Aggiorniamo il testo messo in rete ieri sera (3 dicembre) con questa presa di posizione del SI Cobas Genova, che pienamente condividiamo sull’attacco della polizia agli operai in lotta, che hanno forzato il blocco con i loro mezzi di lavoro. La polizia ha risposto con decine di lacrimogeni, ferendo almeno un operaio. La nostra solidarietà con gli operai dell’ex-Ilva, se possibile, raddoppia. [4 dicembre]
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Prosegue e si allarga la lotta intrapresa dagli operai ex-Ilva: domani [4 dicembre], a Genova, ci sarà lo sciopero di categoria dei metalmeccanici, dopo che agli operai di Cornigliano si sono uniti quelli dell’Ansaldo, che sono riusciti finora a impedire il trasferimento all’estero di parte della produzione, picchettando la fabbrica e impedendo le operazioni di carico della merce. Anche i lavoratori di Fincantieri sono scesi in piazza, in solidarietà con quelli di Cornigliano.
La situazione che gli operai ex-Ilva stanno affrontando è particolarmente grave: in ballo c’è la chiusura dello stabilimento e la perdita del posto di lavoro per tutti, senza contare le ripercussioni sull’indotto. Il sostentamento di centinaia di famiglie operaie è a rischio, aggravando il quadro della precarietà che sempre più accompagna l’esistenza della massa dei proletari, costretti a fare i conti con un costo della vita insostenibile, gli affitti alle stelle, la mancanza di prospettive per sé e per i propri figli, una sanità sempre meno pubblica e universale e sempre più nelle mani delle imprese del settore.
L’ex Ilva è l’emblema non di una “politica industriale sbagliata o assente”, tanto meno di una linea miope nei confronti “degli interessi del paese”, come amano dire da anni i burocrati dei sindacati confederali, che battono sul carattere strategico della siderurgia per l’industria nazionale. Si tratta, invece, del punto di arrivo di una politica anti-operaia che, negli anni, ha beneficiato le multinazionali dell’acciaio, ha favorito ogni genere di manovra dei capitalisti del settore, a cominciare da quelli “nazionali”, si è fatta gioco della salute e della vita di generazioni di operai e di abitanti (in maggioranza proletari) dei quartieri devastati dall’inquinamento, per poi farsi scudo delle esigenze della decarbonizzazione per affondare ancor di più il coltello contro gli operai e le loro famiglie.
Ancora una volta, padroni privati e mano pubblica hanno agito di concerto, con un gioco delle parti forse non premeditato a tavolino, ma certamente iscritto nel dna di una società che fa della condizione operaia una variabile dipendente, che tratta i lavoratori come limoni da spremere e gettare via quando non servono più.
Cambia il settore industriale, ma non cambia il modo di procedere del capitale e delle istituzioni. Oggi Bucci, presidente della Regione Liguria, nel tentativo di non appiattirsi totalmente sull’operato del governo nazionale, dice che ci sono i fondi per assicurare la continuità della zincatura a Cornigliano (stimati in 15 milioni di euro), ma non si possono utilizzare perché non è permesso dalla normativa europea che vieta aiuti di Stato. Senonché sappiamo bene che, quando si è trattato di varare il piano di riarmo dell’UE per 800 miliardi di euro (miliardi, non milioni!), prevedendo di gonfiare il debito di Stato che i proletari saranno chiamati a pagare, nel giro di 24 ore si è varata la norma per scorporarlo dal deficit, modificando ad hoc la normativa comunitaria. E lo stesso si farà per l’ex Ilva, se governo e grande capitale valuteranno che ciò è necessario per sostenere la marcia forzata verso l’economia di guerra e il potenziamento delle infrastrutture belliche che tutti gli Stati stanno intraprendendo.
Dopo che il piano Urso si è arenato, il governo Meloni si è guardato bene dal dichiarare la volontà di intervenire con la nazionalizzazione degli impianti. Se a questo si arriverà, sarà solo quando sarà deciso che la siderurgia deve diventare uno snodo fondamentale, in sinergia con Fincantieri e Leonardo – gioielli dell’industria di morte del capitalismo nostrano – per supportare le mire dell’imperialismo italiano sugli scacchieri internazionali, dal Medio Oriente ai Balcani.
Gli operai non possono organizzare la loro difesa dallo sfruttamento e reagire all’attacco concentrico dei padroni e del governo rimanendo a rimorchio delle strategie capitalistiche, che cercano di renderli massa di manovra e carne da macello per la concorrenza sul mercato mondiale, in attesa di trasformarli in carne da cannone sui campi di battaglia.
La lotta degli operai ex-Ilva, dell’Ansaldo, di Fincantieri, degli operai della logistica – che da anni usano sistematicamente picchetti, blocco delle merci, scioperi di filiera per conquistare migliori condizioni di lavoro – deve unirsi in un fronte di classe generale, che sappia contrastare l’attacco delle classi dominanti a tutti i livelli. Difendere il posto di lavoro è fondamentale. Ma non è il caso di illudersi che questa difesa si possa fare realmente legandosi a questa o quella cordata capitalistica, che il governo ventila come interessata a rilevare l’azienda – come dimostra in modo solare proprio l’esperienza dell’Ilva di Taranto, sulla quale hanno speculato cinicamente, con l’aiuto di diversi governi, “salvatori”-parassiti di diverse nazionalità. Né ci si può cullare nell’idea che la nazionalizzazione dell’Ilva, se il governo Meloni la deciderà, sia di per sé una garanzia contro il successivo smantellamento degli impianti – dagli anni ’70 ad oggi quante imprese di stato sono state smantellate o vendute/svendute a capitalisti privati con frotte di licenziamenti?
Si tratta, prima di tutto, di riconquistare e usare tutti gli strumenti di una lotta di classe vera (come si è cominciato a fare con i blocchi stradali) per puntare a generalizzare il fronte di lotta, unendosi a tutti gli altri proletari in lotta, magari di settori minori, che “non fanno notizia”, ma che sono indispensabili a garantire la tenuta dello scontro contro padroni e governo, in un contesto economico-sociale caratterizzato dalla prevalenza di imprese piccole e medie. Coprire tutto il campo delle necessità operaie, con rivendicazioni che contrastino l’iniziativa di padroni e governo diventa allora essenziale: alla difesa del posto di lavoro per coloro che sono occupati, ma in settori a rischio, va affiancata la battaglia per il salario medio operaio garantito per tutti i proletari, per la riduzione dell’orario di lavoro, per aumenti salariali consistenti, per la reintroduzione della scala mobile, capace di legare automaticamente le retribuzioni all’aumento del costo della vita.
Per questo agli operai ex-Ilva, Ansaldo, Fincantieri va tutta la nostra solidarietà. Che la loro battaglia sia un segnale nuovo di rilancio della combattività di classe e di unità di classe, capace di rompere i mille steccati in cui oggi i proletari sono divisi, unendo occupati e disoccupati, lavoratori autoctoni e immigrati, privati e pubblici, operai sindacalizzati e operai non iscritti al sindacato, lavoratori dei sindacati di base e lavoratori legati a quelli confederali.
SOLO LA LOTTA PAGA! TOCCA UNO, TOCCA TUTTI!



