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Antifascismo e lotta di classe nella Resistenza – Graziano Giusti

Il testo che segue è l’introduzione di G. Giusti al libro pubblicato da Pagine marxiste nella collana TIR (Tendenza internazionalista rivoluzionaria) sul ruolo della classe proletaria nella Resistenza. Un’analisi marxista delle Resistenze (il plurale ci pare d’obbligo) con un’attenzione particolare alle punte più avanzate di essa/e, alle loro aspirazioni rivoluzionarie, che andarono deluse, e sul perché questo accadde. (Red.)

La Resistenza antifascista è argomento che periodicamente viene messo sul terreno della polemica politica spicciola, o richiamato “solennemente” in occasione delle ricorrenze ufficiali, senza che alcuno si degni (fatta eccezione per qualche “addetto ai lavori”) di collegare minimamente la corrispondenza tra ciò che afferma e gli avvenimenti cui si richiama.

Del resto, venuta ad estinguersi la generazione che è stata protagonista o comunque partecipe della Resistenza, invecchiando quella che ha “rivitalizzato” la lotta antifascista coi movimenti degli anni ’60-’70 del secolo scorso, l’antifascismo genuino a cui ci richiamiamo, cioè l’antifascismo di classe, si è gradualmente ridotto a piccole realtà “antagoniste”, sottoposte al fuoco incrociato dei poteri e delle ideologie borghesi. In cui il nazionalismo populista, in alternanza col mercantilismo liberista, si incarica di riproporre, adeguatamente “modernizzati”, tutta una serie di punti cardine caratteristici dei regimi e dei movimenti di estrema destra del ‘900 (ad esempio il trinomio “Dio, Patria, Famiglia”, l’odio per gli immigrati, le più svariate pulsioni nazionaliste, militariste, securitarie, “machiste”).

L’imperialismo occidentale del XXI secolo, per implementare le sue guerre, sta dimostrando di non avere certo bisogno del fascismo “classico”.

Detto che quest’ultimo praticamente non è mai stato espunto dal diario di bordo del capitale, è evidente a tutti come la democrazia borghese, qui da noi, abbia per conto suo elaborato il subdolo concetto di “guerra democratica” (o “umanitaria”) per sollecitare la nuova spartizione del mondo e delle aree d’influenza tra Stati e grandi agglomerati economico-finanziari.

Dentro un siffatto scenario assume perciò una sua logica politica precisa la riproposizione “aggiornata” dei suddetti presupposti fascisti o fascistizzanti, conditi con quel pervicace “darwinismo sociale” assunto trasversalmente da tutti i rappresentati delle classi dominanti. In poche parole, i revival del fascismo e del nazismo (vedi la fobia della “contaminazione etnica” tornata di moda) concorrono a tenere a galla quel clima di “permanente guerra di civiltà” aperto esplicitamente dal capitale internazionale nell’ultimo trentennio. Clima che i disastri del liberismo imperialista, da soli, non sono più in grado di giustificare e alimentare.

La lotta contro il fascismo intesa come lotta contro il capitalismo va dunque posta in agenda proprio perché la messa nell’angolo dell’antifascismo di classe è il frutto di un più generale arretramento politico del proletariato e della sua indipendenza politica. Un arretramento che viene da lontano; e che per essere rimontato richiede la precisa individuazione storica, politica, ideale dei motivi attraverso cui la lotta di Resistenza, nella sua componente più genuinamente proletaria, fu deragliata sui binari del patriottismo “democratico”. Preparando così i presupposti di quella nuova oppressione che ancor oggi attanaglia l’esistenza di milioni di lavoratori, di disoccupati, di giovani.

Da circa ottant’anni l’oppressione “democratica” da parte di quella stessa classe borghese che favorì e sostenne il fascismo è condotta in nome…dell’”antifascismo”! In nome della “Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza”! In nome di quei “valori di libertà”, di “tolleranza” e di “inviolabilità della persona” … che “evaporano” sistematicamente quando in ballo sono gli interessi, inconciliabili, tra sfruttati e sfruttatori, tra detentori di capitale e detentori della sola forza-lavoro.

Si tratta allora di rimettere sul tappeto come e perché tutto questo si sia potuto riprodurre nonostante la lotta armata antifascista del 1943-’45; e nonostante il fatto inoppugnabile -storicamente e politicamente rilevante- che la stragrande maggioranza dei combattenti antifascisti provenisse dalle file del proletariato.

Una lotta feroce quella del ’43-‘45, all’ultimo sangue, in cui emerse un “ribellismo” di massa delle classi sfruttate (espresso non solo nella lotta armata, ma anche in scioperi ed insurrezioni) come raramente si era visto nella storia d’Italia.

Il lavoro che qui presentiamo cerca di riannodare i filoni principali di questa storia sotto la lente di un antagonismo di classe che non venne meno neppure di fronte al prevalere delle logiche interstatali e imperialistiche sul teatro di guerra italiano.

Il primo punto da mettere in risalto per comprendere la Resistenza è proprio il suo nascere da una guerra imperialista su entrambi i fronti: quello nazifascista e quello Alleato, a cui va aggiunto il ruolo dell’URSS staliniana.

Se le potenze dell’Asse (Germania, Italia, Giappone) con la guerra mirano a ridimensionare l’imperialismo britannico ed a scalzare dal trono mondiale quello statunitense, gli Alleati vanno nella direzione di togliere ogni “incomodo” nell’Europa continentale, sul Mediterraneo e in Estremo Oriente. L’URSS, in un quadro del genere, cerca di ritagliarsi una sua area di influenza nell’Est Europa e nel Caucaso per foraggiare il suo capitalismo di Stato, conducendo all’uopo una spregiudicata politica di spartizione.

Conseguentemente, lo scontro che si dipana sul territorio italiano non è una guerra della “libertà” contro la “tirannia”, ma una guerra imperialista di spartizione del mondo, tale e quale al conflitto mondiale del 1914-‘18, in cui la parola d’ordine dei rivoluzionari era consistita nel “disfattismo” contro il nemico di “casa propria”.

Invece, tutte le forze borghesi che dirigeranno la lotta di Resistenza sono decisamente schierate sul terreno della “salvezza della Patria”, della sua “liberazione” dall’oppressione nazifascista nella prospettiva del mantenimento del sistema capitalistico, seppur variamente “aggettivato” in relazione agli schieramenti internazionali ed alle classi di riferimento.

Il PCI non fa sicuramente eccezione; anzi per certi versi è il capofila di una simile politica, dal momento che non intende derogare dalla spartizione del mondo di cui l’URSS è partecipe, aggiungendovi la necessità che esso ha di “accreditarsi” verso l’imperialismo italiano (sempre attivo ed operante!) come “partito nazionale”, in grado di anteporre gli “interessi nazionali” a quelli di classe e di sottomettervi milioni di sfruttati.

Attorno ad una simile impostazione della questione, che si richiama ai capisaldi del marxismo, ruota un po’ tutta l’analisi che viene proposta nel volume.

Riteniamo che essa contenga un netto carattere distintivo dal punto di vista politico, se non si vuole entrare a far parte (lo si voglia o no) della folta schiera di quelli che interpretano la lotta proletaria al nazifascismo (che pur ci fu) dentro un “canovaccio patriottardo”, buono per tutti gli usi.

Altro aspetto importante, collegato al primo, è il riconoscimento o meno della maturazione, pur in quella difficile situazione, delle condizioni di una “crisi rivoluzionaria”, che in particolare nel 1943 (dalla primavera all’autunno) attraversa tutta la penisola.

In uno scritto del maggio-giugno 1915, Lenin cerca di riassumere così i connotati di una situazione rivoluzionaria:

1) l’impossibilità per le classi dominanti di mantenere immutato il loro dominio…Poiché intervenga la rivoluzione non è sufficiente che coloro che stanno in basso non vogliano più, ma esige che coloro che stanno in alto non possano più vivere come l’innanzi; 2) l’acutizzarsi oltre il normale dei bisogni e delle difficoltà delle classi oppresse; 3) un aumento, in seguito alle cose ora indicate, dell’attività delle masse le quali nei momenti di tranquillità si lasciano depredare senza proteste e nei momenti di tempesta, come in ogni situazione di crisi, sono sospinte ad un proprio autonomo intervento, altrettanto quanto coloro che stanno in alto. (V. I. Lenin, Il fallimento della Seconda Internazionale, Opere complete, V. XXI, Editori Riuniti, 1967).

Tali fenomeni sono in linea di massima tutti presenti nella crisi italiana del 1943. Occorre però cercare di individuare il loro grado di profondità, collegato con la situazione interna e internazionale della classe.

Si ha infatti una crisi profonda scaturita dai rovesci militari dell’imperialismo italiano, dalle devastazioni dovute ai bombardamenti aerei, dallo sbarco Alleato in Sicilia, dal crollo del regime fascista, dall’Armistizio dell’8 settembre, dall’occupazione nazista, dalla rinascita del governo fascista di Salò.

Il moto di rigetto della guerra e delle sue tragedie (i morti, le sofferenze e la fame) è palpabile tra le larghe masse degli sfruttati, ed assume -seppur a “macchia di leopardo” – forme di sciopero (al Centro-Nord), di ribellione e di insurrezione (nel Meridione).

Fatto è però che non potendo tale moto, con opportuna tempistica, manifestarsi in modo organizzato in senso rivoluzionario (le forze “eversive” sono deboli, confuse e disperse nel territorio), rapidamente prendono piede le condizioni controrivoluzionarie, presenti a loro volta massicciamente sulla scena. Per di più, la situazione internazionale, decisiva nella guerra del 1914-’18 e negli anni seguenti, non volge sicuramente nel senso di favorire la radicalizzazione di questi pur importanti avvenimenti.

Arriviamo così a individuare una situazione complessiva assai contraddittoria, che nel volume definiamo solo “potenzialmente rivoluzionaria”: non per stare nel mezzo ai due corni del problema, non per arrivare a “quantificare” le probabilità di vittoria proletaria in quel tumultuoso frangente (cosa cervellotica), ma per ragionare sulle possibilità di condurre comunque attività politica di classe, movimento di classe politicamente indirizzato ed organizzato nel pieno di una guerra imperialista.

Nel testo non si fanno sconti in merito a visioni “romantiche” o comunque soggettivistiche su una “Resistenza tradita” dall’opportunismo dello stalinismo. Non che tale fenomeno non sia esistito e che non abbia avuto il suo peso nella determinazione degli eventi.

L’azione tanto “lucida” quanto determinata del PCI avrà in breve tempo l’effetto di spostare sul terreno “patriottico” ogni espressione di rivolta contro la guerra proveniente dal proletariato.

Ma riteniamo che occorra andare più in profondità, e cercare di comprendere come il prevalere della direzione politica borghese nella Resistenza venga da lontano, dalla sconfitta rivoluzionaria del ventennio precedente. E possa prendere corpo in così breve tempo a causa dell’intreccio tra le condizioni controrivoluzionarie e lo scarso peso dei nuclei rivoluzionari.

Detto in breve: non c’è “una” causa che possa giustificare, a sinistra, da un lato la versione “soggettivista” di quei fatti (Resistenza tradita, rivoluzione mancata e simili), e dall’altro quella “oggettivista” (guerra imperialista, fase controrivoluzionaria, dunque: “non è il momento”).

Vi sono invece tutta una serie di cause e concause che si intrecciano e che danno una risultante in cui i fattori soggettivi hanno il ruolo di far emergere o meno questa o quella “opzione” che prende forma sul terreno. La quale opzione non è un pacco preconfezionato da qualcuno o da qualcosa, ma assume a sua volta quelle caratteristiche politiche impresse dall’intervento umano.

Della linea del PCI abbiamo detto. Ma essa può assumere ben presto i connotati di “egemonia operaia” del partito (destinata a protrarsi per decenni) non semplicemente in virtù di “bieche manovre” o di “corruttele” del suo gruppo dirigente e neppure perché così sia stabilito dall’”imperialismo mondiale”, ma per l’estrema debolezza politica della classe proletaria: nei suoi comparti di lotta (frazionati e scollegati pur nella loro disponibilità al sacrificio) come nei suoi dispersi raggruppamenti di avanguardia.

Sulla presenza o l’attività di questi ultimi viene presentato un intero capitolo, in cui si riconosce il valore di una lotta condotta in condizioni difficilissime (che confermano la presenza di istanze rivoluzionarie nella classe), ma allo stesso tempo si cerca di mettere a fuoco – come insegnamento di cui far tesoro- tutti quei limiti di impostazione teorica, politica e organizzativa che impediscono la saldatura tra essi ed il più generale sommovimento sociale e politico rappresentato dalla Resistenza.

Anzi, per essere esatti, dalle Resistenze.

Nell’arco dei 25 mesi che vanno dagli scioperi operai del marzo 1943 all’insurrezione dell’aprile del ’45 scendono infatti sul terreno della lotta contro il nazifascismo non solo i proletari del CentroNord, ma anche gli operai, i senza-terra ed i renitenti del Meridione (trascinando a volte in vere e proprie insurrezioni intere popolazioni).

Nel Sud Italia, fucina di ciò che porterà ai proletari di tutta Italia il cambio di casacca della borghesia (dal fascismo alla democrazia), le classi subalterne – dove possono – insorgono contro monarchia, governi “democratici” e Alleati chiedendo la soluzione ai loro bisogni di classe; incontrando così l’ostruzionismo, se non la piena ostilità, della “sinistra” (PCI, PSIUP, PdA) già assisa sulle poltrone governative dei governi di “unità nazionale”.

Oltre a ciò, nel testo vengono richiamate le realtà drammatiche degli oltre ottocentomila internati militari nei lager nazisti (di cui solo una esigua minoranza si renderà disponibile a collaborare coi suoi aguzzini, sfidando fatica, patimenti e morte). Milioni di militari italiani mandati al macello in patria e all’estero, lasciati senza ordini in balìa dei tedeschi dopo il cambio di cavallo del proprio imperialismo (8 settembre ’43) e la fuga vergognosa del re e degli Stati Maggiori.

Da un simile sfacelo dello Stato e dell’esercito uscirà anche una massa di sbandati che costituiranno, insieme ai quadri politici che si getteranno nella mischia, le prime “bande partigiane”. Lo scopo iniziale di esse sarà quello di sfuggire, con le armi, ai rastrellamenti nazi-fascisti.

Poi, con l’evolversi degli avvenimenti bellici, l’arrivo di molti giovani e giovanissimi “renitenti” ai bandi del ricostituito governo fascista di Salò e la crescente “politicizzazione” del partigianato (nel senso di “vincere la guerra” e non di fare la rivoluzione), dalle “bande” si passa alle “Brigate”, ed infine al CVL.

Si passa in pratica ad unità combattenti comandate da esponenti del nazionalismo borghese e dipendenti dalle “direttive” Alleate.

Questi ultimi non vogliono problemi di “ordine pubblico” da parte di armati “irregolari”, imponendo il loro disarmo nelle zone appena liberate.

Ma anche qui noi riteniamo di non essere di fronte ad un prodotto preconfezionato. Valutare il fenomeno del partigianato -che è centrale nel discorso resistenziale- solo dal punto di vista del suo “utilizzo politico” o “per come poi è andata a finire” è profondamente limitativo, oltreché ingiusto storicamente. Nel fermento (spesso traumatico) che porta alla macchia centinaia di migliaia di giovani e giovanissimi, pronti a dare o ricevere la morte, vi è un “ribellismo di massa” che va interpretato “oltre” il ruolo svolto nella lotta dai partiti del CLN.

Lo stesso dicasi sull’emergere di una “violenza popolare” autorganizzata che di fatto esautora il monopolio statuale della violenza.

Al punto che nell’immediato dopoguerra il nuovo stato borghese dominante dovrà concertare delle furibonde “campagne antipartigiane” per rimettere in piedi questo “sacro principio”: rivalutando a tal scopo, con sentenze scandalose, proprio quel fascismo appena sconfitto. (A tal proposito vedi la documentatissima e recente opera di M. Ponzani: Processo alla Resistenza, Einaudi, 2023.)

E va in fondo riconosciuta, al di là dei “condizionamenti”, l’esistenza tra le formazioni partigiane (o perlomeno in parte di esse di una forte aspirazione al cambiamento radicale dello stato di cose esistente. Vaga ed ingenua quanto si vuole (del resto il ventennio fascista aveva colpito duro sulle coscienze), ma reale.

In base a ciò, lasciando da parte la retorica bolsa e strumentale alla “Bella Ciao” (“una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor, o partigiano portami via…) noi non diamo per assodato che il fenomeno partigiano dovesse inevitabilmente essere strumentalizzato dalla borghesia.

Un ragionamento simile lo sviluppiamo anche nella valutazione del movimento di classe. Esso viene piegato alla logica di guerra ed alle esigenze della lotta partigiana (mettendo a nudo come tutto rientrasse dentro la visione antirivoluzionaria propria dei partiti del CLN). Ma la classe operaia (che ci sforziamo di vedere nelle sue diverse facce e non solo con quelle iconografiche di qualche grossa concentrazione del Nord Italia) avrebbe comunque potuto svolger un ruolo politico “proprio”, e non solo quello ancillare verso Badoglio, Bonomi e gli Alleati cui venne relegata.

Vengono ricordati nel testo, a più riprese, altri punti discriminanti, legati a quelli prima esposti.

Li elenchiamo brevemente: la presenza per la borghesia del “nemico interno”, costituito dal proletariato, contro cui si muovono tutti eserciti imperialisti in lotta ed in particolare l’imperialismo italiano, che vara misure draconiane e spudorati contorsionismi diplomatici pur di impedire il sovvertimento sociale e sperare di rientrare nel consesso delle nazioni “vincitrici”.

Ne deriva che non si è di fronte all’Italia “paese oppresso”, come recita la ridondante retorica del “resistenzialismo patriottico”. Paese occupato sì, ma non “oppresso”.

Ragion per cui la parola d’ordine internazionalista del disfattismo rivoluzionario era non solo assolutamente pregnante, ma doverosa per i comunisti. Certo, essa andava applicata in una situazione dove l’autodifesa (armata e non) dalla brutale violenza e dalle razzie naziste non poteva essere demandata ad altri.

Ma la cosa avrebbe potuto prendere un’altra piega se invece della “guerra al “tedesco” si fosse impostata la lotta come guerra all’imperialismo.

Ognuno contro il proprio; invitando i militari tedeschi a rivolgere le armi contro i loro criminali caporioni. Così come andava fatto verso le truppe Alleate (in cui tra l’altro erano presenti reparti “coloniali”).

Non ci sono le prove che così facendo le cose, per gli sfruttati, sarebbero andate per il meglio. Esiste però la prova provata che in quella maniera, subito dopo la fine della guerra e la “santificazione”, a parole, della Resistenza, si è ricominciato a costruire un “nuovo” mondo per nulla “pacificato”. Anzi: ancor di più imperialista. Sempre dominato dal profitto e dallo sfruttamento di una minoranza sull’enorme maggioranza della popolazione. Sempre pronto a scaricare sulle classi oppresse le tensioni tra i governi e tra gli Stati.

La componente antifascista è spesso decisiva nell’orientare la scelta politica di gran parte del mondo giovanile di sinistra. L’antifascismo chiama inevitabilmente la Resistenza.

Si tratta però secondo noi di liberare quell’avvenimento dai “miti” privi di connotazione di classe per far emergere come la lotta contro il fascismo (che non nasce nel 1943), per essere conseguente, debba essere strettamente connessa a quella contro il capitalismo. Dal momento che il fascismo nel primo dopoguerra sorge proprio per schiacciare quelle avanguardie di classe antagoniste al capitale in grado di mettere in discussione il suo dominio.

Una lettura marxista della Resistenza può tra l’altro contribuire a sfatare il mito, ad essa legato, degli “Stati buoni” che si contrappongono a quelli “cattivi” (il “bene” contro il “male), sviscerando come il mondo fosse (e sia tutt’ora) in mano al capitalismo nelle sue varie versioni; e come l’unica via di liberazione e di emancipazione poteva (e può) giungere dalla rivoluzione proletaria internazionale. Dalla rivoluzione di quella classe che pagò (come oggi paga) tutto il potenziale di violenza insito nella spartizione del mondo tra le potenze imperialistiche.

Concludendo, lo scopo del presente volume consiste nel favorire una riflessione a tutto campo sui punti più controversi della Resistenza italiana, mettendosi nell’ottica della classe che, in essa, tanto ha dato così come tanto ha pagato.

Per avanzare davvero verso quel mondo “futuro” da essa tanto agognato e mai neppure intravisto.

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