Le recenti notizie provenienti dal Tribunale di Milano, che ha disposto il controllo giudiziario per i colossi Deliveroo e Glovo (Foodinho) con l’accusa di caporalato digitale e sfruttamento, non ci sorprendono. Per noi non è una “scoperta”, ma la conferma giudiziaria di ciò che denunciamo da anni.
Oggi la magistratura certifica che quasi 40.000 lavoratori sono stati ridotti in condizioni di bisogno per arricchire le multinazionali: lo Stato interviene solo quando il modello diventa troppo imbarazzante per essere ignorato (come in questo caso), o quando il conflitto di classe rischia di tracimare.
Questa sentenza arriva in estremo ritardo, dopo che intere generazioni di lavoratori sono state spremute per anni. Ricordiamo tutti/e le prime mobilitazioni di Deliverance Milano o dei riders di Bologna, fino agli scioperi spontanei durante la pandemia, quando i lavoratori del food delivery avevano dimostrato che l’algoritmo poteva essere inceppato o lo sciopero nazionale del “No Delivery Day”, dove migliaia di ciclo-fattorini hanno incrociato le braccia contro il contratto “pirata” siglato da UGL, rivendicando non solo paghe dignitose, ma il riconoscimento di essere parte integrante della classe operaia moderna. Esperienze sindacali e di lotte che avevano rotto l’isolamento individuale e dimostrato che la “libertà” promessa dalle app era solo una catena digitale di sfruttamento.
Mentre Just Eat utilizza contratti a tempo indeterminato (circa 6.000 rider assunti con un contratto logistica e trasporti dal marzo 2021 che ha inaugurato il modello “Scoober”), le altre piattaforme (riunite in Assodelivery) applicano ancora prevalentemente il contratto per il lavoro autonomo. E’ importante ricordare, in relazione anche alle iniziative ed alle mobilitazioni che si sono sviluppate in questi anni, la composizione sociale di questi lavoratori e lavoratrici.
In città più “universitarie”, come Bologna o Firenze, persiste una componente di studenti universitari che utilizzano il lavoro come integrazione al proprio salario, sebbene questa figura stia venendo progressivamente espulsa o marginalizzata rispetto ai lavoratori “full-time” forzati che necessitano di orari più lunghi per coprire i costi della vita nel Nord.
A Milano i riders sono in larghissima parte lavoratori immigrati per i quali il delivery è l’unico settore accessibile a causa del ricatto del permesso di soggiorno o della mancanza di riconoscimento dei titoli di studio. Infatti come nei magazzini della logistica, dove il Si Cobas ha saputo unificare i lavoratori immigrati contro il ricatto dei decreti sicurezza e del permesso di soggiorno, qui anche tra i riders la componente degli immigrati è il cuore pulsante della resistenza e la lotta per il salario è indissociabile dalla lotta contro ilrazzismo istituzionale.
Tutt’altra composizione riscontriamo al Sud, in particolare a Napoli e Palermo, dove la composizione sociale assume tratti marcatamente autoctoni e legati alla disoccupazione strutturale: qui il rider non è un lavoro di “passaggio” o per immigrati, ma assorbe quote di espulsi dai cicli produttivi tradizionali. La nostra esperienza con i disoccupati organizzati a Napoli ci conferma come il settore accoglie massicciamente proletari ex detenuti e soggetti provenienti da contesti di forte disagio sociale, per i quali l’algoritmo rappresenta l’unica alternativa al lavoro nero o alla criminalità ed ha rappresentato una porta d’accesso al mercato del lavoro legale. In tale situazione infatti le piattaforme digitali – soprattutto negli anni del “boom” di accessi – sono state viste come un’ancora di salvezza grazie a criteri d’accesso apparentemente privi di barriere dagli stessi riders. Per questo motivo, e non solo, negli anni è stato più complesso il verificarsi di lotte in questo settore, perché si è alimentata – anche a causa di meccanismi e liste privilegiate avallate dai sindacati confederali – la contrapposizione tra “autonomia” e “subordinazione”. La retorica aziendale ha lavorato ai fianchi i lavoratori, illudendo alcuni con il mito della “libertà e autonomia” della partita IVA, contrapponendoli a chi rivendica giustamente un regolare rapporto di lavoro salariato per ottenere ferie, malattia e contributi. Questa divisione è funzionale al capitale: da un lato, si spingono i lavoratori a farsi concorrenza tra loro per un “punteggio” migliore, dall’altro, si usa la burocrazia legale per creare lavoratori di serie A e di serie B, nonostante la Cassazione stabilisca che le tutele del lavoro subordinato devono applicarsi a tutti.
Noi sappiamo che, invece, si tratti di un pacco Amazon o di una pizza, la logica è la “consegna nell’ultimo miglio”. Lo sfruttamento regolato dalle piattaforme digitali è lo stesso sfruttamento che troviamo nei magazzini o nelle fabbriche con forme, tempi e modalità differenti. La “sentenza favorevole” è solo un pezzo di carta, che paradossalmente rischia di essere scaricata proprio sulle contraddizioni e divisioni tra lavoratori e lavoratrici del food delivery. Anche in questo caso, non basta certo un amministratore giudiziario per “regolarizzare” le briciole; serve che i lavoratori e le lavoratrici si organizzino con la lotta per migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro nella prospettiva di sviluppare un’organizzazione sotto un’unica bandiera: salario garantito, lavorare tutti e lavorare meno, riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga.
L’unico modo per “liberarsi dalla dittatura dell’algoritmo” è quello di lottare organizzati per rovesciare gli attuali rapporti di forza tra capitale e lavoro, per la ricomposizione di tutta la classe lavoratrice.

