
Mentre i ministri di polizia dell’Unione Europea sono riuniti per la millesima volta per varare norme ancora più vessatorie e ricattatorie di quelle esistenti contro gli emigranti verso i loro paesi per educarli a vivere nella paura e nell’asservimento, noi concludiamo con questa terza puntata il ragionamento sulle vere cause delle migrazioni internazionali, ed in particolare dell’emigrazione verso l’Italia e i paesi dell’UE, che – lo ripetiamo – non hanno nulla a che vedere con le politiche di “apertura” o di “chiusura” delle frontiere. Ferma restando, si capisce, l’infamia di stato italiana/europea dei respingimenti, e di ogni altra misura repressiva adottata contro gli immigranti – che non ci stancheremo mai di denunciare come prova lampante della smisurata ipocrisia delle potenze europee quando pretendono di rappresentare il baluardo dei “diritti umani” nel mondo. (Red.)
Qui sotto i link alle due precedenti puntate:
3. La trasformazione capitalistica dell’agricoltura del Sud del mondo sotto il segno dell’agribusiness
È noto: non da oggi l’industrializzazione dell’agricoltura ha comportato il progressivo spopolamento delle campagne (1) e la soppressione della piccola azienda contadina, di proprietà o in conduzione, seppure in maniera meno lineare ed automatica di quanto si possa immaginare (nella UE esistono tuttora 3,4 milioni di aziende con meno di 5 ha). Questo processo, che si è determinato per primo in Europa e poi, in modo esemplare, negli Stati Uniti, detentori dell’industria agricola capitalistica più produttiva del mondo (impiega appena l’1,6% della forza-lavoro totale), sta investendo da alcuni decenni anche i paesi del Sud del mondo, su vasta scala e con una accelerazione esponenziale. Nelle campagne di questi paesi è occupato più del 90% del miliardo abbondante di donne e di uomini impegnati attualmente nella lavorazione della terra. E proprio da questa immensa riserva vengono espulsi ogni anno – spesso con metodi terroristici – decine di milioni di contadini e braccianti che vanno ad alimentare tanto le migrazioni interne (al 2010 l’Onu le stimava in 740 milioni) quanto le migrazioni internazionali (stimate al 2018 in 260 milioni, con previsioni di crescita per il 2050 fino a 405 milioni) (2).
L’accelerazione di questo processo è legata alla presa di possesso dell’agricoltura mondiale, fin nei suoi più sperduti distretti, da parte delle società transnazionali dell’agribusiness che ormai hanno stretto in una ferrea morsa, a monte e a valle, i produttori agricoli, anche quelli dei paesi più ricchi, figurarsi gli altri. Per presentare il quadro attuale, scegliamo proprio un eccellente documento della National Farmers Union del Canada (3), un paese del Nord che più Nord di così (in tutti i sensi) non si può, che raggruppa non certo contadini poveri, bensì coltivatori proprietari di stock di macchine agricole di primo livello e di non piccoli appezzamenti di terreno. Ebbene, ciò che emerge dal loro rapporto è la compresenza di enormi profitti (“the best of times”) per le grandi società dell’agribusiness e per le banche specializzate nel credito all’agricoltura, a fronte di una condizione dei coltivatori che nei primi anni 2000, quanto a perdite, è peggiore di quella dei tempi della grande crisi degli anni ‘30 (“the worst of times”). Attraverso una documentazione rigorosa ci viene spiegato che le imprese transnazionali del settore energetico, le imprese che producono fertilizzanti azotati, fosfati e altri ritrovati chimici per l’agricoltura, sementi, medicinali per gli animali, macchine agricole, nonché le grandi imprese della commercializzazione dei cereali, della trasformazione delle materie prime agricole (dell’agro-alimentare) nei settori della carne, delle bevande, degli alcolici, degli olii, delle paste, delle patate, degli ortaggi, del latte, dei succhi di frutta, e le non meno potenti imprese della ristorazione e delle catene di hotel internazionali, hanno stabilito sui diversi segmenti che precedono e seguono la produzione agricola un quasi-monopolio, o una situazione di vero e proprio monopolio, che mette le aziende agricole minori, e perfino quelle di media grandezza, in una condizione di radicale dipendenza e le manda in sbilancio, pur in presenza di importanti sussidi statali all’agricoltura (pagati dai lavoratori salariati).
Gli strumenti attraverso cui si determina e fissa questa radicale dipendenza sono molteplici, e vanno dalla esternalizzazione dei costi (esempio: se le compagnie che commercializzano i cereali tagliano dell’80% in venti anni i grain elevators, tocca ai produttori accollarsi gli oneri di un trasporto su più lunghe distanze) alla fissazione dei prezzi di acquisto dei prodotti che servono agli agricoltori. I costi di conduzione delle aziende crescono di anno in anno poiché negli ultimi decenni si è moltiplicato l’uso delle macchine (fino ai droni) e dei prodotti chimici. La produzione delle sementi ibride ha coronato l’escalation della dipendenza dei produttori diretti passata nelle fasi precedenti attraverso la sostituzione della forza di trazione degli animali con quella dei motori (negli anni ‘20), i fertilizzanti (negli anni ‘40 e ‘50), i diserbanti (negli anni ’60 e ‘70) e ora le sementi fino alle tecnologie Terminator che obbligano ad acquistare ogni anno nuove sementi. Si tratta dei “semi del suicidio” di cui ha parlato V. Shiva sulla scia di un grande movimento di lotta dei lavoratori della terra indiani contro la Monsanto e altri colossi, che ha portato alla luce il dolorosissimo passaggio alla proprietà privata dei semi, che sono stati per svariati millenni una risorsa collettiva e pubblica (4).
Né è finita qui, perché la mondializzazione dell’agricoltura industriale consente alle transnazionali di mettere in concorrenza i produttori delle diverse aree del mondo, ed in particolare di mettere in crescente concorrenza i produttori del Nord e quelli del Sud del mondo. Il loro strapotere nei confronti degli stati gli consente di colpire ovunque le cooperative e i consorzi statali, un tempo argini (sia pur parziali) al loro predominio, e di ottenere regolamenti e leggi che fissano norme sfavorevoli ai produttori diretti. Alla pianificata disorganizzazione di questi (che nel Sud del mondo si attua anche attraverso gli omicidi mirati degli attivisti sindacali e di movimento) (5) si contrappone la crescente cartellizzazione delle mega-imprese che operano a monte e a valle della produzione agricola. In sintesi: “le corporations dominanti arraffano ogni anno sempre di più, lasciando sempre meno ai coltivatori”. La disintegrazione delle imprese familiari contadine e delle stesse “comunità rurali” (emersa con forza anche nell’elezione di Trump e nella vicenda della Brexit) rischia di espellere in vent’anni dalle campagne canadesi, già poco popolate, la metà della popolazione addetta all’agricoltura. E stiamo parlando del Canada, che ha una delle produzioni agricole più altamente produttive, stabili, ricche del mondo, per giunta in un momento di forte richiesta di beni agricoli e di particolare scarsità di riserve agricole…
Non ci vuole molta fantasia a immaginare di quale surplus di potere (strangolatorio) possono godere Cargill, Monsanto, Shell, Mosaic, Potash Corporation of Saskatchewan, Bayer, Dow Chemical, DuPont, Novartis, Pfizer, J. Deere, CNH, Tyson, Pepsico, Hainz, Unilever, Parmalat, Benetton, Coca-Cola, Kellogg’s, Sysco, Auchan, McDonald’s, Starbucks, e così via (l’Eni, ad esempio) nei paesi dominati e controllati dal capitale finanziario. Se non bastassero le gigantesche sovvenzioni date alle rispettive agricolture da Stati Uniti e UE, il vincolo del debito consente ai paesi creditori di espandere nei paesi del Sud le monoculture, strumenti di dipendenza alimentare e di impoverimento dei suoli. Certo, le monoculture non sono una novità di oggi: quei paesi le hanno già conosciute (e subìte) ai tempi delle grandi piantagioni di canna da zucchero, cotone, tabacco, caffè, etc., nelle Americhe, in India, in Indonesia, in Egitto, nelle Filippine. Oggi ritornano su proporzioni ancora più gigantesche e metodi decisamente più intensivi per la necessità stringente di acquisire valuta estera pregiata (euro, dollari) come mezzo per ripagare il debito estero – ingannevolmente il FMI e la Banca mondiale le suggeriscono come politiche di breve termine, pur sapendo che così non sarà. E non vale l’obiezione: c’è specializzazione produttiva anche nei paesi del Nord del mondo, perché qui la specializzazione è per azienda e, tutt’al più, per aree regionali, non per nazioni. Si tratta, spesso, di monoculture della fame perché i paesi che vi sono costretti vengono messi in concorrenza tra loro sul mercato mondiale e perché alle monoculture vengono destinate le terre migliori, riservando le meno fertili alla produzione interna. Si arriva così al paradosso del Messico, ancora lui!, costretto ad importare mais in quanto spinto a specializzarsi nelle produzioni di palma africana e di mango, e del Nicaragua costretto ad importare i prodotti della dieta tradizionale (fagioli, riso, mais) per essere stato spinto a “specializzarsi” nella produzione di caffè, cotone, canna da zucchero, banane, con un numero sempre minore di produttori agricoli. In tutta l’America centro-meridionale impazzano le monoculture di alberi (pino, eucalipto, tek) e di soia, che – come denuncia la Rete Latinoamericana contro le Monoculture di Alberi (RECOMA) – producono danni irreparabili alla biodiversità (6). C’è anche la monocultura dell’allevamento, a cui si sono dedicati da decenni i Benetton, che hanno arraffato in Argentina, tra il 1991 e il 1997, 900.000 ettari (il 9% delle terre più produttive della Patagonia) alla modicissima cifra di 50 milioni di dollari (55 dollari a ettaro) per impiantarvi degli allevamenti di 280.000 pecore che producono ogni anno 6.000 tonnellate di lana, pari al 10% del fabbisogno totale dell’impresa, scacciando da quelle terre, con l’aiuto della polizia, i Mapuche che le abitavano e coltivavano da 13.000 anni, salvo “risarcirli” con un museuccio ad memoriam (7).
A rendere ancora più massiccio l’esodo forzato dalle campagne del Sud del mondo concorre anche il fenomeno del land grabbing, in larga parte connesso alle monoculture, in particolare a quelle dei bio-carburanti (o necro-combustibili, come preferiscono chiamarli in Sud America): cioè l’acquisto o l’affitto per lunghissimi periodi di tempo, a pochi dollari, di vastissimi appezzamenti di terra. Nel caso più clamoroso, si trattava dell’affitto alla coreana Daewoo per 99 anni, sembra addirittura a costo zero, del 40% dell’intera superficie coltivabile del Madagascar (1,3 milioni di ettari di terreno) da destinare in parte alla produzione di mais (per la Corea del Sud), in parte alla produzione di olio di palma (su mandato, pare, della General Motors). Il mega-affare, che doveva concludersi a fine 2008, saltò in conseguenza di una grande protesta popolare che disarcionò anche il presidente della repubblica responsabile del fallito misfatto, Ravalomanana. L’accordo con la Daewoo venne annullato dal nuovo presidente Rajoelina (8), ma a distanza di pochi anni ecco intrufolarsi in Madagascar l’italiana Tozzi Green, sussidiaria della ravennate Tozzi Holding Group, che ottiene un contratto per “soli” 30 anni su “appena” 6.558 ha, con l’obiettivo, però, di arrivare nel 2019 a 100.000 ettari. Per produrre cosa? Jatropha, un arbusto perenne e velenoso, ignoto all’agricoltura malgascia, che serve per i bio-carburanti. Ancora land grabbing, ancora neocolonialismo, ancora una massiccia espulsione di contadini e di pastori da un vasto territorio.
Infortunio della Daewoo a parte, il fenomeno è in rapidissima crescita. Si stima che questa rapina neocoloniale di terre, in cui sono implicati i fondi sovrani, i fondi pensioni, gli stati e alcune grosse imprese occidentali, l’Arabia saudita e gli altri stati del Golfo, la Corea del Sud, l’India, la Cina e infine, ma non per ultimo, speculatori di ogni nazionalità, abbia già superato, in una ventina d’anni gli 88 milioni di ettari in tutti e tre i continenti di colore, e altri 20 milioni di ettari sono in corso di vendita o di affitto. Argentina, Kenya, Sudan, Uganda, Ruanda, Madagascar, Mali, Niger, Pakistan, Cambogia, Myanmar… il furto di terre delle più o meno antiche colonie va avanti alla grande; con le coltivazioni estensive e intensive al tempo stesso che ne derivano, vanno avanti pure a ritmo incalzante lo sradicamento di milioni di famiglie contadine, scagliate verso le megalopoli del Sud del mondo e verso il mercato mondiale, e il super-sfruttamento del residuo lavoro agricolo (9). Ed è inutile dire che il caso estremo di sistematica appropriazione di terre di una popolazione da parte di uno stato estero con ogni mezzo a propria disposizione è quello delle terre palestinesi da parte dello stato di Israele.
4. Le guerre neo-coloniali (e quelle per procura)
Un’altra delle cause fondamentali delle odierne migrazioni internazionali sono le guerre. Non è il caso, qui, di ragionare sul perché il binomio guerra/militarismo sia un fattore insostituibile dello sviluppo capitalistico e del disciplinamento/avvelenamento nazionalistico delle classi sfruttate, e su come può, a date condizioni, rovesciarsi nel suo contrario diventando un fattore di stagnazione economica e di crisi rivoluzionaria. L’angolo visuale limitato da cui ce ne occuperemo ora, è quello del legame tra guerre e migrazioni.
Cominciamo con il dire che se per l’Europa ha senso parlare di un secondo dopoguerra durato quasi cinquanta anni (fino alle guerre che hanno distrutto la Jugoslavia), per tanti paesi e popoli del Sud del mondo il dopo-seconda guerra mondiale o è cominciato con molto ritardo, o non è cominciato affatto (pensiamo ai palestinesi e ai curdi). Dal 1945 ad oggi c’è stata infatti, fuori dall’Europa, una catena di guerre coloniali (o neo-coloniali) contro la Corea, il Vietnam, il Laos, la Cambogia, l’Algeria, l’Egitto (Suez, 1956), l’Angola, il Mozambico, la Guinea, Grenada, Panama, la Cecenia, prima e seconda guerra contro l’Iraq, la Jugoslavia, l’Afghanistan, la Libia, la Siria (anche se in Siria tutto era cominciato con una grande sollevazione popolare), il Mali, il territorio dell’Isis, la Palestina (si possono contare finora 7 guerre, o offensive di guerra, scatenate da Israele) – guerre in cui le grandi potenze sono state in prima fila. E ce ne sono state anche altre – il massacro Iran-Iraq, il conflitto bellico nel Darfur, le guerre del Caucaso, la prima e la seconda guerra del Congo, sanguinosissime, l’aggressione del regno saudita allo Yemen, etc. – dentro e dietro le quali hanno operato in modo più o meno nascosto quelle stesse grandi potenze imperialiste occidentali e la Russia. Sicché, guardato dal lato dei continenti di colore, l’intero “dopoguerra” si configura come un’era di guerra permanente contro i popoli, e in particolare contro le classi sfruttate, del Sud del mondo, che ha assunto in certi casi (soprattutto in centro America) la forma di guerre civili fomentate ad arte dall’esterno – rispetto al periodo 1914-1945, una sorta di esternalizzazione della guerra dall’Europa e dall’Occidente.
La quasi totalità di queste guerre ha avuto un carattere fortemente asimmetrico perché ha visto ampie, ultra-militariste coalizioni mondiali, quasi sempre capitanate dal Pentagono, e quasi sempre comprendenti l’Italia, scatenare la furia sterminatrice dei loro apparati di distruzione di massa contro popoli/paesi impossibilitati a contrastare con la propria contraerea i bombardieri nemici, e tanto più a colpire i territori degli aggressori (se non con attentati). Queste guerre hanno anche incorporato il salto di qualità nella capacità distruttiva e devastatrice degli scontri bellici tra stati capitalistici per il predominio sul mercato mondiale materializzatosi nella seconda guerra mondiale – in cui, per la prima volta nella storia delle guerre moderne, il numero dei civili uccisi è stato di gran lunga superiore a quello degli individui inquadrati negli eserciti. Combinati tra loro, l’enorme asimmetria di forze tra i contendenti e il carattere sempre più apertamente terroristico delle operazioni belliche delle potenze imperialiste hanno causato danni incalcolabili e provocato esodi biblici, specie nel Medio Oriente allargato.
Prendiamo l’Iraq. Anche mettendo tra parentesi gli otto anni del tremendo conflitto fratricida con l’Iran, l’Iraq è sotto bombardamento da quasi trent’anni. Il suo territorio è stato colpito da più bombe di quante ne siano state usate nella seconda guerra mondiale. L’acqua, l’aria, la flora e la fauna sono stati contaminati a tempo indefinito dall’uranio impoverito10; le strutture idriche e fognarie distrutte nei primi giorni del primo conflitto con interventi “chirurgici”; più di 10 milioni di mine anti-uomo disseminate nel suo territorio (molte prodotte in Italia). Tra la prima guerra (1990-1991), scatenata da una coalizione di 35 stati, e la seconda guerra (2003-2011) scatenata da una coalizione di 16 stati, la popolazione irachena ha subìto un lungo, durissimo embargo costato la vita a 500.000 bambini, per ammissione della stessa iena-Albright (“È una scelta difficile, ma ne vale la pena”) (11). C’è da meravigliarsi se su una popolazione di 24 milioni di abitanti al 1991, al 2007 i rifugiati iracheni fossero almeno 4 milioni? 2 milioni nei diversi paesi del Medio Oriente, 2 milioni gli sfollati all’interno del paese, almeno 200.000 richiedenti asilo nel resto del mondo. Si tratta semmai, visti i tragici avvenimenti, le case distrutte, le malattie, i lutti in famiglia, la povertà, i livelli di disoccupazione, l’assenza di futuro, di un numero incredibilmente basso di rifugiati e di sfollati, che dà la misura del grado di attaccamento della popolazione irachena alla propria terra di nascita.
Passiamo all’Afghanistan. L’ultima guerra alle popolazioni dell’Afghanistan (12) che a stare alla retorica imperialista avrebbe portato loro una “enduring freedom”, una libertà duratura, soprattutto per le donne afghane amate con una struggente intensità dalle “femministe” stragiste tipo Hillary Clinton, gli ha portato, invece, una duratura devastazione con terribili sofferenze inflitte proprio alle donne in quanto madri. L’Afghanistan di oggi ha il più alto tasso di mortalità infantile del mondo (112,8 morti su 1.000 nati), uno dei più alti tassi di mortalità al parto, e la terza peggiore aspettativa di vita al mondo (51,3 anni) (13). E ha, naturalmente, un imponente numero di emigrati. Su 35 milioni di abitanti (al 2017) l’UNHCR stima la diaspora afghana tra i 4 e i 6 milioni, in larghissima parte concentrati nei paesi confinanti, Pakistan e Iran, senza considerare la massa degli “internally displaced”, gli sfollati interni, di sicuro superiore al milione di persone. Ma nel 2015 anche l’Unione Europea ha visto arrivare sul suo territorio circa 200.000 richiedenti asilo afghani. Come mai? Non era finita da quel dì la guerra con la vittoria dei “liberatori”, tra cui un migliaio di soldati italiani? Non l’aveva dichiarata ufficialmente chiusa Obama? La realtà è che in Afghanistan la guerra si è cronicizzata, è rimasta latente per riaccendersi con improvvise violente esplosioni, e questa cronicizzazione/riaccensione sta uccidendo in molti la speranza di poter vivere in pace nella propria terra di nascita. Scrive Simona Lanzoni, vice-presidente della onlus Pangea:
«In questi anni (…) le principali città afghane hanno accolto migliaia di persone provenienti dalle zone di conflitto del Paese, nonostante non ci sia una reale economia per sostenerle [“il prodotto interno lordo afghano si aggira intorno al 10% del fabbisogno nazionale»…, e dunque “lo Stato afghano dipende completamente dai soldi concessi dalla ‘gentile’ comunità internazionale” – n. della Lanzoni]. Ora le realtà urbane sono sull’orlo del collasso. Anche per questo quasi tutti sognano di poter mandare almeno una persona della propria famiglia all’estero, per tentare il tutto per tutto. E non è un caso che nelle strade di ogni città si trovino manifesti pubblicitari con immagini di “barconi della speranza” e frasi del tipo “non partire illegalmente”» (14).
Cosa che, invece, regolarmente avviene. Se ne sa qualcosa al porto di Venezia in cui si è avuto negli ultimi anni uno stillicidio di arrivi di minori non accompagnati, alcuni fanciulli, come Zaher Rezai, 13 anni, morto sotto le ruote di un camion, spesso respinti indietro verso la Grecia, come ha denunciato il Consiglio italiano dei rifugiati, e – se accolti – (mal)trattati in modo tale da indurli a fuggire dei luoghi di “accoglienza” (15). Sta di fatto che la guerra infinita che l’Occidente ha decretato a questa popolazione fiera e resistente, ha polverizzato ogni parvenza di ordine sociale preesistente, gettando il paese in un caos militarizzato, nel quale tuttavia gli emigrati possono essere forzati a tornare sulla base dell’accordo imposto nell’ottobre 2016 dai paesi “donatori” (!?) – ma dal quale non possono che continuare a fuggire. Perché a dominare è la disgregazione sociale.
Un terzo esempio del fortissimo nesso guerre-migrazioni sono i paesi della ex-Jugoslavia. Lì, tra il 1991 e il 1999 prima le guerre “inter-etniche”, opportunamente preparate e alimentate in ambienti NATO, vaticani ed europei, poi la guerra della NATO alla “piccola Jugoslavia” con base di lancio in Italia – l’Italia di D’Alema, Mattarella, al tempo ministro della guerra (giusto?) e del deputato Leu Cofferati, al tempo segretario della CGIL, che giustificò questa aggressione come “contingente necessità” (del capitale, s’intende) (16) – produssero 2,7 milioni di rifugiati e sfollati interni su una popolazione totale di circa 23 milioni. I più colpiti furono, in quegli anni, gli abitanti della Bosnia-Erzegovina e i serbi della Kraina e del Kosovo – solo la guerra in Kosovo provocò circa 1 milione di sfollati e emigrati in altre parti della Serbia, in Montenegro, in Macedonia, in Albania. Benché si sia determinato, in momenti successivi, un massiccio rientro pari, al 2004, a 1,7 milioni di persone, a partire dagli anni ‘90 tutti i mini-paesi nati dallo sfascio della Jugoslavia titina sono stati coinvolti in un movimento migratorio che, nonostante la fine delle ostilità, va con il tempo crescendo, invece di affievolirsi. Tra il 1990 e il 2004 i paesi europei, gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia hanno ricevuto 1 milione e 300.000 domande di asilo da emigrati jugoslavi (579.000 la Germania, 173.000 la Svezia, 148.000 la Svizzera), una gran parte delle quali è stata accolta (17).
Per quanti si fossero bevuta la frottola della “guerra umanitaria” fatta esclusivamente per “liberare” i kosovari oppressi dalla Serbia di Milosevic, sarà forse sorprendente sapere che il massimo livello di emigrazione dalla ex-Jugoslavia si dà proprio nel Kosovo “liberato”, afflitto da una diffusissima povertà (è “il paese più povero d’Europa”), in cui il 55% dei giovani tra i 18 e 25 anni è disoccupato, il salario medio è tra i 200 e i 300 euro, il Pil cresce esclusivamente per effetto delle rimesse degli emigrati, con due sole attività fiorenti: il traffico di droga e di armi, la prostituzione (Pristina è diventata, insieme a Budapest, un centro nevralgico del traffico internazionale di donne prostituite, col coinvolgimento di funzionari dell’ONU). Tra il 2014 e il 2015, a 15 anni dalla “liberazione”, è stato raggiunto il picco del movimento emigratorio coatto: in sei mesi sono andati via, anche a piedi, in 150.000, il 6-7% della popolazione. Poi, dopo aver dormito nei boschi, nelle fabbriche abbandonate, nelle stazioni, in aperta campagna, sono stati accolti alla frontiera con l’Ungheria, con gli onori del caso, dalla polizia di Orban, lo stretto amico di Salvini e di Putin: arresti (fino a 8.000 in una settimana), respingimenti, bastonate e – naturalmente, come in ognuna delle frontiere “presidiate” e “blindate” – costosi passaggi “illegali” a pagamento (quanti se ne vuole) (18). Non si sta gran che meglio in Serbia, primo bersaglio della guerra NATO e delle manovre del FMI, divenuto “paese della manodopera a basso costo” e delle regalie di stato alle multinazionali, prima tra tutte la FCA, che si è accaparrata per una pipa di tabacco l’ex-stabilimento Zastava di Kragujevac – un paese colpito dalla decrescita demografica, con almeno 300.000 sfollati interni, schiacciato da un altissimo deficit commerciale, la disoccupazione ufficiale intorno al 20%, il salario medio netto intorno ai 380 euro, la pensione media intorno ai 200 euro, i prezzi gonfiati sia dalle importazioni che da una moneta nazionale (il dinaro) svalutata. Questo al 2015 (19).
Le ultime indagini di inizio 2019 confermano in pieno la forte spinta ad emigrare dalla Serbia, dove il 71% degli intervistati dichiara di voler lasciare il posto in cui vive, e dall’intera regione, inclusa la Croazia, l’unico paese dell’ex-Jugoslavia membro UE. Quanti siano stati negli ultimi anni gli emigranti è “praticamente impossibile da determinare con precisione a causa della mancanza di statistiche affidabili”; è certo, però, che si tratta di diverse centinaia di migliaia, specie dopo la crisi del 2008 che nei Balcani ha colpito duro. Tra 2013 e 2017, tanto per dire, c’è stato un movimento emigratorio dalla Croazia verso la Germania pari, tra partenze e rientri, a 140.000 lavoratori/lavoratrici, per lo più tra i 20 e i 39 anni, a cui ne vanno aggiunti altri 130.000 dalle altre aree balcaniche e dall’Albania (sempre verso la Germania). Dalla Bosnia sono andati via in 25 anni quasi due milioni di persone, e l’esodo è di nuovo in forte crescita, e coinvolge specialmente il personale delle strutture sanitarie (medici e infermieri). Simili movimenti sono in corso anche dalla Macedonia e dal Montenegro – dove oltre la metà dei giovani aspira a lasciare il paese. Questo esodo forzato che ha fatto e fa la fortuna dell’economia tedesca, svizzera e del padronato del Nord Est italiano ultra-leghista che si è ingrassato sul sudore e il sangue dei proletari immigrati dai Balcani, ha cause materiali, sociali (il deterioramento del tessuto sociale e familiare), politiche (il prevalere, nel dissesto, di metodi clientelari-mafiosi) (20). Sullo sfondo, comunque, come causa primaria, grandeggia la guerra. Se la catena delle guerre balcaniche di fine secolo scorso sembra conclusa, i suoi effetti sulle emigrazioni e su tutto il resto sono, invece, permanenti. E non c’è bisogno di provare che altrove, in Siria ad esempio, questi effetti sono stati ancora più sconvolgenti, con metà della popolazione fuggita dal paese o sfollata all’interno del paese. Il catastrofico salto di quantità e di qualità che le guerre fanno compiere ai movimenti migratori è in questi nudi dati: nel 2005 i “displaced migrants” erano in Medio Oriente 5 milioni, nel 2015 erano esplosi a 23 milioni (21).
5. I disastri ecologici
A questa causa dedichiamo un articolo a sé. Al di là dei dati numerici (controversi), ci limitiamo qui a sottolineare che si tratta di un fenomeno in evidente espansione per la combinazione drammatica tra il lento, progressivo degrado dell’ecosistema globale e gli eventi climatici estremi in via di intensificazione per effetto (anche) dell’acuto dissesto degli ecosistemi locali. Il riscaldamento globale in atto produce, o aggrava, la desertificazione dei suoli, arrivata fin dentro l’Europa dell’Est e del Sud (dove ne è interessato l’8% dei suoli) e la siccità, che colpisce anzitutto l’agricoltura di sussistenza del Sud del mondo, alimentando l’insicurezza e la dipendenza alimentare dei paesi dominati, mentre la scarsità di acqua genera a sua volta conflitti bellici. Il riscaldamento degli oceani e la loro acidificazione, insieme alle attività minerarie, alla cementificazione dei litorali e all’inquinamento di aria e acqua, impoveriscono drasticamente la fauna marina (dimezzata in 40 anni) con pesanti conseguenze per le popolazioni del Sud del mondo che vivono tuttora di pesca. Per contro l’arrembante avanzata dell’agribusiness in Asia, Africa, America del Sud scandita dalla deforestazione senza limiti, dalle monoculture, dall’uso intensivo di prodotti chimici, dalla esiziale perdita della biodiversità, sta “minando a lungo termine la produttività agricola delle aree più povere”, con la previsione, fatta dalla FAO, di una riduzione della produzione agricola in Africa del 30% e in Asia del 21% entro il 2050. Del resto, «in Africa nel 2016, a causa di El Niño, più di 30 milioni di persone hanno sofferto di insicurezza alimentare. Due terzi delle terre in Africa sono già degradati. Ciò ha conseguenze sul sostentamento di 485 milioni di Africani, poiché la sopravvivenza della maggior parte delle persone nel continente dipende dalla produttività della terra. Non sorprende allora che più di 100.000 persone provenienti dall’Africa occidentale attraversino ogni anno città come Agadez, in Niger, per raggiungere l’Europa e cercare una vita migliore. Pochi di loro, però, ce la fanno, la maggior parte ritorna con speranze e vite infrante» (22).
A loro volta, gli eventi climatici estremi (trombe d’aria, tempeste, uragani, cicloni, inondazioni, alluvioni, frane, ondate di calore estreme), se non risparmiano neppure gli Stati Uniti, colpiscono tuttavia con speciale violenza proprio le aree tropicali, sicché – guardando l’impatto complessivo del degrado dell’ecosistema globale e di quelli locali – risulta evidente che la distribuzione dei suoi costi tra paesi ricchi e paesi poveri (impoveriti) è “iniqua”. E che, specie se si tengono in conto pure il land grabbing e il water grabbing, esiste un altrettanto evidente “debito ecologico” del Nord del mondo nei confronti dei paesi del Sud (23), e – non lo ripeteremo mai troppo – soprattutto, se non esclusivamente, nei confronti delle classi sfruttate di questi paesi.
Prima di procedere oltre sottolineiamo l’intrico di nessi esistente tra le diverse cause delle migrazioni internazionali fin qui esaminate. Le disuguaglianze di sviluppo generate dal colonialismo storico hanno avuto come loro duratura conseguenza il debito estero dei paesi impoveriti dalle potenze coloniali divenute potenze creditrici. Il cappio del debito estero ha, a sua volta, esposto i paesi indebitati agli effetti più devastanti, per gli esseri umani e gli ecosistemi locali, della trasformazione capitalistica dell’agricoltura comandata dall’agribusiness e dal capitale finanziario. Le guerre neo-coloniali sono state insieme un fattore di indebitamento e di sconquasso del loro ambiente per molti paesi del Sud del mondo. Lo speciale degrado ambientale che ha coinvolto questi paesi ne ha aggravato o ri-aggravato la dipendenza, dopo un primo sforzo, in molti casi fallito, di muoversi sulle proprie gambe. E l’intrico di nessi tra questi diversi fattori funziona da moltiplicatore delle spinte ad emigrare dai paesi del Sud e dell’Est del mondo – l’Europa dell’Est, tra emigrazioni di massa e denatalità, ha perso in trent’anni 24 milioni di abitanti…
6. Europa e Italia hanno un inesauribile bisogno di lavoratori e lavoratrici immigrati/e
Con questi potenti fattori di spinta si combinano altrettanto potenti fattori strutturali, permanenti, di richiamo la cui forza, ovviamente, varia a seconda dei periodi e dei paesi: in Europa essa è stata al top dal 1991-’92 fino allo scoppio della crisi nel 2008, ha poi avuto una nuova impennata nel 2015, mentre è decisamente diminuita negli ultimissimi anni in presenza di una semi-stagnazione di quasi tutte le economie europee e di un esercito di forza-lavoro di riserva già sufficientemente ampio. Tra i paesi con forti movimenti immigratori in entrata ci sono stati nell’ultimo ventennio la Germania, paese primatista (24), e l’Italia, mentre Francia, Belgio e Olanda hanno avuto movimenti in entrata più modesti.
L’inesauribile bisogno di tutta l’Europa occidentale, l’Italia ben inclusa, di lavoratrici e lavoratori immigrati si spiega con tre ordini di ragioni, distinti e legati tra loro. Senza volerne fissare qui una graduatoria di peso, cominciamo con la ragione demografica. Com’è noto, da decenni l’Europa nel suo complesso vive un declino demografico nei confronti del resto del mondo: nel 1900 1 su 4 degli abitanti della terra erano europei, nel 2000 1 su 10. Oltre questo declino relativo, è emerso negli ultimi tempi un declino assoluto della popolazione in un numero crescente di regioni e di paesi. Si tratta, anzitutto, dei paesi dell’Est Europa e dell’area balcanica che dopo il collasso del cosiddetto “socialismo reale” sono stati letteralmente devastati dalle terapie-shock del FMI e di altri simili enti umanitari (con l’Unione europea in prima fila insieme ai filantropi di Wall Street); terapie-shock – soprattutto le privatizzazioni selvagge (in Russia furono privatizzate 112.000 imprese di stato) – che produssero un innalzamento del 13% dei tassi di mortalità, la riduzione delle aspettative di vita (-5 anni in Russia tra il 1991 e il 1994), la diffusione di dipendenze dall’alcol, un’epidemia di suicìdi e, in seguito a brutali tagli alla spesa pubblica per la salute, una diffusione di malattie infettive (25). E le proiezioni per il futuro indicano un’ulteriore, pesante diminuzione della popolazione al 2050, se resteranno in vigore le attuali tendenze, di portata superiore al 20% per Romania, Bulgaria, Ucraina, superiore al 15% per Croazia, Ungheria, Polonia. Oltre i paesi dell’Est e quelli balcanici, hanno avuto una perdita di popolazione, o una sua stagnazione, diverse aree del Sud dell’Europa, incluso il Sud dell’Italia che ha visto da un lato il calo drastico del tasso di fertilità (numero medio di figli per donna), sceso dal 2006 al di sotto di quello del Nord dopo essere stato per 145 anni superiore, dall’altro un’emigrazione pari, negli ultimi 15 anni, a circa 1,7 milioni di persone con la perdita, al netto dei rientri, di almeno 700.000 unità.
Non si tratta solo di questo, però. Già da anni nella metà dei paesi dell’Unione europea il saldo tra nascite e decessi è negativo (in Germania lo è dal 1972), sicché l’incremento della popolazione, laddove c’è, è dovuto solo ed esclusivamente all’immigrazione. È questo il caso dell’Italia, che vive un calo delle nascite dal 2008, fino a scendere stabilmente negli ultimissimi anni sotto le 500.000 unità (erano state 580.000 nel 2008). Sennonché dal 2015 neppure l’apporto dei nuovi immigrati e dei figli degli immigrati è stato sufficiente e la popolazione totale è diminuita, seppur lentamente, dai 60.796.000 residenti del 2015 agli attuali 60.391.000 (dato al 1° gennaio 2019). E accanto a questa recessione, che secondo alcuni demografi è destinata a diventare cronica, l’Italia conquista “il non invidiabile podio mondiale dei paesi con più intenso invecchiamento della popolazione”: gli anziani sopra i 65 anni sono il 22,8% della popolazione totale (il 65% in più delle persone al di sotto dei 15 anni), a fronte del 21% della Germania, mentre Francia, Regno Unito e Spagna restano sotto il 20% (26). Del resto, da lungo tempo il tasso di fertilità delle donne di nazionalità italiana è precipitato a 1,23, largamente al di sotto di 2,1 figli per donna, la “soglia di sostituzione” che assicura la riproduzione semplice della popolazione (27). Se il fenomeno è più accentuato in Italia, il corso è generale: in tutti i paesi dell’Unione europea non si raggiungono i 2,1 figli per donna: la Germania, che ha conosciuto la più massiccia immigrazione nell’ultimo decennio, è ferma a 1,5.
Effetto di necessità, di politiche e di input capitalistici – dalla precarizzazione del lavoro ai bassi salari, dai pesanti carichi di lavoro alla mancanza o inadeguatezza di strutture per l’infanzia al porre la ricerca del successo individuale al di sopra di ogni altro “valore” – queste tendenze sono a loro volta causa di grosse complicazioni per il processo di accumulazione del capitale perché comportano la stasi o la contrazione dei consumi (se non altro si restringe il mercato interno) e l’aumento delle spese statali e private per le pensioni e per l’assistenza alle persone non autosufficienti. Di più: l’invecchiamento tendenziale della popolazione comporta anche un invecchiamento medio della forza-lavoro, negativo per gli indici di produttività e in contrasto con l’esigenza di avere a disposizione lavoratori/trici capaci di aggiornare di continuo le proprie competenze. Soluzioni? Nessuno le ha, confessa un esperto di “Anticipatory Systems” (28). E lo crediamo bene, trattandosi di contraddizioni al fondo antagonistiche. Il ricorso al lavoro delle immigrate e degl’immigrati appare, però, uno strumento capace di tamponare queste contraddizioni e impedire che arrivino a un punto di esplosività. Contribuiscono a far crescere la popolazione e a ringiovanirla, continuano a fare figli più degli italiani/europei, possono essere pagati meno della media, hanno una capacità di cura delle persone superiore a quella dei sempre più anaffettivi cittadini europei d.o.c.: cos’altro serve?
Il secondo ordine di ragioni è economico in senso stretto, e attiene alla necessità dell’Italia e della Unione europea di competere a scala internazionale con gli Stati Uniti da un lato, e la Cina e gli altri paesi di nuovo capitalismo ascendenti dall’altro. Una competizione che, in un contesto di scarsi investimenti, non solo in Italia (29), si fa sempre più sul costo della forza-lavoro. Il contesto mondiale da tenere presente è quello della nuova divisione internazionale del lavoro venutasi a creare nell’era della globalizzazione neoliberista al termine della quale l’80% circa della produzione manifatturiera mondiale è ormai collocato nel Sud del mondo (al 1945 questo rapporto era rovesciato). E ci sono sempre meno settori della produzione industriale e dei servizi, e perfino della produzione agricola, dei paesi occidentali che sono al riparo dalla concorrenza globale – sole eccezioni la produzione bellica e la produzione di macchine utensili complesse. Un aspetto fondamentale della nuova divisione internazionale del lavoro è che essa è nata, per l’impulso convergente (almeno in via provvisoria) delle imprese transnazionali con base in Occidente e delle classi dirigenti dei paesi a giovane capitalismo, all’insegna della complessiva svalorizzazione della forza lavoro alla scala mondiale, necessaria a far risalire il saggio di profitto e il ritmo dell’accumulazione. Quale forza di lavoro più di quella immigrata risponde, forzatamente, alla funzione di abbassare i costi medi della forza-lavoro? E non stiamo parlando solo delle immigrate e degli immigrati “di colore” di oggi; la cosa è stata perfettamente vera per le masse di emigranti bianchi, irlandesi, polacchi, italiani, tedeschi diretti a milioni ieri verso il Nord America, di cui hanno fatto la fortuna. La storia si ripete in un (largamente) nuovo contesto internazionale, nel quale l’Europa occidentale e l’Italia hanno un bisogno vitale di forza-lavoro immigrata non inferiore a quello statunitense:
«Per il capitalismo europeo e statunitense il ricorso alla forza-lavoro immigrata è una (non certo la sola) delle leve utili per svalorizzare la forza-lavoro nel suo complesso, ben inclusa la forza-lavoro “bianca”. Lo è innanzitutto perché immette un elemento di controtendenza proprio nel centro del sistema economico mondializzato in cui il costo del lavoro è per le imprese da tempo “esorbitante”; esorbitante, si capisce, solo rispetto ai meri costi di riproduzione di esso. E lo è altrettanto per i suoi effetti derivati. I paesi occidentali, infatti, sottraendo ai paesi dominati una quota dinamica, giovane, sana, spesso ben qualificata, della loro forza-lavoro, ne minano ulteriormente le già limitate chances di sviluppo (le rimesse degli emigrati non compensano tale perdita, al più riescono a tamponare le conseguenze maggiormente dirompenti). Rovinando – con questo ed altri mezzi, il principale dei quali è la moltiplicazione del debito estero – le economie (capitalistiche e pre-capitalistiche) dei paesi di colore, messi così alla totale mercè del mercato mondiale, Europa e Stati Uniti si assicurano la possibilità di impiegare direttamente in essi, delocalizzandovi molti segmenti delle loro produzioni, grandi masse di lavoratori a prezzi stracciati, costringendo i paesi periferici a lavorare sempre più per il “centro” che per sé stessi. A sua volta, una tale svalorizzazione generale della forza-lavoro asiatica, africana e latino-americana porta con sé la svalorizzazione di quella quota di essa che, anche per resistere a un simile processo, emigra in Occidente e il processo, così, si auto-alimenta. È un meccanismo unitario e circolare che rappresentiamo qui a partire dagli immigrati in Europa, ma che potremmo rappresentare in modo più adeguato partendo dalla divisione mondiale del lavoro forgiata e di continuo riforgiata dal capitalismo internazionale. Un meccanismo unitario e al tempo stesso quanto mai sperequato e sperequante, che va tenuto costantemente presente perché è il contesto entro cui si producono i movimenti migratori internazionali, con molteplici effetti “qui” e “lì”. Effetti che, se e fino a quando non si produce una energica reazione dei lavoratori di colore nei paesi terzi, degli immigrati in Occidente e, soprattutto, una reazione unitaria dei lavoratori immigrati ed autoctoni, ridondano a favore delle imprese e degli stati “di immigrazione”. Per queste imprese e per questi stati, quegli immigrati che a destra e a manca si afferma di non volere, sono in realtà una preziosa risorsa da richiamare e avere a disposizione. E gli immigrati, infatti, continuano a venirci, in Europa, quand’anche non li si accolga certo con un “benvenuti”» (30).
Cos’è cambiato negli ultimissimi anni? Che la retorica di stato contro gli immigrati e l’immigrazione è diventata ancora più assassina, ovunque. E questo – oltre a favorire la diffusione del razzismo a livello popolare – confonde molti facendogli credere che davvero gli stati e le imprese europee ed italiane abbiano scelto la politica zero immigrazione. Macché! L’obiettivo è un altro: passare dalla immigrazione stanziale, che si radica, diventa regolare, e acquisisce progressivamente diritti, e la cui forza-lavoro ha un costo relativamente crescente, alla migrazione circolare, provvisoria, meglio se irregolare, e comunque a scadenza, iperflessibile, di singoli non di famiglie; un’immigrazione di gast arbeiter (lavoratori temporaneamente ospiti) come quella della Germania negli anni della ricostruzione, o di guest workers (lavoratori ospiti) come quella dei braceros messicani negli Stati Uniti degli anni ‘50 e ‘60, che erano poco più, talvolta meno, che coolies. Il vero obiettivo è ottenere un’immigrazione più selezionata e più qualificata, e al tempo stesso più asservita, perché passata attraverso la spietata pedagogia inferiorizzante, umiliante, schiavizzante, dei campi, delle tante frontiere da attraversare, degli insulti pubblici e privati a raffica da inghiottire. Un’immigrazione a sottozero diritti, non certo un’immigrazione zero. Perché se davvero oggi, primavera 2019, si bloccasse completamente l’immigrazione verso l’Europa occidentale, e tanto più quella verso l’Italia; e se davvero prendesse piede, su larga scala, la politica di favorire il ritorno a casa degli immigrati o anche soltanto la ventilata espulsione in massa dei cosiddetti “clandestini” (in Italia almeno 500-600.000, in crescita), ne deriverebbe in primo luogo un progressivo tracollo demografico; in secondo luogo una perdita secca della competitività nazionale con un innalzamento pressocché automatico del costo della forza-lavoro, sia per la penuria di manodopera (qualificata e non qualificata), sia per il venir meno degli strati proletari con i salari più bassi (31); e in terzo luogo uno scompaginamento immediato dell’assistenza alle persone anziane, ai bambini, ai disabili, la crisi dell’organizzazione del lavoro di cura delle case, con effetti a catena su centinaia di migliaia, milioni, di donne occupate fuori casa, specie in una situazione come quella italiana in cui la carenza di servizi per l’infanzia è cronica e il welfare statale ha subito tagli pesanti. Si tratta quindi di un’ipotesi da escludere al 1000%.
Già, il lavoro di cura, fondamentale per la riproduzione della forza-lavoro e dei rapporti sociali… È questo il terzo ordine di ragioni per cui Europa occidentale e Italia hanno un permanente bisogno di immigrati, per lo più donne. La sistematica sottovalutazione di questa attività indispensabilissima all’accumulazione del capitale quanto alla riproduzione “ordinata” dei rapporti sociali capitalistici, è ancor più marcata da quando è stata “appaltata”, in parte, alle lavoratrici immigrate; ma non per questo è divenuta meno essenziale. Ritorna qui, ancora una volta, la disuguaglianza di sviluppo ereditata dal colonialismo storico e riforgiata dal neo-colonialismo, perché alcuni stati del Sud del mondo e dell’Est Europa “hanno promosso in maniera attiva l’emigrazione delle donne destinate al lavoro salariato di cura all’estero, in vista delle rimesse monetarie”. Mentre gli stati più ricchi dell’Unione europea, dediti da decenni al progressivo smantellamento del welfare, e incapaci di ridurre in modo sostanzioso “la distanza di genere nei lavori di cura”, hanno trovato la quadra spostando il loro carico «dalle famiglie ricche a quelle povere, dal Nord del mondo al Sud [e all’Est] del mondo. Il risultato complessivo è una nuova, duale, organizzazione della riproduzione sociale, trasformata in merce a vantaggio di chi può pagarsela e privatizzata per chi non può (nell’ultima categoria si trova chi fornisce lavoro di cura alla prima categoria in cambio di bassi salari)» (32).
Questo trasferimento internazionale del lavoro domestico e di cura, e la contemporanea “commercializzazione della vita intima familiare”, che creano da un lato bambini con due madri, dall’altro bambini senza madre (sono oltre 80.000 nella sola Romania), da un lato vecchi con “figli” di due differenti nazionalità, dall’altro vecchi soli senza figli, sono particolarmente evidenti in Italia dove oggi più del 70% dei collaboratori/collaboratrici domestici e familiari è costituito da immigrate/i. È in questo modo che gli stati che incarnano “l’imperialismo emotivo”, quello che si è specializzato nell’appropriarsi i sentimenti più profondi dei dominati, rispondono alla crisi del lavoro di cura e all’”impoverimento emozionale, relazionale e sessuale” in atto nei paesi occidentali, “parte di una più vasta e generale crisi del capitalismo contemporaneo”. Con un nuovo tipo di saccheggio: il saccheggio della capacità di “accudimento, pazienza, abnegazione”, di “qualcosa che può sembrare assai prossimo all’amore”, il nuovo oro del nostro tempo (33), provocando ferite profondissime nei paesi saccheggiati e nelle donne “di colore” oggetto di predazione, anche se il colore della pelle è spesso bianco-slavo – si tratta infatti di donne che tutelano, procurano, producono salute, usurando e perdendo la propria salute, fisica e psichica (34). Questo nuovo saccheggio è destinato a durare, a misura che si radica in Italia e in Europa il processo di invecchiamento della popolazione e che la dittatura del “Fiscal compact” impone la radicale privatizzazione del lavoro di cura. E, naturalmente, a misura che i primi cinque fattori che abbiamo indicato in precedenza quali cause strutturali delle emigrazioni contemporanee continuano ad operare.
7. Le crescenti aspettative delle popolazioni, e soprattutto delle donne, del Sud del mondo
Infine, ma non certo per ultimo in ordine di importanza, ad alimentare le emigrazioni internazionali ci sono le crescenti aspettative delle popolazioni, e soprattutto delle donne, del Sud del mondo. La più ridicolmente banale delle semplificazioni fa riferimento ai mass media che diffondono in questi paesi le immagini del luccicante Occidente (e delle aree più ricche dello stesso Sud, pensiamo ai reami del Golfo). In realtà questa crescita delle aspettative viene da lontano, da molto lontano. Viene da una strenua resistenza alla colonizzazione e da un moto rivoluzionario anti-coloniale vecchio ormai di secoli, se teniamo presente che la prima grande battaglia condotta insieme da indios, neri e creoli ad Haiti contro i colonialisti spagnoli data dal 1522 e la prima grande, vittoriosa sollevazione anti-coloniale si è data, sempre ad Haiti, nel decennio 1794-1804. Un moto che si è poi espanso a tutti e tre i continenti “di colore” attraverso un seguito interminabile di scontri, di moti e di vere e proprie epiche guerre di liberazione nazionale che hanno messo in crisi le vecchie potenze coloniali e i relativi imperi, e hanno fatto crescere la coscienza storica e la auto-stima dei popoli colonizzati, in particolare delle loro classi sfruttate. Queste si sono scrollate di dosso, almeno in parte, l’immagine di sotto-uomini destinati da superiori volontà (Dio, la Provvidenza, la Natura) a “vivere per le metropoli”, per la ricchezza, il dominio, la civiltà dei proprietari di capitale bianchi, e sono entrate in pieno nella storia universale in quanto storia unitaria creata, nella disuguaglianza, proprio dal colonialismo europeo e occidentale. Ci sono entrate per non uscirne più. Sicché quando il conseguimento dell’indipendenza politica compiutosi su grande scala dopo il 1945 ha rivelato tutti i suoi limiti, e il sogno di recuperare in fretta il pesantissimo “ritardo” accumulato in secoli e secoli di dominazione straniera è svanito, ha preso corpo in tanti ex-colonizzati l’ipotesi, l’aspirazione, il progetto e perfino l’ossessione di emigrare per raggiungere altrove quei traguardi di “vita dignitosa” negati nelle terre di nascita. Non hanno torto i megafoni della destra razzista nel cogliere in questa emigrazione di massa la presenza di un sentimento di rivalsa nei confronti dei vecchi padroni colonizzatori: come potrebbe non esserci? Dentro questo sentimento, e al di là e al di sopra di esso, c’è la ricerca di un miglioramento delle condizioni di esistenza proprie e dei propri cari sentito in maniera imperiosa, irresistibile, da decine e decine di milioni di donne e di uomini appartenenti al proletariato o al semi-proletariato internazionale (ed anche ad altre classi sociali). Per questo si può considerare gli emigranti-immigrati come portatori di istanze di emancipazione personale, sociale, “razziale”, nazionale spesso, non sempre, intrecciate in modo tale da essere inseparabili.
Questo vale in particolare per le donne emigranti, che arrivano a costituire oggi quasi la metà delle migrazioni internazionali (in Italia sono il 52% della popolazione immigrata) – una assoluta novità sul piano storico! -, una quota in crescita della sua componente a maggiore qualificazione e che, per la prima volta da sempre, aprono talvolta il processo migratorio di un intero gruppo familiare o di un intero villaggio, o emigrano da sole. La femminilizzazione delle migrazioni è l’altra faccia, spesso nascosta, della femminilizzazione del mercato del lavoro mondiale e – ovviamente – italiano. E quindi anche della nuova conformazione che avrà la rinascita del movimento di classe.
Le aspettative di questi nostri fratelli e sorelle di classe emigranti/immigrati impattano con violenza contro tutto il sistema degli sbarramenti legali e fisici opposti dall’Europa e dall’Italia, e con non minore violenza contro l’opposta aspettativa padronale e statale di avere a disposizione forza di lavoro a basso costo, iper-flessibile e pronta, indefinitamente, ad ogni sacrificio. Una contraddizione sociale profonda, strutturalmente antagonistica, che ha ben sintetizzato lo scrittore svizzero M. Frisch: “Cercavamo braccia, ma sono arrivati uomini” (esseri umani). Qui il punto! Proprio per le spinte e le motivazioni che hanno dietro, i proletari e le proletarie immigrati/e non possono accettare in modo passivo la condizione di inferiorità sociale, giuridica, politica, culturale in cui l’Italia e l’Europa pretendono di confinarli/e, di segregarli/e da prima ancora che abbiano messo piede sui “nostri” sacri suoli. Se avessero accettato di essere i paria del mondo, sarebbero rimasti nei loro paesi di nascita, piegandosi al “fato”. Non l’hanno accettato, e la storia passata e l’esperienza diretta ci dimostrano che il loro rifiuto di essere inferiorizzati/e, discriminati/e, supersfruttati/e, criminalizzati/e, demonizzati/e ha assunto storicamente e assume tuttora le forme più diverse, e non cessa di essere libero e volontario per il solo fatto di essere “obbligato” da quelle stesse misure repressive che mirano a renderlo impossibile.
Ecco la vera soggettività dei lavoratori e delle lavoratrici immigrati così come si è materialmente data e si dà nella forma di resistenza (anche individuale) e lotta di classe. Ecco perché è inaccettabile ogni piagnisteo su di loro in nome della loro debolezza. Noi ne vediamo e ne ammiriamo la forza. E siamo solidali con loro perché dà forza all’intero movimento di classe, alla lotta internazionale e internazionalista contro il capitale e il capitalismo. La forza degli operai tedeschi, polacchi, italiani che avviarono a Chicago centotrent’anni fa la lotta per le 8 ore. La forza degli immigrati maghrebini, parte integrante e d’avanguardia delle lotte operaie e sociali nella Francia e nel Belgio negli anni del ‘68. La forza degli operai turchi, jugoslavi e italiani nella Germania dei primi anni ’70 e poi nella lotta per le 35 ore a metà anni ‘80. La forza degli operai immigrati dal Sud nell’Italia dell’autunno caldo. La forza delle lotte dei sans-papiers in Francia, e degli immigrati senza permesso di soggiorno in Italia nei primi anni 2000. La forza espressa dai richiedenti asilo nelle tante rivolte contro i luoghi di reclusione e sui confini sbarrati dalle polizie. La straordinaria forza espressa da milioni di proletari/e immigrati/e negli Stati Uniti nel magnifico 1° maggio 2006 quando riempirono le strade delle maggiori città del paese di enormi cortei, nel primo sciopero “internazionale” (riguardante tutti e 50 gli stati di cui è composta la Federazione) della storia statunitense, conquistando una vasta solidarietà da parte degli autoctoni. La forza dei facchini e dei driver della logistica in Italia, la principale luce accesa nel buio di una pace sociale interminabile. Una forza che ha molto a che vedere con la concreta materialità di una condizione di “doppia presenza”, di doppia appartenenza, dei proletari e delle proletarie immigrati, costretti a vivere con una nazionalità di origine schiacciata (da cui, giocoforza, non intendono staccarsi, anzi a cui spesso si aggrappano), e insieme proiettati verso una condizione che sta oltre le decrepite categorie nazionali, disfatte dalla mondializzazione dell’economia capitalistica, ma che gli stati cercano senza posa di riproporre per spaccare il tessuto di classe – di una classe diventata quasi ovunque, proprio per effetto delle migrazioni internazionali, multinazionale.
In conclusione
Speriamo di aver inquadrato in modo sufficiente le vere cause delle emigrazioni attuali, e di avere messo a nudo le radici della guerra del capitale contro gli emigranti/immigrati in corso in Italia, in Europa e a scala internazionale.
Questa guerra è la risposta a una delle più esplosive contraddizioni del capitalismo contemporaneo: la creazione, nei paesi dominati come anche nei paesi dominanti, di una massa di forza-lavoro che eccede largamente la stessa necessità capitalistica di disporre di un esercito di riserva a cui attingere nelle congiunture più alte del movimento dell’accumulazione. Di ciclo in ciclo, il trend di fondo dell’accumulazione capitalistica a scala globale è da decenni al ribasso, e a ciò si aggiunge l’effetto risparmia-lavoro della rivoluzione informatica. Il furioso tentativo di far ripartire lo “sviluppo” dopo la grande crisi del 2008 sta acutizzando ulteriormente le contraddizioni di questo modo di produzione, inclusa la creazione di una quantità illimitata di forza-lavoro eccedente. Sicché, nonostante la militarizzazione delle politiche migratorie, la moltiplicazione dei muri e le aggressioni contro gli immigrati, masse sempre più ampie di proletari/e e semi-proletari/e devono lasciare i loro paesi di nascita per cercare di soddisfare il proprio bisogno di una vita degna di essere vissuta. Ma tale bisogno cozza frontalmente contro l’opposta esigenza del capitale, che pretende invece servirsi di loro per accentuare la concorrenza al ribasso tra immigrati e salariati, o potenziali salariati, locali, così da poter svalorizzare la forza lavoro nel suo complesso, e spaccarla in profondità.
Questo è altro materiale esplosivo nelle viscere del capitalismo globale, che si aggiunge, con un effetto moltiplicatore, alle bombe ad orologeria del debito, della crisi ecologica, del caotico declino del superimperialismo yankee, della polarizzazione sociale – altrettanti tasselli di una vera e propria crisi della “civiltà del capitale”. Gli strateghi dei poteri costituiti, democratici o fascisteggianti che siano, ce la stanno mettendo tutta per far esplodere la bomba nel campo dei proletari, scagliando gli autoctoni contro gli immigrati. Glielo possiamo e dobbiamo impedire con una lotta determinata, irriducibile contro i pescecani del capitale, contro il sistema del capitale, che unisca gli sfruttati e le sfruttate di tutte le nazionalità
Note
(1) In Italia, ad esempio, nel 1700 almeno l’80% della popolazione era addetta alla lavorazione della terra. Nel primo decennio del ‘900 questa percentuale era già scesa al 60% circa, per declinare ulteriormente al 55% negli anni ‘20-‘30, al 42% nel 1951 e poi precipitare fino all’attuale 3,8%.
(2) Dati incrociati dell’Onu e della Banca mondiale.
(3) Cfr. The Farm Crisis & Corporate Profits. A Report by Canada’s National Farmers Union, November, 30, 2005, un piccolo capolavoro di analisi dello stato delle cose, fatto – si capisce – dal punto di vista della piccola imprenditoria agricola.
(4) Cfr. V. Shiva, Semi del suicidio. I costi umani dell’ingegneria genetica in agricoltura, Odadrek, 2009, che ha una bella introduzione di L. Corradi.
(5) Per il fascistoide Bolsonaro, ad esempio, i capi dei Sem terra brasiliani sono dei “terroristi” che vanno eliminati.
(6) Cfr. Ctm/Altromercato, Biodiversità ricchezza dei popoli. Consumatori e produttori per colture e culture libere in una comune terra, Verona, 2001.
(7) Cfr. Benetton, mega latifondisti in Patagonia, a cura della Redazione Wall Street Italia, 9 marzo 2004. Le terre della Patagonia sono state appropriate anche dai padroni della Nestlé (Suchard), dal boss della CNN Turner, da Soros, da S. Stallone ed altra bella gente di questa risma.
(8) Le notizie su questo mancato accordo si possono trovare sui siti del Sole 24 ore, Madagascar Tribune, Financial Times, Bloomberg.com da ottobre 2008 fino al marzo 2009, quando avviene il formale annullamento.
(9) Cfr. S. Liberti, Land grabbing. Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo, Minimum fax, 2011; F. Roiatti, Il nuovo colonialismo. Caccia alle terre coltivabili, Egea, 2010 (documentato, ma con il vizietto di vedere soprattutto il colonialismo degli altri). Tra le fonti più documentate c’è il blog dell’ong Grain (www.grain.org), a cui pare si debba il conio dell’espressione land grabbing. Due contributi significativi ad un primo inquadramento del sistema agro-alimentare globale sono R. Patel, I padroni del cibo, Feltrinelli, 2009; W. Bello, Le guerre del cibo. Come l’Occidente ha creato una crisi alimentare globale, Nuovi Mondi, 2009.
(10) Cfr. International Action Center, Il metallo del disonore: l’uranio impoverito. Come il Pentagono e la Nato praticano il genocidio, Marghera, 2000 (a cura del Centro di documentazione sul movimento operaio W. Wolff).
(11) Intervista alla televisione CBS, 12 maggio 1996: è la risposta della Albright, al tempo ambasciatrice degli Stati Uniti all’Onu, alla domanda di Lesley Stahl: “Abbiamo sentito che sono morti più di 500.000 bambini [iracheni]. Il che significa che sono morti più bambini [iracheni] di quanti morirono a Hiroshima. Ne vale la pena?”.
(12) Diciamo “l’ultima”, perché non bisogna dimenticare che negli ultimi 180 anni l’Afghanistan ha già subito tre assalti dai colonialisti inglesi (1839-1842, 1878-1880, 1919) e uno dalla Russia (1979-1989). Anche in occasione della prima aggressione all’Afghanistan i propagandisti britannici promisero (in quel caso ai minatori afghani) “un’era di pace, prosperità e permanente tranquillità”. Nella seconda guerra, va ricordato, a guidare la accanita resistenza agli inglesi fu la poetessa Mamalai, ricordata oggi da un obelisco su cui sono incisi questi suoi versi: “Se tu, amore mio, non ti batterai fino alla morte per Maiwand, giuro che non ti sottrarrai alla vergogna”.
(13) Cfr. M. Skinner, Fifteen Years of Occupation: Afghanistan Since the Invasion, “The Bullet”, n. 1313, ottobre 2016.
(14) Cfr. il post di S. Lanzoni, Accordo UE-Afghanistan sui migranti, mi vergogno di essere europea, comparso su “il fatto quotidiano”, il 6 ottobre 2016. Questo accordo impone alla misteriosa entità denominata “governo afghano” l’obbligo di “rimpatriare, riammettere, reintegrare” un numero illimitato di afghani espatriati, pena la cessazione degli “aiuti” europei. Senonché l’Afghanistan è un paese disintegrato dalla guerra, nel quale la sola produzione che funziona e cresce in modo illimitato è la grande produzione di oppio per l’esportazione.
(15) Per un inquadramento adeguato di questo autentico dramma nel dramma dell’emigrazione (ogni anno “scompaiono” in Italia, inghiottiti nel “nulla”, 5-6.000 minori stranieri non accompagnati) e del trattamento di “speciale” cura che lo stato accorda ad essi, cfr. I. Gjergji, L’asilo dei minori. Accoglienza, trattamento e condizione sociale dei minori richiedenti asilo in Italia, “DEP – Deportate, esuli, profughe”, n. 34/2017, pp. 80-98. Sul fenomeno alla scala mondiale, cfr. Unicef, Uprooted: the growing crisis for refugee and migrant children, New York, 2016.
(16) Sulle radici storiche, gli interessi motori e le dinamiche di classe di questa catastrofe, cfr. Jugoslavia. Una guerra del capitale, Chefare Edizioni, 1995, in cui si dimostra che gli avvenimenti nella ex-Jugoslavia non si spiegano con fattori essenzialmente endogeni, ma “con lo svolgersi delle leggi oggettive del capitalismo imperialista internazionale, nelle cui spire la Jugoslavia di Tito si è trovata avvinta e stritolata” (p. 7). Una parte non secondaria l’ha avuta, anche in questo caso, il debito estero, contratto dalla Jugoslavia all’indomani della seconda guerra mondiale, e l’intervento “chirurgico” del FMI che dall’inizio degli anni ‘70 ha operato coscientemente per disgregare il paese: cfr. J.J. Hauvonen, Postwar Developments in Money and Banking in Yugoslavia, IMF Staff Papers, n.3/1970, pp. 563-601; M. Chossudovsky, op. cit., pp. 272 ss.
(17) Cfr. C. Slobodanka, Migrazioni dei popoli jugoslavi alla fine del XX secolo (è in rete, senza data, upload 2014).
(18) F. De Palo, Kosovo: è esodo: 150.000 emigrati in 6 mesi. ‘Migliaia a piedi verso Nord Europa’, “il fatto quotidiano”, 28 febbraio 2015; V. Hyseni Kelmendi, Lontano dal Kosovo, “Osservatorio Balcani e Caucaso”, 21 gennaio 2015; D. Garzoni, Kosovo, la situazione del Paese in 10 punti, “Lettera 43”, 9 maggio 2015.
(19) Cfr. la Relazione sullo stato economico della Serbia redatta nel novembre 2016, su dati ufficiali dello stato serbo, dalla Onlus Non Bombe Ma Solo Caramelle: htttp://www.cnj.it/AMICIZIA/Relaz1116_Econ.doc
(20) Cfr. N. Jacovljević – S. Rašović – N. Ahmetašević – F. Salihu, Via dai Balcani, “Osservatorio Balcani e Caucaso”, 9 gennaio 2019.
(21) Cfr. P. Connor, Conflicts in Syria, Iraq and Yemen lead to millions of displaced migrants in the Middle East since 2005, October 18, 2016, http://www.pewglobal.org
(22) Cfr. G. Mastrojeni – A. Pasini, Effetto serra effetto guerra. Clima, conflitti, migrazioni: l’Italia in prima linea, Chiarelettere, 2017, pp. 30, 62. La citazione è di Monique Barbut, direttrice esecutiva della Convenzione ONU controla desertificazione.
(23) Cfr. A Sud (a cura di S. Altiero e M. Marano), Crisi ambientale e migrazioni forzate. Nuovi esodi al tempo dei cambiamenti climatici 2018, Roma, 2018, p. 21, dove si osserva giustamente che “sono le popolazioni più povere e la cui sopravvivenza è più strettamente legata ai servizi gratuiti della natura quelle che più di tutte subiscono le conseguenze dei danni arrecati all’ecosistema”. Altrettanto fondato è osservare che è proprio del modo di funzionare del sistema capitalistico privatizzare i profitti derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali e socializzare i costi di questo sfruttamento per l’ambiente. I documenti internazionali recenti di maggior rilievo su questi temi sono i seguenti: IDMC – NRC, Global Report on Internal Dispacement 2018, Geneva, 2018; IPCC, Special Report on Global Warming of 1,5°, New York, 2018; FAO – Oregon State University, Water stress and human migration: a global, georeferenced review of empirical research, Roma, 2018; Id., State of Food and Agriculture Migration – Agriculture and Rural Development, Roma, 2018. Utili fonti di dati, sulla base dei quali i redattori costruiscono piani illusori di “riforme” che non vedranno mai la luce, e se la vedessero, non risolverebbero granché. Bisogna tagliare la malapianta, il capitalismo, alla radice attraverso un processo rivoluzionario di trasformazione del rapporto uomo-natura nel senso già indicato da Marx di “umanizzazione della natura e naturalizzazione dell’uomo” (nel significato di: “essere umano”).
(24) Cfr. S. Zippellaro, Germania e la questione migratoria, 1 novembre 2017, http://www.rivistamissioniconsolata.it; G.- F. Dumont, Allemagne. Géopolitique des migrations: les cinq actes de la tragédie de la chancelière Merkel, 16 dicembre 2018, http://www.diploweb.com
(25) Cfr. D. Stucker (e altri), Mass privatisation and the post-communist mortality crisis: a cross-national analysis: “The Lancet”, January 15, 2009 stimano in 1 milione il costo pagato in vite umane, laddove precedenti stime dell’UNDP e dell’Unicef parlavano, rispettivmente, di 3 e 10 milioni; M. Karanikolos (e altri), Financial crisis, austerity and health in Europe, “The Lancet”, March 27, 2013; il dossier di “Le monde diplomatique”, juin 2018, Bouleversement démographique en Europe. La documentazione più completa, relativa all’intero mondo, è nel recente Report Population and fertility by age and sex for 195 countries and territories, 1950-2017: a systematic analysis for the Global Burden of Disease Study 2017, “The Lancet”, November 10, 2018.
(26) Cfr. Associazione Neodemos, Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?, Firenze, 2018; A. Rosina, Recessione demografica, “la repubblica”, 8 febbraio 2019. Un primo allarme sugli effetti cumulativi nel tempo di tali tendenze è in un documento della United Nations Population Division: Replacement Migration: Is it a Solution to Declining and Ageing Population?, New York, 2001, in cui si affermava: “the population of Italy, currently 57 million, is projected to decline to 41 million in 2050”.
(27) Il numero medio di figli per donna era in Italia di 2,5 nei primi anni ‘20 dello scorso secolo, di 2 nell’immediato secondo dopoguerra, di 1,4 per le donne della generazione del 1976, per decrescere ancora nelle donne più giovani. È in parallelo aumentato il numero di donne senza figli: era l’11,1% nella generazione del 1950, il 13% in quella del 1960, e balza al 21,8% in quella del 1976 (è una stima): cfr. Istat, Report Natalità e fecondità della popolazione residente. Anno 2016, Roma, 28 novembre 2017.
(28) Si tratta di R. Poli, che insegna all’università di Trento questa materia: A.M. Angelone, Il crollo delle nascite in Europa e in Italia spiegato bene, “Panorama”, 20 marzo 2018.
(29) Sul declino degli investimenti in Germania, cfr. O. Nachtwey, Social Decline in the Hearth of Europe, Verso, 2018, pp. 43 ss.
(30) Cfr. P. Basso – F. Perocco, Gli immigrati in Europa. Diseguaglianze, razzismo, lotte, Angeli, 2003, p. 10.
(31) Oggi sono immigrati quasi la metà dei venditori ambulanti (che servono, e come, a tener bassi i prezzi e… i salari), il 40% dei pastori, dei pescatori, dei boscaioli, più di un terzo dei facchini della logistica (altro settore-chiave che connette produzione a circolazione), il 30% degli edili specializzati e non specializzati, il 20% (almeno) di quanti lavorano negli hotel e nei ristoranti, più del 15% degli agricoltori (una quota assai maggiore dei braccianti). Lavoratori e lavoratrici immigrate producono almeno il 10% del pil italiano, e questo agli industriali non basta: ne vogliono almeno altri 200.000 l’anno, pur in tempi di stagnazione-recessione come questi. Due ex-dirigenti della McKinsey hanno stimato in 3 milioni il fabbisogno di immigrati dell’Italia di qui al 2030 per gli interessi delle aziende, del sistema pensionistico e più in generale del welfare, per ragioni demografiche, per evitare la contrazione dei consumi (gli anziani consumano di meno); secondo costoro, se l’Italia non avesse nuovi immigrati, di qui al 2050 i consumi calerebbero di circa 500 miliardi di euro e l’Italia perderebbe uno 0,5% di pil l’anno: cfr. S. Proverbio – R. Lancellotti, Dialogo sull’immigrazione.Tra falsi miti e scomode verità, Mondadori, 2018.
(32) C. Arruzza – T. Bhattacharya – N. Fraser, Femminismo per il 99%. Un manifesto, Laterza, 2019, pp. 78-79.
(33) B. Ehrenreich – A.R. Hochschild (a cura di), Donne globali. Tate, colf, badanti, Feltrinelli, 2004, pp. 10, 18.
(34) Nel caratterizzare la loro condizione G. Chiaretti ha parlato di un doppio male, il “mal da lavoro” e il “mal da rapporti sociali”, derivante tra l’altro dalla totale confusione tra “spazio lavoro” e “spazio vita”, con l’assenza, per le donne immigrate, di uno spazio privato, per sé, di una propria intimità. Per cui se, in genere, “il lavoro di cura globale è privo di ogni riconoscimento, reso invisibile”, “per le lavoratrici immigrate si tratta di un’invisibilità vicina alla cancellazione”, di una “discriminazione doppia” perché “donne e perché emigrate da paesi classificati secondo precise gerarchie, con un peso aggiuntivo delle gerarchie nazionali e “razziali” – cfr. G. Chiaretti, La catena globale del lavoro di cura, in L. Corradi – F. Perocco (a cura di), Sociologia e globalizzazione, Mimesis, Milano, 2007, p. 59 ss. Opportunamente il lavoro in casa d’altri, 24 ore su 24, è inquadrato come “una istituzione totale”. Del resto, un sondaggio effettuato nel settembre 2011 dalla Fondazione Moressa ha rilevato che per chi le assume la “badante ideale” deve saper assistere un anziano parzialmente non autosufficiente, deve vivere nella stessa abitazione dell’assistito e adeguarsi alle sue abitudini, deve cucinare e pulire, deve accettare di lavorare oltre 16 ore al giorno per un compenso inferiore a quello di un’operaio (V. Polchi, Stakanoviste e pagate in nero, così le famiglie italiane sognano la badante perfetta, “la repubblica”, 25 ottobre 2011). Poca roba…
