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Quanto conta il voto popolare? Risponde, sghignazzando, E. Macron

A due mesi dalle elezioni Macron si decide finalmente a scegliere il Primo Ministro nominando Michel Barnier1, un gollista presentato in veste di tecnico estraneo ai partiti della maggioranza; naturalmente conosciamo bene il concetto di “estraneità” dei “tecnici” al governo, veri maestri nel fare gli interessi della classe capitalistica presentandoli come interessi generali, di tutti, indistintamente tutti, i “cittadini”.

La “sinistra” francese (anche quella italica, sempre pronta agli scimmiottamenti) grida al colpo di forza, al vulnus e dimentica che con gli accordi di desistenza il Nouveau Front Populaire ha salvato parecchi candidati dell’area di Macron e del partito repubblicano dalla sconfitta delle urne. Gli esiti della cosiddetta battaglia per fermare la destra non sono stati molto favorevoli, e non poteva essere altrimenti quando per stoppare l’ascesa delle destre ci si appoggia alle istituzioni statali e al “centro” dello schieramento politico borghese “dimenticandosi” del loro ruolo.

Macron ha concluso così, a vantaggio della grande borghesia capitalista che lo sostiene, una prima fase di ridimensionamento del successo del NFP alla seconda tornata delle elezioni, e non si è fatto certo scrupolo di cercare l’appoggio del Rassemblement National di Le Pen sicché è altamente probabile che faccia ancora ricorso alla destra tanto esecrata (a parole) quando Barnier dovrà ottenere l’approvazione del parlamento.

I capitalisti francesi, dopo aver fatto tanti sforzi per innalzare l’età pensionabile e per comprimere i salari, non potevano permettere che si mettesse il governo in mano al NFP che propone – sia pur solo per acchiappare voti – il salario minimo a 1600 € e l’abolizione della riforma delle pensioni che aveva già provocato consistenti proteste di piazza.

Tutti i tentativi che il NFP ha fatto per rassicurare la borghesia sono andati a vuoto. La sua candidata Lucie Castets2 non è esattamente la cuoca che Lenin candidava al governo come rappresentante degli interessi operai e proletari, ma le rassicurazioni non si sono fermate a questo e sono arrivate a dichiarare che France Insoumise era disposta a rinunciare ad ogni incarico ministeriale in un futuro probabile governo delle “sinistre”. In questo Melenchon ricorda molto quel Turati che rifiutò la proposta di Giolitti di far parte del suo governo per non essere smascherato dalla sinistra di Labriola3. Tutt’altra storia, è vero, ma quanta somiglianza col radicalismo di facciata!

Si è visto anche, ancora una volta, quanto conta il voto popolare “libero e sovrano”. Del resto, i comuni cittadini, anzitutto i lavoratori “votano ogni 4-5 anni, ma i mercati votano ogni giorno”…

Note

1 ) Naturalmente Barnier, già noto per la sua trattativa per conto UE nella vicenda Brexit, è una garanzia maggiore per la borghesia francese che si appresta a trattare sul debito Francia-UE.

2 ) Macron ha respinto la candidatura di Castets, ma non vuol dire che si tratti di una oppositrice del sistema, e neppure di una più o meno radicale riformista. Ai massimi gradi della burocrazia del Comune di Parigi, laureata in economia politica, ha svolto vari incarichi nel settore della finanza ed è tra i soci fondatori di un’associazione di funzionari pubblici che ha l’obiettivo di rafforzare il ruolo della burocrazia nei governi locali e nazionali, in una parola: “lo stato”!

3 ) Arturo Labriola, rappresentante del sindacalismo rivoluzionario, era la spina nel fianco di Turati che temeva di essere scalzato o ridimensionato dall’ala sinistra del PSI nel suo ruolo di dirigente del partito. In una lettera a Giolitti, Turati spiegò i motivi per cui respingeva l’offerta di entrare nel governo e sostenne la maggiore utilità di un appoggio esterno che non lo esponesse alle aperte critiche esterne ed interne al suo partito. La formula scelta, adottata fino ai nostri giorni da molti trasformisti, fu quella di appoggiare singoli provvedimenti del governo Giolitti giudicati “positivi”!

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