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Un’assemblea riuscita, che fa ben sperare per le manifestazioni del Primo Maggio

Le assemblee on line non sono il massimo. Anzi! Bisogna dire, però, che con i limiti invalicabili di questa modalità di comunicazione, l’assemblea nazionale chiamata domenica 14 dal SI Cobas è riuscita, e il suo esito positivo rappresenta una buona premessa per le manifestazioni del Primo Maggio. Un’assemblea viva durata oltre 4 ore, con una partecipazione iniziale di 120-130 compagne/i e lavoratori/lavoratrici.

L’ha introdotta Eddy Sorge, che ha illustrato in modo stringato lo scenario internazionale, crescentemente dominato dal fattore-guerra, e i rapidi passi in avanti che si stanno compiendo in Italia e in tutta l’UE nell’instaurare un’economia di guerra, con tutto ciò che comporta e comporterà per la classe lavoratrice in termini di intensificazione dello sfruttamento, inflazione, sacrifici, disciplina dentro e fuori i luoghi di lavoro. Ha poi messo in luce il ruolo, troppo sottovalutato, del governo Meloni nel saldare attorno al grande capitale, con un insieme di misure fiscali accuratamente studiate, la marea anti-operaia dei piccoli accumulatori e dei percettori di rendite; un governo altrettanto sottovalutato nella sua capacità di promuovere, un passo dopo l’altro, un bellicismo nutrito della più aggressiva cultura reazionaria appena riverniciata di altrettanto reazionari “valori democratici occidentali”, e l’uso sempre più frequente dei manganelli contro le manifestazioni di protesta.

Nella definizione dei compiti di lotta, oltre la mobilitazione contro la corsa alla guerra e contro il governo Meloni, è stata in primo piano la solidarietà al popolo e alla resistenza palestinese contro l’azione genocida di Israele e dei suoi protettori, con il richiamo anche alle ultime efficaci iniziative studentesche, a cominciare da quella all’università Federico II di Napoli. Ma lo sguardo, dall’introduzione alle conclusioni, si è allargato al massacro in atto in Ucraina tra la NATO e la Russia sulla pelle dei proletari russi e ucraini, già caduti a centinaia di migliaia per un “regolamento di conti” tra grandi potenze del capitale, quali che siano le false “nobili” giustificazioni apportate dall’una e dall’altra parte. La critica alla prospettiva illusoria e politicamente pericolosa di un mondo (ultra-capitalistico) “multipolare” più “equilibrato” e “pacifico” di quello attuale è stata formulata senza lasciare alcun margine di ambiguità. Non è certo dalla Russia, dalla Cina o dall’Iran che potranno venire aiuti al riscatto e alla liberazione degli sfruttati.

La preparazione del Primo Maggio avrà un significativo aiuto dallo sciopero nazionale della logistica proclamato per il 30 aprile da SI Cobas e Adl-Cobas, e dal rinnovato spirito di collaborazione delle organizzazioni e dei collettivi che dall’ottobre 2022 hanno tracciato un cammino comune di mobilitazione contro la guerra in Ucraina e le guerre del capitale all’insegna della parola d’ordine “il nemico è in casa nostra”. Lo ha ricordato e rivendicato, tra gli altri, l’intervento di un compagno della Tendenza internazionalista rivoluzionaria (Tir) impegnata a tessere i fili di un dialogo internazionale tra forze che riconoscono tutte, al di là di differenti richiami storici e ideologici, l’estrema urgenza di organizzare il nostro campo, il campo del proletariato internazionale, degli sfruttati e degli oppressi di tutto il mondo, per renderlo totalmente autonomo dai due schieramenti capitalistici che sempre più stanno entrando in rotta di collisione su tutto, salvo che su un punto: scaricare sulle classi lavoratrici del mondo intero il grande caos generato dalla fine di un ordine politico internazionale ormai decrepito e dalla profonda crisi del sistema capitalistico, con costi fisici, materiali e mentali per l’intera umanità apocalittici. Che lo si voglia o no, che se ne sia coscienti o no, si sta marciando di nuovo, in contesti ancora più drammatici, verso l’alternativa radicale già affacciatasi sulla scena della storia un secolo fa: guerra o rivoluzione.

Roberto Luzzi, responsabile dell’attività internazionale del SI Cobas, ha messo in luce proprio il lavoro di tessitura congiunta con la Tir che ha portato nella giornata del 24 febbraio ad iniziative convocate in tanti paesi del mondo su una medesima piattaforma di classe, anti-capitalista, internazionalista. Un processo che si replicherà nel prossimo Primo Maggio, come testimoniato dagli interventi del compagno Panos del Nar (Nuova Sinistra per la liberazione comunista) dalla Grecia, del compagno Raphael del Partido Obrero dall’Argentina, nonché dai messaggi di solidarietà e di supporto ricevuti dalla Germania (dal Fronte Anti-imperialista contro la guerra, il fascismo e la catastrofe ecologica), dal Congo (dal sindacato dei minatori Fosyco), dal Giappone (dal sindacato dei ferrovieri Doro Chiba), dalla Turchia (UID-DER, Associazione per la solidarietà internazionale tra lavoratori).

La centralità dello scenario internazionale e della solidarietà internazionalista è tornata con forza nell’intervento di Samed dei Giovani palestinesi d’Italia, sempre lucido nel ricordare a tutti la forza indomita della resistenza palestinese e, insieme, la necessità che non si indebolisca neppure per un attimo il movimento di sostegno attivo internazionale alla causa della liberazione del popolo palestinese dalla macchina di oppressione e di morte del colonialismo sionista, ma anzi si ponga sempre nuovi obiettivi concreti e simbolici per denunciare e, ove possibile, recidere i mille legami esistenti tra istituzioni, imprese e università italiane e israeliane – nel caso specifico del Primo Maggio, ha ricordato la manifestazione che si terrà il Primo Maggio a Marghera davanti alla Fincantieri, secondo pilastro dell’industria bellica italiana.

Sulle caratteristiche e l’organizzazione di questa solidarietà alla causa palestinese nel Regno Unito è intervenuta Lucia Pradella, presidente del sindacato dei lavoratori dell’università al King’s College e coordinatrice di University e College Workers for Palestine, che ha messo in luce tanto l’enorme ampiezza quantitativa di questo moto di solidarietà quanto le limitazioni che, nel Regno Unito, una legislazione anti-operaia di vecchia data ma ancora rispettata (purtroppo) pone con il divieto dello sciopero di solidarietà.

A testimoniare dello sviluppo, ed anche delle difficoltà, di questa solidarietà in Italia, e delle iniziative di lotta contro le guerre del capitale sono intervenuti diversi coordinatori e delegati del SI Cobas, da Torino (Mahmoud) a Brescia (Laura, energico ed efficace il suo richiamo all’importanza della prospettiva generale delle lotte) a Roma (Guglielmo), da Perugia (Gerry) a Piacenza (Arafat e GianLuca) a Bologna (Karim e Arafat). Antonio, portavoce del Comitato permanente contro le guerre e il razzismo di Marghera – un Comitato che sta svolgendo un’enorme mole di lavoro di propaganda sul territorio del Veneto per un Primo Maggio che raccolga tutte le energie vive presenti in regione – ha illustrato il profondo senso di classe e internazionalista di assumere Fincantieri a simbolo della lotta contro la guerra e, nello stesso tempo, a simbolo della lotta contro il super-sfruttamento del lavoro immigrato. Enzo della Rete dei comitati di lotta di Roma-Viterbo, Ciccio di Iskra e Enzo del Movimento 7 novembre, hanno esposto come si sta preparando il Primo Maggio a Roma e a Napoli. A sua volta Marco del Fronte della gioventù comunista ha confermato la piena adesione della sua organizzazione alla preparazione sia del 25 aprile che del Primo Maggio, come ha fatto Pietro per il Plat di Bologna.

Una lucida riflessione critica, molto critica, sul ruolo delle Ong e, in generale, delle organizzazioni specializzate nell’“assistenza umanitaria” a Gaza e in Palestina ha svolto Marco di Pisa per la Palestina, che le ha presentate – piaccia o no a chi ne è operatore – come l’altra faccia dell’operazione genocida in corso, e come un meccanismo ben oliato che depotenzia la solidarietà di lotta agli oppressi, sostituendola con una sorta di professionalizzazione (remunerata) dell’assistenza alle persone oppresse ridotte al ruolo di “utenti” che “beneficiano” dell’umanità, dopotutto, dei loro oppressori – un terreno di incontro tra l’assistenzialismo cattolico e quello “disobbediente”.

Parlando a nome del Comitato 23 settembre, la compagna Annamaria ha sottolineato che tutte le guerre reazionarie comportano un terribile costo aggiuntivo per le donne in termini di violenza, dolori, umiliazioni, e riproposto lo slogan portato in piazza negli scorsi mesi dal femminismo rivoluzionario: “mai più figli per le vostre guerre!”. Altrettanto secca la sua denuncia dell’operato del governo Meloni, teso a smantellare ogni argine all’attacco ai diritti della massa delle donne senza privilegi, specie se immigrate.

Francesco Cappuccio, della Rete nazionale lavoro sicuro, ha giustamente richiamato la “guerra strisciante” tra capitale e lavoro che sta portando ad un impressionante cumulo di proletari e lavoratori caduti sui “campi di battaglia” aziendali, e perciò il valore, l’importanza dell’attività di formazione e di intervento che la Rete ha cominciato a svolgere partendo dalla città di Modena.

Il coordinatore nazionale del SI Cobas Aldo Milani ha rivendicato con forza il ruolo svolto dalla sua organizzazione, densa di lavoratori immigrati di quasi 40 nazionalità, in tutte le principali mobilitazioni contro la guerra che si sono svolte in Italia, da ultimo quelle del 23-24 febbraio con lo sciopero per la Palestina e la grande dimostrazione di Milano; un ruolo che sarà confermato nelle prossime settimane con le iniziative del 30 aprile (sciopero nazionale della logistica) e del Primo Maggio. Per il prossimo Primo Maggio il SI Cobas assume come impegni prioritari le manifestazioni di Milano per il Nord e di Napoli per il Sud, ma parteciperà in modo attivo anche alle iniziative di Torino e di Marghera. Aldo poi affrontato di petto la questione del 25 aprile, criticando l’intenzione di alcune organizzazioni di andare a porre la questione della Resistenza in senso “classista” nella piazza milanese del Pd e della Cgil, segnata da un’evidente complicità con la corsa verso la guerra, ed inoltre interamente votata all’iniziativa sulle elezioni europee. La sua critica non si è rivolta solo al piano tattico, circa l’opportunità o meno della cosa; ha riguardato anche e soprattutto il tipo di bilancio che queste organizzazioni fanno della Resistenza, affermando che è necessario un bilancio storico realmente di classe di questa esperienza di migliaia di proletari combattivi, che si affranchi in modo completo dai luoghi comuni del riformismo togliattiano, anche di quello formalmente più “duro” – su questo bilancio è appena uscito un libro della Tir, nella apposita collana di Pagine marxiste, Antifascismo e lotta di classe nella Resistenza, a cura di Graziano Giusti.

Nelle conclusioni Peppe D’Alesio ha ricapitolato le molteplici tematiche dell’assemblea, richiamando gli ultimi sviluppi della situazione internazionale in Medio Oriente (lo scontro controllato tra Israele e Iran) e in Ucraina (con i molteplici segni di un’affannosa corsa alla guerra e all’economia di guerra da parte dell’intera Unione europea e dell’Italia di Meloni e Schlein). Nella lotta contro le guerre del capitale è necessario far tesoro da un lato delle lotte della logistica, dall’altro della rinnovata, benché limitata, ripresa di iniziativa nei porti italiani, avvenuta soprattutto con gli scioperi a sostegno della resistenza palestinese, perché i porti sono fondamentali per la logistica di guerra (vedi anche Grecia, Stati Uniti, Australia). Con riferimento alla situazione napoletana, e non solo, Peppe ha affermato che il Primo Maggio va preparato con assemblee sui luoghi di lavoro in cui denunciare il pesante peggioramento delle condizioni di vita prodotto dall’inflazione e l’incessante repressione padronale sui lavoratori più combattivi. Bisogna, poi, mantenere e far funzionare momenti di collegamento tra le forze politiche e sindacali che nel biennio scorso hanno operato a stretto contatto tra loro nell’opposizione di classe al governo Draghi prima, al governo Meloni poi. Sotto questo profilo, ha invitato a non cadere nella contrapposizione tra il 25 aprile e il Primo Maggio, sebbene siano evidenti il carattere nazionale della prima data e le insufficienze di un certo tipo di antifascismo, a fronte del significato storico, e rinverdito, del carattere anti-capitalista e internazionalista del Primo Maggio.

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