Le giornate di domenica e lunedì sono state molto difficili per il governo Netanyahu. Centinaia di migliaia di dimostranti a Tel Aviv, Haifa e in altre città ad invocare la tregua per riportare a casa vivi i prigionieri israeliani nelle mani della resistenza palestinese. Uno sciopero generale indetto dalla centrale sindacale Histadrut con lo stesso obiettivo che, pur riuscito a metà e dimezzato dai diktat della magistratura in quanto “sciopero politico”, dunque illegale, ha creato problemi per i trasporti (anche aerei), i servizi pubblici, la stessa logistica di guerra. Questa agitazione della società si riflette, inevitabilmente, nei contrasti ai vertici dello stato sionista, dove ancora una volta Gallant si dice favorevole alla tregua, che darebbe respiro anche alle sue truppe molto più provate di quel che si vuole ammettere, mentre Netanyahu&Co. continuano a rifiutarla di fatto, ponendo ad Hamas e alla resistenza palestinese tutta condizioni inaccettabili.
A maggio scorso, quando queste contraddizioni ai vertici della macchina coloniale di sterminio e di oppressione israeliana emersero pubblicamente con la presa di distanze di Gantz, Lapid e Gallant dalle posizioni più oltranziste, scrivemmo che “per quanti aiuti e sovvenzioni ricevano dall’estero, sia l’esercito sionista che l’economia israeliana non sono in grado di sopportare a lungo” la guerra permanente in tutto il territorio di Gaza. Anche perché non si tratta solo di Gaza. Contestualmente, l’IDF deve attaccare le popolazioni e i gruppi della resistenza in Cisgiordania (o respingere i loro attacchi), e fronteggiare a Nord le attività contenute, ma incessanti ed efficaci militarmente, di Hezbollah. Già a maggio, tra i componenti della banda genocida che dirige gli apparati statali erano volate accuse reciproche di condurre Israele alla sconfitta, addirittura all’abisso. Un quadro che ci induceva alle seguenti considerazioni: “La clamorosa sconfitta politica di Israele, degli Stati Uniti e dell’UE è già evidente, formalizzata sul piano diplomatico dalla richiesta del procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan. Le crescenti difficoltà militari ed economiche, benché coperte e dissimulate, emergono allo scoperto giorno dopo giorno. Ormai è chiaro: Israele e i suoi protettori possono distruggere e massacrare, non possono vincere. Tanto meno [possono] ‘conquistare le menti e i cuori’. Ma non per questo demorderanno dai loro piani di dominio: vanno sconfitti!”.
A distanza di mesi, tocchiamo con mano con soddisfazione che il caos dentro Israele è crescente – uno scioperogenerale è sempre un colpo all’economia del paese, uno scossone sociale, e lunedì è stato in Israele il più ampio giorno di proteste di strada dal 7 ottobre con l’attivizzazione di decine di migliaia di lavoratori/lavoratrici in un contesto di mobilitazione bellica. Questo caos crescente – e il suo immediato impatto in Europa con il crollo dei titoli dell’industria bellica – è l’effetto della straordinaria resistenza dei palestinesi. Lo ha riconosciuto anche il portavoce di Histadrut: “La guerra sta avendo effetti terribili sulla nostra economia. Cresce la disoccupazione, intere aree del Nord e intorno a Gaza sono state evacuate. Migliaia di israeliani sono ormai profughi interni”.
Tuttavia non ci facciamo eccessive illusioni sull’immediato perché anche nelle fila degli scioperanti e dei dimostranti degli ultimi giorni la prospettiva sionista continua a essere stra-dominante, quasi totalitaria, come lo era nelle proteste dello scorso anno contro la riforma del sistema giudiziario. I capi di Histadrut, accusati di essere amici di Hamas per aver indetto lo sciopero e richiesto la tregua, hanno giustificato la loro decisione in questo modo: “non possiamo permettere che la vita sia abbandonata”. Ma per vita intendono solo la vita dei prigionieri ebrei, non quella dei palestinesi. La stessa cosa vale per i cartelli che ritraggono Netanyahu con le mani sporche di sangue: il sangue è solo quello ebreo, l’unico che conta. Lo conferma la stessa “informazione” mainstream in Italia, schierata pancia a terra con la propaganda sionista, che ha dedicato più di un servizio per ricostruire chi fossero i sei prigionieri trovati morti nel tunnel di Gaza, ha parlato diffusamente della loro vita, del loro lavoro, delle loro famiglie, dei loro affetti, delle loro aspirazioni, insomma li ha descritti come persone, un privilegio evidentemente esclusivo degli israeliani. Le decine di migliaia di Palestinesi massacrati nella Striscia, le centinaia che conoscono in Cisgiordania la stessa sorte, restano invece un semplice “danno collaterale”, la manifestazione, tutt’al più, dell’“eccesso di difesa” della macchina stragista di Tel Aviv.
Chi ci legge sa che scrutiamo con attenzione la società israeliana per cogliervi ogni segno di smarcamento dalla prospettiva sionista dell’espansione indefinita (dal Nilo all’Eufrate) dello stato sionista coloniale, razzista, sempre più intriso di fanatico fondamentalismo religioso, perché la sconfitta e il crollo di questo regime possono darsi solo con l’esplicita ribellione alla dittatura politico-ideologica del sionismo di una parte almeno del lavoro salariato ebreo. Ebbene, gli unici segni espliciti in questa direzione, ancora terribilmente modesti, ci vengono da un piccolo segmento delle manifestazioni, composto per lo più di giovani, impegnati in una denuncia del genocidio di stampo pacifista – come si vede in questa pagina del Refuser Solidarity Network https://www.facebook.com/refusersn o dall’attività di raccolta di aiuti materiali per le genti di Gaza svolta dai giovani di Standing Together, capaci anche di sostenere apertamente nelle manifestazioni che va riconosciuto il diritto dei palestinesi a vivere sulla loro terra liberi dall’occupazione – ma tuttora incapaci di trarre da queste affermazioni tutte le conseguenze del caso. E’ qualcosa, certo, data la feroce aria anti-palestinese che questi giovani respirano dalla nascita in ogni istante della loro esistenza; ma è ancora poco, troppo poco!
La seconda ragione per cui non vediamo il tracollo della macchina sionista così vicino come sarebbe nei nostri desideri, e come l’ha descritto Ilan Pappé nell’articolo sulla “New Left Review” del 21 giugno scorso, è la protezione internazionale che essa riceve dagli Stati Uniti, dall’Unione europea, dalla NATO, e la complicità di cui beneficia da parte della totalità degli stati arabi per i quali la “questione palestinese” è da tempo un fastidioso ingombro per i loro affari e (specie per i paesi confinanti con Israele) per la loro stabilità, per non parlare della collaborazione attiva con gli occupanti della cosiddetta ANP. Inoltre, a differenza dei vili che l’occultano con cura, non ci stancheremo di ripetere che anche Russia, Brasile e i BRICS nel loro complesso stanno dando alla macchina bellica genocida di Israele un aiuto importante, composto non solo di petrolio, derivati del petrolio, apparecchiature per la “difesa” e il controllo dei palestinesi, ma anche di carattere politico, con l’impedire che nei loro paesi possa prender piede il movimento di sostegno internazionale al popolo palestinese.
Come argomenta qualche esperto di geo-politica e di militare, può anche essere che Israele si stia approssimando ad un momento di grande difficoltà dovuto alla carenza di munizioni, come sta accedendo per l’Ucraina. Ed è sicuramente vero che a Nord ha già subito uno scacco con l’evacuazione di una striscia del “proprio” territorio, con alcune migliaia di profughi. Ma questi stessi esperti sono costretti ad ammettere che Israele, pur non potendo vincere questa sua “quarta guerra”, non può nemmeno perderla. Né si tratta solo di Israele, perché il terrorismo di stato sionista è “l’ultima parola dell’Occidente” in inesorabile perdita di egemonia per intimidire le masse oppresse e sfruttate del mondo arabo ed islamico, che dal 2011-2012 hanno dato ripetute prove di volersi e sapersi sollevare contro i propri regimi dispotici e i loro ancor più dispotici soprastanti occidentali. La resistenza palestinese è parte integrante di questa catena di sollevazioni popolari incompiute, e le sollecita ad alzare di nuovo la testa.
Ben venga, dunque, il crescente caos economico, sociale e politico in Israele. Ben venga la messa in moto di una richiesta di massa di tregua e di scambio di prigionieri che – si voglia o no – è il riconoscimento di massa di un nemico forte, che è riuscito a mettere sotto scacco un esercito abituato a auto-celebrarsi come invincibile, sfidando la sua schiacciante superiorità tecnologica. Ma per imporre la fine del genocidio e, tanto più, la fine dell’occupazione coloniale della Palestina, il cammino da compiere non è breve, né in discesa.

