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Sul Primo Maggio 2024 nel mondo

IL PRIMO MAGGIO 2024 NEL MONDO

Milioni di lavoratori nelle piazze per l’aumento dei salari e contro il genocidio a Gaza

Siamo franchi, come d’abitudine: il Primo Maggio del 2024 non passerà alla storia. Del resto siamo, a livello internazionale, in una fase di transizione non breve e terribilmente accidentata che va dall’affondamento del vecchio movimento operaio erede dello stalinismo e della socialdemocrazia legato ad un’epoca di complessivamente impetuoso sviluppo del capitalismo e a questo subordinato, alla rinascita di un nuovo movimento proletario rivoluzionario nel mezzo di una crisi dell’ordine capitalistico internazionale, di conflitti inter-capitalistici, economici e bellici, devastanti e di una aggressione del capitale globale alle condizioni di lavoro e di vita delle masse sfruttate ed oppresse, generale, benché di intensità molto differenziata. Un nuovo movimento proletario di cui, allo stato attuale, si vedono solo piccoli embrioni in via di formazione e di collegamento tra loro.

Tuttavia anche in questo Primo Maggio molti milioni di lavoratrici e di lavoratori sono scesi in piazza in tutto il mondo accomunati, seppur in contesti assai differenziati, dalla volontà di difendere le proprie condizioni di sussistenza, a cominciare dalla richiesta di aumento dei salari falcidiati ovunque dall’inflazione a due ed a tre cifre degli ultimi anni, riportando in campo anche la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, la rivendicazione storica che ha dato inizio alla giornata internazionale di lotta per le 8 ore nel lontano 1° Maggio 1890.

E in pressoché tutti i cortei e i raduni del Primo Maggio 2024 le lavoratrici e i lavoratori più combattivi e coscienti, ma anche tanti studenti, hanno urlato – è stato questo l’aspetto politico più significativo – il loro sostegno al popolo palestinese, e spesso alla resistenza palestinese, contro il genocidio in corso Gaza, per una Palestina libera dall’oppressione coloniale sionista e occidentale. La causa palestinese è stata assunta così a causa universale di lotta oltre che alla macchina di sterminio israeliana, all’intera macchina del dominio capitalistico globale che ha tuttora il suo pilastro portante (sempre più traballante) negli Stati Uniti e nel blocco occidentale.

Là dove sono presenti organizzazioni con una netta impostazione anticapitalista e internazionalista – come quelle che hanno sottoscritto gli appelli internazionali proposti dalla TIR e dal SI Cobas “Lavoratori del mondo contro le guerre, la preparazione alla guerra e l’economia di guerra” (vedi qui)- si è andati oltre, e si è manifestato non solo per la Palestina, ma contro tutte le guerre del capitale, dall’Ucraina alle guerre africane, contro la partecipazione ad esse dei rispettivi governi, contro i piani di riarmo ovunque in corso. E – cosa fondamentale per il presente e per il futuro – senza nessuna illusione verso il kampo anti-occidentale, delle potenze capitalistiche ascendenti, altrettanto strutturalmente anti-proletario. Così, dal Giappone all’India e al Nepal, dalla Turchia alla Grecia, dalla Germania e dal Portogallo all’Argentina, al Brasile e all’Uruguay, con iniziative significative anche negli Stati Uniti, in Francia, in Congo, in Serbia, Croazia, Russia e Azerbaijan, proletari e giovani sono scesi in piazza (o – dove era impossibile farlo – nelle piazze virtuali e in modo illegale) con le stesse parole d’ordine all’interno della medesima prospettiva rivoluzionaria. Sono soltanto i primi passi di un cammino di riorganizzazione di un nuovo movimento proletario composto da salariati/e di tutte le razze e le nazionalità, e capace di catalizzare intorno a sé tutte le forme di ribellione al mostro capitalista a contenuto liberatorio per convogliarle verso la rivoluzione sociale. Un cammino che è necessario e urgente intraprendere e perseguire se si vuole evitare che decine e centinaia di milioni di proletari, oggi oggetto di uno sfruttamento sempre più sfrenato, siano gettati domani come carne da cannone sui campi di guerra per gli interessi dei loro sfruttatori. L’Ucraina insegni!

Pur con i limiti che abbiamo già dichiarato, le immagini dei cortei del Primo Maggio nel mondo, nella varietà dei loro colori e delle loro lingue, ci restituiscono un proletariato internazionale sempre più ampio, il cui baricentro si è da tempo spostato nel “Sud del Mondo”, in Asia anzitutto, ma anche in America Latina e in misura crescente in Africa, dove vediamo masse di operai e operaie giovani e combattivi, protagonisti di gran parte delle lotte di questo decennio e del futuro. Lotte che, ne siamo certi, sapranno ispirare e al tempo stesso sollecitare una più decisa ripresa nel movimento di classe anche nelle metropoli occidentali, come già si intravvede da anni anzitutto negli Stati Uniti.

In quel che segue forniamo un resoconto parziale del Primo Maggio 2024 nel mondo (per l’Italia vedi qui e qui).

Turchia: a Istanbul Erdogan nega piazza Taksim agli operai

La Turchia è uno dei paesi in cui la tradizione del Primo Maggio è più sentita dalla massa dei lavoratori. Il Primo Maggio 1976, quando centinaia di migliaia di operai si radunarono in Piazza Taksim a Istanbul, segnò la ripresa del movimento operaio dopo il colpo di stato militare del 1971. L’anno seguente, un’altra manifestazione oceanica fu repressa con l’intervento dell’esercito mentre i cecchini sparavano sulla folla. Seguirono anni di attacchi fascisti ai leader del movimento operaio, che spianarono la strada al colpo di stato del 1980, che portò in carcere decine di migliaia di attivisti sindacali e politici. Il Primo Maggio è da allora un termometro dello stato del movimento operaio e anti-capitalista. Il governo Erdogan, che fa blocco con forze islamiste e organizzazioni fasciste, da anni impedisce ai cortei dei lavoratori di raggiungere la storica piazza Taksim. Anche quest’anno ha schierato un muro di migliaia poliziotti che con lacrimogeni, idranti e manganelli hanno bloccato il corteo di decine di migliaia di persone, che dal parco Saraçhane cercava di muovere verso Taksim, operando oltre 200 arresti. I compagni di UID-DER denunciano la viltà dei dirigenti dei maggiori sindacati e del partito repubblicano kemalista CHP che, dopo avere dichiarato la loro determinazione a raggiungere Taksim, davanti ai poliziotti hanno pensato bene di dileguarsi.

https://anfenglishmobile.com/news/police-attack-may-day-demonstration-in-istanbul-73050

Istanbul

Ad Ankara e in numerose altre città della Turchia, Izmir, Batman (nel Kurdistan), Edirne, Antalya, Kayseri si sono tenuti cortei del Primo Maggio molto partecipati, nei quali è stata posta la questione salariale, con la fortissima erosione dei salari a fronte di un’inflazione del 70%. Citiamo da UID-DER le rivendicazioni poste nella manifestazione di Ankara:

Il rappresentante regionale del DİSK per l’Anatolia centrale, Birgül Kaya, ha richiamato l’attenzione sulla rapina fiscale, sul fatto che i lavoratori sono condannati a un salario minimo che è al di sotto della soglia della fame, sul fatto che i bisogni dei pensionati sono ignorati, sul fatto che le indennità di fine rapporto sono ambite e sul problema degli alloggi.

Kaya ha avanzato le seguenti rivendicazioni::

  • Tutti i salari, in particolare il salario minimo, devono essere aumentati e la pensione più bassa deve essere portata almeno al salario minimo.
  • Bisogna porre fine a tutte le forme di lavoro precario e garantire a tutti un lavoro sicuro.
  • Gli aumenti delle bollette dell’elettricità, dell’acqua, del gas naturale e di internet devono essere annullati, e le bollette devono essere esenti da qualsiasi imposta.
  • Devono essere rimossi tutti gli ostacoli alla libertà di associazione, che è un diritto costituzionale.
  • Deve essere abbandonata la privatizzazione dei beni pubblici e tutti i servizi pubblici: in particolare l’istruzione, i trasporti e la sanità devono essere forniti gratuitamente dallo Stato.
  • Le modalità di rivendicazione dei diritti, come l’adesione a un sindacato o lo sciopero, devono essere libere.
  • La violenza, le molestie e gli stupri contro le donne devono finire, e la disuguaglianza di genere deve essere eliminata.
  • Si devono adottare con urgenza misure di protezione contro il lavoro minorile e per eliminare gli abusi sui minori.
  • La Convenzione di Istanbul e la Convenzione ILO n. 190 contro la violenza e le molestie sul posto di lavoro devono essere applicate immediatamente.
  • Condanniamo fermamente gli attacchi contro i civili a Gaza! Siamo al fianco del popolo palestinese che resiste!

In Francia oltre 200 mila lavoratori e lavoratrici sono scesi in piazza in tutto il paese secondo i sindacati (121.000 secondo la polizia); a Parigi la polizia dà 18 mila partecipanti, contro i 50 mila dichiarati dai sindacati. Qui una parte del corteo ha manifestato per la Palestina, e vi sono stati scontri con la polizia, che ha operato 45 arresti.

A Berlino dove c’è stato un corteo di circa 12 mila dimostranti, la polizia ha duramente attaccato i manifestanti pro Palestina, con numerosi arresti. La polizia si è scagliata anche contro un corteo per un “Primo Maggio Rivoluzionario” a Stoccarda, con 167 arresti, mentre nella manifestazione sindacale ufficiale, i dirigenti confederali DGB sono stati abbandonati in piazza del Mercato dalla massa degli aderenti di IG Metall e Ver.Di, che hanno proseguito la loro manifestazione. Altre manifestazioni si sono tenute nelle maggiori città, tra cui ad Amburgo, con circa 15 mila partecipanti in 4 diversi cortei.

In Giappone i media parlano di 10.000 manifestanti a Tokyo. Anche qui per la prima volta da decenni l’inflazione ha imposto il tema del salario. I compagni del sindacato dei ferrovieri Doro Chiba, che il 28 aprile avevano partecipato a una manifestazione insieme agli studenti dello Zengakuren contro il riarmo giapponese e l’asse militare Giappone-Stati Uniti contro la Cina, e a sostegno della Palestina, il Primo Maggio hanno di nuovo manifestato per la Palestina e protestato contro la revisione della Costituzione e i piani di riarmo del governo Kishida, scandendo i seguenti slogan:

“Stop immediato al massacro a Gaza! Fermare immediatamente la guerra in Ucraina! Impedire la guerra di aggressione alla Cina! Abbasso l’amministrazione Kishida!”. “Impedire la repressione della lotta contro la guerra, fermare la repressione dei sindacati!”.

I membri di diversi sindacati in sciopero hanno preso la parola nell’Assemblea del Primo Maggio: “I lavoratori dell’ospedale hanno raccontato la loro lotta contro la dirigenza che rivendica la “produttività del lavoro” anche nel campo dell’assistenza medica e infermieristica e hanno denunciato i bombardamenti israeliani sugli ospedali di Gaza. […] Allo stesso tempo, tutti i partecipanti al Primo Maggio hanno espresso la loro sentita solidarietà con i coraggiosi studenti statunitensi che occupano i campus per la liberazione della Palestina, con i pugni alzati contro il cielo piovoso.”

Seoul – 1

Seoul – 2

Una grande e combattiva manifestazione si è tenuta a Seoul (Corea del Sud) organizzata dal sindacato KCTU, contro le politiche antioperaie del governo di Yoon Suk Yeol.

Manifestazione anche a Taipei (Taiwan), per la difesa dei salari e contro una legge che restringe i diritti dei lavoratori. Nessuna notizia dalla Cina (tranne che sui risvolti turistici del Primo Maggio). Evidentemente il governo di Xi Jinping, espressione del “socialismo con modalità cinesi” (hai detto socialismo??), non tollera manifestazioni indipendenti dei lavoratori – a Hong Kong era ufficialmente vietato manifestare.

A Manila, nelle Filippine la polizia è intervenuta per impedire al corteo di avvicinarsi al palazzo presidenziale. Anche qui i lavoratori protestavano contro il mancato adeguamento dei salari all’inflazione.

Manila

A Jakarta (Indonesia), circa 50 mila lavoratori hanno marciato in una delle maggiori manifestazioni degli ultimi anni, per chiedere la revoca della “legge omnibus” “per la creazione di posti di lavoro” che abolisce molte conquiste e diritti dei lavoratori.

Jakarta

In India, dove la forte crescita economica significa anche accelerata crescita della classe operaia, si sono tenute manifestazioni nelle principali città, organizzate dai sindacati collegati ai partiti di sinistra.

Primo Maggio a Puducherry (Tamil NAdu, India)

In migliaia di lavoratrici e lavoratori hanno manifestato anche in Bangladesh (le lavoratrici dell’abbigliamento) e in Pakistan (Karachi, Lahore, Faisalabad, Quetta, Peshawar) con la richiesta di aumenti salariali, e migliori condizioni e diritti nei luoghi di lavoro. Nelle foto a nostra disposizione c’è sempre un protagonismo di prima fila delle operaie – lo facciamo notare a quanti e quante continuano a nutrire nei confronti del proletariato asiatico un’attitudine coloniale e sessista allo stesso tempo.

Primo Maggio a Dacca (Bangladesh) e a Lahore (Pakistan), operaie dell’abbigliamento.

Anche in Sri Lanka decine di migliaia di lavoratori hanno manifestato contro il peggioramento delle loro condizioni a seguito dell’approfondirsi della crisi economica.

Passando al Medio Oriente, in Libano e in Iraq (colpiti entrambi, da anni, da crisi economiche devastanti, specie il Libano) si sono tenute manifestazioni per la difesa di salari e occupazione, e naturalmente per la Palestina. In Iran i lavoratori meglio organizzati hanno celebrato il Primo Maggio clandestinamente, per sfuggire alla repressione. In alcuni di questi piccoli raduni ha avuto spazio la protesta contro la condanna a morte del coraggioso rapper Toomaj Salehi.

Anche in Africa il Primo Maggio ha visto numerose manifestazioni. In Nigeria la richiesta principale dei dimostranti è stata l’adeguamento del salario minimo all’aumento dei prezzi (cresciuti del 33% in 12 mesi). Anche a Dakar, Senegal, si è tenuta una manifestazione, caratterizzata dalle attese nei confronti del nuovo governo – che temiamo saranno deluse.

Dakar

In Sudafrica le manifestazioni del Primo Maggio hanno avuto una forte caratterizzazione a sostegno del popolo palestinese. Domenica il Presidente Cyril Ramaphosa, ex dirigente sindacale poi trasformatosi in grande capitalista, era stato costretto ad interrompere il suo roboante discorso per il Primo Maggio dalla contestazione dei minatori in sciopero. Quando dici il meraviglioso mondo dei Brics…

Cortei si sono tenuti in gran parte dei paesi del Continente africano, dove a fianco di una classe operaia “regolare” ancora minoritaria ma in espansione sta crescendo un vasto proletariato informale che si addensa nelle megalopoli dove offre la propria forza lavoro per qualsiasi attività e campa di lavoretti. Questo giovane proletariato farà sentire sempre più forte la sua voce, nelle fabbriche e nelle piazze del Continente Nero, contro le multinazionali e i sottoposti, ma non meno avidi padroni locali, e contro i governi che li rappresentano.

Particolarmente significativo è stato il Primo Maggio in Argentina, dove l’opposizione alla politica antioperaia di Milei ha riempito le piazze. Migliaia di lavoratori, inclusi quelli del combattivo sindacato della gomma SUTNA, hanno seguito gli spezzoni di Partido Obrero e Polo Obrero, tra i promotori di un appello anticapitalista firmato insieme a noi, e hanno dato alla manifestazione un carattere anticapitalista e internazionalista, a sostegno della resistenza palestinese e contro entrambi i campi in guerra in Ucraina. Nel movimento in piazza non sono tuttavia mancate ambiguità, con il sindacato più numeroso, la peronista CGT, scesa in piazza mentre sta trattando con il governo ultrareazionario “concessioni” nei confronti delle nuove leggi antioperaie in cambio del mantenimento della mancata abolizione del versamento obbligatorio delle quote sindacali da parte dei lavoratori. Anche qui i sindacati confermano la loro crescente integrazione nello stato e il loro crescente distacco dalla difesa effettiva delle condizioni di lavoro e di vita degli operai e dei salariati.

In Cile, dove le speranze sollevate dall’elezione alla presidenza di Gabriel Boric che dichiarava di voler interpretare le istanze della sollevazione operaia e popolare del 2019-2020, sono presto state deluse per la sua politica di compromesso con gli stessi interessi capitalistici che avevano ispirato la destra, la manifestazione organizzata dal sindacato “classista” UTC, con circa 1.500 persone, è stata attaccata e dispersa dai carabineros con lacrimogeni e idranti, mentre Boric ha parlato al comizio del sindacato filogovernativo CUT.

In Brasile secondo le informazioni che dà Esquerda Diario le manifestazioni del Primo Maggio hanno visto in molte città (Campinas, Belo Orizonte, Brasilia) la convergenza di un sindacato di opposizione come Conlutas, con sindacati e partiti filogovernativi (CUT, CTB e perfino il sindacato giallo UGT e PDT), sotto la regia dell’organizzazione trotzkista PSTU. Un indicatore del fatto che alla vittoria elettorale di Lula contro Bolsonaro ha fatto da contrappunto un riflusso e un accomodamento dell’opposizione di classe.

In Venezuela la polizia ha represso ogni tentativo dei vari movimenti di opposizione, concentratisi in Plaza Venezuela, di uscire in corteo nella città, contro la politica del governo Maduro che mantiene il salario minimo a 4 dollari al mese, più 30 dollari di bonus senza impatto sulle prestazioni sociali, ferie, contributi, salari da fame che hanno costretto milioni di lavoratori a emigrare con le loro famiglie. Verifichiamo anche qui che il dato di fatto che un governo schierato contro gli USA, nel campo di Russia, Cina (e Iran) non per questo assumerà posizioni meno anti-operaie dei governi filo-gringos. E stiamo parlando addirittura del paese fondatore del “socialismo del ventunesimo secolo”…

Concludendo questa rapida rassegna, certamente incompleta, sul Primo Maggio nel mondo, vediamo anche quest’anno questa tradizione del movimento operaio internazionale coinvolgere masse crescenti di lavoratori soprattutto nei paesi di più recente industrializzazione, in Asia, Africa e America Latina, a fronte di manifestazioni in genere assai più limitate e istituzionalizzate nei paesi occidentali, dove l’integrazione dei sindacati negli apparati statali e nelle logiche capitalistiche è certamente arrivata al massimo grado storico. La crescita del peso che anche in occasione del Primo Maggio ha il proletariato dei continenti “di colore” rispetto ai paesi occidentali, riflette la crescita numerica del proletariato del mondo. Secondo l’ILO i lavoratori salariati sono aumentati da 1 miliardo e 187 milioni nel 2000 a 1 miliardo 779 milioni nel 2022 (+50%), passando dal 46% al 52,3% di tutti gli occupati. Un dato che indica il peso decrescente ma ancora rilevante dei lavoratori autonomi, soprattutto contadini, nelle campagne del mondo – benché certo non siano mancate, affatto, specie in Asia (ancora una volta, in India in particolare) grandi lotte dei contadini poveri. Nonostante questa imponente crescita numerica, però, la grande maggioranza dei lavoratori dipendenti non è organizzata in sindacati (il tasso di sindacalizzazione varia da meno di 1 su 20 in diversi paesi dell’America Latina, a un massimo del 50% nel caso del Belgio), e vive in un gran numero di situazioni individualmente il rapporto di sfruttamento sotto padrone: per questo hanno e avranno un’importanza politica fondamentale i processi di lotta, e soprattutto i movimenti politici di protesta, perché questa enorme massa possa organizzarsi e sentirsi ed essere fino in fondo classe per sé.

L’ampliamento geografico delle manifestazioni per il Primo Maggio, e il probabile incremento anche numerico dei lavoratori partecipanti – che pur rimangono ad oggi, rispetto al totale, una ristretta minoranza – non costituisce di per sé un aumento della consapevolezza anticapitalista e internazionalista del proletariato nel mondo. Come abbiamo visto anche in queste nostre succinte note di cronaca, nella stragrande maggioranza dei paesi le manifestazioni pongono istanze economiche, soprattutto volte al recupero dei livelli salariali erosi dall’inflazione, manifestano l’opposizione a misure governative di attacco ai diritti acquisiti e alla libertà di organizzazione e di sciopero, e molto più rado avanzano la rivendicazione della riduzione dell’orario di lavoro, che fu all’origine della giornata del Primo Maggio 134 anni fa – ed anche quando la pongono, non siamo ancora al riemergere dell’obiettivo dell’“emancipazione del lavoro”, della fine della sua subordinazione al capitale, dell’abolizione dello sfruttamento capitalistico. Ad oggi, nella generalità dei casi le rivendicazioni a difesa del salario e dei diritti acquisiti rimangono all’interno di questo rapporto di subordinazione, non pongono la questione del potere economico, sociale e politico del capitale.

L’aspetto politicamente più significativo di questo Primo Maggio nel mondo è stato espresso, a livello di massa, dalla protesta contro il genocidio su Gaza e dal forte sostegno alla lotta del popolo palestinese, in gran parte dei casi contro il sostegno a Israele da parte dei rispettivi governi. Certo, un passo in avanti sul piano politico e dell’internazionalismo, anche se raramente l’indignazione contro il massacro e l’oppressione in Palestina si è esteso alle altre non meno sanguinose guerre del capitale in corso in Ucraina, in Sudan, in Congo e altrove. Solo dove sono presenti organizzazioni politiche anticapitaliste e internazionaliste nelle manifestazioni del Primo Maggio è stata espressa una chiara e ferma opposizione contro tutte le guerre del capitale, alla corsa riarmistica in corso e all’economia di guerra, e con essa la necessità di formare un “campo proletario” internazionale e internazionalista organizzato contro i blocchi imperialisti, a partire dalla lotta contro il “nemico in casa nostra”, contro tutti i governi dei padroni. È in questa direzione che, dicevamo nelle righe iniziali di questo report, abbiamo lavorato come TIR, in collaborazione con il SI Cobas, perché il Primo Maggio gruppi più o meno ampi di lavoratori scendessero in piazza in tutto il mondo con le stesse parole d’ordine. Dopo il 24 febbraio, il Primo Maggio ha segnato un passo avanti in questa direzione, con la presenza delle posizioni internazionaliste in una ventina di paesi, anche se siamo consapevoli di essere solo agli inizi, in quanto solo minoranze ristrette di lavoratori hanno aderito a queste posizioni. Consideriamo un fatto positivo che diverse organizzazioni con presenza nel movimento reale abbiano iniziato a collaborare sul piano internazionale, e ciò ci incoraggia a moltiplicare gli sforzi per radicare le posizioni anticapitaliste e internazionaliste in Italia e sul piano internazionale.

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