Immagine: Possedimenti coloniali al 1914 (non sono indicate qui le semi-colonie: tale era al 1914, ad esempio, la Cina)
Proseguiamo nella pubblicazione di alcune parti del n. 3 della rivista Il Cuneo rosso, dedicate alle vere cause delle migrazioni internazionali, in particolare delle migrazioni verso l’Italia e l’Europa occidentale. Pagine utili, crediamo, a smantellare la tesi milioni di volte spacciata per vera, che esse siano il prodotto di occasionali, singole emergenze, oppure, cosa ancora più falsa, il risultato di politiche di “accoglienza”. Contestiamo anche la frivola, salottiera tesi dell’esistenza di “liberi migranti”, portata avanti in genere dalla cultura dei cosiddetti “disobbedienti”, anzi – come si vedrà – contestiamo l’abuso della parola “migranti”, imposta dalla dittatura della lingua di stato a partire dai primi anni del XXI secolo, a cui proponiamo di sostituire i termini di emigranti e immigrati. (Red.)
Per noi, senza nulla togliere alla soggettività degli emigranti/immigrati (come si potrà vedere dalla prima all’ultima pagina della rivista), le emigrazioni internazionali sono un fenomeno sociale essenzialmente forzato, il risultato di un complesso di fattori organici al modo di produzione capitalistico, che producono una coazione ad emigrare che potrà essere cancellata, con tutta la sua brutale violenza, solo se saranno rimosse le cause che la determinano. Né emergenza, dunque, né catena di emergenze; bensì un fenomeno epocale di crescente ampiezza (+40% dall’inizio del secolo) destinato ad ingigantirsi ulteriormente se le sue cause generatrici non verranno rimosse. Queste cause generatrici le abbiamo schematizzate in un numero perfetto, 7, e ne cominciamo a parlare partendo, come è indispensabile, da lontano, da un passato – il colonialismo storico – che incide fortemente sul nostro presente.
Partiamo da un dato di fatto: nel sistema dei mass media le migrazioni (emigrazioni/immigrazioni) compaiono nel 99% dei casi come elementi della cronaca: della cronaca politica o, più spesso, di quella dell’ordine pubblico, e – specie sulla stampa e le tv locali – della cronaca nera. A parlarne, a costruirne l’immagine sociale, nel 99% dei casi non sono gli emigranti/immigrati, sono i giornalisti, i rappresentanti delle istituzioni statali, in molte circostanze la polizia, e i cosiddetti “esperti”. Il messaggio stra-dominante è noto: sono un pericolo, una minaccia da cui difendersi con ogni mezzo e con urgenza. Solo qualche angolo è lasciato, saltuariamente, ad un umanitarismo inconcludente che, al di là delle intenzioni di quanti lo fanno proprio, finisce con il dare un tocco di belletto su una realtà di oppressione da combattere con la massima determinazione.
Il messaggio stra-dominante è essenzialmente di tipo emotivo con un crescendo di semplificazione e virulenta propaganda anti-immigrati nel passaggio dalle riviste ai giornali, dai giornali alle tv, dalle tv ai social media. In contemporanea negli ultimi decenni nel sistema dei mass media si sono ridotti i reportage sulla situazione internazionale, in particolare quelli dai paesi di provenienza degli emigranti/immigrati. Ciò significa che nel discorso pubblico dominante sulle emigrazioni, sulle immigrate e sugli immigrati materialmente presenti sul territorio nazionale (o in Europa), e nei discorsi privati, non compaiono né le radici storiche delle migrazioni contemporanee, né le loro cause, anche quelle di recente formazione, né le figure concrete, in carne ed ossa, delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati, né il loro apporto determinante alla produzione e alla riproduzione della vita sociale, e tanto meno le loro aspettative.
La studiata assenza di questi elementi lascia il campo libero alle grottesche letture complottiste di questo processo epocale, con tanto di protocolli dei savi di Sion, piano Kalergi, etc. tirati in ballo, e ad ogni sorta di paura nei confronti di un terremoto sociale di cui non si conosce (non si è messi in grado di conoscere) né le origini lontane e vicine, né le effettive conseguenze che sono drammatiche per le società di partenza, benefiche per quelle di destinazione – conseguenze di solito occultate (almeno in parte) se non totalmente stravolte. Del resto, basta pensare alle parole-chiave che negli ultimi mesi hanno segnato il discorso pubblico italiano con il marchio di Lega e Cinquestelle1: invasione, allarme, emergenza sbarchi, emergenza criminalità, clandestini, pacchia, crociera, paghetta dei 35 euro… – termini che puntano a generare paura e ostilità nei confronti di (presunti) parassiti che profittano della “nostra” generosità.
Noi apriamo invece questo numero della rivista proprio fornendo un quadro (sommario) delle cause oggettive e soggettive risalenti nel tempo e più recenti delle emigrazioni internazionali, dichiarando subito che è piuttosto puerile ridurle ad un “gran numero di scelte individuali”, ad una “somma di innumerevoli storie individuali”, o ricondurre la dimensione soggettiva di essi alla “irriducibile singolarità delle donne e degli uomini che delle migrazioni sono protagonisti”2. Per noi, senza nulla togliere alla soggettività degli emigranti/immigrati (come si potrà vedere dalla prima all’ultima pagina della rivista), le emigrazioni internazionali sono un fenomeno sociale essenzialmente forzato, il risultato di un complesso di fattori organici al modo di produzione capitalistico, che producono una coazione ad emigrare che potrà essere cancellata, con tutta la sua brutale violenza, solo se saranno rimosse le cause che la determinano. Né emergenza, dunque, né catena di emergenze; bensì un fenomeno epocale di crescente ampiezza (+40% dall’inizio del secolo) destinato ad ingigantirsi ulteriormente se le sue cause generatrici non verranno rimosse. Queste cause generatrici le abbiamo schematizzate in un numero perfetto, 7, e ne cominciamo a parlare partendo, come è indispensabile, da lontano, da un passato – il colonialismo storico – che incide fortemente sul nostro presente.
Un sistema di rapporti determinati
Come la colonizzazione, l’immigrazione costituisce un sistema di “rapporti determinati, necessari e indipendenti dalle volontà individuali” in funzione del quale si organizzano tutte le condotte, tutte le relazioni così come tutte le rappresentazioni del mondo sociale in cui si è costretti a vivere (a causa, rispettivamente, della colonizzazione e dell’immigrazione). Dimenticare l’effetto di sistema equivarrebbe a cancellare surrettiziamente la verità oggettiva della situazione dell’immigrato. In effetti, tra le numerose caratteristiche naturali che formano un sistema dell’immigrazione, al primo posto figurano i rapporti di dominio su scala internazionale”.
(A. Sayad, La doppia assenza, Cortina, 2002, p. 220)
1. Le disuguaglianze di sviluppo generate dal colonialismo storico
La prima causa strutturale delle migrazioni internazionali odierne, sempre più dirette da Sud verso Nord (e da Est verso Ovest, specie in Europa), è infatti costituita dalle disuguaglianze di sviluppo generate dal colonialismo storico – che è stato il versante extra-europeo del processo di formazione del modo di produzione capitalistico alla scala globale.
Non se ne parla mai, ma la ricerca storica meno malata di eurocentrismo ha ormai assodato che fino alla fine del 1400 (ed oltre) i livelli di sviluppo materiale raggiunti nei diversi continenti sono stati sostanzialmente comparabili3. In ogni caso le disparità esistenti a quel tempo non avevano nulla a che vedere con le odierne disuguaglianze di sviluppo, raffigurate alcuni anni fa dall’Onu con una coppa rovesciata. E questo senza eccezioni, se è vero, come attesta Joseph Ki-Zerbo, che “fino al XVI secolo l’Africa [nera] poteva validamente paragonarsi agli altri continenti. Poi è intervenuta una frattura che si è andata progressivamente allargando”4, per effetto della tratta degli schiavi e delle aggressioni e spartizioni coloniali. La stessa cosa si può dire per il mondo arabo che aveva conosciuto già il suo apogeo nei secoli precedenti (“il momento islamico della storia del mondo”)5, quando era riuscito a raccogliere e sintetizzare le conoscenze acquisite dagli antichi romani, dai greci, dagli egiziani, dai bizantini, dai cinesi, dagli indiani, spingendosi molto in profondità dentro l’Asia. Se all’inizio del 1500 un’area continentale era in uno stadio più avanzato delle altre, questa era l’Asia dell’impero moghul in India e della dinastia Ming in Cina, e lo sarebbe rimasta fino al primo ventennio del 1800.
La frattura storica, la “grande divergenza” tra l’Europa e i continenti “di colore” ha iniziato a determinarsi a partire proprio dall’assalto europeo alle Americhe (data-simbolo il 1492, primo viaggio dell’avido mercante di schiavi genovese Cristoforo Colombo nelle Indie occidentali)6, si è approfondita nei secoli seguenti attraverso il saccheggio delle Americhe, la tratta degli schiavi africani, la colonizzazione del Golfo Persico, l’assalto all’Asia, la spartizione e l’occupazione dell’Africa, e ha messo capo ad una divisione internazionale del lavoro che ha visto le metropoli europee sfruttare e opprimere per secoli le colonie e le semi-colonie. Una divisione internazionale del lavoro messa in discussione esclusivamente da un possente movimento anti-coloniale, ma che ha tuttora un grande peso nella determinazione delle migrazioni mondiali.
Il saccheggio delle Americhe
È sufficiente la descrizione che un testimone dell’epoca, Bartolomeo de Las Casas, fa della “grande e felicissima isola dell’Ispaniola” su cui approdò Colombo (Haiti, oggi infelicissima per l’estrema miseria in cui è stata sprofondata), per avere un’idea di cosa fossero a quel tempo le isole centroamericane e l’America centro-meridionale: “regioni, isole e terraferma (…) temperatissime, felicissime, saluberrime e in tutte le loro conformazioni e cause universali e particolari favorevoli e amicissime alla vita e alla natura umana”. Terre abitate da una popolazione abbondante “di chiara intelligenza e gran valore”, di “notevole bellezza”, dotata di ingegno e “abilità razionale”, “valorosi e di gran coraggio” – che solo le “grandi e sorprendenti crudeltà” dei colonizzatori hanno reso “servili e vili”. In queste terre baciate da madre natura, ricche di mais, frutta di ogni genere, pesce abbondantissimo e alti alberi sempreverdi, “non si è mai vista la fame, né la strettezza di alimenti” finché non arrivarono i colonizzatori a produrla con le loro razzie e devastazioni. Quanto alle popolazioni della terraferma, nel Messico e in Perù, Las Casas le descrive “ben ordinate e organizzate politicamente”, con una vita sociale da “uomini razionali”, impegnate in un variegato complesso di attività produttive agricole, artigiane, manifatturiere, con città mirabili costruite da “grandi geometri intellettuali che chiamiamo architetti”7. Dal suo rapporto emerge chiara la non-inferiorità degli indios centro e sud-americani rispetto agli spagnoli del tempo. Del resto, sui livelli di sviluppo materiale, culturale, organizzativo, spirituale raggiunti dai Maya, dagli Aztechi e dagli Inca nel terrazzare i terreni, nell’irrigazione, nello sfruttamento scientifico dei microclimi, nella costruzione delle strade, nell’immagazzimento delle riserve agricole, nelle produzioni agricole (quinoa, mais, patate, pomodori, cotone, cacao, arachidi, etc.), nella tessitura del cotone, nella lavorazione dell’oro, dell’argento, del rame, nell’astronomia, nella medicina, nell’architettura (Tenochtitlan, la capitale dell’impero azteco, era forse al tempo la più grande e fastosa città del mondo), nelle strutture amministrative (soprattutto gli Inca), nelle arti, nei giochi, c’è una documentazione così ampia da spazzare via come mero oscurantismo l’opinione secondo cui l’America pre-colombiana fosse nient’altro che “oscurità”8.
In appena 150 anni di queste civiltà non restava pietra su pietra. Scrive Stannard:
«Alla fine del XVI secolo i metalli preziosi, in particolare l’argento, costituivano più del 95 per cento di tutte le merci esportate dai territori americani sotto il dominio spagnolo verso l’Europa. Quasi la stessa percentuale di indigeni era stata distrutta durante il processo di conquista di quelle ricchezze. Con la sua fame insaziabile, la Spagna stava distruggendo tutto ciò che aveva più valore nei territori del Nuovo Mondo che aveva conquistato: la favolosa abbondanza di popoli, culture e metalli preziosi che avevano eccitato l’immaginazione europea nel periodo di entusiasmo che aveva seguito il ritorno di Colombo dal suo primo viaggio. Nel 1492 [notabene] il numero degli indigeni nelle isole caraibiche, in Mesoamerica e in Sud America era quasi uguale a quello di tutta l’Europa del tempo, compresa la Russia [ecco un indicatore fondamentale del “grado di sviluppo” di quelle aree – n.]. Poco più di un secolo dopo raggiungeva a malapena il numero degli abitanti dell’Inghilterra. Culture antiche, raffinate e ricche erano state completamente cancellate dalla faccia della terra. (…) Per un secolo e più, la presenza spagnola nelle Americhe era stata paragonabile a quella di un’orda di fameliche locuste che non si lasciano alle spalle nient’altro che terre desolate.
«E ancora, nonostante i molti anni di sbalorditivo saccheggio, la Spagna continuava ad essere un disastro economico. Le ricchezze che aveva importato dalle Indie, dal Messico e dal Perù servirono a pagare solo brevi visite alla penisola iberica prima di finire nelle casse dei creditori dell’Europa settentrionale [i banchieri tedeschi e fiamminghi; qui Stannard dimentica i banchieri genovesi, impegnati come gli altri a stipulare contratti di prestito di denaro a breve termine con altissimi tassi d’interesse – n.]. Con uno sguardo retrospettivo, furono gettate le fondamenta del “sottosviluppo” della America Latina, moderna regione del Terzo mondo [c. n.]. Lo schema si ripeté uguale in altri luoghi: ovunque giunse la conquista dell’Occidente, se erano disponibili abbondanti risorse umane e naturali, furono prese e sfruttate, ma il risultato finale fu, nel migliore dei casi, una crescita economica a breve termine nell’area di colonizzazione, opposta allo sviluppo economico a lungo termine» dei paesi colonizzatori9.
Attraverso un autentico genocidio (“l’Olocausto americano” di cui parla Stannard), causato dalle armi da fuoco (di cui gli indios erano privi), dal lavoro forzato imposto loro con ferocia su grande scala, dalla diffusione di malattie ignote alle popolazioni indigene, dai frequenti suicidi delle donne indie decise a negarsi alle brame di possesso dei colonizzatori10, e l’altrettanto impressionante saccheggio di oro, argento, prodotti agricoli ignoti in Europa, sapere scientifico accumulato nei preziosi codici maya (bruciati a Merida su ordine del vescovo Diego de Landa nel luglio 1562, ma salvandone opportunamente tre per uso europeo), la Spagna ha annientato gli sforzi del lavoro associato di innumere generazioni di indios e ha espropriato per sé e per l’accumulazione capitalistica originaria dell’intera Europa, i risultati di questi sforzi. Per legittimare un simile processo, era necessario, ovviamente, anche un etnocidio, la declassificazione e, per quanto possibile, l’annientamento della conoscenza della storia reale dei popoli indigeni – un etnocidio in cui la Chiesa cattolica ha avuto e ha continuato ad avere, almeno fino a Ratzinger11, una parte tutta speciale.
Dai Libri Maya di Chilam Balam
Ciò che l’uomo bianco fece quando arrivò nella nostra terra:
Ci hanno insegnato la paura e hanno fatto appassire i fiori. Perché potesse vivere il fiore della loro civiltà, hanno mutilato e distrutto il fiore degli altri popoli. Predoni di giorno, criminali di notte, assassini dei popoli.
La tratta degli schiavi e delle schiave dall’Africa
La tratta degli schiavi africani coordinata dal capitalismo britannico – una vera e propria industria – ha avuto un impatto non meno devastante sulle possibilità di sviluppo dell’Africa. Ha distrutto infatti per quattro secoli (1450-1850), con crescente intensità ed estensione, le basi per la creazione di una moderna industria perché ha sistematicamente espiantato e trascinato nelle Americhe il fior fiore degli artigiani e dei contadini dell’Africa nera. All’inizio del XVI secolo l’Africa non era il luogo delle tenebre, il continente senza luce né storia che la retorica colonialista ha voluto descrivere. Era un insieme composito, molto eterogeneo, di comunità senza classi fondate sulla proprietà collettiva della terra, di localizzato feudalesimo e di forme diversificate di “dispotismo africano”, monarchie tribali centralizzate e imperi (del Ghana, del Mali) ben organizzati e dotati di forti eserciti (cosa che sconsigliò ai colonialisti europei di addentrarsi in profondità in Africa fino al secolo XIX). Nel suo insieme il continente nel quale è nata la specie umana, aveva un’agricoltura evoluta, un’industria artigiana (in particolare dei metalli e dei tessuti) fiorente, un ricco commercio trans-sahariano e una corona di città costiere molto attraenti per i mercanti europei – se è vero che nel 1563 il segretario del Consiglio dei dieci che governava la repubblica veneziana raccomandava caldamente ai mercanti italiani di contrattare da pari a pari con i regnanti di Timbuctu e del Mali12. In quell’epoca, quando ancora la tratta degli schiavi neri non era diventata gigantesca, l’Europa e l’Africa “commerciarono e si incontrarono su un piano di uguaglianza [c.n.]. E fu il riconoscimento di questa uguaglianza, basata sulla forza e l’elasticità dei sistemi feudali di organizzazione statale, che continuò a lungo a informare i rapporti tra Africa e Europa. Perfino rispetto agli schiavi le loro posizioni erano pressappoco le stesse”13.
La schiavitù esisteva in Africa, ma generalmente non sotto forma di proprietà privata degli schiavi, né di loro compravendita, bensì come schiavitù conseguente alla sconfitta in guerra: gli sconfitti, fatti schiavi, restavano sulle “proprie” terre, le famiglie contadine non venivano divise, erano però vincolate a lavorare anche per i vincitori, a cui dovevano un tributo. L’irruzione della schiavitù “all’europea”14, invece, introdusse la proprietà privata degli schiavi e la loro compravendita, spezzò le famiglie separando i mariti dalle mogli e dai figli, e viceversa, ed espiantò dai loro luoghi di nascita decine di milioni di giovani fatti schiavi (nel rapporto: 3 maschi, 1 donna) per trapiantarli in un altro continente da ripopolare.
Nell’industria della tratta degli schiavi ebbero un ruolo pionieristico le città italiane (Venezia e Genova in particolare), ma furono le città inglesi (Liverpool, Bristol, Birmingham, Manchester) e francesi (soprattutto Nantes) ad assumere il ruolo di comando nella “trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere” (Marx). E il “commercio triangolare” che si strutturò di conseguenza tra Europa, Africa e Americhe fu un fattore di grandissima importanza per la formazione delle basi dell’industrializzazione in Inghilterra, in Francia e in Olanda. Non a caso l’intensificazione della tratta avvenne proprio tra il 1650 e il 1800, con un picco nel decennio 1750-1760, esattamente il torno di anni che è considerato come il momento di nascita della grande industria capitalistica in Inghilterra15.
Sulle schiave e gli schiavi africani, che venivano venduti al di là dell’oceano ai piantatori di cotone, di canna da zucchero, di tabacco, di riso, di grano, in Virginia, in Colombia, ad Haiti, etc., era possibile fare, per i mercanti di pelle umana europei, prodigiosi ricarichi (fino al 1600%). E su di loro i piantatori avevano potere di vita e di morte, di stupro e di tortura. Per l’Africa nera si trattò di una megaemorragia che coinvolse “la parte più vitale, dinamica e inventiva della popolazione”, e “ha dissanguato il continente, lo ha menomato definitivamente fino ai nostri giorni”. A dirlo è Ki-Zerbo, che non è stato certo il più radicalmente anti-coloniale tra gli storici africani. Sul numero degli sfruttati africani coinvolti in questa infame industria moderna c’è profonda discordia tra gli storici africani più fortemente anti-coloniali che stimano in 150-200 milioni le vittime della tratta, e gli storici europei che, adottando criteri legalistici e formali, le riducono a circa 15 milioni16. Al di là di questa controversia, è stato proprio uno storico europeo, il Davidson, a tracciare il seguente bilancio d’insieme:
«Pressappoco verso il 1650, la produzione africana per l’esportazione diventò, con sempre meno eccezioni, una monocultura di esseri umani [c. n.]. Si può ritenere che ciò abbia soffocato lo sviluppo economico della costa africana e delle regioni vicine alla costa con la stessa certezza con cui si può affermare che invece, nella stessa epoca, l’aumento della produzione europea di beni di consumo per l’esportazione assicurò per lungo tempo alle nazioni marinare d’Europa il primo posto nello sviluppo economico. (…) Ovviamente mandar via proprio gli uomini e le donne che avrebbero altrimenti prodotto la ricchezza in patria, voleva dire impoverirsi. Esportando schiavi gli stati africani esportavano il proprio capitale senza poterne ricavare gli interessi o un allargamento del proprio sistema economico. (…) Dal punto di vista economico, insomma, lo schiavismo europeo può essere considerato una forma primitiva e particolarmente deleteria di colonialismo [c.n.]: la vendita di generi di consumo [spesso armi e cianfrusaglie – n.n.] contro la materia prima di mano d’opera schiava»17.
Le cinque regole dei piantatori
1. Tu sei un animale con sembianze di uomo
2. Tu sei inferiore all’uomo bianco, come il cane è inferiore a te
3. Tu dovrai sempre ubbidire all’uomo bianco
4. Tu esisti soltanto perché l’uomo bianco ti consente di esistere
5. Tu non parlerai mai all’uomo bianco se non sarai interrogato
Il progressivo indebolimento che questa mega-emorragia comportò18, costrinse l’Africa a diventare esportatrice verso le metropoli di legno, cotone, olio di palma, arachidi, cacao, oro, caffè, avorio. E la espose prima alla penetrazione dei colonizzatori boeri e britannici da Sud, poi di quelli francesi a Nord che occupano Algeri nel 1830 e si impossessano dell’intera Algeria con una guerra spietata (benedetta dal santone del liberalismo A. de Tocqueville), fino ad arrivare alla formale spartizione dell’intero continente con il congresso di Berlino del 1884-1885. Espropriata per secoli con la violenza dei suoi saperi tecnici, caduta in rovina la sua proto-industria tessile locale, l’Africa è stata “un vaso di miele per tutti” i colonizzatori. Ma, nonostante l’accanitissima resistenza opposta dalle popolazioni africane, protagoniste di eroiche battaglie, una resistenza che fu vivissima anche sulle navi negriere19, si può dire per la tratta degli schiavi ciò che Fanon affermò in occasione dell’assassinio di Patrice Lumumba: “Il grande successo dei nemici dell’Africa è di aver compromesso gli stessi africani”20. Questo perché per tutto il lungo arco di tempo della tratta gli schiavisti europei seppero utilizzare non solo re, capi-tribù, notabili, mercanti delle città e delle zone costiere occidentali nell’organizzazione della cattura degli schiavi, ma riuscirono a coinvolgere in questo orrendo affare intere popolazioni gettando così il seme della discordia permanente tra “fratelli” e favorendo la “disintegrazione morale” dell’Africa. Questa metodica, del resto, era stata già sperimentata dagli spagnoli in Messico dove nell’opera di distruzione dell’impero azteco erano state arruolate alcune popolazioni indie da questo sottomesse e nel governo coloniale dei nativi erano stati incorporati non pochi componenti della burocrazia imperiale, del notabilato, dei proprietari terrieri e dei sacerdoti inca21.
La colonizzazione del Golfo Persico e del mondo arabo
Gli anni della fine del XV secolo vedono anche l’apertura della “via delle Indie” orientali per mano dei portoghesi di Vasco de Gama che nel 1502, con una forte flotta da guerra, impone il provvisorio monopolio portoghese sui traffici con l’Oriente e avvia la totale distruzione delle città della fascia costiera dell’Africa orientale, che già da millecinquecento anni erano collegate con “un commercio regolare e pacifico con le città del Mar Rosso, dell’Arabia meridionale, del Golfo Persico, dell’India, di Ceylon e dei paesi che si trovavano al di là da essi”22. Queste città-stato (Mombasa, Malindi, Brava) o addirittura città-impero (come la swahili Kilwa), luoghi di ricco sincretismo culturale e di fitti scambi mercantili (di oro, argento, avorio, olio di noci di cocco, ambra grigia, mangrovie), collegate organicamente con l’Oriente e con la stessa Cina, furono messe nel mirino dal regno del Portogallo e, in successione, saccheggiate e distrutte. Si difesero in modo accanito, ma “i cannoni dei portoghesi, uniti a una crudeltà e a una pirateria deliberata quali non si erano mai viste prima in quei mari, ebbero facilmente il sopravvento”. Ciò che di esse rimase in piedi fu costretto al vassallaggio. Del resto, il trattato di Tordesillas del 1494, il vero atto di nascita del diritto internazionale moderno (che è il diritto del brigantaggio), aveva provveduto a spartire le “terre cognite e incognite”, con tanto di benedizione papale, tra i regni di Spagna e di Portogallo, e a quest’ultimo era toccato in sorte l’Oriente. In questa proiezione verso l’Oriente, mai dimenticarlo, uno dei moventi principali fu quello della “crociata contro l’Islam” e dell’”accerchiamento strategico della potenza musulmana”23.
L’assalto portoghese alle coste orientali dell’Africa le tagliò fuori dal commercio con l’Oriente che si dipanò sempre più sulla direttrice Europa-Asia, o meglio: Asia-Europa, dal momento che, al tempo, questo ‘particolare’ è molto significativo, era l’Europa ad importare dall’Oriente grandi quantità di merci, mentre il flusso inverso era limitato (i portoghesi pagavano in genere tre quarti in moneta e solo un quarto in merci europee). Nei primi decenni del 1500, con la conquista di Mascate, Hormuz, Aden e Bassora, i colonizzatori portoghesi assunsero il controllo del Golfo Persico. Salvo essere in seguito pressoché interamente soppiantati dai colonialisti olandesi, e questi – a loro volta – dalle due massime potenze del colonialismo storico: la Francia e l’Inghilterra. Oltre a intensificare anche sulla costa orientale il commercio degli schiavi (che rimase comunque sempre secondario su quel versante dell’Africa nera), i portoghesi e i loro degni concorrenti-eredi si dedicarono al lucrosissimo traffico delle spezie dalle Indie orientali, che assicurava profitti enormi:
«il pepe poteva essere venduto, al netto delle spese di viaggio, a un prezzo 22 volte superiore a quello pagato in India; lo zenzero 19 volte, la cannella 25 volte, i chiodi di garofano 60 volte, la noce moscata 300 volte, la canfora 100 volte. Questo spiega largamente l’accanimento della lotta combattuta per l’apertura della via delle Indie e la ferocia della contesa che seguì per conquistarne il monopolio»24.
Più o meno in contemporanea i mercanti europei si servirono abilmente delle capitolazioni, una sorta di privilegi commerciali concessi loro dai sovrani musulmani, per entrare nel vasto mondo musulmano ed insediarsi stabilmente in esso creandovi degli avamposti che non ebbero un’esclusiva funzione economica. La progressiva estensione di questi privilegi, inizialmente riservati alla sola repubblica di Venezia, alla Francia, all’Inghilterra e ai mercanti olandesi per cercare di bilanciare in questo modo le diverse influenze, non fu un buon investimento né per gli Ottomani, né per gli altri sovrani musulmani. Lo fu, invece, per i paesi europei ai quali diede un notevole apporto di entrate “in una fase decisiva per lo sviluppo mercantilistico e paleocapitalistico di quelle giovani economie nord-europee in espansione”25.
Con questa doppia forma di penetrazione mercantile e militare (le coste dell’Africa orientale e le isole lungo la via delle Indie orientali si riempirono di forti europei) gli stati europei gettarono da lontano le basi per arrivare, secoli dopo, assai ben posizionati sul terreno al momento cruciale in cui scoppiò in Medio Oriente la sagra del petrolio in concomitanza con il processo di disgregazione finale dell’impero ottomano. È allora che viene alla luce la “gigantesca tela di ragno” tessuta in tutto il mondo arabo e islamico dalle potenze europee, a partire dalle capitolazioni e dalle missioni religiose, e la “densa rete” di clientele e fedeltà da loro costruita “sotto il pretesto della protezione delle minoranze e delle nazionalità oppresse”26. Per Inghilterra e Francia, ma anche per l’Italia (che occupa la Libia nel 1911) e la Russia, la prima guerra mondiale è l’occasione ideale per arrivare alla spartizione formale delle spoglie dell’impero ottomano con gli accordi segreti Sykes-Picot (1916), recepiti dal trattato di Sèvres (1920) e dalla conferenza di Sanremo (1920). È in questo contesto che l’imperialismo britannico gioca la carta del sionismo, della edificazione in Palestina di “un vallo per difenderci dall’Asia”, di un “avamposto della cultura contro la barbarie” (per usare le parole di T. Herzl)27. L’intero mondo arabo è così ridotto ad un insieme di colonie, semi-colonie e protettorati, e sono gettate le premesse per quel seguito ininterrotto di guerre imperialiste e di resistenze e sollevazioni anti-imperialiste che è tutt’oggi in corso.
I metodi dei portoghesi in Africa orientale
Con quali metodi il controllo del commercio con le Indie fu ottenuto, si desume da un rapporto di Alfonso di Albuquerque a re Emanuele, detto “il fortunato”, in cui l’ammiraglio si vantava dei suoi successi: «Ho bruciato la città e passato tutti a fil di spada. Non si è accordata la vita a nessun musulmano. Se ne riempivano le moschee e poi vi si appiccava il fuoco».
L’assalto europeo all’Asia
Richiamare anche solo a grandi linee la secolare aggressione europea ad ogni angolo dell’Asia, dall’India all’Indonesia, dall’Afghanistan al Siam, dalla Birmania all’Indocina (con la sola eccezione del Giappone che seppe chiudersi ermeticamente agli stranieri dal 1641 fino alla metà dell’800) è qui impossibile. Ci limiteremo perciò al caso più emblematico: l’assalto alla Cina. Più emblematico perché, come lo stesso Adam Smith riconobbe, al 1776 la Cina era “un paese molto più ricco di tutte le contrade d’Europa”. Non scegliamo, quindi, la landa più desolata del continente, bensì la più evoluta, quella Cina contro la quale si coalizzarono tutte le potenze coloniali europee con l’aggiunta del Giappone e degli Stati Uniti, riuscendo a mandarla in rovina con una catastrofica sequenza di guerre e di accordi strangolatori durata 110 anni, dal 1839 (la prima guerra dell’oppio) fino al 1949, l’anno di nascita della repubblica popolare cinese.
Al 1820, alla vigilia di questa aggressione, grazie ai suoi caratteri eccezionali (l’unità politica più ampia di qualsiasi altra nel mondo) e ai suoi molteplici primati (pioniera nel perfezionare gli aratri e nello strutturare un modello burocratico di governo mille anni prima di Napoleone, dotata di una industria domestica e manifatturiera senza pari, un’impressionante massa di popolazione pari a 381 milioni, un sistema di irrigazione all’avanguardia, la robusta auto-sufficienza alimentare e produttiva)28, la Cina era la maggiore potenza dell’Asia. Al 1949 era stata precipitata nell’abisso fino a risultare la “nazione più povera del mondo”, ricorda Arrighi. Di mezzo, tanto per cominciare, le due banditesche guerre dell’oppio, la prima scatenata dai britannici, la seconda dalla santa alleanza Inghilterra- Francia, che rovesciarono sui cinesi valanghe di abbrutente droga, imposero riparazioni di guerra di portata devastante, squadernarono i porti e i fiumi cinesi al “libero commercio” dei mercanti europei. Nel 1861 l’Inghilterra assunse il controllo delle dogane cinesi abbattendo i dazi al 5% (massimo) mentre li teneva molto elevati alle proprie dogane per proteggere il consolidamento della sua industria. Fu questo il segnale di avvio di un assalto universale all’arma bianca contro la Cina che la costrinse a concessioni territoriali alla Russia, alla Francia, all’Inghilterra, al Giappone (forse il più spudoratamente ineguale di tutti i trattati fu quello di Shimonoseki del 1895 imposto dal Giappone) e ad accordare alla vigilia della prima guerra mondiale a ben 19 nazioni estere, tra cui l’Italia, diritti e privilegi extra-territoriali riguardanti anche 92 dei suoi porti. Verso la fine del 1800 la Cina, che per secoli aveva detenuto le massime riserve di argento e oro del mondo, aveva le casse statali completamente vuote, ed era costretta a indebitarsi con l’estero, e cioè con i suoi aggressori, essendo divenuta in poco più di mezzo secolo dal paese massimo esportatore del mondo, un paese importatore di merci.
Inutile dire che questo insieme di vessazioni e spoliazioni si abbatté con una particolare violenza sulle grandi masse contadine e artigiane spingendole a due memorabili guerre sociali, la rivolta dei Taiping (1851-1864) e quella dei Boxer e della loro “controparte femminile”, le Lanterne rosse (1899-1901), progenitrici della lunga guerra civile che imperverserà in Cina dopo il crollo dell’impero (1911). Dall’inizio del XX secolo pure il territorio interno cinese vide scorrazzare gli eserciti coloniali, che nell’anno 1900 distrussero un terzo di Pechino per impartire una lezione ai rivoltosi che avevano osato stringere d’assedio le legazioni estere (l’Italia fu parte della criminale “impresa” con 1882 soldati e 83 ufficiali). Incoraggiato dal processo di totale disfacimento dell’impero, il Giappone occupò prima la Manciuria nel 1931, poi (nel 1937-8) Pechino, Tientsin, Nanchino e Canton, rendendosi protagonista di efferate stragi, come da classico copione coloniale (e, questa è stata una vera eccezione, di un processo di parziale industrializzazione).
Al termine di questo secolare tsunami di assalti bellici, commerciali e diplomatici senza respiro, la potente Cina è stata trasformata in una semi-colonia, ha perso la quasi totalità della sua industria manifatturiera, ha visto saccheggiare per due volte la sua capitale, ha dovuto cedere vaste estensioni di territorio, è stata sconvolta da siccità e carestie il cui impatto distruttivo venne amplificato dalle politiche coloniali29, ha visto trucidati almeno 25 milioni dei suoi abitanti, ha dovuto dare al mercato mondiale milioni di coolies (lavoratori vincolati, semi-schiavi e semi-liberi). Solo la rivoluzione nazional-popolare (e quindi borghese, ma una vera rivoluzione!) la risolleverà da questa condizione.
Il bisturi di Lord Salisbury (*) e la direttiva “unna” di Gugliemo II (**)
“Dato che l’India deve essere dissanguata, bisognerebbe farlo con prudenza e affondare il bisturi là dove il sangue è abbondante, o almeno sufficiente”.
(*) primo ministro e ministro degli esteri britannico tra il 1886 e il 1902
«Quando vi troverete faccia a faccia con il nemico, sappiate batterlo. Nessuna grazia! Nessun prigioniero! Mille anni fa, gli unni di re Attila si sono fatti un nome che con potenza è entrato nella storia e nella leggenda. Allo stesso modo voi dovete imporre in Cina, per mille anni, il nome ‘tedesco’, di modo che mai più in avvenire un solo cinese osi guardare di traverso un tedesco».
(**) imperatore della Germania, alle truppe in partenza per la Cina (1900)
Accumulazione originaria e dis-accumulazione originaria
Tiriamo le fila di questo molto sommario excursus sul colonialismo storico (1492-1945) facendo due precisazioni.
Prima precisazione: lungi da noi il sostenere che il modo di produzione capitalistico sia sorto solo grazie al saccheggio e al super-sfruttamento del lavoro indio nelle colonie. Senza l’espropriazione di massa dei produttori diretti, senza la separazione tra loro e le condizioni del loro lavoro, senza la soppressione della piccola proprietà privata fondata sul lavoro in Europa, un processo plurisecolare marcato anch’esso a caratteri di fuoco, illustrato da Marx nel Capitale, non avremmo avuto sviluppo del capitalismo sul suolo europeo. A differenza di ciò che pensano i terzomondisti, lo sfruttamento capitalistico del lavoro salariato in Europa e lo sfruttamento del lavoro schiavistico, forzato, semi-salariato (dei coolies) nelle colonie, sono due facce della stessa medaglia, il processo storico di formazione del modo di produzione capitalistico alla scala globale. Ciò che abbiamo voluto ricordare ai tanti immemori o semplicemente ignari, è che lo sviluppo del capitalismo in Europa (e nel mondo) ha ricevuto un impulso decisivo dalla distruzione e dall’assoggettamento di modi di produzione e di popolazioni la cui evoluzione era, cinque secoli fa, comparabile a quella della Europa occidentale.
La disuguaglianza di sviluppo tra continenti e paesi che ne è nata, e che non era affatto “originaria”, è tutt’oggi un propellente delle migrazioni internazionali verso i paesi che furono un tempo alla testa della colonizzazione dei continenti di colore. Si può affermare senza tema di smentite che questa vicenda storica ha prodotto a un polo (il cosiddetto Occidente) un’accumulazione originaria che non è stata solo concentrazione di ricchezza sotto forma di capitale30, ma è stata anche una concentrazione delle condizioni materiali, tecniche, amministrative, culturali, politiche, ecologiche più favorevoli allo sviluppo dei rapporti sociali capitalistici; e ha prodotto all’altro polo non la semplice sottrazione o distruzione di ricchezza (in tutte le sue forme), ma una dis-accumulazione delle condizioni predisponenti lo sviluppo moderno o, comunque, un ulteriore sviluppo materiale e culturale di tipo non capitalistico, per mezzo della demolizione sistematica dell’industria domestica e delle manifatture, della spaventosa accelerazione dei disastri naturali e delle epidemie31, e della metodica inferiorizzazione e bestializzazione dei popoli colonizzati, una pedagogia colonialista finalizzata a minarne l’autostima, il dinamismo, la volontà di lotta e la forza di ribellione.
Seconda precisazione: tale polarizzazione è assunta qui come un dato di fatto che è impossibile contraddire, ben sapendo, però, che si fronteggiano spiegazioni diverse e fortemente contraddittorie di essa, nessuna delle quali è da preferire o scartare a priori, essendo a tutte comune la certezza che si tratta in ogni caso di esaminare processi storici, e non attributi naturali fissi e immodificabili in quanto inscritti nel presunto DNA di questa o quella popolazione. Il dato di fatto è che alla metà del 1900, risultato dell’intero corso dello sviluppo capitalistico e del colonialismo storico, due processi inseparabili, si è venuta a creare una divisione internazionale del lavoro in cui, per dirla con la felice metafora di Eduardo Galeano, alcuni paesi si sono “specializzati nel guadagnare” a fronte di altri che si son “specializzati nel rimetterci”. Vale la pena dargli la parola, tenendo conto che ciò che egli afferma per l’America centro-meridionale vale anche, con le diversità del caso, per l’Africa, il Medio Oriente e l’Asia:
«L’America Latina è la regione dalle vene aperte. Dalla scoperta ai nostri giorni, tutto si è trasformato sempre in capitale europeo e, più tardi, nordamericano. E, come tale si è accumulato e si accumula in lontani centri di potere. Tutto: la terra, i suoi frutti e le sue viscere ricche di minerali, gli uomini e le loro capacità di lavoro e di consumo, le risorse naturali e le risorse umane. Il modo di produzione e la struttura delle classi di ogni nostra regione sono state via via determinate dall’esterno, in base al loro inserimento nell’ingranaggio universale del capitalismo. (…) «Per quanti concepiscono la storia come una competizione, l’arretratezza e la miseria dell’America Latina sono soltanto il risultato del fallimento. Abbiamo perso; altri hanno vinto. Ma sta di fatto che chi ha vinto, ha vinto perché noi abbiamo perso: la storia del sottosviluppo dell’America Latina è parte integrante (…) della storia dello sviluppo del capitalismo mondiale. «La nostra sconfitta è stata sempre implicita nella vittoria degli altri; la nostra ricchezza ha sempre generato la nostra povertà per accrescere la prosperità degli altri: gli imperi e i loro caporali locali. Nell’alchimia coloniale e neocoloniale, l’oro si trasforma in ferraglia e i cibi in veleno. (…) La pioggia che irriga i centri del potere imperialistico affoga le vaste periferie del sistema. Nello stesso modo, e parallelamente, il benessere delle nostre classi dominanti – dominanti all’interno e dominate all’estero – è la maledizione delle nostre masse condannate a vivere come bestie da soma»32.
Questo processo di dominazione coloniale e neocoloniale (per noi il post-colonialismo non esiste), naturalmente, non ha potuto fare a meno di modificare i rapporti sociali esistenti nelle colonie e nelle semicolonie in direzione dei rapporti mercantili là dove essi ancora non esistevano, perché ha bisogno di questi rapporti e di economie mercantili come sbocco del suo plusvalore, sebbene, contraddittoriamente, i poteri coloniali abbiano quasi sempre preferito appoggiarsi sulle élite locali più tradizionaliste. Per converso l’inesausta resistenza delle classi lavoratrici aggredite in Africa, nelle Americhe e in Asia, il formidabile sommovimento tricontinentale anti-coloniale dei “popoli di colore” iniziato ad Haiti nel 1794 e conclusosi (per l’essenziale) a metà anni ‘70 del XX secolo con la sconfitta dell’imperialismo yankee in Vietnam e la cacciata del Portogallo da Angola, Mozambico e Guinea Bissau, ha spinto ovunque in direzione della costruzione di forme di capitalismo nazionale affrancate dal dominio esterno. Nonostante il quasi universale conseguimento dell’indipendenza politica, però, i vecchi meccanismi della rapina, dell’oppressione e del super-sfruttamento coloniale hanno continuato ad operare, seppure in forme in parte nuove – generando, tra le altre cose, vaste emigrazioni dai paesi dominati e controllati dal “nuovo” colonialismo finanziario e termo-nucleare. Vediamo come.
E gli “italiani brava gente” che ruolo hanno avuto in tutta questa storia?
Un ruolo per più versi anticipatore, con le città proto-borghesi di Venezia e Genova. Venezia, che alcuni vantano per aver abolito precocemente la schiavitù addirittura nel 960, praticò in realtà, e su scala abbastanza ampia, la tratta degli schiavi dai Balcani e dal mondo slavo, “un grande serbatoio di carne umana” bosniaca, bulgara, albanese, ungherese, russa, valacca, spingendosi fino all’area caucasica, senza disdegnare la tratta di schiavi neri, “niger de India” e dell’Africa. E poi fu, in vario modo, implicata anche nella tratta transatlantica degli schiavi africani. In cui, invece, Genova fu implicata in primissima fila, con Cristoforo Colombo e, più in generale, con i suoi mercanti che svilupparono un sistema di finanza e di banca all’avanguardia in tutta Europa; un sistema fortemente legato all’industria della tratta tant’è che a partire dal 1500 in poi le attività dei mercanti e banchieri genovesi ebbero proprio la Spagna e il Portogallo come proprio epicentro “estero”, con perno a Cadice e Lisbona. Non a caso Genova divenne nel 1600 la più importante piazza finanziaria italiana. A loro volta Napoli, Livorno, Messina, Trapani ebbero una funzione di rilievo nel traffico mediterraneo di schiavi, che coinvolse almeno 7 milioni di schiavi, in prevalenza africani, arabi e turchi (cfr. S. Bono, Schiavi. Una storia mediterranea (XVI-XIX secolo), Il Mulino, 2016).
Venezia fu pioniera nell’impiego dei metodi del colonialismo storico borghese sperimentandoli dal 1420 al 1797 contro le popolazioni dalmate. In Dalmazia la Serenissima distrusse l’industria locale “per impedire la concorrenza con il commercio veneto”; impose il monopolio del sale soffocando così l’industria della conservazione del pesce; abbatté gli ulivi e i gelsi per far fallire le locali industrie dell’olio e della seta; scoraggiò l’istruzione popolare impedendo l’uso delle moderne macchine da stampa fino al 1796; seminò la discordia tra cattolici e ortodossi privilegiando i primi contro i secondi (AA.VV., Storia della Jugoslavia. Gli slavi del Sud dalle origini a oggi, Einaudi,1969, p. 66).
E quanto ai tempi più recenti, si può dire che, giunta in ritardo a causa della sua disunione, nella aggressione all’Africa, la borghesia italiana ha fatto il possibile per recuperare terreno attraverso “imprese” che per i loro fini e i loro metodi in nulla si discostano dalla matrice coloniale classica. Se si può parlare di imperialismo straccione”, o di imperialismo “a scartamento ridotto”, rimane il dato di fatto che in Eritrea, in Abissinia, in Somalia, in Libia l’occupazione italiana ha avuto i tratti feroci delle espropriazioni forzate, del saccheggio, delle stragi, dei campi di concentramento, dell’uso dei gas, delle deportazioni, dei genocidi (solo in Etiopia furono 760.000 gli uccisi dal regime italiano di occupazione: H. Jaffe, La fine della leggenda: Etiopia, Jaca Book, 1970, p. 46), della violenza sulle donne e sulle adolescenti (il corrispondente di guerra Indro Montanelli ne comprò una di 12 anni, e la ricordò in tv, senza vergogna, come “un animaletto docile”), delle rappresaglie “romane” (vedetele nel bellissimo film Il leone del deserto). In questa opera di “civilizzazione” l’imperialismo italiano non ha lesinato sforzi, se è vero che furono impiegati alcune centinaia di migliaia di soldati e mezzi di distruzione di massa di ultima generazione (le prime autoblindo Fiat, ad esempio). Seguendo il tracciato di Venezia, poi, l’Italia sabauda, liberale e fascista si occupò a dovere dell’Istria e della costa dalmata, avviando in Slovenia e Croazia una “bonifica etnica” per ripulirle da popolazioni fatte da “omuncoli”, “senza cultura, senza civiltà, senza storia”, da concentrare all’occorrenza in veri e propri lager (cfr. E. Collotti, Sul razzismo antislavo, in A. Burgio (a cura di), Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia 1870-1945, Il Mulino, 1999, pp. 33-61; A. Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per i civili jugoslavi 1941-1943, Nutrimenti, 2008) – in seguito la “repubblica democratica nata dalla Resistenza”, muovendosi sul tracciato dell’Italia sabauda, liberale e fascista, ha operato per disgregare e rovinare, anche con la guerra, la Jugoslavia tornandovi da colonizzatrice anche sul piano economico con operazioni come quella dell’acquisto ad 1 euro dello stabilimento Zastava di Kragujevac o l’esternalizzazione di imprese manifatturiere per sfruttare la manodopera balcanica a prezzi stracciati; e a coronamento del tutto il nauseante revisionismo storico sulle foibe. Né l’avida Italietta si astenne dal partecipare al secondo sacco di Pechino nel 1900, organizzato per punire i ribelli Boxers: ovunque c’è stato da saccheggiare, distruggere le precondizioni dello sviluppo moderno, schiavizzare popolazioni indigene, compiere genocidi fisici e culturali, tentare di imporre il tallone di ferro del colonialismo e dell’imperialismo occidentale, lì, in una forma o nell’altra, con un peso specifico minore o maggiore, l’Italia capitalista, liberale, fascista o democratica poco importa, è stata sempre presente. Per cui si può sottoscrivere la tesi di Del Boca: il mito degli “italiani brava gente” non “ha alcun diritto di cittadinanza, alcun fondamento storico” (A. Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, 2005, p. 10, anche se non ci sentiamo affatto di condividere il suo sguardo sul colonialismo italiano e il suo metodo di analisi che stacca di fatto le “imprese coloniali” belliche dal loro substrato economico).
Per chi vuole approfondire
Alcune letture essenziali per meglio documentarsi:
*sulla colonizzazione dell’America Latina e le resistenze ad essa
B. de Las Casas, La leggenda nera. Storia proibita degli spagnoli nel nuovo mondo, Feltrinelli, 1972 (nuova edizione Jouvence, 2018).
D. Stannard, Olocausto americano. La conquista del nuovo mondo, Bollati Boringhieri, 1992.
E. Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, Sperling&Kupfer, 1997.
C.L.R. James, I Giacobini neri. La prima rivolta contro l’uomo bianco, Feltrinelli, 1968 (nuova edizione DeriveApprodi, 2015).
*sulla tratta degli schiavi, la colonizzazione dell’Africa e le lotte di liberazione
H. Jaffe, Africa. Movimenti e lotte di liberazione, Mondadori, 1979.
B. Davidson, Madre nera. L’Africa e il commercio degli schiavi, Einaudi, 1966.
E. Williams, Capitalismo e schiavitù, Laterza, 1971.
W. Rodney, How Europe Underdeveloped Africa, Bogle-L’Ouverture, 1972.
F. Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, vol. I, DeriveApprodi, 2006.
*sulla colonizzazione del Golfo Persico e del mondo arabo
P.G. Donini, Il mondo islamico. Breve storia dal cinquecento a oggi, Laterza, 2015.
G. Corm, L’Europe et l’orient. De la balkanisation à la libanisation: histoire d’une modernité inaccompli,
La Découverte, 1991.
F. Gaja, Le frontiere maledette del Medio Oriente, Maquis, 1991.
A. Abdel-Malek, Il pensiero politico arabo, Editori Riuniti, 1973.
*sull’assalto all’Asia e il moto rivoluzionario anti-coloniale in Asia
K.M. Panikkar, Storia della dominazione europea in Asia, Einaudi, 1958.
K. Marx – F. Engels, India Cina Russia. Le premesse per tre rivoluzioni, Il Saggiatore, 2008.
M. Davis, Olocausti tardovittoriani. El Nino, le carestie e la nascita del Terzo Mondo, Feltrinelli, 2002.
J. Rohein, Il secolo dell’Asia. Imperialismo occidentale e rivoluzione asiatica nel secolo XX, Einaudi, 1969.
M. Torri, Storia dell’India, Laterza, 2000.
2. Il cappio del debito estero
Quando, nel secondo dopoguerra, i paesi di nuova indipendenza si sono affacciati da “liberi” sul mercato mondiale, questo era già occupato, presidiato, dominato da un set di potenze imperialiste coincidenti con le vecchie potenze colonialiste uscite malconce dalla guerra mondiale e dalle guerre di liberazione anticoloniali, e però decise a non mollare la presa sulle risorse e le masse lavoratrici dei continenti di colore, pur dovendo accettare, a malincuore, il primato della super-potenza a stelle e strisce. Per i paesi di nuova indipendenza gravati da secoli di dis-accumulazione e impegnati a recuperare il terreno perduto nel più breve tempo possibile, è stato giocoforza ricorrere ai prestiti internazionali di cui disse bene Rosa Luxemburg: sono mezzi “indispensabili per l’emancipazione degli stati capitalistici in ascesa, e nello stesso tempo mezzo efficacissimo nelle mani degli stati capitalistici tradizionali per metterli sotto tutela ed esercitare un controllo sulle loro finanze e una pressione sulla loro politica estera, doganale, commerciale”33.
Fintantoché l’intera economia mondiale ha girato a ritmi di sviluppo record, questa contraddizione è rimasta sottotraccia. Nel momento in cui, a metà anni ‘70, è scoppiata la prima seria crisi generale del processo di accumulazione su scala globale, la scena è improvvisamente cambiata. In meglio – a stare alle apparenze. Perché come d’incanto fu messa a disposizione dei paesi allora definiti “in via di sviluppo” (pvs) un’enorme massa di capitali (per lo più petrodollari) a tassi di interesse moderati, o perfino bassi. Accanto agli stati, ai governi e agli organismi internazionali scesero in campo anche le banche commerciali. Una vera e propria manna, questi crediti, per i paesi bisognosi di nuove tecnologie e di grandi investimenti infrastrutturali! Se non fosse che nel giro di pochissimi anni l’impennarsi alle stelle del prezzo del petrolio e l’innalzamento vertiginoso dei tassi di interesse deciso da Stati Uniti e Gran Bretagna, seguito da una forte rivalutazione del dollaro, la moneta usata nei prestiti, fecero esplodere in modo altrettanto improvviso la crisi del debito estero. Avendo le gravi turbolenze dell’economia mondiale contribuito a tenere basso il costo delle materie prime (eccetto il petrolio), i paesi del Sud del mondo indebitati si videro colpiti anche dal secco deterioramento delle proprie ragioni di scambio. Si erano predisposte (e combinate) le condizioni ideali per una serie di crack, che infatti non tardarono ad arrivare.
Nell’estate del 1982 il Messico dichiarò per primo il default, la propria impossibilità a pagare il servizio del debito, seguito in breve da altri paesi dell’America Latina. Da allora la crisi del debito estero dei paesi dominati/controllati dal neo-colonialismo finanziario è diventata il convitato di pietra di ogni consesso o conferenza internazionale, anche in assenza di crisi acute al punto da far gridare all’emergenza. E da allora Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Club di Parigi e Club di Londra sono stati chiamati in soccorso dai paesi creditori e dalle banche interessate perché garantissero in ogni modo, e a qualsiasi costo per gli sfruttati dei paesi debitori, il pagamento del debito. Ecco iniziare un periodo di giganteschi trasferimenti di ricchezza da questi ai paesi usurai e al loro sistema bancario: tra il 1982 e il 1990 i pvs ricevono 927 miliardi di dollari tra finanziamenti allo sviluppo, crediti all’esportazione e altri flussi privati, ma pagano ai propri finanziatori qualcosa come 1.345 miliardi di dollari solo per il servizio del debito34: sono i paesi poveri (impoveriti) a finanziare i paesi ricchi (anzitutto le loro classi capitalistiche) con la bellezza di 418 miliardi! Ci si potrebbe attendere, in cambio, un alleggerimento del debito totale. Accade invece il contrario: tra il 1982 e il 1996 il debito estero totale dei pvs schizza alle stelle, da 658 miliardi di dollari a 1.942 miliardi di dollari. E da allora non ha cessato di crescere, sia pur con un andamento irregolare, fino ai 3.718 miliardi di dollari del 2008.
E i “piani di aggiustamento strutturale” che dovevano risanare i paesi debitori? M. Chossudovsky ne ha afferrata e spiegata l’essenza quando li ha descritti come altrettanti piani di globalizzazione della povertà, strumenti di un vero e proprio genocidio economico, iniziato nel fatale Messico. E, aggiungiamo, causa di massicce emigrazioni internazionali, se è vero che ad oggi la popolazione messicanostatunitense supera i 36 milioni, più del 10% della popolazione totale degli Stati Uniti, il 25% dell’attuale popolazione messicana, ed è diventata, insieme con gli altri latinos (i proletari latinos, anzitutto, si capisce), una presenza così ingombrante da essere il bersaglio primo del neorazzismo gringo à la Huntington35.
I piani di aggiustamento strutturale sono serviti, in effetti, a ristrutturare le economie dei paesi debitori nell’interesse di un manipolo di banche d’affari internazionali, di investitori istituzionali, di grandi assicurazioni, società di brokeraggio e, ovviamente, di società transnazionali con base nei paesi creditori. La “stabilizzazione economica” dei paesi debitori è partita abitualmente con la altamente destabilizzante svalutazione della moneta nazionale (arrivata, in alcuni casi, fino al 50%), e quindi con la svalutazione dei già miseri salari, colpiti in contemporanea anche dall’allineamento dei prezzi interni a quelli del mercato mondiale, dalla soppressione più o meno graduale delle integrazioni statali ai prezzi dei beni di prima necessità e (laddove esistenti) dei meccanismi di indicizzazione dei salari, dai drastici tagli alla spesa sociale (istruzione e sanità anzitutto). La fase-due ha fatto seguire a queste misure frontalmente anti-proletarie la cosiddetta liberalizzazione degli scambi commerciali, ossia la soppressione di ogni forma di controllo statale sugli investimenti esteri, l’abbattimento dei dazi doganali sulle importazioni (come nella Cina del 1861…), la più ampia privatizzazione delle imprese di stato e delle terre coltivabili non ancora di proprietà privata, la riforma fiscale a favore delle classi possidenti interne, preziose alleate degli usurai internazionali, con lo spostamento del carico fiscale dalle imposte dirette a quelle indirette. Un aspetto non proprio secondario dei piani di aggiustamento strutturale e delle infinite “clausole di condizionalità” che essi contengono (i dettagliati diktat dei padroni del debito, all’incirca un centinaio per ogni piano), è quello della vendita (o svendita) delle risorse naturali, a cominciare dalle foreste tropicali, distrutte alla velocità di tremila metri quadrati al secondo. Per cui si può dire che la guerra del debito, che è una guerra contro le masse lavoratrici dei paesi indebitati, è al tempo stesso una guerra contro la natura, contro l’ambiente36. Una guerra nel corso della quale i paesi creditori si sono attribuiti nel 1994, con una decisione del WTO, i diritti di proprietà sulle piante e altre forme di vita dei paesi del Sud del mondo – festeggiando nel modo più opportuno i cinque secoli dal trattato di Tordesillas.
A Chossudovsky il compito di sintetizzare i drammatici risultati di queste operazioni:
«La soluzione della crisi del debito diventa la causa di un ulteriore indebitamento. (…) Il mero processo dello “stringere la cinghia”, imposto dai creditori, indebolisce il recupero economico e la capacità di ripagare il proprio debito. (…)
«Il pacchetto di stabilizzazione economica distrugge la possibilità di un “processo endogeno di sviluppo economico nazionale”, controllato dai politici nazionali. Le riforme del FMI e della Banca mondiale smantellano brutalmente i settori sociali dei paesi in via di sviluppo, vanificando gli sforzi e le lotte del periodo postcoloniale, e mandando all’aria con un tratto di penna le realizzazioni del passato. «In tutto il mondo in via di sviluppo (…) il pacchetto di riforme del FMI e della Banca mondiale costituisce un programma coerente di rovina economica e sociale»37.
Naturalmente gli effetti sono differenziati a seconda della struttura e della forza relativa dei singoli paesi debitori. Ma davanti al consorzio dei creditori-gangster quale può essere la capacità di tenuta di paesi gravati da un debito estero che ammonta a due, tre, quattro, cinque volte il valore del loro pil, come è il caso della Mauritania, della Costa d’Avorio, del Congo, del Sudan, dell’Angola, della Somalia, del Mozambico, del Nicaragua? E c’è forse da meravigliarsi se tutti questi paesi indebitati sono – nella misura del possibile – esportatori di manodopera? Dopo montagne di chiacchiere sulla ristrutturazione, la riduzione, la sostenibilità e addirittura l’azzeramento (!) del debito dei paesi più poveri, la situazione globale è più pesante che nel 1982. Difficile battere i governanti italiani in ipocrisia: nel giugno 1999, quando l’Italia aveva 78.000 miliardi di lire di credito totale verso i pvs e i paesi dell’Est Europa, costoro decisero di cassarne circa 3.000, di cui però 2.400 erano del tutto irrecuperabili. E nel mentre spacciavano questa speranza bugiarda, lo stato italiano e gli altri stati occidentali preparavano piani di ulteriore manomissione proprio nei confronti dei paesi più poveri e più schiacciati dal debito estero, quasi tutti in Africa38. Per non parlare, poi, di ciò che si “chiede” in cambio dell’azzeramento, quasi sempre acquisti di attrezzature militari e di polizia – ci avrete fatto caso anche voi: nei paesi più poveri le strutture più moderne e ben equipaggiate sono senza ombra di dubbio quelle di repressione.
Il più recente rapporto della Banca mondiale conferma la gravità della situazione: il debito estero totale dei pvs continua a salire (+10% nel 2017 rispetto all’anno precedente), un terzo dei paesi a basso/medio reddito ha (a fine 2017) un rapporto debito estero/pil superiore al 60%, e una metà di essi ha un rapporto debito estero/esportazioni superiore al 150%. Nessun alleggerimento è in vista, tanto meno nell’Africa subsahariana, dove il debito estero si è moltiplicato per decine di volte dai 13 miliardi di dollari del 1973 ai 450 miliardi di dollari del 2017. E, parola degli stessi assassini, strangola lo sviluppo economico di gran parte della “regione”, essendo cresciuto tra il 2010 e il 2017 del 90% a fronte di un incremento del pil del 23%39. Un autentico flagello contro cui si può agire con efficacia solo attraverso la costituzione di un fronte unito di lotta anti-imperialista, quel fronte coraggiosamente preconizzato da Thomas Sankara nel suo famoso discorso ad Addis Abeba del 29 luglio 1987, il discorso che gli costò la vita – e che per la sua forza e attualità pubblichiamo in questa rivista.
Non si tratta, però, solo dell’America Latina o dell’Africa sub-sahariana. Prendiamo la Romania. Il caso è unico perché tra i governanti dei paesi indebitati solo Ceaucescu ha preteso, negli anni ‘80, di estinguere il debito estero per non far cadere il paese nelle mani dei creditori. Il rischio non era immaginario, essendo esploso l’indebitamento verso l’estero dai 30 milioni di dollari del 1972 agli 11 e passa miliardi di dollari del 1981 (a seguito di un prestito del FMI). Ma la pressocché integrale restituzione del debito voluta da Ceaucescu e raggiunta nel 1989, fu possibile solo imponendo alle classi lavoratrici un razionamento degli stessi generi alimentari essenziali così insostenibile per la minaccia che portava anche alle speranze di vita delle persone, da provocare, nel dicembre 1989, tumulti popolari e la caduta del regime. Da allora il debito estero è esploso da quasi-zero fino ai 40 miliardi di dollari del 2013 (con un certo alleggerimento negli anni successivi); e con esso – un autentico classico – sono esplose le privatizzazioni, la penetrazione dei capitali esteri, la desertificazione della struttura industriale tradizionale, la svendita delle terre (5 milioni di ettari coinvolti nel land grabbing!, con un’importante fetta accaparrata dalle aziende italiane), le patologie sociali (come l’alcolismo), la disoccupazione e – inutile dire – l’emigrazione di massa40. Difficile fare una stima esatta della massa delle emigrate e degli emigrati, sebbene il dato ufficiale, per l’Italia, sia attendibile, e superiore a 1.200.000. Meno attendibili le cifre fornite dai diversi governi rumeni, perché spesso includono i rumeni indigeni che vivono nelle immediate vicinanze della Romania, nei diversi stati confinanti. Si può tuttavia accettare la stima governativa del 2013 che parla di 2,7-3,5 milioni di emigrate/i nella sola Europa occidentale su una popolazione totale di circa 20 milioni, per cui, se si considera che l’emigrazione rumena ha anche varcato gli oceani, si sfiora il 20% della popolazione totale. C’è da aggiungere altro sul debito estero come causa di emigrazioni di massa?
Note
1 Cfr. il documentatissimo Sesto rapporto Carta di Roma 2018, intitolato Notizie di chiusura, Roma, dicembre 2018.
2 È questo il punto di vista di quanti, sulla scia di Dal Lago, Mezzadra ed altri, adottano una chiave di lettura delle migrazioni individualistica, liberal-radicale, riproponendo da sinistra, con un romanticismo accademico di cattivo gusto, la dottrina liberal-liberista del “libero migrante”.
3 Così, tra gli altri, P. Bairoch, Lo sviluppo bloccato. L’economia del Terzo Mondo tra il XIX e il XX secolo, Einaudi, pp. 3-4. Questa tesi, fatta propria da F. Braudel (“È l’America (…) la vera spiegazione della grandezza dell’Europa”), è espressa nel modo più radicale, e con qualche tocco di fantasia, da A. Gunder Frank, ReOrient. Global Economy in the Asia Age, University of California Press, 1998. Ma un quadro non dissimile emerge anche in autori che non sempre assegnano al colonialismo storico il ruolo determinante che ha effettivamente svolto nella genesi del capitalismo e delle relative disuguaglianze di sviluppo tra i continenti, come ad esempio K. Pomeranz, La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale moderna, Il Mulino, 2012. Con Pomeranz concorda G. Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo, Feltrinelli, 2007, pp. 16-17. Contesta invece questa tesi in maniera piuttosto confusa e (in parte) contraddittoria A. Maddison, L’economia mondiale in una prospettiva millenaria, Giuffré, 2005. Secondo C.M. Cipolla, Vele e cannoni, Il Mulino, 2003, il divario tecnologico che giocò a favore degli stati europei fu concentrato nella loro capacità di dotare navi leggere e veloci di armamenti pesanti.
4 http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=1963 : A quando l’Africa? Joseph Ki-Zerbo: il più grande storico dell’“Africa nera” nel ricordo di Eugenio Melandri.
5 Cfr. M. Lombard, Splendore e apogeo dell’Islam, Rizzoli, 1991; S.F. Starr, L’illuminismo perduto. L’età dell’oro dell’Asia centrale dalla conquista araba a Tamerlano, Einaudi, 2017.
6 Anche se il suo progetto era quello di raggiungere le Indie orientali…
7 B. de Las Casas, La leggenda nera. Storia proibita degli spagnoli nel nuovo mondo, Feltrinelli, 1972, passim, (Nuova Edizione Jouvence, 2018). Notevole il passo del cap. X in cui Las Casas “scusa l’uccisione di certi religiosi, fatta dagli indi della valle di Chiribichi, per le violenze che avevano commesso gli spagnoli”.
8 Nel 2004-2005 la città di New York ospitò una sontuosa mostra sulla “straordinaria civiltà degli Aztechi”, di cui furono presentati “decine e decine di capolavori”, attribuendo giustamente il crimine della sua devastazione agli spagnoli. Si è sempre abbastanza obiettivi sul colonialismo e l’imperialismo degli altri…
9 D. Stannard, Olocausto americano. La conquista del nuovo mondo, Bollati Boringhieri, 1992, p. 354. Anche le regioni del Nord America furono opportunamente spogliate dai colonizzatori britannici, anche se “non contenevano nulla di lontanamente paragonabile alle ricchezze minerarie esportabili che gli spagnoli avevano trovato nell’area invasa” (p. 355). Tuttavia nell’opera di sterminio dei popoli indigeni i colonizzzatori britannici non furono secondi a nessuno.
10 W.L. Sherman, Forced Native Labour in Sixteenth Century Central America, University of Nebraska Press, 1979, pp. 311-316.
11 Ancora nel 2007, ad Aparecida, nel discorso alla Conferenza generale dei vescovi latinoamericani, costui continuava a raffigurare la colonizzazione dell’America centro-meridionale come un felice incontro che ha significato, per le popolazioni indie, “conoscere ed accogliere Cristo, il Dio sconosciuto che i loro antenati, senza saperlo, cercavano nelle loro ricche tradizioni religiose”. Nella realtà questo felice incontro cominciava con la seguente ingiunzione (il famigerato requerimiento): se non vi convertirete alla santa fede cattolica, “o porrete maliziosamente indugio [a farlo], affermo che con l’aiuto di Dio io entrerò con forza contro di voi e vi farò guerra in tutti i luoghi e in tutti i modi a me possibili, e vi assoggetterò al giogo e all’obbedienza della Chiesa e di Sua Maestà, e prenderò le vostre mogli e i vostri figli e li farò schiavi, e come schiavi li venderò, e disporrò di loro come Sua Maestà comanderà, e prenderò i vostri beni e vi farò tutto il male e il danno che potrò”. Non stupisce che a Ratzinger sia stato affibbiato in quel continente il soprannome di Adolf II.
12 Cfr. B. Davidson, Madre nera. L’Africa nera e il commercio degli schiavi, Einaudi, 1966, p. 26.
13 Ivi, p. 40. Sull’estensione del feudalesimo in Africa i pareri sono molto discordi: Jaffe, ad esempio, è del parere che si possa parlare in modo appropriato di feudalesimo solo con riferimento all’Etiopia. Ma anche se a quei sistemi che Davidson chiama feudali dovesse darsi il nome di “dispotismi africani”, come vorrebbe Jaffe, il risultato non cambierebbe: è un dato di fatto che alla metà del 1500, e oltre, i rapporti tra Europa e Africa si svolgessero per lo più su un piede di uguaglianza, e che ancora un secolo dopo qualche europeo mostrasse dispetto per la sovrastima che i capi africani avevano di sé e della propria terra, come fosse “la parte non solamente più vasta, ma la più felice, la più doviziosa, la più bella del mondo” (ivi, p. 30).
14 Va ricordato che circa per un 10% del totale nel commercio degli schiavi furono implicati anche i mercanti arabi sulle coste orientali, e questo ha avuto e ha tuttora una sedimentazione di sentimenti non proprio fraterni tra arabi e neri. Va precisato che questo specifico commercio “diventò un’importante impresa araba” solo dopo il 1840, diretto per metà nei paesi arabi del Nord, per l’altra metà verso il Brasile e le isole francesi di Mauritius e Bourbon (cfr. B. Davidson, op. cit., pp. 200 ss.).
15 E. Williams, Capitalismo e schiavitù, Laterza, 1971.
16 Va detto tuttavia che, come ci sono storici africani allineati con le stime europee (per esempio J.E. Inikori, The Volume of the British Slave Trade, 1655-1807, “Cahiers d’Études africaines”, 1993, n. 128, p. 686), così ci sono studiosi europei che ipotizzano che per ogni schiavo nero sbarcato nelle Americhe ne siano morti altri 6-7, caduti nelle guerre e razzie legate alla cattura dei candidati alla schiavitù, o nel percorso tra la cattura e i forti della costa, o deceduti nel periodo di detenzione (cfr. J.-C. Girardin, De la liberté politique des Noirs: Sontonax et Touissant Louverture, in I. Castro Henriques – L. Sala-Molins (dir.), Déraison, esclavage et droit. Les fondements ideologiques et juidiques de la traite négriere et de l’esclavage, Paris, UNESCO, 2002, p. 222).
17 B. Davidson, op. cit., pp. 290-291.
18 W. Rodney fa notare che tra il 1650 e il 1900 la popolazione dell’Africa rimase sostanzialmente stagnante passando in due secoli e mezzo da 100 a 120 milioni, a differenza della popolazione dell’Europa che esplose da 103 a 423 milioni e di quella dell’Asia che passò, nonostante le profonde ferite inferte dai colonizzatori europei, da 257 milioni a 857 milioni: How Europe Underdeveloped Africa, Bogle-L’Ouverture, 1972, p. 106.
19 H. Jaffe, Africa. Movimenti e lotte di liberazione, Mondadori, 1979, ne dà ampia documentazione. Cfr. anche B. Davidson, Storia dell’Africa, Nuova ERI, 1990: “Non pass[ava] un solo anno senza il furioso insorgere di rivolte sanguinose, sia prima che durante la traversata dell’oceano” (p. 164).
20 F. Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, DeriveApprodi, 2006, p. 183.
21 D. Cahill, Advanced Andeans and Backward Europeans. Structure and Agency in the Collapse of the Inca Empire, in P.A, McAnany – N. Yoffee (eds), Questioning Collapse. Human Resilience, Ecological Vulnerability, and the Aftermath of Empire, Cambridge University Press, 2010, pp. 207-238.
22 B. Davidson, Madre nera, cit., pp. 184-185.
23 Cfr. K.M. Panikkar, Storia della dominazione europea in Asia, Einaudi, 1958, p. 18.
24 F. Gaja, Le frontiere maledette del Medio Oriente, Maquis, 1991, pp. 30-31.
25 P.G. Donini, Il mondo islamico. Breve storia dal cinquecento a oggi, Laterza, 2015, pp. 106 ss.
26 G. Corm, L’Europe et l’orient. De la balkanisation à la libanisation: histoire d’une modernité inaccompli, La Découverte, 1991, pp. 87 ss.
27 T. Herzl, Lo stato ebraico, Il Melangolo, 1992, p. 41. Nei suoi diari Herzl inquadrava la popolazione araba come “adatta per servire ai bisogni coloniali degli ebrei”.
28 L’esistenza di questa situazione è riconosciuta anche da A. Maddison, L’economia cinese. Una prospettiva millenaria, Pantarei, 2006, che pure fa di tutto per minimizzare l’impatto del colonialismo sui continenti di colore.
29 Cfr. M. Davis, Olocausti tardovittoriani. El Nino, le carestie e la nascita del Terzo Mondo, Feltrinelli, 2002.
30 E. Mandel ha calcolato che nel periodo 1500-1750 il trasferimento di valore dalle colonie verso l’Europa occidentale fu pari a “più di un miliardo di sterline d’oro inglesi, cioè più del valore totale del capitale investito in tutte le imprese industriali europee fino al 1800!” (cfr. L’accumulation primitive et l’industrialisation du Tiers-Monde, in V. Fay (a cura di), En partant du “Capital”, Anthropos, 1968, pp. 150-1).
31 Cfr. M. Davis, op. cit., p. 22.
32 E. Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, Sperling & Kupfer, 1997, pp. 4-5.
33 R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale, Einaudi, 1980, p. 420. Osserva S. Amin che “i paesi sottosviluppati” sono condannati ad avere “difficoltà quasi permanenti nei loro pagamenti esteri” a causa del “fondamentale squilibrio strutturale tra centro e periferia” e del “sistematico trasferimento di valore dalla periferia verso il centro” (Lo sviluppo ineguale. Saggio sulle formazioni sociali del capitalismo periferico, Einaudi, 1977, p. 130).
34 Per servizio del debito si intende il rimborso del capitale ricevuto in prestito (la rata in scadenza) più il pagamento degli interessi.
35 Cfr. M. Huntington, La nuova America. Le sfide della società multiculturale, Garzanti, 2005. Ricorda M. Davis che proprio negli anni ‘80 e ‘90 (i due decenni della grande crisi del debito in America Latina) è avvenuta la “sbalorditiva metamorfosi” della “messicanizzazione della California del Sud” e di altre ampie aree del Sud degli Stati Uniti: cfr. I latinos alla conquista degli Usa, Feltrinelli, 2000, pp. 19 ss.
36 Cfr. C. Rossi, La storia del debito estero dei Paesi in via di sviluppo, postato il 13 settembre 2013 su http://www.mondoallarovescia.com. Nota Rossi che la “proliferazione della droga è ancora un’altra conseguenza del debito. In Perù, in Bolivia, in Colombia è di fatto la sola economia che funziona correttamente. Come diceva il presidente del Perù Alan Garcia, “la droga è la sola multinazionale dell’America Latina”.
37 M. Chossudovsky, La globalizzazione della povertà, Edizioni Gruppo Abele, 1998, pp. 66-67.
38 Piani che, come il Mai (l’Accordo multilaterale sugli investimenti), facevano gridare a un Zanotelli di buona annata: “Per me questa legislazione [a favore delle multinazionali, e per la privatizzazione di sanità, educazione e trasporti] è un genocidio pianificato. Altro che condono dei debiti” (il manifesto, 11 marzo 2000).
39 Cfr. World Bank Group, International Debt Statistics 2019, Washington, 2018, p. 10.
40 Riprendiamo questi dati da un paper (non pubblicato) redatto nel 2018 da Dan Iachimovschi, intitolato “L’impatto delle privatizzazioni in Romania sulla società, come causa di migrazioni di massa”.

