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Via libera della NATO ai missili su Mosca, via libera di corsa del governo Meloni al DDL 1660 (con post-scriptum)

Oggi, 13 settembre, verrà ufficializzata un’ulteriore escalation della guerra tra NATO e Russia: l’”autorizzazione”, cioè l’indicazione, di Washington e Londra a colpire le grandi città della Russia, a cominciare ovviamente da Mosca, con missili a lungo raggio (per il momento si parla solo dei britannici Storm Shadow).

In realtà la città di Mosca è già stata colpita lunedì scorso, 9 settembre, con uno sciame di droni che nella capitale della Russia ha fatto il primo morto e distrutto un certo numero di edifici. Due giorni dopo, mercoledì 11 settembre, il summit a Kiev dei ministri degli esteri di Stati Uniti, Regno Unito e Ucraina ha “lavorato” (questa la parola usata nei comunicati ufficiali) a mettere a punto un piano di attacco “in profondità” al territorio russo. [Nella foto ridono soddisfatti del “lavoro” svolto]

Contrariamente a quel che immaginano certi sciagurati “di sinistra” che da tempo tifano Trump come possibile portatore di pace, confinando alla sola amministrazione Biden la qualifica di feroce guerrafondaia, questa decisione è stata pochi giorni fa invocata “con urgenza” anche da un gruppo di influenti deputati repubblicani, che hanno sollecitato la Casa Bianca a spazzare via tutte “le restanti restrizioni” all’utilizzo dei missili statunitensi ATACMS (Army Tactical Missile Systems) su “legittimi obiettivi militari” russi. Che, ovviamente, non mancano nelle grandi città russe.

E sia “The Guardian” (il giornale “progressista” per eccellenza … supporter dei laburisti, che hanno confermato in pieno lo sfrenato militarismo dei conservatori di Truss e Sunak) sia “Politico” si erano prestati ad anticipare la “grande notizia” di oggi.

Si tratta della risposta della NATO all’imminente disfatta delle truppe ucraine nel Donbass e alla montante offensiva russa nell’area di Kursk, che sta letteralmente maciullando in un massacro di uomini e di mezzi blindati le truppe ucraine mandate allo sbaraglio in territorio russo (*). Ad ennesima riprova che la NATO, per primi gli Stati Uniti, non intendono accettare la sconfitta sul campo e alzano di continuo il mirino verso il territorio russo.

Se questo accadrà (in realtà è già accaduto più volte, con diverse forme di attacco) (**), avverte Putin, l’intera NATO sarà in guerra contro la Russia (in realtà già è in guerra da molti anni), con tutte le conseguenze del caso. Più espliciti ancora l’ambasciatore russo a Washington Antonov – “Washington continua a testare i limiti della nostra tolleranza davanti a passi ostili che stanno spianando la strada alla terza guerra mondiale” – e alcuni esperti militari e deputati russi che incitano il Cremlino ad essere “pronto ad usare le armi nucleari” in suo possesso, salvo scegliere la strada del “suicidio”.

E l’Italia? Ancora oggi Tajani ripete: “No all’uso delle nostre armi fuori dall’Ucraina”. Ma è noto quanto valgano simili giuramenti, specie se si tratta della borghesia italiana, storica primatista mondiale nelle guerre di giuramenti e spergiuri. L’affermazione vale, invece, come validazione della “grande notizia”: si sta decidendo in queste ore – o, è più probabile, si è già deciso – di attaccare in profondità, con missili, le città russe. E l’Italia sta contrattando con gli altri membri della NATO e, forse, con la Russia, per verificare cosa è più conveniente fare per i suoi sporchi interessi di sfruttamento e di dominio.

Intanto, però, il governo Meloni accelera al massimo l’approvazione del DDL 1660 alla Camera (sembra che verrà licenziato addirittura martedì 17), procedendo ad una velocità sensazionale ad apprestare gli strumenti giuridici utili a soffocare sul nascere i conflitti sociali e la lotta contro la corsa alla guerra. Trasformando così questa legge liberticida, schiavista, da stato di polizia, in una legge marzialeda paese che, di fatto, riconosce di essere in guerra. Con le prime applicazioni, a legge non ancora entrata in vigore, contro la manifestazione nazionale indetta dai Giovani palestinesi il 5 ottobre a Roma; contro qualsiasi manifestazione che appoggi la resistenza del popolo palestinese all’occupante sionista; e – preventivamente – contro qualsiasi reazione di protesta, disfattista, nei confronti della criminale escalation bellica contro la Russia deliberata in queste ore dalla NATO, dall’UE, dallo stato e dal governo italiani.

Per noi, non c’era bisogno di una tale “confessione” per comprendere che l’Italia è in guerra, lo sosteniamo da tempo (***). Ciò di cui c’è bisogno, invece, è concentrare al massimo le forze disponibili per dare una risposta unitaria di lotta, di classe, internazionalista a questo drammatico corso degli eventi, esterni e interni, che sono strettamente correlati tra loro.

Post-scriptum

Oggi, 14 settembre, i quotidiani sembrano smentire la decisione preannunciata come già presa da “The Guardian” e “Politico” (un sito web statunitense sempre ottimamente informato).

Se però si fa mente locale ai due anni e mezzo passati dal 24 febbraio 2022, si vedrà come questa è stata la prassi che ha accompagnato tutti, proprio tutti, i passaggi dell’escalation nella fornitura di armi sempre più potenti a Kiev e nell’intervento diretto della NATO e dell’UE nella guerra contro la Russia, un’escalation che è stata finora continua – una dopo l’altra, le cosiddette linee rosse sono state sistematicamente oltrepassate proprio per l’andamento sfavorevole alla NATO delle operazioni belliche. La smentita ufficiale, poi, è solo parziale perché accompagnata dal ringraziamento di Biden a Starmer per quanto sta facendo a sostegno dell’Ucraina (tra l’altro la fornitura degli Storm Shadow, appunto, e l’addestramento ad usarli). A sua volta Starmer, secondo “The New York Times”, “ha lasciato intendere che si aspetta che una decisione arrivi presto”.

Sembra che la momentanea frenata (in pubblico) sia dovuta a contrasti interni all’amministrazione Biden sulle capacità di Zelensky $ Co. a guidare l’offensiva sul territorio russo, e sulla valutazione delle possibili contromisure russe (dal Cremlino si è parlato anche della revisione delle procedure di uso delle armi nucleari). Senonché già il generale Petraeus, l’efferato boia delle popolazioni irachene e afghane, si è fatto avanti per irridere le minacce di Putin, e incitare – all’unisono con gli influenti deputati repubblicani che abbiamo citato – ad andare avanti spediti anche con la fornitura e l’uso degli ATACMS.

Proprio per le incalcolabili conseguenze di una decisione di questo tipo, è naturale che si facciano accurate valutazioni anche sugli obiettivi da colpire, ma proprio a riguardo è impossibile dimenticare che il 23 maggio di quest’anno la NATO ha addirittura fatto a pezzi un segmento della rete di radar Voronezh-M, che è di importanza strategica per l’ombrello nucleare russo, perforato ad Armavir nella regione di Krasnodar. Né che l’Ucraina brulica ormai non solo di mercenari occidentali, ma anche di tecnici occidentali della guerra elettronica come è emerso in modo inequivocabile nell’attacco missilistico russo contro Poltava, in cui è stato distrutto il 179° Centro di formazione interforze dell’esercito ucraino e sono morti non pochi di questi istruttori di alto livello (vedi l’articolo di G. Gaiani https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/28818-gianandrea-gaiani-istruttori-europei-in-ucraina-un-monito-da-poltava-e-stoccolma.html con dettagli interessanti sulle conseguenze politiche di questa vicenda in Svezia, esposta in primo piano nelle attività del Centro).

Attenzione, perciò, a non farsi deviare dalla “smentita” dell’ultima ora; bisogna mettere le cose in prospettiva. Per questa stessa ragione parliamo di NATO, e non semplicemente di asse Washington-Londra: perché dall’inizio della guerra aperta tra NATO e Russia in Ucraina ogni decisione presa a Washington, e subito validata a Londra (che in certi casi ha addirittura agito d’anticipo rispetto agli Stati Uniti, come nel fallimento dei primi negoziati tra Mosca e Kiev), è stata successivamente fatta propria dall’intera NATO, in tempi più o meno rapidi, con più o meno contorsioni e dubbi, ma senza eccezioni.

Note

(*) I numeri che l’informazione russa dà sulle perdite ucraine nell’area di Kursk sono i seguenti (anche sgonfiati dai carichi propagandistici, sono impressionanti):
– oltre 12.500 soldati morti o feriti
– 101 carri armati
– 42 blindati da combattimento
– 83 blindati da trasporto
– 669 autoveicoli corazzati
– 410 autoveicoli
– 92 fra obici e mortai
– 26 lanciarazzi multipli (di cui 7 HIMARS e 3 MRLS…)
– 8 lanciamissili
– 24 stazioni di disturbo radiofrequenza.
– 7 stazioni di ricognizione radio per il fuoco di controbatteria
– 2 mezzi portamissili
– 10 mezzi del genio militare (tra cui una macchina posa-mine)
– 3 stazioni AN/MPQ-65 per patriot

A questa statistica ha replicato ieri il Comando dell’esercito ucraino sostenendo che la Russia ha perduto, dal febbraio 2022, 632.000 soldati (1.210 dei quali nelle sole ultime 24 ore), così sul “Kyiv Independent”. In questo caso il gonfiamento propagandistico è con ogni probabilità ancora maggiore, ma è sicuro che anche per i soldati russi questa guerra è stata ed è una macchina di morte al servizio di interessi che nulla hanno a che vedere con le classi sociali di provenienza dei soldati.

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(***)

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