Giovedì scorso, 16 gennaio, si è concluso a L’Aquila il primo grado del processo contro Anan Yaeesh, e i suoi due amici Ali Irar e Mansour Dogmosh. Anan è stato condannato a 5 anni e 6 mesi – una vergogna! – mentre Ali e Mansour sono stato assolti – un atto dovuto.
Impeccabile la sintesi dell’avv. Flavio Rossi Albertini al termine dell’udienza, che ha visto la presenza di quasi duecento compagne/i solidali con gli imputati: la “giustizia” italiana si è, alla fin fine, sostituita a quella israeliana. Non essendo stata possibile l’estradizione di Anan, militante della seconda Intifada (già detenuto per anni nelle carceri sioniste), per il fondato sospetto, più fondato di così si muore, di trattamenti disumani nelle carceri di Israele, lo stato italiano ha ritenuto suo dovere istruire qui un processo per “terrorismo”, cioè per il “delitto”, imperdonabile per tutte le entità colonialiste, di resistenza al colonialismo, resistenza agli occupanti.
La sua iniziativa per il coordinamento delle forze della resistenza di Jenin, Nablus e Tulkarem non è altro che questo: esercizio di un diritto riconosciuto perfino dal “diritto internazionale”. Ma ovviamente negato da Israele ai palestinesi, e dallo stato italiano, non in quanto succube di Israele, quasi schiavizzato da Israele, ma in quanto pienamente complice nell’oppressione e nello sfruttamento coloniale della popolazione palestinese. Il processo ad Anan è l’espressione, l’ennesima nel corso di ormai 80 anni, di questa piena complicità che deriva dall’interesse delle imprese italiane, dello stato italiano, dei governi italiani di ogni colore, di tenere non solo la Palestina, ma l’intera area medio-orientale sotto il proprio controllo. Con ogni mezzo.
Oggi (20 gennaio), a Campobasso, è andato in scena un altro capitolo di questa complicità: il processo ad Ahmad Salem, ed anche in questo caso non è mancata la solidarietà da parte di quanti hanno compreso a fondo il significato di questa repressione concentrata contro i militanti e anche i simpatizzanti della causa della liberazione nazionale e sociale delle masse palestinesi. Ahmad Salem, ha ricordato l’avv. Rossi Albertini, è detenuto da mesi nella Guantanamo italiana, il tristemente noto carcere di Rossano Calabro. L’udienza di oggi è andata buca perché il perito nominato dal tribunale non aveva esaurito il suo lavoro, per cui anche questa vicenda si va a prolungare. Ad Ahmad, nella giornata di ieri, è arrivata la solidarietà dell’assemblea popolare che si è tenuta a Napoli a villa Medusa.
Intanto, come risulta da questo comunicato dell’Api, inizia a sgonfiarsi l’altra mega-inchiesta contro Mohammad Hannoun e altri sette imputati di complicità con Hamas… ma non c’è da fidarsi né, tanto meno, da fermarsi. Per Anan, Ahmad, Tarek (detenuto nel carcere di Pescara per aver partecipato alla manifestazione del 5 ottobre 2024), per M. Hannoun e per tutti i detenuti, per i puniti con fogli di via per le loro solidarietà alla resistenza palestinese, la mobilitazione deve continuare fino alla loro liberazione dal carcere o dalle misure restrittive!
Per noi compagne/i della TIR gli attacchi giudiziari e polizieschi in corso e in intensificazione negli ultimi mesi non stanno a sé, sono tutt’uno con l’attacco del governo Meloni alle popolazioni immigrate e ai lavoratori/lavoratrici immigrati, all’insegna di un’islamofobia e di un’arabofobia utili ad alzare il sospetto sull’intero mondo dell’immigrazione. Ecco perché la denuncia del razzismo di stato, la lotta contro ogni forma di discriminazione ai danni delle popolazioni immigrate (da ultimo la schedatura degli studenti palestinesi decisa dal ministero dell’istruzione) è un compito di azione fondamentale.



