistema economico, sanitario e sociale di oltre ottanta Paesi
: estese aree
agricole non bonificate e non utilizzabili, centinaia di migliaia di mutilati più o meno gravi. Le
mine, infatti, possono uccidere, ma sono progettate preferibilmente per mutilare, nella
convinzione che il mutilato costerà al suo paese in termini economici più di un morto, ha il
potenziale di “demoralizzare” l’avversario, contribuendo a destabilizzare il “fronte interno”
del nemico. Che poi questo avvenga anche a pace raggiunta, lascia indifferente i produttori
(capitalisti per i quali vendere morte o rapanelli è lo stesso, purché diano profitti) e anche
i politici borghesi, per i quali i costi umani della guerra e del dopoguerra sono forse un problema, ma che certo non li tocca personalmente.
Prima del 2020, Afghanistan, Bosnia ed Erzegovina, Cambogia, Croazia, Etiopia, Iraq, Turchia
e Ucraina hanno segnalato almeno 180 km² di terreni contaminati dalle mine. Dopo l’inizio
della guerra tra Russia e NATO, il 30% del territorio ucraino ne risulta contaminato, con una forte
concentrazione dell’area di Kharkiv.
Alcuni paesi non hanno mai ratificata la Convenzione. Fra loro spiccano Stati Uniti, Russia, Cina: i
maggiori imperialismi, quindi, si sono tenuti le mani libere, smascherando, se ancora ce ne
fosse bisogno, l’ipocrisia delle loro dichiarazioni a proposito del rispetto del diritto
internazionale, del volere la pace, ecc.
Accanto a questi grandi predoni, troviamo una trentina di altri paesi, alcuni dei quali, non a
caso, sono produttori ed esportatori di mine anti uomo. (4)
Finora gli stati europei si erano fatti alfieri della Convenzione di Ottawa (nata su proposta
francese) ma, con la giustificazione del
“pericolo russo”, Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia e Finlandia ne sono appena usciti. Secondo il
Telegraph verrà costruita una frontiera minata dalla Lapponia, nell’estremo nord della Finlandia, al Voivodato di Lublino, nella Polonia orientale; le mine, a milioni, saranno dovunque, idilliche foreste di betulle comprese.
Ed ora si aggiunge l’Ucraina. Zelensky ha giustificato la decisione con la non adesione al
trattato della Russia, “che sta utilizzando mine su larga scala contro i nostri militari e civili”.
E l’Italia?
Aderisce oggi alla Convenzione di Ottawa, ma prima del 1997 era fra le più importanti
produttrici ed esportatrici di mine anti uomo
, grazie alla Valsella Meccanotecnica di
Castenedolo (BS), poi fondatrice della Mivar, sempre a Castenedolo, e della Tecnovar di Bari.
In particolare la Valsella accumulò profitti da capogiro grazie ai conflitti mediorientali, ad
esempio vendendo ad entrambi i contendenti durante la guerra Iraq-Iran. E fra i suoi
clienti c’erano anche molti paesi africani (fra cui Marocco e Somalia), e poi Bosnia ed Erzegovina,
Serbia. (5)
Altri profitti provenivano dalla vendita delle licenze ad altri paesi europei
(Spagna, Portogallo e Grecia) e ne beneficiavano largamente le banche che sostenevano la
rete commerciale di export.
Negli anni ’90 alcune Ong, fra cui Emergency, denunciarono questo ruolo dell’Italia. Come
raccontò Gino Strada: “In Italia non si sapeva che cosa fossero le mine antiuomo, né che il
nostro Paese fosse tra i venditori più aggressivi. I pochi che erano a conoscenza di quel
commercio di morte – industriali, politici, sindacalisti, e ovviamente chi materialmente le
produceva – se ne stavano zitti”. I governi se ne dovettero occupare. Ma gli affari non
terminarono, perché l’Italia si riciclò come patria delle squadre di sminamento…
Concludendo: la scelta di Zelensky non modificherà, nell’immediato,
le sorti della guerra, ma il pieno avallo degli stati europei e dei mass media di regime a questa decisione – come si trattasse di una cosa scontata e marginale – dice tutto su quanto profondo fosse e sia il loro rifiuto di questo strumento di morte.

Per noi, invece, si tratta di denunciare le decisioni di Finlandia, paesi baltici, Polonia, Ucraina come ulteriori
passi verso l’incrudimento dello scontro tra la NATO (che è evidentemente dietro queste decisioni) e la Russia, e di mostrare come l’Italia si tufferà dentro questo grande affare, che già in passato l’ha vista primeggiare.

Neppure il tempo di mettere in rete questo post, e già Die Welt rende noto che Germania e Ucraina hanno firmato un accordo per la produzione di droni kamikaze a lungo raggio An-196 dotati di un’autonomia di volo di 1.200 km, in grado di trasportare fino a 50 kg di esplosivo, droni che potranno essere operativi già nei prossimi mesi…

Note
1 La Convenzione, entrata in vigore nel 1999, ne vieta l’uso, la detenzione, la produzione e il trasferimento,
impone la distruzione degli stock esistenti nonché l’assistenza alle vittime. A oggi sono 133 gli Stati firmatari su
un totale di 164 contemplati. Dal ’99 ad oggi, comunque, 157 stati hanno distrutto i loro depositi per un totale
di 47 milioni di ordigni.
2 Si calcola che nel 2000 il prezzo di una mina, a seconda della sofisticazione, variava da 3 a 27 $. Quindi un
costo “popolare”, una classica arma da poveri. Ma sminare lo stesso ordigno oscillava fra i 300 e i 1000 $.
3 Dal Rapporto 2023 del Landmine & Cluster Munition Monitor.
4 Ad esempio le due Coree, Israele, India, Iran, Pakistan, Arabia Saudita, Emirati arabi, Armenia, Cuba, Siria,
Myanmar, Singapore, Vietnam.

5 Per approfondire cfr. https://www.opalbrescia.org/wp_ob/wp-content/uploads/2018/01/Valsella-
Meccanotecnica.-Storia-di-una-riconversione-controversa.pdf

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