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Le elezioni in Francia: la novità più interessante, per noi, è la piazza. (italiano – Français)

Tutti i commenti della stampa e degli opinionisti sottolineano l’esito a sorpresa delle elezioni in Francia, ovvero la mancata vittoria del RN di Le Pen-Bardella, ma la cosa era nell’aria, e lo si era intuito dai commenti stizziti di tutte le destre del “globo terraqueo”, quando il fronte delle sinistre aveva annunciato l’accordo di desistenza con i macroniani. Gli esponenti di Rassemblement National, cui avevano fatto subito eco quelli della destra nazionale nostrana, avevano un unico tono: attentato alla democrazia, accordi per soffocare la volontà di cambiamento dei francesi, eccetera. La ducetta de Roma non ha fatto mancare di esprimere la sua preoccupazione per “…il tentativo costante di demonizzare e mettere all’angolo il popolo che non vota per le sinistre” (v. “il Giornale” dell’1 luglio).

I precedenti complimenti della Meloni a RN e i suoi verdetti storici sull’unità delle destre e sulle nuove magnifiche sorti della destra avanzante e vincente in tutta Europa, le si sono rimasti in gola quando nella serata di ieri i primi esiti delle elezioni ed i relativi festeggiamenti di piazza hanno chiarito che era accaduto qualcosa di differente dalle sue aspettative. Nessuna dichiarazione. Tutti i tg nazionali, ormai sotto il comando stretto degli staff governativi della comunicazione, dopo le notizie di prammatica, sono passati a parlare d’altro. La Meloni non commenterà il voto francese se non quando il quadro sarà più chiaro (v. “Corsera” di oggi), ma intanto sottolinea la stabilità che c’è in Italia e si unisce ai gufi che gridano all’allarme instabilità in Francia. In aggiunta facciamo notare che non risultano ad oggi osservazioni o commenti di qualche opinionista che chieda alla Meloni dove va a finire adesso tutta la tirata sulla superiorità del sistema presidenzialista, fattore di stabilità e di ostacolo a tutti i ribaltoni, in poche parole, la famosa madre di tutte le battaglie. Come pure attendiamo il commento dei campisti d’Italia sul voto, e sulle dichiarazioni di quel campione di democrazia&libertà che è Sergej Lavrov il quale si lamenta per la sconfitta di Le Pen con il seguente argomento: “Le elezioni in Francia non ricordano molto la democrazia” (da che pulpito!), per poi proporre una riforma elettorale perché “il secondo turno è finalizzato a manipolare la volontà degli elettori”.

Lasciamo da parte, per oggi, ogni discorso sulla democrazia – il succo del nostro discorso sarebbe questo: Le Pen, Macron, Melenchon, Lavrov, Meloni, Schlein, etc. sono tutti, ciascuno a suo modo, campioni di democrazia, a misura che la democrazia borghese, che tutti loro difendono, non è che una dittatura di classe dei capitalisti opportunamente mascherata, fino a che ci sono abbondanti proventi, esterni e interni, che permettono di tenerla in vita. Lasciamo da parte anche le elucubrazioni dei politologi su cosa farà ora l’anatra zoppa Macron (che ha perso 100 deputati), essendo evidentissimo che cercherà di rompere il raccogliticcio Nouveau Front Populaire (che ha costruito il suo programma comune in 3 giorni) all’interno del quale più di una formazione è pronta a collaborare con il partito/non partito di Macron, tradendo il patto appena concluso con Melenchon. Il direttore di “Le Monde”, J. Fenoglio, gli ha aperto la strada attaccando frontalmente gli “insoumis” per avere “brutalizzato continuamente i dibattiti e le elaborazioni collettive nel corso degli ultimi due anni” (addirittura “brutalizzato”!?, per qualche modesta rivendicazione sul salario minimo, l’età pensionabile e il cessate il fuoco a Gaza!?). Del resto, altri gazzettieri ultra-sionisti hanno provveduto da tempo a collocare lo stesso Melenchon tra gli “anti-semiti”… dentro l’Unione Europea vige il divieto assoluto di critica allo stato e al governo di Israele!

Concentriamoci, invece, sul punto di maggior interesse per noi: i proletari, gli immigrati di Francia, il percorso di ripresa della lotta di classe, perché in questo campo una novità interessante c’è stata. Ed è questa novità, ben più che i patti di desistenza, a spiegare il deludente risultato delle destre – premiate, comunque da oltre 9 milioni di elettori, il doppio di due anni fa, guai a dimenticarlo! E guai a non capire che dalla posizione di opposizione che necessariamente spetta al RN, gli sarà piuttosto agevole capitalizzare elettoralmente lo scontento che genererà lo stallo politico, oppure – e forse più – un nuovo governo di coalizione che non potrà in alcun modo allontanarsi più di tanto dal tracciato delle politiche economiche e sociali anti-proletarie e anti-popolari di Macron&Co.

La novità positiva e interessante, per noi, è questa: una certa risposta di settori proletari, semiproletari, dei francesi di seconda e terza generazione, all’appello contro il pericolo che il RN andasse al potere con la sua carica di virulento razzismo anti-musulmano e anti-immigrati, c’è stata. Non plebiscitaria, dal momento che la partecipazione al voto, seppur fortemente risalita fino al 66,7% (un 20% in più del 2022), non si può certo dire totalitaria. E la cosa per noi di maggior rilievo è che questi settori, in maggioranza composti da giovani, non si siano limitati ad andare al voto, ma siano scesi in piazza facendo sentire la loro viva presenza. L’anti-islamismo virulento del FN ha polarizzato doppiamente malesseri e malumori sociali (anche proletari) da un lato, paure e necessità di difendersi dal rischio di più pesanti discriminazioni dall’altro. L’attacco anti-proletario della destra lepenista ha scelto questo come terreno principale. E su questo si è inserito abilmente anche Erdogan, facendosi paladino della causa dell’islam e degli islamici. Più che questa manovra esterna, però, a mobilitare settori di giovani verso le urne e le piazze è stato il movimento internazionale di solidarietà con il popolo palestinese e la resistenza palestinese, sicuramente vivace in Francia, benché incostante. Non hanno risposto ad un appello di presunte sinistre, quanto ad uno slancio del tutto interno – dovuto anche alla quotidiana esperienza diretta – di ripulsa della linea generale della destra identificata, non a torto, come fascisteggiante e razzista. In Place de la République, stanotte, gli slogan di lotta come pure le bandiere della Palestina sovrastavano quelle francesi – vietate le bandiere rosse! (è un antico divieto ai comizi di France Insoumise, che ha il suo epicentro nella France, nella nazione francese, e non certo nella classe che ha innalzato la bandiera rossa per la prima volta proprio in Francia). Ed è questo un aspetto che avvicina i risultati francesi a quelli britannici, dove cinque deputati (tra cui Jeremy Corbyn) sono stati eletti come indipendenti estranei, e anche contrapposti al Labour, sulla base di dichiarazioni filo-palestinesi. Da notare, anche, l’elezione in  Nuova Caledonia del candidato indipendentista Emmanuel Tjibaou (non accadeva da 40 anni) e la bocciatura di un deputato d’oltremare molto vicino a Netanyahu…

Quanto alla seconda leva elettorale della destra, la contrarietà all’impegno in Ucraina sia in forniture ed impiego di armi sia in impiego diretto di truppe francesi, la cosa è più complessa: e non è certamente contro questo smarcamento dal bellicismo di Macron che si sono mobilitati gli anti-RN (avete forse visto bandiere ucraine o Nato nelle piazze del Front?). La destra di Le Pen-Bardella ha saputo interpretare con abilità il malumore che inizia a serpeggiare a livello proletario e popolare nei confronti dell’impegno bellico che comporta, in Francia come altrove, contrazione della spesa pubblica destinata alle necessità sociali e una generale impostazione da economia di guerra. Il Nouveau Front Populaire non ha potuto farlo, essendo profondamente spaccato al proprio interno, tra un Glucksmann ferocemente russofobo, sostenitore della guerra totale alla Russia, e un Melenchon piuttosto vicino alle posizioni di Le Pen su questo punto, ma prudentissimo nell’esporre che cosa si dovrebbe fare e che cosa farebbe al governo. Indicativo di questa divisione è che nel diluvio di demagogia dei vari esponenti del NFP sulla propria vittoria, il tema non sia stato trattato. Come che sia, una cosa è certa: l’alfiere massimo del bellicismo, E. Macron, ha avuto una batosta, inferiore al temuto, ma reale, e da queste elezioni escono più forti le forze politiche che hanno espresso critiche a questo bellicismo.

Che il proletariato di Francia, nelle sue diverse componenti – senza trascurare altri strati schiacciati della popolazione (i gilets jaunes non erano in prevalenza proletari) – sia più attivo e presente che in Italia, è cosa nota, che spesso suscita commenti e sospiri d’emulazione. In questa circostanza una sua sezione giovanile si è mobilitata in prima persona, dando un segno di non rassegnazione. La novità è positiva, ma c’è poco da festeggiare perché chi raccoglie questa spinta non è certo intenzionato a dare vere risposte alle esigenze dei settori proletari e ancora meno, questo è ovvio, alle istanze di emancipazione, di rivoluzionamento del sistema economico-sociale che schiaccia la massa dei lavoratori. Nell’articolo precedente sulle elezioni francesi abbiamo esaminato i “programmi” delle tre formazioni che si contendono il governo della Francia mostrando la natura anti-proletaria di tutti e tre. E questa è certamente la cosa più importante, anzi decisiva, invece che la conta dei seggi in parlamento, delle percentuali, delle alleanze. Perciò il prossimo compito di un intervento di classe internazionalista nelle vicende francesi sarà come lavorare sulle inevitabili delusioni, sul malumore che deriverà dal vedere i partiti del NFP, vadano al governo o no, proseguire nel solco della guerra tra NATO e Russia in Ucraina, non prendere nessuna iniziativa forte né per fermare il genocidio in Palestina, né per rovesciare le politiche macroniane di attacco a trecentosessanta gradi alle condizioni di vita dei proletari.

La (relativa) sconfitta, o meglio: la battuta d’arresto nella marcia verso il governo, della destra lepeniana potrebbe anche essere, paradossalmente (le elezioni non hanno quasi mai questo effetto), l’inizio di un nuovo ciclo di lotte più mature, politiche e sindacali, che faccia confluire ad unità le forze, finora spaiate, del movimento di strati semi-proletari (attivi con i gilets jaunes), dei giovani immigrati ribelli delle banlieues, dei proletari e dei salariati che si sono mossi contro l’ennesima riforma delle pensioni e i colpi dell’inflazione, degli strati sociali non certo borghesi che si sono mobilitati per la Palestina (e – almeno in cuor loro – non sono per prolungare all’infinito la guerra in Ucraina). Ma perché questo nuovo ciclo di lotte si sviluppi davvero, servirà che spontaneità e organizzazione politica di classe procedano di pari passo.

Les élections en France : la nouveauté la plus intéressante, pour nous, c’est la place.

Tous les commentaires dans la presse soulignent le résultat surprise des élections en France, à savoir l’échec du RN de Le Pen-Bardella à gagner, mais c’était dans l’air, et c’était clair d’après les commentaires de colère de tous les droitiers du globe, lorsque le front de gauche avait annoncé l’accord de désistement avec les macronistes. Les représentants du Rassemblement national, qui ont immédiatement été repris par ceux de la droite nationale italienne, avaient un seul ton : attaques contre la démocratie, accords visant à étouffer le désir de changement du peuple français, etc. La petite femme qui est actuellement le « petit duc de Rome » n’a pas manqué d’exprimer son inquiétude pour « … la tentative constante de diaboliser et d’acculer les gens qui ne votent pas pour la gauche » (voir « il Giornale » du 1er juillet).

Les compliments précédents de Meloni au RN et ses verdicts historiques sur l’unité de la droite et sur les magnifiques nouvelles fortunes de la droite qui progresse et gagne dans toute l’Europe, sont restés dans sa gorge lorsqu’hier soir, les premiers résultats des élections et les célébrations de rue qui en ont résulté ont clairement montré que quelque chose de différent de ses attentes s’était produit. Aucune déclaration. Tous les journaux télévisés nationaux, désormais sous le commandement strict du personnel de communication du gouvernement, après les nouvelles pragmatiques, sont passés à autre chose. Meloni ne commentera pas le vote français tant que le tableau ne sera pas plus clair (voir le « Corriere della sera » d’aujourd’hui), mais en attendant, elle souligne la stabilité qui existe en Italie et rejoint les hiboux qui crient à l’instabilité en France. Nous attendons également le commentaire des campistes italiens sur le vote, et sur les déclarations de ce champion de la démocratie et de la liberté qu’est Sergueï Lavrov qui se plaint de la défaite de Le Pen avec l’argument suivant : « Les élections en France ne rappellent pas beaucoup la démocratie » (de quelle chaire !), puis propose une réforme électorale car « le second tour vise à manipuler la volonté des électeurs ».

Laissons de côté pour aujourd’hui tout discours sur la démocratie – l’essentiel de notre discours serait celui-ci : Le Pen, Macron, Mélenchon, Lavrov, Meloni, Schlein, etc. sont tous, chacun à sa manière, des champions de la démocratie, dans la mesure où la démocratie bourgeoise, qu’ils défendent, n’est rien d’autre qu’une dictature de classe des capitalistes convenablement déguisée, tant qu’il y a des revenus abondants, externes et internes, qui permettent aux maîtres de la démocratie de la maintenir en vie. Laissons également de côté les ruminations des politologues sur ce que va faire le canard boiteux Macron (qui a perdu 100 députés) maintenant, puisqu’il est très clair qu’il va essayer de casser le rassemblement Nouveau Front Populaire (qui a construit son programme commun en 3 jours) au sein duquel plus d’une formation est prête à collaborer avec le parti/non-parti de Macron, et à trahir le pacte avec Mélenchon. Le rédacteur en chef du « Monde », J. Fenoglio, lui a ouvert la voie en s’attaquant frontalement aux « insoumis » pour avoir « continuellement brutalisé les débats et les élaborations collectives au cours des deux dernières années » (« brutalisés » ?, pour quelques revendications modestes sur le salaire minimum, l’âge de la retraite et le cessez-le-feu à Gaza !?). D’autre part, d’autres propagandistes ultra-sionistes ont depuis longtemps placé Mélenchon lui-même parmi les « antisémites »… au sein de l’Union européenne, il y a une interdiction absolue de critiquer l’État et le gouvernement d’Israël !

Concentrons-nous, au contraire, sur le point qui nous intéresse le plus : les prolétaires, les immigrés de France, la voie de reprise de la lutte de classe, car dans ce domaine il y a eu une nouveauté intéressante. Et c’est cette nouveauté, bien plus que les pactes de désistement, qui explique le résultat décevant de la droite – récompensée, en tout cas, par plus de 9 millions d’électeurs, deux fois plus qu’il y a deux ans, malheur à nous si nous l’oublions ! Et malheur à nous si nous ne comprenons pas qu’à partir de la position d’opposition qui appartient nécessairement au RN, il lui sera facile de capitaliser électoralement sur le mécontentement qui générera l’impasse politique, ou – et peut-être plus encore – un nouveau gouvernement de coalition qui ne pourra en aucun cas s’écarter trop de la voie des politiques économiques et sociales anti-prolétariennes et antipopulaires de Macron & Co.

La nouvelle positive et intéressante, pour nous, est la suivante : il y a eu une certaine réponse des secteurs prolétariens, semi-prolétariens, français de deuxième et troisième génération à l’appel contre le danger de l’arrivée au pouvoir du RN avec sa charge de racisme anti-musulman et anti-immigré virulent. Il ne s’agit pas d’une réponse plébiscitaire, puisque la participation électorale, bien que fortement augmentée à 66,7 % (20 % de plus qu’en 2022), ne peut certainement pas être qualifiée de totalitaire. Et ce qui est le plus important pour nous, c’est que ces secteurs, majoritairement composés de jeunes, ne se sont pas limités à se rendre aux urnes, mais sont descendus dans la rue pour faire sentir leur présence. L’anti-islamisme virulent du RN a doublement polarisé le malaise et le mécontentement social (y compris prolétarien) d’une part, et les peurs et la nécessité de se défendre contre le risque d’une discrimination plus lourde d’autre part. L’attaque anti-prolétarienne de la droite lepéniste a choisi ce terrain comme terrain principal. Et Erdogan s’y est également habilement inséré, se faisant un champion de la cause de l’islam et des musulmans. Mais plus que cette manœuvre extérieure, c’est le mouvement international de solidarité avec le peuple palestinien et la résistance palestinienne, certes vif en France, bien qu’inconstant, qui a mobilisé des secteurs de la jeunesse vers les urnes et la rue. Ils n’ont pas répondu à un appel de gauchistes présumés, mais à une impulsion tout à fait interne – également due à l’expérience directe quotidienne – de rejeter la ligne générale de la droite, identifiée, non à tort, comme pro-fasciste et raciste. Sur la place de la République ce soir, les slogans de lutte ainsi que les drapeaux de la Palestine dominaient les drapeaux français – pas de drapeaux rouges ! (c’est une interdiction ancienne des rassemblements de la France Insoumise, qui a son épicentre en France, dans la nation française, et certainement pas dans la classe qui a levé le drapeau rouge pour la première fois en France). Et c’est un aspect qui rapproche les résultats français de ceux du Royaume-Uni, où cinq députés (dont Jeremy Corbyn) ont été élus en tant qu’outsiders indépendants, et même opposés au Parti travailliste, sur la base de déclarations pro-palestiniennes. A noter également l’élection en Nouvelle-Calédonie du candidat indépendantiste Emmanuel Tjibaou (cela n’avait pas eu lieu depuis 40 ans) et le rejet d’un député à l’étranger très proche de Netanyahou…

Quant au second levier électoral de la droite, l’opposition à l’engagement en Ukraine tant dans la fourniture et l’utilisation des armes que dans l’utilisation directe des troupes françaises, la chose est plus complexe : et ce n’est certainement pas contre cette démarcation de la belligérance de Macron que les jeunes anti-RN se sont mobilisés (avez-vous peut-être vu des drapeaux ukrainiens ou de l’OTAN sur les places du Front ?). L’aile droite de Le Pen-Bardella a su interpréter habilement le mécontentement qui commence à s’insinuer au niveau prolétarien et populaire à l’égard de l’effort de guerre qui implique, en France comme ailleurs, une contraction des dépenses publiques pour les besoins sociaux et une approche générale de l’économie de guerre. Le Nouveau Front Populaire n’a pas pu le faire, étant profondément divisé en interne, entre un Glucksmann farouchement russophobe, un partisan de la guerre totale contre la Russie, et un Mélenchon assez proche des positions de Le Pen sur ce point, mais très prudent dans l’exposition de ce qui devrait être fait et de ce qu’il ferait au gouvernement. Signe de cette division, dans le déluge de démagogie des différents membres du NFP sur leur propre victoire, la question n’a pas été discutée. Quoi qu’il en soit, une chose est sûre : le porte-drapeau suprême du bellicisme français, E. Macron, a reçu un coup, moins que redouté, mais réel, et de ces élections les forces politiques qui ont exprimé des critiques à l’égard de ce bellicisme en sortent plus fortes.

C’est un fait bien connu que le prolétariat de France, dans ses diverses composantes – sans négliger les autres couches écrasées de la population (les gilets jaunes n’étaient pas majoritairement prolétaires) – est plus actif et présent qu’en Italie, et suscite souvent en Italie des commentaires et des soupirs d’émulation. A cette occasion, l’une de ses sections de jeunes s’est mobilisée personnellement, donnant un signe de non-résignation. La nouveauté est positive, mais il y a peu de choses à célébrer car ceux qui prennent cette poussée ne sont certainement pas disposés à donner de vraies réponses aux besoins des secteurs prolétariens et encore moins, c’est évident, aux revendications d’émancipation, de révolutionnisation du système économico-social qui écrase la masse des travailleurs. Dans l’article précédent sur les élections françaises, nous avons examiné les « programmes » des trois formations en lice pour le gouvernement français, montrant la nature anti-prolétarienne des trois. Et c’est certainement la chose la plus importante, voire décisive, au lieu de compter les sièges au parlement, les pourcentages, les alliances. Par conséquent, la prochaine tâche d’une intervention de classe internationaliste dans les affaires françaises sera de savoir comment travailler sur les inévitables déceptions, sur le mécontentement qui surgira de voir les partis du NFP, qu’ils entrent au gouvernement ou non, continuer dans le sillage de la guerre entre l’OTAN et la Russie en Ukraine, de ne pas prendre d’initiative forte ni pour arrêter le génocide en Palestine, ni pour renverser la politique d’attaque tous azimuts de Macron contre les conditions de vie des prolétaires.

La défaite (relative), ou plutôt : le recul dans la marche vers le gouvernement, de la droite lepenienne pourrait aussi être, paradoxalement (les élections n’ont presque jamais cet effet), le début d’un nouveau cycle de luttes plus matures, politiques et syndicales, qui rassemble les forces, jusqu’alors non appariées, du mouvement des couches semi-prolétariennes (actives avec les gilets jaunes), des jeunes immigrés rebelles des banlieues, des prolétaires et des salariés qui se sont mobilisés contre une énième réforme des retraites et les coups de l’inflation, des couches sociales certainement pas bourgeoises qui se sont mobilisées pour la Palestine (et – au moins dans leur cœur – ne sont pas favorables à la prolongation indéfinie de la guerre en Ukraine). Mais pour que ce nouveau cycle de luttes se développe réellement, la spontanéité et l’organisation politique de classe devront aller de pair.

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