Compare su tutti i siti da poche ore, ed è confermata anche da “Quds Network” in successivi dispacci, la decisione di Hamas di accettare la proposta formulata dalla diplomazia egiziana, che prevede un cessate il fuoco di 60 giorni e include, tra le altre, le seguenti misure:
– Adeguamento a 800 metri delle linee di ritiro delle forze di occupazione nelle aree residenziali.
– Consentire l’ingresso di 600 camion di aiuti umanitari al giorno, insieme a materiali di soccorso e di ricovero.
– Il rilascio di 1.700 prigionieri palestinesi, 1.500 dei quali provenienti dalla Striscia di Gaza, in cambio di 10 prigionieri israeliani.
Secondo questa proposta (1), i negoziati per porre fine alla guerra saranno condotti durante il periodo di cessate il fuoco. Hamas e i “mediatori” (Egitto e Qatar – mediatori per modo di dire) sono ora in attesa della risposta di Israele. Se l’attuale percorso dovesse avere successo, dovrebbe segnare “l’inizio di una cessazione completa delle ostilità”. Se Israele dovesse accettare, l’inviato statunitense Witkoff arriverebbe nella regione per finalizzare l’accordo.
Fin qui i dispacci di agenzia sulla base di quanto è arrivato dalle fonti della Resistenza palestinese. Va notato che Hamas accetta di fare un passo indietro rispetto alla ferma opposizione tenuta finora a qualsiasi accordo di tregua che non includesse, fin dal primo momento in cui il cessate il fuoco è dichiarato, la fine della campagna genocida dell’IDF contro la popolazione di Gaza.
Ma, a stare alla stampa israeliana, il governo Netanyahu ha respinto subito questa proposta – sebbene una parte di detta stampa rilevi che non esiste tuttora un rifiuto formale, e insinua che potrebbe anche esserci un’iniziale accettazione per poi far saltare tutto con qualsiasi pretesto, come è già accaduto con la tregua di gennaio.
In ogni caso il dato di fatto determinante è che in queste stesse ore il governo Netanyahu ha deliberato di intensificare la preparazione della successiva fase della sua campagna genocidaria e di pulizia etnica procedendo al richiamo di decine di migliaia di riservisti, il numero che circola è 60.000 per un totale di 130.000 militari impegnati. Ed è notizia delle ultimissime ore che in realtà l’invasione di Gaza City è già cominciata a partire dal quartiere di al-Zaytoun (con la brigata di fanteria “Nahal”) e dall’area di Jabalia (con la brigata di fanteria “Givati”) (2).
Questo, nonostante la giornata di mobilitazione del 17 agosto organizzata dal Forum dei familiari degli “ostaggi” e dei dispersi israeliani e dall’October Council, che ha portato in piazza a Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, Beersheba e altre città alcune centinaia di migliaia di dimostranti.
La mobilitazione è stata liquidata dal governo Netanyahu come ispirata da Hamas, un regalo ad Hamas, sebbene i segni di attenzione e di solidarietà verso la condizione e la sorte dei palestinesi fossero in essa rarissimi. Purtroppo, aggiungiamo noi – perché ci avrebbe fatto piacere fosse accaduto il contrario. Ma non è stato così: basti considerare che tuttora l’80% degli israeliani si dichiara a favore dell’affamamento della popolazione di Gaza.
Qualcuno ha ritenuto di polemizzare con noi perché abbiamo rilanciato la presa di posizione dell’Unione dei lavoratori arabi di Nazareth (*) che si è rifiutata di scioperare, dal momento che l’appello allo sciopero non conteneva alcuna richiesta a porre immediatamente fine alla guerra e al genocidio. L’argomento “forte” sarebbe che c’era comunque un grande sciopero dei lavoratori israeliani a cui sarebbe stato opportuno partecipare, dato che – ha specificato qualche sprovveduto – il sindacato israeliano implicato nello sciopero difende anche i lavoratori palestinesi.
Questi nostri contestatori ignorano perfino che tale sindacato – l’Istadrut – si è rifiutato di aderire alla giornata di sciopero perché essa aveva finalità “politiche”, limitandosi a chiedere ai padroni e ai propri rappresentanti sui luoghi di lavoro di non sanzionare coloro che avessero aderito allo sciopero. Qui sotto vedete sul Jerusalem Post dell’11 agosto il resoconto dell’incontro tra il presidente dell’Histadrut Arnon Bar-David e una delegazione delle famiglie organizzatrici delle proteste :
https://www.jpost.com/israel-news/article-863900
Per questi nostri contestatori i lavoratori arabo-israeliani e palestinesi avrebbero dovuto fare i “donatori di sangue” per la riuscita di una mobilitazione che è sì indicativa di una grossa contraddizione nel campo del sionismo, ma che – qualunque cosa spaccino i mass media, e si voglia credere a loro rimorchio – non chiedeva la fine della guerra, salvo un paio di (isolatissimi) interventi di familiari. L’intervento più chiaro in questo senso è stato quello di Einav Zangauker, madre di uno dei prigionieri del 7 ottobre, che ha affermato: “Chiediamo un accordo globale e la fine della guerra. Chiediamo ciò che meritiamo: i nostri figli”. Quanto ai figli dei palestinesi…
Ma torniamo alle cose serie: stamattina la RAI dava notizia (nella rassegna stampa di RAI-3) della posizione assunta da Hamas, ma senza mettere in luce il “passo indietro” fatto dalla resistenza palestinese tutta per favorire almeno un’immediato cessate il fuoco. Poi dava notizia della decisione del governo Netanyahu di andare comunque avanti nel suo piano genocida (chiamato in modo truffaldino: piano di occupazione di Gaza City) – ma senza dire che questo significa il totale rifiuto dell’ apertura fatta da Hamas e dalla Resistenza palestinese e comporterà una nuova catena di massacri. Se la Russia di Putin rifiuta il cessate il fuoco chiesto da Zelensky e dai suoi padroni per arrivare ad un accordo “di pace” globale, è un crimine. Se l’Israele di Netanyahu rifiuta il cessate il fuoco per portare a termine il genocidio e lo sfollamento forzato di due milioni di palestinesi, è soltanto una notizia – una notizia da dare con serena “obiettività”, senza commento alcuno.
A chiamare la RAI e la quasi totalità dei mass media “complici e portavoce dei killer sionisti“, come fa il Comitato permanente contro le guerre e il razzismo di Marghera, ci si limita a dire la verità.
Nota
(1) Altre fonti parlano invece dello scambio tra 10 prigionieri israeliani vivi e 18 corpi di prigionieri morti, a fronte di 140 prigionieri palestinesi condannati all’ergastoli ed altri 60 condannati a pene superiori ai 15 anni (e forse alcuni corpi di palestinesi).
(2) Su il manifesto di oggi, 20 agosto, Eliana Riva scrive che l’attuazione del piano-Netanyahu è, di fatto, già cominciata a Zeitoun:
“Ieri il piano «Gaza City» è stato presentato dal capo di stato maggiore al ministro della difesa. Ma i bombardamenti sono già più violenti nell’area e a Zeitoun l’esercito israeliano colpisce le tende per sfollati e le aree in cui i profughi si sono rifugiati. Sono attacchi deliberati, secondo i giornalisti di Al-Jazeera che hanno verificato dalle immagini satellitari lo sfollamento verso sud.
A ZEITOUN si contano undici aree rifugio. 4.000-4.500 palestinesi in 3,5 chilometri quadrati, riparati nelle tende e nelle ex scuole. Man mano che le persone fuggono, carri armati, missili e mezzi pesanti distruggono case e livellano infrastrutture, così da rendere impossibile il riposizionamento dei nuovi sfollati. Sarebbero già 450 i blocchi residenziali distrutti dai militari.”
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