
Nella logistica non è certo il primo caso in cui i sindacati confederali si oppongono all’applicazione dei contratti nazionali da loro stessi firmati, ma questa volta – nella vergogna – la Filt-CGIL della Lombardia ha battuto ogni precedente record con la lettera che potete leggere qui sotto.
La vicenda è quella del consorzio CLO alla Coop di Pieve Emanuele dove, con uno sciopero di 15 giorni ininterrotti organizzato dal SI Cobas, i lavoratori hanno strappato un accordo migliorativo e l’impegno del consorzio a definire in ulteriori trattative (con il SI Cobas) altri miglioramenti per lo più fissati nei contratti collettivi nazionali. I dirigenti della FILT lombarda hanno reagito a questo passo in avanti ottenuto con la lotta dai lavoratori con una rabbia furiosa, avvertendo sia la CLO che la prefettura di Milano che questo “inaccettabile…operato” non può riguardare solo il sito di Pieve Emanuele. Si tratta forse della richiesta di estendere a tutti gli altri siti l’accordo e i futuri miglioramenti? In apparenza sì, ma in realtà l’atto della CGIL – come vedrete – contiene un brutale ricatto ai lavoratori che hanno scioperato: riflettete bene su ciò a cui andate incontro perché, minacciano i due burocrati firmatari parlando ai lavoratori (oltre che ai padroni), un accordo migliorativo del genere apre “scenari che i Vs soci [cioè i lavoratori di questa ennesima falsa cooperativa – n.] hanno già vissuto per ben due volte negli ultimi anni con stati di crisi e decurtazioni salariali” – porta, cioè, al disastro l’azienda e, con essa, i suoi soci-dipendenti.
La conclusione, indecente, è questa: “In caso di non ottemperanza alle nostre richieste […bloccare da subito azioni che possano avere le conseguenze da noi temute…], considerate la presente come formale apertura dello stato di agitazione su tutti i siti CLO della Lombardia”, dal momento che “la scrivente O.S. non è disponibile ad assumersi la responsabilità di un’ulteriore crisi con impatti sociali ed occupazionali”.
Tutto vero – vi invitiamo a controllare di persona.

Un comportamento da classico sindacato giallo! Una prassi “normale” da sindacato opportunista avrebbe portato ad accodarsi, magari con l’amaro in bocca, all’avanzamento salariale conseguito dai lavoratori in lotta, invocando le condizioni di miglior favore. Ma la Cgil è un sindacato “responsabile“, che si preoccupa anzitutto della sorte dei profitti aziendali, e addirittura arriva a proclamare lo stato di agitazione contro i miglioramenti ottenuti con la lotta dai lavoratori e dal SI Cobas. Lasciamo le ulteriori considerazioni a due comunicati del SI Cobas, che nel corso di questa lotta ha conquistato la fiducia anche di tanti lavoratori iscritti, meglio: ex-iscritti, alla CISL, e che si predispone a riprendere l’agitazione per andare avanti sulla strada tracciata. Noi preferiamo aggiungere qualche considerazione di carattere generale su dove va la CGIL.
Sappiamo bene che nella storia di questo sindacato la Camera del lavoro di Milano è stata quasi sempre antesignana di “svolte a destra”. Per avere un’idea di che pasta umana sono fatti i suoi dirigenti, basterebbe ricordare che ne è stato a lungo segretario tale Antonio Panzieri, uno dei faccendieri di maggiore spicco del Qatargate, e chiudere il discorso qui. Senonché la questione segnalata da questo “piccolo episodio” vergognoso non è affatto locale, né categoriale, e tanto meno individuale (i due burocrati che hanno firmato la lettera). Chiama in causa l’indirizzo politico complessivo della CGIL ben evidenziato dall’ultimo congresso, e da ciò che ne è seguito.
Quanto al congresso, è necessario andare molto oltre la critica, senz’altro giusta, all’invito fatto alla Meloni, e all’originaria matrice fascista del capo del governo. Limitare la critica all’estetica o, se preferite, all’immagine che con questo invito la Cgil ha offerto di sé, rischia di nascondere la sostanza di un processo che viene da molto lontano – limitandoci al dopoguerra, dalla sua ricostituzione dall’alto per decisione del CLN. Liquidiamo subito, quindi, la questione dell’invito alla Meloni che ha importanza solo per il messaggio “educativo”, cioè diseducativo, che ha lanciato ai proletari iscritti alla CGIL (e non solo) incoraggiandone la rassegnazione davanti al nuovo esecutivo, o peggio. Landini ha parlato, per giustificarsi, della necessità “istituzionale” di invitare la Meloni. Falsa spiegazione. L’ultimo presidente del consiglio presente ad un congresso Cgil è stato Romano Prodi, 27 anni fa. Perciò: neppure l’ombra di un “obbligo istituzionale”, anche ammesso e non concesso che potesse esistere un qualcosa del genere.
Ma il fatto più rilevante è che Meloni ha ricambiato l’invito al dialogo andando giù diretta e dura: niente salario minimo; taglio del reddito di cittadinanza; riforma fiscale a favore del ceto medio parassitario evasore e sfruttatore che la sostiene; grandi opere a richiesta delle lobby ingegneristiche e semplificazione delle regole degli appalti, cioè libertà assoluta di appalto e sub-appalto: insomma tutto l’armamentario antiproletario del suo programma di governo.
Sfidando con aria di sufficienza i cantanti di “Bella, ciao!” (un motivetto sempre più stucchevole), dopo pochi secondi la Meloni ha impugnato i microfoni, imposto il silenzio e iniziato a sfidare Landini e la cricca di burocrati che dirigono la CGIL con le sue ricette. Landini può anche dire, che cosa costa?, che gli si son rotte le scatole, ma il vero problema è se la CGIL ha, o non ha, un programma di lotta per fermare le politiche antiproletarie del governo Meloni. Ciò che è seguito ha dato una risposta chiara: non lo ha. E gli manca ancor più la volontà di battersi. La cosa era stata tangibile già al congresso: la contestazione alla Meloni, che qualche giornale ha amplificato, è stata in realtà quanto mai timida, circoscritta e di apparato; addirittura s’è sentito anche qualche applauso. La maglietta con l’immagine della Ferragni è stato il segno di un’opposizione da operetta, e lo slogan “sentiti sgradita” è il segno di una estetica della politica, di una mentalità e di un linguaggio decadente ed illusorio, gli stessi che hanno portato, tanto per fare un esempio, la lotta della Gkn sul binario del suicidio. Ormai la CGIL non esprime altro che organizzatori di sconfitte e di equivoci.
Lasciare questo sindacato? La cosa in sé non è affatto risolutiva. Abbiamo visto più di un sindacalista, alcuni semplicemente perché in soprannumero dopo il calo dei tesseramenti, trasferirsi in altri sindacati e replicare modi, sistemi e linee politiche dello stesso stampo che trovate in Cgil. L’essenziale è il ritorno alla lotta, alla lotta di classe, a dare battaglia ai padroni e al governo. In questo senso il “piccolo episodio” di Pieve Emanuele è indicativo: l’abbandono di massa della CISL da parte dei lavoratori della CLO è avvenuto nel corso della lotta e per effetto della lotta. E anche in casi come questo, va tenuto presente che i proletari non possono scrollarsi di dosso decenni di passività e di assuefazione ai sacrifici in un solo istante, con un solo atto, fosse anche così esplicito e clamoroso come gettare nella spazzatura le bandiere del “proprio” (vecchio) sindacato.
Bisogna lavorare sodo verso la base proletaria di quelli che sono ormai sindacati di stato, rivolgersi alle centinaia di migliaia di lavoratori senza sindacato e senza partito per gettare infaticabilmente i semi di un risveglio generale della lotta, di un nuovo movimento proletario di massa, di una reale opposizione di classe ben oltre le pur necessarie rivendicazioni particolari, spesso solo difensive. Lo scenario di guerra e di economia di guerra che sempre più si sta imponendo, è un formidabile terreno di agitazione, di propaganda, di lotta internazionalista che la storia ci offre. E va colto senza altro indugio mettendo in luce che anche su questo terreno i confederali hanno fiancheggiato e continuano a fiancheggiare i signori della guerra, lavorando senza troppo rumore per il governo e per la Nato, per i fabbricanti di armi che stanno dietro Profumo e dietro Crosetto, per l’incremento delle spese militari che è in alternativa al soddisfacimento dei bisogni sociali autentici. Non scomoderemo la storia, non ricorreremo ad analogie improprie, se riferite alle nostre modeste forze, ma non è per nulla che abbiamo citato le posizioni dei comunisti di Kiental, il manifesto di Zimmerwald, le indicazioni di Liebknecht. Senza questi riferimenti, senza una linea di classe, senza una vocazione internazionalista che traduca in azioni l’indicazione ai proletari di tutto il mondo ad unirsi, il passaggio da un sindacato ad un altro, magari anche ad un sindacato “di base”, è solo un’operazione di accomodamento personale.
Linea della CGIL, prassi della CGIL: ormai questo sindacato tratta le vertenze che riguardano gli operai e i salariati come un fatto amministrativo. Non pretendiamo che tutte le vertenze vengano innalzate al livello politico, di scontro generale tra capitale e lavoro; ma almeno che ci si sforzi di dare ad ogni lotta un respiro più ampio, che si salga al livello della critica del profitto, del pluslavoro, delle drammatiche condizioni di sfruttamento e di rischio di cui ci parlano le quotidiane morti sul lavoro. Neanche per idea! Anche un adolescente alle prime prese con un’attività sindacale capisce che se le lotte si unificano, se si stabiliscono legami tra le singole vertenze, gli esiti favorevoli sono maggiori. Ebbene la CGIL fa il contrario. E non certo per stupidità, per mediocrità dei suoi dirigenti come qualche “oppositore” interno sostiene. La gestione delle vertenze è strutturata da una gelosa separazione tra loro – l’esatto inverso del “chi tocca uno, tocca tutti!“. Spesso sono gli stessi delegati sindacali che si occupano diligentemente di ostacolare i contatti che potrebbero generare allargamenti del fronte di lotta, usando tanto il paternalismo quanto le promesse, qualche volta paventando anche il danno che potrebbe derivare dall’associarsi alle vertenze di altre fabbriche, o di altri luoghi di lavoro. Si tratta dell’articolazione al massimo livello di una pratica sindacale fatta di assistenza legale individuale, di concessione di qualche permesso sindacale, di amministrazione di vantaggi individuali, di un po’ di straordinario, di una “dritta” per l’assunzione, a termine com’è ovvio, di un figlio, e di qualche piccolo benefit che nelle maglie dell’organizzazione di fabbrica spesso, volendolo, si può trovare.
Molti compagni si chiedono i motivi del silenzio del proletariato italiano: senza pretesa di scoprire chissà che, questa condotta delle burocrazie sindacali, non solo nei loro vertici (come si poteva sostenere un tempo), è uno dei fattori che produce passività. Un altro è la doppiezza del linguaggio di scuola togliattiana che ancora vive ed opera nella CGIL, seppure in forma di residuo. Landini in questo esercizio ha una certa bravura. E comunque, anche se molti hanno capito che vende fumo, tuttavia – nella stasi delle lotte e nella sfiducia nella lotta che ha generato – una promessa appare comunque meglio che niente, e certamente meglio di ventilati “sacrifici necessari” e superiori ragioni di stato che alcuni partiti emettono in continuazione, vuoi invocando inesistenti lotte per la libertà e la democrazia, vuoi chiedendo un’uguaglianza ogni giorno smentita dai fatti, vuoi dirottando l’attenzione sui “diritti civili” – tra i quali dimenticano sistematicamente il diritto a non morire di lavoro e per causa di lavoro, sempre tacendo sul tema che i proletari francesi hanno messo all’ordine del giorno (stiamo parlando del Pd a guida Schlein e delle sue code, e dei 5Stelle a guida Conte). Discorsi sulla parità di genere e quote rosa ai vertici di imprese e amministrazioni statali, quanti ne volete; ma di età pensionabile neanche a parlarne, dato che questa riguarda le donne che faticano. [Le ragioni strutturali di questa situazione, concernenti la divisione internazionale del lavoro, il mercato del lavoro, i rapporti di lavoro, l’organizzazione del lavoro, le abbiamo esaminate nel n. 2 del Cuneo rosso – ne abbiamo ancora qualche copia, per richiederla, scrivere a com.internazionalista@gmail.com]
Sindacato inerte, dunque!? Solo chi ha interesse a mantenere il proprio status di mosca cocchiera del sindacato, rigorosamente dentro un sindacato sempre più blindato e statizzato, può sostenerlo. In realtà i sindacati confederali sono attivi, determinati e conseguenti. Limitandoci solo all’ultimo decennio, parliamo del Testo Unico sulla Rappresentanza messo su a garanzia di Confindustria nei confronti di “…chi promuove iniziative contro gli accordi raggiunti a livello nazionale e aziendale. Un vero e proprio cappio preventivo per cercare di strozzare sul nascere le nuove forme di organizzazione di lotta”1 – dal quale anche i confederali ricavano protezione e blindatura (sempre più parziale, peraltro) dei propri iscritti ed un loro maggior controllo. Le ormai famose scatole che girano di Landini non si sono ancora fermate, e già passa con la firma dei confederali il contratto per i lavoratori delle ditte di pulizia, per trattamenti in stile “working poor” (lavoratori poveri) a 5€ l’ora, un salario così infimo che perfino la Fornero – un nome odioso che dice tutto – commenta con stupore su La Stampa: “…è un livello inaccettabilmente basso”.
Episodi? No, è un continuum che risponde ad una linea precisa che si è affinata gradualmente seguendo le necessità e le crisi del capitalismo, una linea irreversibile e irriformabile. Uffici Caf, assistenza legale personale, patronati con i quali puoi avere una visura catastale o il tuo CUD, farti fare il certificato Isee o il calcolo della Naspi. Basta tesserarsi al costo medio di una sessantina di euro all’anno per avere funzionari a portata di mano che battono la concorrenza dei collettivi e dei circoli cosiddetti alternativi che per primi avevano avuto l’idea di offrire qualche forma di servizio gratuito ai proletari più indigenti: ecco il futuro immediato ed in progress del sindacato consociativo e corporativo che persegue l’obiettivo della disgregazione individualistica del lavoro salariato. Il sindacato dei servizi voluto dalla CISL è in larghissima misura realtà delle strutture CGIL. E questa idea è penetrata, se non addirittura divenuta egemone, anche in comparti sempre più ampi del sindacalismo “di base”.
Ma l’attivismo confederale si manifesta in pieno anche nella gestione delle vertenze che riguardano la chiusura di fabbriche o magazzini. La prassi, infatti, è quella di proporre incontri istituzionali. Chiedere un tavolo di trattativa in cui entri, come presunta autorità “al di sopra delle parti”, qualche articolazione dello stato: ecco la proposta miracolosa e risolutiva con la quale ci si prende una pausa di una decina di giorni. Il confronto (si fa per dire!) col governo o altre istituzioni minori, senza esclusione di prefetti e preti, prosegue stancamente ma sempre con dichiarazioni “responsabili” e impegni a non lasciare nessuno indietro, altro slogan corrente (e vuoto). Viene fissata la data del magico incontro, ma intanto qualche lavoratore ha già capito che dovrà cavarsela da solo con lavoretti occasionali. In linea generale, s’intende, l’incontro partorisce il momentaneo blocco dei licenziamenti e la proroga della cassa integrazione ben vista dalla stessa azienda che ha così tutto il tempo per portare avanti i piani di vendita, di ristrutturazione aziendale e quant’altro a spese del “fisco generale”, cioè delle tasse pagate dal lavoro salariato nel suo insieme. Poi, altri incontri ed altre proroghe di ammortizzatori, se va “bene”, mentre si pensa a prepensionamenti, esodi incentivati ed altre misure di disgregazione e di riduzione della base occupata. Questa tattica ha lo scopo di ridurre la pressione per estinzione “naturale”, ed è così che accade: i lavoratori accettano impieghi al nero, stringono la cinghia finché possono, si impiegano alla meglio per sopravvivere e si allontanano per necessità anche dal terreno della difesa ordinaria del loro posto di lavoro, da qualche manifestazione, da qualche picchetto. Alcuni, ci risulta, prendono la strada dell’alcool e perfino del suicidio. Con questa modalità, visibile a tutti e ripetuta con poche varianti, i confederali gestiscono senza scrupolo alcuno tante vertenze (le cd. vertenze “aperte” riguardano oltre 80.000 lavoratori). Dunque, se li abbiamo indicati come organizzatori di sconfitte non è per gusto polemico o per vocazione estremistica: è per l’osservazione di fatti ripetuti e continui. E sfidiamo chiunque a portarci un solo esempio di vertenze gestite in modo differente da quello che abbiamo descritto. [Anche la vertenza CLO condotta dal SI Cobas è passata, nei giorni scorsi, per un tavolo con la prefettura, ma – a differenza dei tavoli di CGIL-CISL-UIL – l’incontro è stato l’esito di giorni e giorni di sciopero totale, e non è stato per nulla un confronto di “cortesia”.]
La crisi delle lotte proletarie in Italia è più forte che in altri paesi, anche proprio per l’eredità del fu-PCI transitato nel sindacalismo confederale, e non ci resta che spezzarlo.
Non c’è più alcun margine per avventurose operazioni entriste, o per agitare speranze riformiste-reazionarie in ipotetiche nuove collocazioni internazionali dell’Italia, in nuove politiche economiche di stampo keynesiano, in nuovi personaggi “attenti” ai bisogni degli sfruttati e delle sfruttate. C’è una sola via per uscire dal pantano attuale: il ritorno alla lotta e all’organizzazione unitaria delle lotte su una linea di rigorosa autonomia di classe. Più forte e ampia sarà l’adesione a questa prospettiva, più ne sarà scosso, se non terremotato, il rapporto tra sindacati confederali e la massa dei loro iscritti. Il “piccolo esempio” della CLO di Pieve Emanuele insegna.
1 ) Così commentavamo sul n°2 della nostra rivista (Il Cuneo rosso) di novembre 2014 (pag. 34).
E LO CHIAMANO ANCORA SINDACATO?
LA CGIL CONTRO L’ACCORDO MIGLIORATIVO CONQUISTATO CON LA LOTTA ALLA COOP DI PIEVE EMANUELE!
Non è passata neanche una settimana dalla storica vittoria dei lavoratori CLO, presso il magazzino Coop di Pieve Emanuele, che la Filt CGIL Lombardia, perdendo per l’ennesima volta l’occasione di tacere, ritorna ad abbaiare furiosamente contro l’accordo migliorativo conquistato da questi lavoratori organizzati nel S.I. Cobas che, con un coraggioso sciopero durato ben 15 giorni, hanno costretto le controparti al riconoscimento del ticket mensa per tutti i lavoratori e all’apertura di una trattativa per la corretta applicazione del CCNL in tema di pagamento malattia, livelli d’inquadramento, pagamento maggiorazioni, ecc.
Infatti, con un comunicato appeso nella giornata di ieri in magazzino, la Filt CGIL diffida, senza alcuna apparente vergogna, l’azienda dall’applicare l’accordo del S I. Cobas, minacciando addirittura l’apertura dello stato di agitazione e provando a teorizzare, arrampicandosi sugli specchi, che la conquista di migliori condizioni contrattuali e salariali da parte dei lavoratori e (addirittura) la corretta applicazione del CCNL metterebbe in discussione la tenuta economica dell’appalto a Pieve Emanuele, come negli altri magazzini Coop! Oppure la preoccupazione della CGIL è confermare, per conto di CLO e COOP un regime che costringe i lavoratori a svolgere fino a 240 ore mensili per arrivare ad un salario appena sufficiente ad arrivare a fine mese?
Una logica “sindacale” tutta incentrata sulle compatibilità padronali, sulla moderazione salariale, sul frenare ogni spinta, ogni sussulto, ogni rivendicazione da parte dei lavoratori, che possa anche lontanamente mettere in discussione il meccanismo di sfruttamento nei magazzini e negli appalti. Una condizione che non ci sorprende più, né tantomeno sorprende i lavoratori che ormai hanno imparato chi rappresenta questo sindacato e che hanno fatto la loro scelta chiara e intransigente.
Quella stessa logica con cui, proprio qualche settimana fa a Pieve Emanuele, nel pieno della battaglia per conquistare ticket e contratto nazionale, spingeva le segreterie CGIL e CISL, senza neanche consultare i propri delegati, a provare a svendere la lotta esemplare dei lavoratori, barattando un accordo a perdere, in cui si legava il percepimento di un misero ticket alla produttività, abbandonando ogni velleità d’applicazione integrale del CCNL e dando peraltro mano libera all’azienda di poter spostare a proprio piacimento i lavoratori (specie quelli piú combattivi) su altri cantieri.
In quel momento, con estrema lucidità, i lavoratori avevano messo all’angolo questi tentativi di fare naufragare la lotta, abbandonando in massa i sindacati confederali e organizzandosi nel S.I. Cobas!
A centinaia avevano buttato le bandiere della CISL nei sacchi della spazzatura, proprio a suggellare la rottura chiara e inequivocabile con una pratica sindacale filo – padronale e anti operaia!
Oggi, di fronte alla vergognosa provocazione del comunicato CGIL, teso unicamente a difendere la propria rappresentatività e il proprio ruolo, siamo certi che con altrettanta chiarezza e lucidità i lavoratori, e noi con loro, risponderanno con il rilancio di quelle rivendicazioni che sono state motore di 15 giorni di sciopero duro, e che ora andranno messe al centro della trattativa aperta.
Ma a livello generale, di fronte a questa evidente collusione tra interessi padronali, mondo delle cooperative e burocrazie confederali l’unica reale risposta che i lavoratori possono dare è quella di abbandonare quelle organizzazioni “sindacali” vendute, proprio a partire dagli altri magazzini Coop, dove ancora restano critiche condizioni di sfruttamento e dove è ancora più necessario organizzarsi in quel sindacalismo combattivo e di classe, unico reale strumento di organizzazione e lotta per i lavoratori, fuori e contro le compatibilità padronali!
Mentre i sindacati confederali perdono ogni anno centinaia di migliaia di iscritti, il S.I. Cobas aumenta le proprie fila di lavoratori combattivi, un chiaro segnale dell’inadeguatezza di queste sigle ad affrontare l’attuale fase economica e politica.
Salario, diritti e dignità per tutti i lavoratori!
Avanti S.I. Cobas!

QUANDO LA CGIL SGOMITA PER FARE IL SUO INTERESSE E NON QUELLO DEI LAVORATORI
Le lunghe giornate di lotta ai cancelli della Coop di Pieve Emanuele sono ancora vive nei nostri ricordi.
La questione non è conclusa, tutt’altro; ma quella lotta ha cambiato profondamente i rapporti di forza nel magazzino: ora il S.I. Cobas rappresenta la quasi totalità dei lavoratori ed ha imposto la sua agenda nelle trattative che seguiranno, dopo aver conquistato alcuni punti rivendicati.
Ma la CGIL in questa inattesa configurazione delle relazioni sindacali teme di perdere terreno, e con grande sollecitudine invia a C.L.O. e p.c. al Prefetto una lettera in cui paventa, qualora le nuove condizioni contrattuali e di lavoro conquistate venissero generalizzate anche agli altri magazzini C.L.O. – come è doveroso che sia -, la chiusura dell’attività e il licenziamento dei lavoratori.
Non c’è che dire, questo sindacato sa fare bene il lavoro dei padroni, tant’è che ne fa le veci.
Questa condivisione di interessi porta C.L.O. a forzare la mano, e all’incontro di ieri mercoledì 24, primo tavolo sulla via del ‘dialogo’ promesso per far terminare lo sciopero, la Cooperativa dispone che alle trattative sia presente anche CGIL, cercando di mandare ancora in minoranza il S.I. Cobas rispetto alla totalità dei lavoratori C.L.O.
Un bel gioco di squadra, a cui il S.I. Cobas non si sottometterà.
Le nostre armi sono state solo temporaneamente deposte.
Se dovessero convocarci per questo motivo, ci organizzeremo in presidio perchè non accetteremo nessuna mediazione al ribasso. Anzi i lavoratori, che liberamente hanno aderito al S.I. Cobas, non accetteranno nessun ricatto e proseguiranno la lotta per il diritto all’indennità di malattia e per i giusti inquadramenti contrattuali e ricevere uno stipendio adeguato senza più turni di lavoro di 10/12 ore giornaliere su 6 giorni settimanali.
