Riprendiamo dal n. 26 di “En defensa del marxismo”, rivista del Partido Obrero, un interessante articolo di Miguel Bravetti relativo alla secolare lotta del proletariato argentino per affermarsi come classe “per sé”, conscia cioè del compito storico di dover abbattere il sistema dello sfruttamento capitalistico e il dominio politico della borghesia per potersi liberare realmente.
Ora, col progetto di “riforma del lavoro”, il governo reazionario di Milei cerca di assestare un duro colpo a quanto è rimasto delle conquiste operaie.
Trattasi di un percorso, quello del proletariato argentino, scandito spesso da episodi di feroce lotta per la sopravvivenza, dove il protagonismo delle masse sfruttate ha raggiunto livelli tra i più alti non solo del continente, ma del mondo intero.
Un proletariato represso sistematicamente da colpi di Stato condotti da camarille militar-affaristiche, sostenute da una borghesia nazionale che ha sempre contrabbandato la cosiddetta “indipendenza” del paese coi loschi legami imperialisti: prima nei confronti dell’Inghilterra, poi degli Stati Uniti.
Una borghesia che ha prodotto tra l’altro il fenomeno del peronismo, rappresentante di una tendenza nazional-populista non solo repressiva ma anche insidiosa politicamente; al punto da mettere radici all’interno delle stesse masse operaie. Con conseguenze deleterie, di cui ancor oggi – e l’articolo ben lo documenta – si vedono gli effetti.
I compagni argentini, mettendo in primo piano il notevole protagonismo di lotte e di esperienze solidali “dal basso” che caratterizzano la storia del proletariato argentino, insieme al coraggio e alla determinazione delle sue avanguardie politiche, nella loro lotta determinata contro il governo Milei, si ripropongono come uno dei punti di riferimento per l’intero movimento proletario internazionale. (Red.)
La “rivoluzione liberatrice” e i “libertari”: riforma del lavoro, sindacati e rappresentanze di base
Miguel Bravetti
Il progetto di riforma del lavoro promosso dal governo di La Libertad Avanza spazza via un secolo di conquiste operaie e inoltre contiene un attacco su larga scala ai sindacati. La cosiddetta “modernizzazione” segue uno schema che si è ripetuto nel corso della storia a partire dalla cosiddetta Rivoluzione Liberatrice del 1955, che rovesciò il governo di Perón (in realtà, Perón fu il primo a tentarla; vedi https://revistaedm.com/edm-25-11-23/el-fracaso-del-congreso-de-la-productividad-de-peron-la-burguesia-y-la-burocracia-sindical-de-1954-55/). Quella crociata antisindacale prese di mira la CGT (Confederazione Generale del Lavoro) e la dirigenza dei sindacati, ma soprattutto le commissioni interne e gli organi delegati che costituivano il maggiore ostacolo ai piani di razionalizzazione della borghesia.
Dopo un periodo di sconcerto, la classe operaia (seguendo un percorso delineato da Miguel Pichetto, citato in questo articolo) si riorganizzò da zero, inizialmente in comitati semi-clandestini o clandestini, che furono protagonisti di quella che è nota come “La Resistenza” (pura e semplice; l’etichetta peronista è un’appropriazione): un ciclo di enormi lotte ed esperienze formidabili, i cui insegnamenti, anche in un contesto così diverso da quello odierno, ci aiutano a comprendere le sfide, i rischi e le opportunità della fase che sta iniziando.
Sindacati e organizzazioni di base in Argentina
Nel nostro Paese, il movimento operaio ha costruito sindacati a partire dalle fabbriche. Gli organi delegati e le commissioni interne, le cui origini risalgono all’inizio del secolo scorso, sono istituzioni profondamente radicate tra i lavoratori. Contrariamente a quanto sostengono molti storici nazionalisti borghesi, negli anni Venti e Trenta esisteva all’interno dell’industria una vasta rete di organizzazioni di fabbrica, nata dall’impulso militante dei movimenti di sinistra, in particolare del Partito Comunista. Le cellule aziendali che costituirono il nucleo del piano d’azione comunista in quegli anni furono l’embrione di numerosi comitati operai aziendali, precursori delle commissioni interne.
Fu anche il Partito Comunista a promuovere con maggiore decisione i sindacati di settore, che sostituirono l’organizzazione per mestiere, tipica delle industrie artigianali. Questi nuovi sindacati furono creati sotto l’influenza di violenti scioperi e mobilitazioni. Il sindacato dei macellai, ad esempio, fu protagonista di scioperi di massa (Berisso, Avellaneda e La Plata) che sfidarono la repressione poliziesca e militare; gli stabilimenti di macellazione Swift, Armour o Anglo servirono furono una scuola di organizzazione operaia per l’intero movimento sindacale successivo. I metalmeccanici, i lavoratori dell’industria del legno e gli operai edili seguirono un percorso simile (vedi https://revistaedm.com/edm-04-01-26/cuando-la-clase-obrera-quebro-al-conjunto-de-las-patronales-y-al-regimen-oligarquico-de-agustin-p-justo/).
I sindacati di settore si radicarono in questa preesistente organizzazione nei luoghi di lavoro e si svilupparono in grandi organizzazioni di massa che, attraverso commissioni interne e organi delegati, influenzano direttamente il processo produttivo, dove si genera plusvalore e si svolge il conflitto quotidiano tra capitale e lavoro.
Le tradizioni combattive del passato – in particolare quelle anarchiche – che rinascevano nella nuova generazione di lavoratori alimentata dall’incipiente industrializzazione per la sostituzione delle importazioni che ebbe luogo negli anni ’30 (una risposta alla crisi dell’economia agroexportatrice che aveva ampliato il mercato interno e rafforzato socialmente la classe operaia), unite alla mancanza di una legislazione specifica sulle commissioni interne – il cui funzionamento scarsamente regolamentato sfuggiva spesso al controllo statale – conferirono all’organizzazione di base un grado di autonomia e una tendenza all’azione diretta che persistettero nel corso della storia.
La contraddizione tra la leadership, bersaglio della cooptazione statale, e le organizzazioni di base, soggette alla pressione immediata delle masse lavoratrici, è la caratteristica più tipica del sindacalismo argentino.
Perón
Le commissioni interne si moltiplicarono e si rafforzarono dal 1946 in poi, durante il primo decennio di governo di Perón. Mentre la statalizzazione e l’irreggimentazione sindacale avanzavano dall’alto, i lavoratori dal basso svilupparono un’attività straordinaria e furono protagonisti di numerosi conflitti, principalmente su salari e condizioni di lavoro: nell’industria della lavorazione della carne (1946-1947), nelle ferrovie (1947) e nell’industria tessile e tipografica (1953). Nel 1954, il rinnovo dei contratti collettivi portò a uno scontro diretto con il padronato (che cercava di legare gli aumenti salariali ai nuovi parametri di produttività: quelli che Milei chiama “salario dinamico”) e con il governo. Le burocrazie sindacali furono sopraffatte, Perón intervenne in diversi sindacati e represse le manifestazioni, ma gli scioperi si moltiplicarono sotto la guida delle commissioni interne, che alla fine ottennero maggiori aumenti salariali e ulteriori benefici.
Per lungo tempo, l’unico quadro giuridico per l’operato delle commissioni interne è stata una vaga clausola del Decreto Legge sulle Associazioni Professionali del 1945, che garantiva ai lavoratori il diritto di eleggere i propri rappresentanti, senza specificarne il livello o il tipo di funzioni. Questo era lo strumento utilizzato per tutelare la loro presenza sul posto di lavoro, insieme alla tutela e alla stabilità dei delegati. Solo nel 1958 la Legge 14.455, emanata dal governo Frondizi, ha conferito alle commissioni interne un più pieno riconoscimento nell’ambito di un processo giuridico di controllo e regimentazione statale dei sindacati.
I datori di lavoro erano i più insistenti nell’emanare regolamenti per “mettere ordine” tra i delegati. Ad esempio nel 1952 la Camera dei metalmeccanici chiese la discussione di una bozza di regolamento come condizione per l’avvio delle trattative salariali. Pur dovendo cedere al rifiuto dei lavoratori, tornò all’attacco poco dopo, tentando di imporlo stabilimento per stabilimento. Tra le altre cose, esigeva che “alla commissione interna fosse proibito adottare misure coercitive” e proponeva che qualsiasi controversia fosse risolta “obbligatoriamente presso il Ministero o in tribunale”.
L’offensiva padronale, sancita dal Secondo Piano Quinquennale del 1952 – un tentativo di Perón di superare l’esaurimento del modello di sostituzione delle importazioni aumentando lo sfruttamento dei lavoratori e limitando le conquiste ottenute – si scontrò ancora una volta con la tenace resistenza dei lavoratori e con il potere delle commissioni interne. La Confederazione Economica Generale (CGE) affermò in un documento del 1954 che “le commissioni interne hanno ripetutamente dimostrato una scarsa comprensione dei prerequisiti per una gestione aziendale efficiente e il loro atteggiamento costituisce uno dei principali ostacoli all’organizzazione razionale della produzione”.
Il fallimento nell’introduzione di aumenti salariali basati sulla produttività attraverso accordi di contrattazione collettiva portò poco dopo, nel 1955, alla convocazione del Congresso Nazionale della Produttività, un’iniziativa congiunta di governo, imprenditori e burocrazia sindacale. Gli accordi approvati includevano molte delle richieste padronali, ma si trattò di una vittoria formale priva di applicazione pratica; fu letteralmente misconosciuta dai lavoratori. Questa incapacità del governo peronista e della burocrazia di “disciplinare” il movimento operaio determinò in larga misura lo spostamento della borghesia dalla parte del golpe.
Aramburu: la prima “riforma del lavoro”, a ferro e fuoco
Il colpo di stato militare del 16 settembre 1955 che rovesciò Perón, guidato dal generale “nazionalista” Eduardo Lonardi, tentò di raggiungere un accordo con la CGT per epurare le strutture sindacali dagli elementi più compromessi con il regime deposto e “ripristinare l’ordine” nelle fabbriche, limitando gli “abusi operai” denunciati dai padroni (ovvero, il freno dei lavoratori agli “abusi padronali”).
Questa politica di negoziazione dall’alto contrastava con la crescente resistenza dal basso: una reazione autonoma della classe operaia contro il colpo di stato, che diede luogo a innumerevoli scioperi e mobilitazioni spontanee, motivate principalmente dalla consapevolezza che la dittatura avrebbe spazzato via le conquiste ottenute nel decennio precedente.
La risposta dell’ala “liberale” dell’esercito all’impasse che si era creato fu la destituzione di Lonardi da parte del generale Pedro Aramburu due mesi dopo, con il sostegno dell’Unione Civica Radicale (UCR), del Partito Socialista (PS), dei Conservatori e dei Cristiano-Democratici. Questo segnò l’inizio della “Revolución Fusiladora” (la “Rivoluzione Fuciliera”), come la soprannominò il movimento popolare.
Aramburu lanciò una brutale offensiva contro i lavoratori: vietò qualsiasi attività sindacale a chiunque avesse ricoperto una carica negli anni precedenti, nominò un capitano, Alberto Patrón Laplacette, a capo della CGT e pose tutti i sindacati sotto il controllo di supervisori militari. Tra le altre misure, il nuovo governo consentì la formazione di più di un sindacato per settore, limitò il diritto di sciopero e permise accordi aziendali e persino individuali. Impose limiti alla contrattazione collettiva e legò i futuri aumenti salariali alla crescita della produttività. L’obiettivo dichiarato della dittatura in ambito lavorativo era “mettere in pratica le conclusioni raggiunte dal Congresso di Produttività”, ovvero realizzare la riforma progettata dal governo peronista, utilizzando tutte le risorse repressive dello Stato.
Aramburú si impegnò anche a portare l’offensiva negli stessi luoghi di lavoro, per smantellare il movimento operaio dalle sue fondamenta. Le commissioni interne furono sostituite da delegati nominati dagli amministratori (inizialmente furono nominati i lavoratori più anziani) e ai datori di lavoro fu data carta bianca per “eliminare gli ostacoli alla produttività”. Il decreto 2739 divenne la parola d’ordine della repressione sistematica (accusare qualcuno di sabotare la produzione portava alla perdita del posto di lavoro e spesso alla reclusione). Le testimonianze sulla portata di questa politica abbondano. Solo per fare un esempio: con questa procedura, il padronato della fabbrica tessile La Bernalesa si sbarazzò in un colpo solo dei suoi 120 rappresentanti sindacali. I licenziamenti dei lavoratori più militanti, sia peronisti che non peronisti, si contarono a migliaia.
Allo sconcerto iniziale seguì una reazione non calcolata dalla dittatura: la formazione di una rete di gruppi clandestini o semi-clandestini che, a partire dalla metà del 1956, guidarono una serie di conflitti altamente radicalizzati contro licenziamenti, arresti e per aumenti salariali. Ciò accadde nei cantieri navali, nelle tipografie, nei calzaturifici, nelle fabbriche tessili e negli stabilimenti di confezionamento della carne. Presso CATITA, un’industria metalmeccanica nella provincia di Buenos Aires, nel dicembre 1955 si svolse uno sciopero vittorioso contro il licenziamento di diversi rappresentanti sindacali. Presso l’impianto di confezionamento della carne Lisandro de la Torre, nella capitale federale, nell’aprile 1956 si tennero una mobilitazione e uno sciopero contro l’arresto di tre rappresentanti sindacali. Dopo una settimana, i delegati furono rilasciati e il comitato clandestino fu riconosciuto dall’amministrazione militare come rappresentante legale dei lavoratori. Negli stabilimenti di confezionamento della carne Swift di Rosario e Berisso, comitati non ufficiali organizzarono scioperi vittoriosi. Il numero di giorni di lavoro persi, solo nella capitale, aumentò da 144.000 nel 1955 a oltre 5 milioni l’anno successivo. Il conflitto più emblematico di questo periodo fu lo sciopero dei metalmeccanici, che durò quasi due mesi; per sconfiggerlo fu necessaria tutta la forza repressiva dell’esercito e dei padroni.
Lo sciopero dei metalmeccanici evidenziò anche le carenze dell’emergente organizzazione di base e il rafforzamento di un settore burocratico, proveniente dalle seconde linee della dirigenza sindacale, soppiantata dalla dittatura, che gradualmente prese il controllo del movimento: il Vandorismo.
Pochi mesi dopo, una controversia salariale dei lavoratori del settore telefonico, iniziata con proteste e manifestazioni, si trasformò in uno sciopero a tempo indeterminato. Brutalmente represso, con oltre 200 attivisti incarcerati, lo sciopero fu annullato e il fermato. Nonostante ciò, si innescò un’ascesa inarrestabile che mise Aramburu alle corde.
In quel periodo, un fallito “congresso di normalizzazione” della CGT, convocato dai militari, diede vita alle 62 Organizzazioni (in seguito ribattezzate 62 Organizzazioni Peroniste) e ai “32 Sindacati Democratici”, le due principali fazioni in cui era diviso il movimento sindacale; il Partito Comunista raggruppò i sindacati da lui influenzati ne I 19, in seguito denominati Movimento di Unità Sindacale di Classe.
Le 62 Organizzazioni proclamarono uno sciopero nazionale per il 27 settembre, chiedendo “il rilascio di tutti i prigionieri detenuti per motivi sindacali, un aumento salariale generale di emergenza con l’istituzione di una scala salariale di sussistenza e mobile, la fine delle leggi repressive e la revoca dello stato d’assedio”. Lo sciopero, che fu massiccio nell’industria e nei trasporti, creò le condizioni per la sconfitta della dittatura (che avrebbe probabilmente portato a una situazione rivoluzionaria) e accelerò la dipartita del governo militare attraverso un processo elettorale, nonostante la proscrizione del peronismo. Le 62 Organizzazioni furono un canale utilizzato da Perón per contenere e deviare la crescente ribellione operaia verso il patto Perón-Frondizi, che incontrò la resistenza di ampi settori della classe operaia. Nel febbraio del 1958, il candidato dell’Unione Civica Radicale-Intransigente vinse le elezioni con un ampio margine e con l’appoggio di Perón, che da Caracas, dove si trovava in esilio, invitò al voto. Il quotidiano del Partito Comunista, La Hora, diretto da Vittorio Codovilla, titolava: “Con Frondizi il popolo entra nella Casa Rosada”. Al contrario, quasi un milione di schede bianche segnarono il rifiuto da parte di una frazione significativa della classe operaia di un “gorilla” incallito e principale istigatore del colpo di Stato del 16 settembre.
Due osservazioni importanti. La prima è che l’attacco alle commissioni interne durante la dittatura di Aramburu non solo non riuscì a neutralizzarne le azioni e l’influenza, ma il fallimento di quel tentativo ne aumentò addirittura il numero e il potere. Galileo Puente, Sottosegretario al Lavoro nel governo Frondizi, eletto il 23 febbraio 1958, dichiarò che, assumendo l’incarico, trovò “anarchia, abusi e arbitrarietà di ogni genere da parte dei lavoratori. I padroni avevano perso il controllo delle fabbriche; tutto era dettato dalle commissioni interne”. Comandava chi doveva obbedire”. Il secondo punto è che il rafforzamento delle 62 Organizzazioni non portò a una maggiore attività; al contrario, seguirono mesi di cautela fino all’insediamento di Frondizi. Vale a dire, mentre l’attivismo era impegnato in una lotta su vasta scala per sconfiggere la dittatura, la dirigenza sindacale emergente agìva contro questa prospettiva, in funzione del patto Perón-Frondizi e del suo consolidamento, che si sarebbe concretizzato nella negoziazione di una nuova Legge sulle Associazioni Professionali.
Questa legge, approvata poco dopo l’assunzione della presidenza di Frondizi, ripristinò il sindacato unico per settore, l’obbligo per i datori di lavoro di fungere da sostituti d’imposta per le quote sindacali e i contributi previdenziali, favorendo così il controllo e la regimentazione di una burocrazia sindacale subordinata allo Stato. Il clima di agitazione non cessò: i lavoratori del petrolio rifiutarono i contratti firmati con le compagnie straniere attraverso diversi scioperi e mobilitazioni; i ferrovieri organizzarono un feroce sciopero di 41 giorni contro il piano di privatizzazione delle linee ferroviarie (il Piano Larkin), che divenne un simbolo della resistenza operaia; un altro sciopero dei metalmeccanici durò più di un mese e l’occupazione di massa dello stabilimento nazionale di confezionamento della carne di Lisandro de La Torre scatenò uno sciopero generale con barricate. Frondizi rispose con una sistematica repressione statale (il Piano CONINTES autorizzava l’intervento dell’esercito nelle controversie sindacali); questo, insieme alla politica di freno della burocrazia sindacale, portò a una serie di sconfitte, chiudendo così l’era iniziata nel 1955.
Autonomia e dipendenza politica della classe operaia
La Libertadora portò avanti la sua offensiva contro le conquiste operaie contemporaneamente a un tentativo di “de-peronizzare” la classe operaia, che consisteva nel mettere fuori legge il Partito Giustizialista e nel penalizzare qualsiasi menzione di simboli peronisti (il Decreto 4161 afferma: “L’uso di fotografie, ritratti o sculture di funzionari peronisti o dei loro familiari, dello scudo o della bandiera peronisti, o del nome del presidente deposto o dei suoi familiari sarà considerato una violazione particolare di questa disposizione”).
La campagna contro il peronismo non fu solo politica; migliaia di attivisti furono espulsi dai sindacati e i sedicenti “sindacalisti liberi” – socialisti e radicali che avevano avuto un ruolo attivo nel colpo di stato – tentarono una presa di controllo più o meno violenta delle organizzazioni. Lo sforzo degli interventi militari di legittimare questo obiettivo attraverso brogli o elezioni truccate fallirono e i lavoratori sostennero a stragrande maggioranza i nuovi leader peronisti. Ad esempio, nelle elezioni interne allo stabilimento di Alpargatas, la più grande fabbrica tessile del paese, la lista peronista ha sconfitto la lista “socialista” (gorilla) con 12.000 voti contro 400.
Il ritiro senza combattere dei dirigenti peronisti, a cominciare dal generale stesso e dai dirigenti della CGT, dopo il colpo di stato, ha prodotto una reazione spontanea e convulsa contro la dittatura, che ha riacceso il soggiacente senso di autonomia della classe operaia a livello di fabbrica. Indubbiamente, questo è stato un momento di massimo deterioramento del controllo burocratico sulla base, aprendo la possibilità di una nuova leadership indipendente.
Cosa allora ha impedito che almeno una frazione di questo attivismo emergente si evolvesse in quella direzione? Senza dubbio, l’assenza di un punto di riferimento politico a sinistra è uno dei fattori principali. Il Partito Comunista e il Partito Socialista, nonostante le loro differenze, hanno entrambi agito in opposizione a questo processo. Il Partito Socialista collaborò direttamente con la Libertadora, mentre il Partito Comunista perseguì una politica che oscillava tra il sostegno ai “sindacalisti liberi” (i sindacati “gialli”) e il raggiungimento di accordi pratici con i peronisti, riguardanti la difesa dei diritti dei lavoratori e il rilascio dei prigionieri politici. Oltre alla “sinistra gorilla”, due correnti trotskiste guadagnarono terreno: il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (Posadista), che partecipò ai movimenti sociali ma non affrontò la persecuzione degli attivisti peronisti; e il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (Morenista), che inizialmente definì il peronismo come “un movimento reazionario di destra”, ma in seguito arrivò a considerarlo l’espressione di “un fronte unico antimperialista” e la “resistenza peronista” come “opposizione di classe rivoluzionaria” alla dittatura. Coerentemente con questo approccio, approfondì la sua integrazione nel peronismo e iniziò un periodo di “entrismo” servile che durò fino al 1964.
70 anni dopo… Milei-Sturzenegger
Così come lo slogan del padronato che si schierò con Aramburu era “aumentare la produttività”, il governo Milei ha basato la sua giustificazione per la riforma sulla necessità di ridurre i “costi del lavoro” che presumibilmente danneggiano la competitività dell’industria nazionale. Tuttavia, uno degli assi centrali del progetto ufficiale, che ha ricevuto l’approvazione della Commissione Lavoro del Senato, è ancora una volta quello di disarticolare l’organizzazione e l’azione sindacale.
Il divieto di tenere assemblee senza l’autorizzazione del datore di lavoro, la limitazione a 10 ore mensili per i delegati per lo svolgimento delle mansioni sindacali, l’eliminazione delle tutele per i delegati e le severe sanzioni per le occupazioni e i blocchi delle fabbriche: tutto ciò costituisce un tentativo di soffocare l’organizzazione e l’azione dei lavoratori a livello di base. A ciò si aggiunge la soppressione del diritto di sciopero: il Titolo VII, Capitolo 1, Articolo 24, vieta l’interruzione del lavoro al 50% dei lavoratori nelle attività definite “di importanza trascendentale” e al 75% del personale nelle attività “essenziali”. L’elenco combinato di queste due categorie comprende praticamente l’intera industria, i trasporti, i servizi, la sanità e l’istruzione. Inoltre, nel caso in cui un’attività sia stata omessa, lo stesso articolo prevede la costituzione di una Commissione di Garanzia (il nome è provocatorio) per classificarla e inserirla nella categoria corrispondente.
Il testo non modifica il numero minimo di delegati stabilito dall’attuale Legge sulle Associazioni Sindacali (23.551), ma diverse delle bozze circolate in precedenza, utilizzate come base per la versione finale, proponevano di eliminare ogni rappresentanza nelle aziende con meno di 50 lavoratori. È chiaro che questa questione è all’ordine del giorno del padronato. La Camera degli Imprenditori Metalmeccanici di Cordova ha tentato di promuovere un’iniziativa di questo tipo poco prima delle elezioni dell’ottobre 2025. Non sono disponibili dati precisi sul numero di delegati di base nel nostro Paese, ma ce ne sono decine di migliaia! Una misura come quella che per ora è stata esclusa dal dibattito significherebbe eliminare una parte enorme di quella forza lavoro: in sindacati come quello della tipografia o del tessile, forse il 90%; un po’ meno nell’UOM (Sindacato dei Metalmeccanici), e così via.
D’altro canto, il Titolo XIV, Capitolo III, Articolo 18, contiene un attacco fondamentale contro i grandi sindacati nazionali, promuovendo contratti collettivi aziendali e sindacati per impresa. Stabilisce la precedenza dei contratti collettivi di lavoro di ambiti più ristretti rispetto agli accordi di settore e pur ribadendo che tali negoziati rimangono di competenza dei sindacati legittimati, come insistentemente richiesto dalla CGT, il disegno di legge stabilisce una procedura semplice e rapida per l’ottenimento della legittimazione sindacale da parte dei sindacati aziendali. Il Titolo XV, Capitolo III, Articolo 29, stabilisce che “la legittimazione sindacale può essere concessa a un sindacato aziendale quando il numero dei suoi iscritti che pagano le quote, nel periodo minimo e continuativo di sei mesi prima della sua richiesta, supera il numero degli iscritti paganti all’interno della stessa azienda appartenenti al sindacato legittimato…”.
Questa aggiunta comporta un cambiamento sostanziale poiché, fino ad ora, la legittimazione giuridica – la chiave per la firma dei contratti collettivi, la riscossione delle quote associative e altri contributi – era un obiettivo praticamente impossibile da raggiungere per i nuovi sindacati. L’esempio dell’AGTSyP, il sindacato dei lavoratori della metropolitana, è molto esemplificativo: dopo decenni di esistenza, lotte e rivendicazioni costanti, rimane soggetto allo status giuridico dell’UTA. Attualmente, circa 1.600 sindacati con la sola registrazione – la metà di tutti i sindacati esistenti – non hanno mai ottenuto il riconoscimento legale. Nonostante le promesse, in particolare del kirchnerismo, il cosiddetto “monopolio sindacale” è sopravvissuto fin dalla prima era peronista.
L’iniziativa fascista-libertaria chiarisce, tra l’altro, l’errore di considerare la possibilità di avere diversi sindacati nello stesso settore come un progresso nella democratizzazione del movimento operaio; un argomento storicamente sostenuto dalla CTA, un’altra organizzazione a cui è stato perennemente negato il riconoscimento legale. L’intenzione dichiarata di Federico Sturzenegger, il principale fautore di questo cambiamento, è quella di atomizzare e smantellare il potere sindacale. Lo ha spiegato così durante l’incontro d’affari organizzato dall’ambasciata argentina in Spagna mesi fa: “L’ordine di precedenza (negli accordi) cambia completamente il potere. Perciò dovremo ballare se vogliamo raggiungere questo obiettivo”.
Nota sulle Assemblee
Il Titolo XV, Capitolo 1, Articolo 20 bis, del progetto di legge sulle assemblee stabilisce che “l’associazione legalmente riconosciuta può riunirsi… a condizione che ciò non pregiudichi il normale svolgimento dell’attività aziendale, né arrechi danno a terzi… che sia necessaria un’autorizzazione preventiva… per quanto riguarda il momento, il luogo e la durata… e che venga pagato il salario” – ovvero, di fatto, le proibisce!
Questa non è una semplice restrizione all’azione sindacale, ma un colpo devastante al metodo naturale con cui la classe operaia condivide le proprie opinioni, forgia una comprensione comune dei propri problemi, sviluppa soluzioni e consenso e decide le proprie azioni; ovvero, costruisce la propria coscienza di classe e la propria azione di classe.
Per Adolfo Gilly (ex trotskista, autore di uno studio fondamentale sui comitati di fabbrica in Argentina), sono proprio le assemblee e la cooperazione a generare una politicizzazione specifica, che forma un’identità politica autonoma per la classe operaia. Questa autonomia dei lavoratori, che “scorre come un fiume sotterraneo attraverso l’organizzazione sindacale di massa”, è “visibile solo a coloro che considerano la pratica quotidiana della classe operaia dall’interno”.
Si tratta di una visione unilaterale, poiché l’assemblea non è un’istanza che libera i lavoratori dalle loro distorsioni politiche e dalla pressione sociale della borghesia, che si infiltra attraverso innumerevoli canali. Piuttosto, essa incarna “la democrazia operaia nelle condizioni della dittatura del capitale e del dispotismo esercitato dai padroni sul posto di lavoro”. In altre parole, è una forma di autodeterminazione collettiva in cui il peso e la capacità di orientamento dell’attivismo – spesso veicolo delle posizioni delle correnti politiche – trovano il terreno migliore per prevalere. Questo è il suo enorme valore. Per questo motivo, la burocrazia spesso contrasta le assemblee con altri mezzi di “consultazione” come plebisciti o urne (nel 2024, Abel Furlán, segretario generale dell’UOM, tentò senza successo di convincere le acciaierie a sostenere una negoziazione salariale al ribasso facendo appello a un plebiscito; il risultato fu il rifiuto dell’accordo. La burocrazia della SUTEBA ricorse spesso alla consultazione tramite “sondaggi”).
In realtà, la tensione tra la dirigenza sindacale e le commissioni interne e gli organi delegati è altalenante; emerge più acutamente durante i periodi di intensa lotta di classe; nei periodi di riflusso, le commissioni interne possono svolgere un ruolo di supervisione e di controllo sui lavoratori. La capacità della burocrazia sindacale di contenere i lavoratori dipende dal grado di controllo esercitato dalle organizzazioni di base, molto più che dalla legislazione e dalla protezione statale. Ciò significa che gli organi delegati sono un terreno privilegiato di contesa e sotto la direzione di un gruppo classista, sono strumenti di mobilitazione dei lavoratori contro la borghesia.
La bozza preparata dalla Camera delle Industrie Metallurgiche di Cordova, menzionata sopra, includeva anche un articolo che vietava le assemblee. L’insidiosa giustificazione era che “oggi i delegati”, ha dichiarato un portavoce dell’azienda, “possono essere collegati in tempo reale con i propri soci tramite strumenti digitali, quindi la necessità di riunioni in presenza in fabbrica è superata”. Curiosamente, la bozza di regolamento della Camera delle Industrie Metalmeccaniche del 1952, menzionata in precedenza, includeva anche un articolo che stabiliva che “per comunicare tra loro, i membri della commissione interna dovevano chiedere l’autorizzazione ai rispettivi capi sezione, indicandone i motivi per iscritto” e che “ai delegati era vietato comunicare tra loro” e rispondere “ai reclami dei dipendenti durante l’orario di lavoro”.
Non c’è dubbio che insieme agli articoli che riguardano le quote sindacali (eliminando l’obbligo per i datori di lavoro di fungere da sostituti d’imposta per le quote sindacali e lasciando in un limbo i contributi di solidarietà) e i programmi di previdenza sociale (riducendo i contributi dei datori di lavoro dal 6% al 5%), questo – per i sindacati aziendali – sia il punto più contestato dalla burocrazia della CGT.
Il Ministro della Deregolamentazione, che rappresenta l’ala più antisindacale del governo, ha dovuto affrontare diverse critiche da parte di un settore – Santiago Caputo, Martín Menem, Karina Milei – che è restio a recidere i legami con la burocrazia sindacale. Facendo eco a questa posizione, diversi portavoce dei datori di lavoro hanno espresso la loro contrarietà ai sindacati aziendali. Sulla base dell’esperienza di Sitrac-Sitram, due sindacati aziendali, sindacati “gialli” emersi su sollecitazione della dirigenza Fiat nel 1960 e che, sotto l’influenza della rivolta post-Cordobazo, raggiunsero il massimo grado di radicalizzazione nella storia sindacale argentina, la borghesia guarda con estrema cautela a qualsiasi alterazione del modello peronista di irreggimentazione.
Ad esempio, il presidente dell’associazione dell’industria tipografica, Juan Carlos Sacco, ha affermato che “la contrattazione aziendale delineata dalla Casa Rosada è un errore madornale”. I datori di lavoro sanno cosa significa avere a che fare con una rappresentanza sindacale combattiva, o semplicemente molto più esposta alle pressioni della base, e quindi nutrono seri dubbi sull’opportunità di sostituire la dirigenza burocratica che ha agito così efficacemente come baluardo contro le tendenze militanti e come strumento per imporre salari e condizioni di lavoro più bassi.
In un’intervista radiofonica, Sergio Sassia, segretario generale del Sindacato delle Ferrovie, ha difeso la contrattazione collettiva (ovvero il ruolo delle burocrazie sindacali) come strumento per “modernizzare” la legislazione del lavoro. A sostegno di questa posizione ha affermato che, contrariamente a quanto spesso ripetuto, “solo il 5% degli accordi del 1975 – un’epoca in cui i rapporti di forza erano più favorevoli ai lavoratori – è ancora in vigore”. Un altro avvertimento tagliente è arrivato da Miguel Ángel Pichetto, citato all’inizio di questo articolo: “La riforma del lavoro”, ha dichiarato, “toglierà potere alla dirigenza sindacale e lo darà alla base, che è molto più combattiva. Quindi, ciò che il governo otterrà in realtà è l’opposto di ciò che si propone: invece di indebolire il movimento sindacale, lo spingerà verso i suoi settori più combattivi”.
Conclusione
Per molti aspetti, il progetto di riforma del lavoro di Milei (in senso stretto, una controriforma) inverte la natura protettiva del diritto del lavoro, per restituirlo come diritto di sfruttamento, ovvero inequivocabilmente un diritto padronale. Questo “diritto” cancella le conquiste storiche e contemporaneamente annulla o penalizza la protesta dei lavoratori. Lo Stato cessa di presentarsi come protettore del sindacalismo e diventa lo strumento diretto del suo smantellamento.
Le differenze e i punti di contatto con quel primo tentativo di riforma della Revolución Libertadora sono evidenti. L’esaurimento del modello distributivo finanziato con le riserve, la crisi del settore estero e il fallimento del tardivo tentativo di Perón di produrre una svolta moderata precipitarono nel colpo di stato, un piano di aggiustamento e la repressione contro la classe operaia, il tutto sotto la bandiera della “produttività”. Oggi lo slogan che unisce l’intera borghesia è la riduzione del “costo del lavoro” (gonfiato da un dollaro sottovalutato), mentre il debito pubblico e il saccheggio finanziario crescono, di pari passo con lo svuotamento dell’industria.
Le sfide alla burocrazia sindacale erano già numerose verso la fine del governo di Perón e si intensificarono con il suo ritiro senza combattere dopo il colpo di stato. Oggi, 70 anni dopo, questo è l’elemento più dinamico della situazione del movimento operaio. Il voto di massa per Milei nel 2023 da parte di un’ampia fetta della classe operaia – sia precaria che sindacalizzata – fu una risposta distorta e politicamente arretrata al crollo generale delle loro condizioni di vita e alla disastrosa amministrazione Fernández. Quel voto, che non fu replicato nelle elezioni di medio termine del 2025, non espresse il sostegno a un programma antisindacale, ma in larga misura un ripudio della burocrazia e del peronismo.
La portata dello sfascio del peronismo nella sua base operaia è il fatto politico chiave di questo periodo. Ciò non si è ancora tradotto in elezioni sindacali, ma come avvertiva Trotsky nel suo libro sui sindacati inglesi, “l’apparato sindacale è diventato molto indipendente dalle masse. La burocrazia è in grado di mantenere le sue posizioni molto tempo dopo che le masse le si sono rivoltate contro”; il che è potenzialmente presente nella situazione attuale.
L’urgenza di Milei nel portare avanti il pacchetto di riforme antioperaie deriva dalla sua consapevolezza della fragilità della sua posizione. Pertanto, i vari progetti “propositivi” del peronismo, che iniziano con l’accettazione della necessità di una “modernizzazione del lavoro” – un termine preso in prestito dall’arsenale de La Libertad Avanza che nasconde un assalto senza precedenti dietro un eufemismo – sono un vicolo cieco. L’unica linea d’azione appropriata è invocare uno sforzo unitario, nelle strade e nei luoghi di lavoro, per sconfiggere la riforma del lavoro “schiavista”. Una simile possibilità (che potrebbe verificarsi per molteplici ragioni) terrorizza sia le fila della LLA che del peronismo, e in particolare la dirigenza della CGT, perché inaugurerebbe una nuova era per il movimento operaio, che ha molti conti aperti con la burocrazia sindacale da oltre mezzo secolo.
Questa è l’alternativa per cui si batte il Coordinamento Sindacale Classista del Partido Obrero.

