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Rilanciamo il movimento internazionale a sostegno della resistenza del popolo palestinese – Liberazione comunista, Partido Obrero, SEP, SWP, TIR (Italiano – English – Español)

La parziale e fragile tregua in corso a Gaza, già tante volte violata dal governo Netanyahu, rischia di favorire un riflusso del movimento internazionale di sostegno alla resistenza del popolo palestinese. Allo scopo di fare tutto il possibile per scongiurare questo rischio, un insieme di organizzazioni internazionaliste, tra cui la Tendenza internazionalista rivoluzionaria, il Partido Obrero, Liberazione comunista, il Partito socialista dei lavoratori della Turchia, il Socialist Workers Party britannico, e molte altre operanti in diversi continenti, ha lanciato questo appello al rilancio della mobilitazione – che qui pubblichiamo in italiano, inglese e spagnolo. (Red.)

Non esiste alcun “piano di pace”. Per fermare il genocidio in Palestina, dobbiamo demolire la macchina di morte sionista-occidentale!

Rilanciamo il movimento internazionale a sostegno della resistenza del popolo palestinese!

Fermiamo la corsa alla guerra, l’economia di guerra e lo Stato di polizia!

Il 2 settembre, a Sharm el-Sheikh, Trump ha venduto al mondo il suo “piano” come un piano di pace atteso da tre millenni. Sono bastate tre settimane per rendersi conto che non c’è nemmeno l’ombra della pace, e neppure un vero cessate il fuoco, tanto meno una pace giusta. Si tratta semplicemente di una tregua, strappata dalla straordinaria forza del popolo palestinese e dalla sua resistenza armata, nonché dalla pressione esercitata dalla crescita e dall’estensione di un enorme movimento di solidarietà globale – una tregua fragile ripetutamente violata dallo Stato sionista, che ha causato centinaia di morti e feriti tra i palestinesi a Gaza. Inoltre, l’esercito israeliano è tornato a bombardare il Libano e lo Yemen, mentre i coloni hanno intensificato gli attacchi fisici e la demolizione degli ulivi in Cisgiordania. Nel frattempo, la Knesset ha dichiarato la Cisgiordania parte del territorio israeliano.

Il boia Netanyahu, al potere grazie al sostegno degli Stati Uniti e dell’UE, non ha assolutamente rinunciato al “Grande Israele” né a “finire il lavoro a Gaza”: ovvero sterminare le forze di resistenza armata, annettere gran parte della Striscia e provocare, con nuovi massacri e il blocco degli aiuti alimentari, un esodo di massa da Gaza. Il piano di Trump, che non rinnega le rivendicazioni del “Grande Israele”, esprime un progetto ancora più ambizioso: coinvolgere i regimi arabi in una pacificazione totale con un Israele ampliato e ‘sicuro’, in modo da cancellare per sempre la “questione palestinese” trasformando Gaza in un resort di lusso (come nell’osceno video AI dello scorso anno) e promuovendo cambiamenti di regime in diversi Stati in direzione di un generale ridisegno del Medio Oriente favorevole all’imperialismo statunitense.

I due progetti – un “Grande Israele” e un “nuovo Medio Oriente” sotto il dominio degli Stati Uniti e integrato con la macchina della NATO – possono avere punti di attrito, ma hanno la stessa essenza colonialista e schiavista, sia nei confronti del popolo palestinese che delle masse sfruttate e oppresse di tutto il Medio Oriente. E certamente non saranno le reazionarie borghesie arabe ad ostacolare davvero questi progetti. Né lo farà la Russia di Putin, che si è congratulata con Trump per il suo “piano”; né l’India, grande amica di Israele; né il Brasile, che continua a fornirgli le enormi quantità di petrolio necessarie per portare avanti la sua occupazione e il suo genocidio; né la Cina, grande esportatrice di merci e capitali verso Israele. Il cinismo della politica geostrategica borghese è comune in Oriente e in Occidente, come dimostrano gli sforzi della Russia per mantenere la sua influenza e le sue basi in Siria, cooperando con il nuovo regime di Jolani, o gli sforzi diplomatici della Cina per ripristinare le relazioni tra Iran e Arabia Saudita che faciliteranno il suo piano per la nuova Via della Seta economica e commerciale. Nonostante il loro antagonismo, alla fine tutti concordano sul disarmo della resistenza palestinese e sulla falsa “soluzione dei due Stati”.

Consapevoli dell’assoluta necessità di una tregua, sia per le masse straziate e affamate della popolazione di Gaza, sia per riorganizzare i propri ranghi, e dato il contesto dell’isolamento e dell’estorsione esercitati dai leader arabi e dai paesi vicini della regione, le forze della resistenza palestinesi hanno accettato di operare, almeno formalmente, nell’ambito del “piano Trump”. Ma hanno già dovuto fare i conti con il fatto che Trump sarà tutt’altro che un mediatore onesto tra loro e la banda genocida al potere in Israele. La strada per stabilizzare la tregua è piena di insidie; la strada verso la libertà dall’oppressore sionista e la vera autodeterminazione è ancora molto lunga e richiede la demolizione del “piano Trump”. Certamente non sarà facilitata da mani straniere chiamate ad amministrare “provvisoriamente” Gaza, interessate solo a partecipare alla spartizione delle ricchezze rubate ai palestinesi e che cercheranno di ricattare e soggiogare i palestinesi di Gaza attraverso le manovre di “ricostruzione”.

Più che mai, la causa della liberazione nazionale e sociale del popolo palestinese è nelle mani delle masse oppresse e sfruttate della Palestina e dell’intero mondo arabo-islamico, e del movimento globale di solidarietà e sostegno per una Palestina libera dal fiume al mare. Questo, e solo questo, è il vero asse della resistenza alla macchina di distruzione e morte di Israele, all’imperialismo occidentale che lo sostiene con ogni mezzo materiale, militare, diplomatico e culturale, e ai suoi complici, arabi e non arabi.

Con l’eccezione delle organizzazioni di resistenza nello Yemen e in Libano, il sostegno alla leggendaria resistenza del popolo palestinese nel mondo arabo-islamico è stato inferiore al necessario, specialmente in un Paese chiave come l’Egitto. Il caso della Turchia di Erdogan è rivelatore. Lì ci sono stati due tipi di manifestazioni: proteste di sincera solidarietà con la Palestina, che denunciavano il continuo commercio del governo dell’AKP con Israele e che sono state successivamente represse dallo Stato; e manifestazioni ufficiali, organizzate dal governo dell’AKP per distrarre la sua base islamista. Ebbene, Erdogan non ha esitato ad accogliere con favore il piano di Trump, poiché i suoi principi sono comuni al suo regime e servono sia alle aspirazioni della borghesia turca di rafforzare la sua influenza come potenza regionale, sia a schiacciare le lotte della classe operaia e della gioventù turca. La natura brutalmente repressiva dei regimi militari e delle monarchie arabe funge da maglio contro l’azione delle masse. La repressione delle rivolte della Primavera Araba, con la collaborazione delle classi borghesi locali e delle potenze imperialiste, ha impedito un esito rivoluzionario. Ma rimane uno scenario estremamente convulso, con ribellioni e rivolte come in Libano, Iran, Algeria e Sudan, che ha portato a un’ondata di passività tra i lavoratori e i giovani oppressi. Le profonde cause sociali delle rivolte permangono e si stanno acuendo. Lo dimostra la recente ondata di proteste in Marocco contro la povertà e lo sfruttamento. La causa palestinese potrebbe essere ancora una volta la miccia che darà fuoco alle baraccopoli del mondo arabo.

Al contrario, grazie anche alla Global Sumud Flotilla, il movimento filopalestinese in alcuni paesi europei si è recentemente rafforzato, compiendo un significativo salto di qualità e di dimensioni nelle ultime settimane, con scioperi generali in Italia, Grecia e Spagna e massicce manifestazioni di piazza, soprattutto in Italia. Fino ad ora, anche dove questo movimento è stato molto diffuso (come nel Regno Unito), la classe operaia organizzata è stata coinvolta in modo marginale. Gli ultimi scioperi hanno iniziato a colmare questa lacuna, soprattutto in alcuni porti e in alcuni settori della logistica terrestre (magazzini, ferrovie, trasporti locali), dove la partecipazione allo sciopero è stata significativa. Coloro che sono scesi in piazza in massa sono stati principalmente giovani proletari autoctoni e immigrati di seconda o terza generazione che, oltre a condannare il genocidio e Israele, hanno espresso in vari modi la loro solidarietà incondizionata alla resistenza palestinese. Altrettanto forte e diffusa in tutta Europa è stata la condanna dei governi nazionali e dell’Unione Europea in quanto complici del genocidio, della pulizia etnica e del sostegno al “piano” di Trump.

Il vero rischio ora è che questo movimento si senta in qualche modo soddisfatto della tregua instabile in corso. Invece, è più che mai necessario rilanciare e rafforzare le lotte degli ultimi mesi, puntando al massimo coinvolgimento della classe lavoratrice organizzata e al blocco più ampio e duraturo possibile della logistica bellica che sostiene Israele. Israele dipende fortemente dalle massicce forniture di armi e merci che transitano attraverso i porti e i territori europei, o anche arabi (si pensi al Marocco). La sua macchina di distruzione e morte sarebbe gravemente indebolita, fino al punto di essere paralizzata, da un boicottaggio attivo, organizzato e coordinato a livello internazionale delle forniture di armi e merci.

La Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese del 29 novembre – sebbene proclamata da un’istituzione, come l’ONU, che è all’origine della tragica storia di questo popolo, con la sua legittimazione dello Stato di Israele e la pulizia etnica originaria attraverso la quale è stato creato – potrebbe essere l’occasione per questo rilancio. In Italia, sarà preceduta da un nuovo sciopero generale indetto da tutti i sindacati di base per venerdì 28 ottobre. E questo potrebbe essere un utile spunto per molti altri paesi.

Spetta alle forze internazionaliste, attente a tutto ciò che accade oltre i propri confini nazionali, raccogliere questa spinta e cercare di generalizzarla. Spetta ai militanti internazionalisti in Italia fare in modo che lo sciopero del 28 novembre superi gli stretti confini del sindacalismo di base e coinvolga, come è avvenuto il 3 ottobre, centinaia di migliaia di lavoratori, sia iscritti alla CGIL che non iscritti al sindacato.

Altrettanto importante è che il rilancio del movimento palestinese sia affiancato dalla lotta contro la corsa agli armamenti, l’economia di guerra e la guerra che infuria in un numero crescente di paesi in tutto il mondo, mentre continuano ininterrottamente il massacro tra NATO e Russia in Ucraina e quello perpetrato dalle bande militari in Sudan, incitate dalle potenze straniere. Altri focolai di guerra sono pronti a esplodere in America Latina, in Africa e nei Balcani. I governi capitalisti, a cominciare da quelli delle grandi potenze, si stanno dotando di una legislazione sempre più repressiva, agiscono come veri e propri Stati di polizia, in preparazione dell’imposizione di nuovi, enormi sacrifici alle classi lavoratrici e ad una parte delle classi medie. Le misure “eccezionali” adottate ovunque, dagli Stati Uniti al Regno Unito alla Germania e all’Italia, contro i militanti solidali con la resistenza palestinese sono un assaggio delle misure draconiane con cui i governi borghesi di ogni colore, sia fascisti che laburisti, cercheranno di stroncare sul nascere il conflitto di classe che inevitabilmente si riaccenderà.

Già il 24 febbraio dello scorso anno, le forze internazionaliste si sono coordinate per portare nelle strade di una ventina di paesi un’unica piattaforma di lotta. Rinnoviamo questo impegno con l’obiettivo di compiere ulteriori progressi verso la creazione di un campo proletario internazionalista indipendente da tutti gli Stati capitalisti, volto a migliorare il salario, le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, a fermare la corsa all’economia di guerra (con i suoi pesanti sacrifici) e alla guerra, e a trasformare la guerra interimperialista in rivoluzione sociale. Conduciamo questa lotta promuovendo la costituzione di partiti proletari rivoluzionari indipendenti e di un’Internazionale proletaria rivoluzionaria.

Più che mai, al fianco del popolo palestinese e della resistenza contro il colonialismo sionista-occidentale!

Basta con i bombardamenti, l’assedio e la fame inflitti a Gaza; libertà per tutti i prigionieri palestinesi!

Ritiro immediato e incondizionato dell’esercito sionista da Gaza e dei coloni dalla Cisgiordania!

Blocchiamo la fornitura di armi e merci a Israele; boicottiamo le imprese israeliane! Spezziamo tutte le relazioni con lo Stato sionista!

Palestina libera dal fiume al mare!

Per l’unità rivoluzionaria dei popoli del Medio Oriente, liberi dal dominio capitalista e imperialista!

Per un fronte di classe internazionale e internazionalista contro i governi capitalisti e le guerre del capitale!

Lavoratori e oppressi di tutto il mondo, uniamoci!

KA – Liberazione comunista (Grecia)

Partido Obrero (Argentina)

SEP – Partito socialista dei lavoratori (Turchia)

Socialist Workers Party (Gran Bretagna)

Tendenza internazionalista rivoluzionaria (Italia)

GAR Grupo Acción Revolucionaria (Messico)

Fuerza 18 de octubre (Cile)

Comunistas (Cuba)

Tribuna Classista (Brasile)

Anticapitalistas (Peru) 

Socialist Workers Network (Irlanda)

International Socialists (Botswana)

Marx21 (Spagna)

Revolutionary Left Current (Siria)

Workers Solidarity (Corea del Sud)

International Socialists (Canada)

Internationale Socialister (Danimarca)

Pracownicza Demokracja (Workers Democracy) (Polonia)

Sosialistiko Ergatiko Komma (Socialist Workers Party, Grecia)

Devrimci Sosyalist İşçi Partisi (DSIP, Revolutionary Socialist Workers Party, Turchia)

Socialist Workers League (SWL, Nigeria)

Socialistická Solidarita (Socialist Solidarity, Cechia)

UFCLP (Stati Uniti)

Linkswende (Austria)

Solidarity (Australia)

There is no “peace plan”. To stop the genocide in Palestine, we must demolish the Zionist-Western death machine!

Let’s relaunch the international movement to support the resistance of the Palestinian people!

Let’s stop the race to war, the war economy, and the police state!

On September 2nd, in Sharm el-Sheikh, Trump sold his “plan” to the world as a peace plan long-awaited for three millennia. Three weeks were enough to realize that there is not even a shadow of peace, not even a real ceasefire, much less a just peace. It is merely a truce, wrested by the extraordinary strength of the Palestinian people and their armed resistance and by the pressure of the growth and extension of a  huge global solidarity movement — a fragile truce repeatedly violated by the Zionist state, resulting in hundreds of deaths and injuries among Palestinians in Gaza. Moreover, the Israeli army has returned to bombing Lebanon and Yemen, while settlers have intensified physical attacks and the demolition of olive trees in the West Bank. Meanwhile, the Knesset has declared the West Bank part of Israeli territory.

The executioner Netanyahu, in control thanks to the support of the United States and the EU, has absolutely not given up on “greater Israel” or on “finishing the job in Gaza”: that is, exterminating the armed resistance forces, annexing a large part of the Strip, and provoking, with new massacres and a blockade of food aid, a mass exodus from Gaza. Trump’s plan, which does not disavow the claims of “greater Israel,” expresses an even more ambitious project: involving Arab regimes in total pacification with an enlarged and “secured” Israel, so as to erase the “Palestinian question” forever by turning Gaza into his luxury resort (as in the obscene AI video last year) and promoting regime changes in several states towards a general pro-US imperialist redesign in the Middle East.

The two projects — a “greater Israel” and a “new Middle East” under US domination and integrating the machinery of NATO — may have points of friction, but they have the same colonialist and slave-ridden essence, both towards the Palestinian people and towards the exploited and oppressed masses throughout the Middle East. And it certainly won’t be the reactionary Arab bourgeoisies that will truly stand in the way of these projects. Nor will it be Putin’s Russia, which congratulated Trump on his “plan”; or India, a great friend of Israel; or Brazil, which continues to supply it with the enormous quantities of oil needed to carry out its occupation and genocide; or China, a major exporter of oceans of goods and capital to Israel. Τhe cynicism of bourgeois geostrategic politics is common in East and West, as evidenced by Russia’s efforts to maintain its influence and bases in Syria, cooperating with the new Jolani regime or by China’s diplomatic efforts to restore Iran-Saudi Arabia relations that will facilitate its own plan for the new economic and trade Silk Road. Despite their antagonism, everyone ultimately agrees on the disarmament of the Palestinian resistance and the false “two-state solution”.

Aware of the absolute necessity of a truce, both for the ravaged and starving masses of Gaza’s population and to reorganize their ranks, Palestinian resistance forces have agreed to operate, at least formally, within the “Trump plan”, in the context of the isolation and extortion being exercised by Arab leaders and neighbouring countries in the region. But they have already had to reckon with the fact that Trump will be anything but an honest mediator between them and the genocidal gang in power in Israel. The road to stabilizing the truce is full of pitfalls; the road to freedom from the Zionist oppressor and true self-determination is still a very long one, and it requires the demolition of the “Trump plan.” It will certainly not be made easier by foreign hands called upon to “provisionally” administer Gaza, interested only in participating in the division of wealth stolen from the Palestinians, and which will try to blackmail and subjugate the Palestinians of Gaza through the “reconstruction” manoeuvres.

More than ever, the cause of the national and social liberation of the Palestinian people lies in the hands of the oppressed and exploited masses of Palestine and the entire Arab-Islamic world, and of the global movement of solidarity and support for a free Palestine from the river to the sea. This, and this alone, is the true axis of resistance to Israel’s machine of destruction and death, to Western imperialism that supports it with every material, military, diplomatic, and cultural means, and to its accomplices, Arab and non-Arab. 

With the exceptions of resistance organizations in Yemen and Lebanon, support for the legendary resistance of the Palestinian people in the Arab-Islamic world has been less than necessary, especially in a key country like Egypt. The case of Erdogan’s Turkey is revealing. There, two types of demonstrations existed: genuine Palestinian solidarity protests, exposing the AKP government’s continued trade with Israel, which were subsequently repressed by the state; and official rallies, organized by the AKP government to distract its Islamist base. Now, Erdogan was quick to welcome the Trump plan as its principles are common to his regime and serve both the aspirations of the Turkish bourgeoisie to strengthen its influence as a regional power, crushing the struggles of the Turkish working class and youth. The brutally repressive nature of Arab military regimes and monarchies acts as an anvil against the action of the masses. The crushing of the Arab Spring uprisings with the collaboration of local bourgeois classes and imperialist powers aborted a revolutionary outcome. But an extremely convulsive scenario remains where there have been rebellions and uprisings as in Lebanon, Iran, Algeria and Sudan has led to a wave of passivity among oppressed workers and youth. The deep social causes of the uprisings remain and are becoming more acute. This is demonstrated by the recent wave of protests in Morocco against poverty and exploitation. The Palestinian cause may once again be the fuse that will set fire to the slums of the Arab world.

Conversely, thanks in part to the Global Sumud Flotilla, the pro-Palestine movement in some European countries has recently grown, reaching a significant leap in both quality and scale in recent weeks, with general strikes in Italy, Greece, and Spain, and massive street demonstrations, especially in Italy. Until now, even where this movement has been widespread (such as in the United Kingdom), the organized working class has been marginally involved. The latest strikes have begun to make up for this gap, especially in some ports and in some areas of land logistics (warehouses, railways, local transport), where strike participation has been significant. Those who have taken to the streets en masse have been primarily a young, indigenous proletariat and those from second or third generation immigrants who, in addition to condemning the genocide and Israel, have expressed their unconditional solidarity with the Palestinian resistance in numerous ways. Equally strong and broad-based throughout Europe has been the condemnation of national governments and the European Union as complicit in genocide, ethnic cleansing, and support for Trump’s “plan.”

The real risk now is that this movement will feel somewhat satisfied with the ongoing, shaky truce. Instead, it is more necessary than ever to relaunch and strengthen the struggles of recent months, aiming for the maximum involvement of the organized working class and the broadest and most lasting blockade possible of the war logistics that support Israel. Israel depends heavily on the massive supplies of weapons and goods passing through European ports and territories, or even Arab ones (think Morocco). Its machinery of destruction and death would be severely weakened, even to the point of crippling, by an active, organized, and internationally coordinated boycott of the supplies of weapons and goods.

The International Day of Solidarity with the Palestinian People on November 29th — although proclaimed by an institution, such as the UN, which is at the origin of this people’s tragic story, with its legitimacy of the State of Israel and the original ethnic cleansing through which it was created —could be the opportunity for this relaunch. In Italy, it will be preceded by a new general strike called by all grassroots unions for Friday, October 28th. And this could be a useful indication for many other countries.

It is up to internationalist forces, attentive to everything happening beyond their own national borders, to harness this momentum and try to broaden it. It is up to internationalist militants in Italy to ensure that the November 28th strike transcends the narrow confines of grassroots unionism and involves, as happened on October 3rd, hundreds of thousands of workers, both CGIL members and non-union members.

Equally important is that the revitalization of the Palestine movement be aligned with the fight against the arms race, the war economy, and the war now raging in a growing number of countries around the world, while the massacre between NATO and Russia in Ukraine and the military gangs in Sudan incited by foreign powers continue without end. Other hotbeds of war are poised to erupt in Latin America, Africa, and the Balkans. Capitalist governments, starting with those of the great powers, are equipping themselves with increasingly repressive legislation, acting as veritable police states, in preparation for imposing new, enormous sacrifices on the working classes and even a segment of the middle class. The “exceptional” measures taken everywhere, from the United States to the United Kingdom, Germany, and Italy, against militants in solidarity with the Palestinian resistance are a foretaste of the draconian measures with which bourgeois governments of all stripes, whether fascist-like or Labour, will seek to nip in the bud the class conflict that will inevitably reignite. 

As early as February 24th of last year, internationalist forces coordinated to bring a single platform of struggle to the streets of some twenty countries. We renew this commitment with the aim of making further progress towards the creation of a proletarian internationalist camp independent of all capitalist states, aimed at improving the salary, working and living conditions of the workers, at halting the race to war economy (with its heavy sacrifices) and to war, and transforming inter-imperialist war into social revolution.  We wage this struggle promoting the constitution of independent revolutionary workers parties and of a revolutionary Workers International.

More than ever, alongside the Palestinian people and resistance against Western-Zionist colonialism!

End the bombing, siege, and famine inflicted on Gaza; freedom for all Palestinian prisoners!

Immediate and unconditional withdrawal of the Zionist army from Gaza and of settlers from the West Bank!

Let’s block the supply of weapons and goods to Israel; let’s boycott Israeli businesses! Break all relations with the Zionist State!

Free Palestine from the river to the sea!

For the revolutionary unity of the peoples of the Middle East, free from capitalist and imperialist domination!

For an international and internationalist class front against the capitalist governments and the wars of capital!

Workers and oppressed of the world, let us unite!

No existe ningún “plan de paz”. Para detener el genocidio en Palestina, ¡debemos destruir la máquina de muerte sionista-occidental!

¡Relancemos el movimiento internacional para apoyar a la resistencia palestina!
¡Detengamos la carrera hacia la guerra, la economía de guerra y el estado policial!

El 2 de septiembre, en Sharm el-Sheikh, Trump vendió su “plan” al mundo como un plan de paz esperado desde hacía tres milenios. Tres semanas bastaron para que se vea que no hay ni siquiera una sombra de paz, ni siquiera un alto el fuego real, y mucho menos una paz justa. Se trata simplemente de una tregua, arrancada por la extraordinaria fuerza del pueblo palestino y su resistencia armada, y por la presión del crecimiento y la extensión de un  enorme movimiento de solidaridad global, una tregua frágil violada repetidamente por el Estado sionista, que ha causado cientos de muertos y heridos entre los palestinos de Gaza. Además, el ejército israelí ha vuelto a bombardear el Líbano y Yemen, mientras que los colonos han intensificado los ataques físicos y la demolición de olivos en Cisjordania. Mientras tanto, la Knesset ha declarado Cisjordania parte del territorio israelí.

El verdugo Netanyahu, en el poder gracias al apoyo de Estados Unidos y la UE, no ha renunciado en absoluto al “Gran Israel” ni a “terminar el trabajo en Gaza”: es decir, exterminar a las fuerzas de resistencia armadas, anexionar gran parte de la Franja y provocar, con nuevas masacres y un bloqueo de la ayuda alimentaria, un éxodo masivo de Gaza. El plan de Trump, que no reniega de las reivindicaciones del “Gran Israel”, expresa un proyecto aún más ambicioso: involucrar a los regímenes árabes en una pacificación total con un Israel ampliado y “asegurado”, con el fin de borrar para siempre la “cuestión palestina” convirtiendo Gaza en su complejo turístico de lujo (como en el obsceno vídeo de IA del año pasado) y promoviendo cambios de régimen en varios Estados hacia un rediseño imperialista proestadounidense general en el Medio Oriente.

Los dos proyectos —un “Gran Israel” y un “Nuevo Medio Oriente” bajo dominio estadounidense e integrados la maquinaria de la OTAN— pueden tener puntos de fricción, pero comparten la misma esencia colonialista y esclavista, tanto hacia el pueblo palestino como hacia las masas explotadas y oprimidas de todo Medio Oriente. Y desde luego no serán las burguesías árabes reaccionarias las que realmente se interpongan en el camino de estos proyectos. Tampoco lo hará la Rusia de Putin, que felicitó a Trump por su “plan”; ni la India, gran amiga de Israel; ni Brasil, que sigue suministrándole las enormes cantidades de petróleo que necesita para llevar a cabo su ocupación y genocidio; ni China, gran exportadora de océanos de mercancías y capital a Israel. El cinismo de la política geoestratégica burguesa es común en Oriente y Occidente, como lo demuestran los esfuerzos de Rusia por mantener su influencia y sus bases en Siria, cooperando con el nuevo régimen de Jolani, o los esfuerzos diplomáticos de China por restablecer las relaciones entre Irán y Arabia Saudí, lo que facilitará su propio plan para la nueva Ruta de la Seda económica y comercial. A pesar de su antagonismo, todos coinciden en última instancia en el desarme de la resistencia palestina y en la falsa “solución de dos Estados”.
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Conscientes de la absoluta necesidad de una tregua, tanto para las masas devastadas y hambrientas de la población de Gaza como para reorganizar sus filas, las fuerzas de resistencia palestinas han acordado operar, al menos formalmente, dentro del “plan Trump”, en el contexto del aislamiento y la extorsión que ejercen los líderes árabes y los países vecinos de la región. Pero ya han tenido que aceptar el hecho de que Trump será todo menos un mediador honesto entre ellos y la banda genocida que está en el poder en Israel. El camino hacia la estabilización de la tregua está lleno de obstáculos; el camino hacia la libertad del opresor sionista y la verdadera autodeterminación sigue siendo muy largo y requiere la demolición del “plan Trump”. Sin duda, no será más fácil con la intervención de manos extranjeras llamadas a administrar “provisionalmente” Gaza, interesadas únicamente en participar en el reparto de la riqueza robada a los palestinos, y que intentarán chantajear y someter a los palestinos de Gaza mediante maniobras de “reconstrucción”.

Ahora más que nunca, la causa de la liberación nacional y social del pueblo palestino está en manos de las masas oprimidas y explotadas de Palestina y de todo el mundo árabe-islámico, así como del movimiento global de solidaridad y apoyo a una Palestina libre desde el río hasta el mar. Esto, y solo esto, es el verdadero eje de la resistencia contra la maquinaria de destrucción y muerte de Israel, contra el imperialismo occidental que la apoya con todos los medios materiales, militares, diplomáticos y culturales, y contra sus cómplices, árabes y no árabes. 

Con la excepción de las organizaciones de resistencia en Yemen y Líbano, el apoyo a la legendaria resistencia del pueblo palestino en el mundo árabe-islámico ha sido menor del necesario, especialmente en un país clave como Egipto. El caso de la Turquía de Erdogan es revelador. Allí existían dos tipos de manifestaciones: las protestas genuinas de solidaridad con Palestina, que denunciaban el comercio continuado del gobierno del AKP con Israel y que posteriormente fueron reprimidas por el Estado; y las manifestaciones oficiales, organizadas por el gobierno del AKP para distraer a su base islamista.  Ahora, Erdogan se apresuró a aceptar el plan de Trump, ya que sus principios son comunes a su régimen y sirven a la vez a las aspiraciones de la burguesía turca de fortalecer su influencia como potencia regional, aplastando las luchas de la clase obrera y la juventud turcas. La naturaleza brutalmente represiva de los regímenes militares y las monarquías árabes actúa como un yunque contra la acción de las masas. El aplastamiento de los levantamientos de la Primavera Árabe, con la colaboración de las clases burguesas locales y las potencias imperialistas, abortó un resultado revolucionario. Pero sigue existiendo un escenario extremadamente convulso en el que las rebeliones y levantamientos como los de Líbano, Irán, Argelia y Sudán han provocado una ola de pasividad entre los trabajadores y los jóvenes oprimidos. Las profundas causas sociales de los levantamientos siguen existiendo y se están agudizando. Así lo demuestra la reciente ola de protestas en Marruecos contra la pobreza y la explotación. La causa palestina puede ser una vez más la mecha que haga levantarse a los barrios populares del mundo árabe.
 Por el contrario, gracias en parte a la Flotilla Global Sumud, el movimiento pro-Palestina en algunos países europeos ha crecido recientemente, alcanzando un salto significativo tanto en calidad como en escala en las últimas semanas, con huelgas generales en Italia, Grecia y España, y manifestaciones callejeras masivas, especialmente en Italia. Hasta ahora, incluso donde este movimiento ha estado muy extendido (como en el Reino Unido), la clase trabajadora organizada ha tenido una participación marginal. Las últimas huelgas han comenzado a compensar esta brecha, especialmente en algunos puertos y en algunas áreas de la logística terrestre (almacenes, ferrocarriles, transporte local), donde la participación en la huelga ha sido significativa. Los que han salido a las calles en masa han sido principalmente un proletariado joven e indígena y los inmigrantes de segunda o tercera generación que, además de condenar el genocidio y a Israel, han expresado su solidaridad incondicional con la resistencia palestina de numerosas maneras. Igualmente fuerte y generalizada en toda Europa ha sido la condena de los gobiernos nacionales y de la Unión Europea como cómplices del genocidio, la limpieza étnica y el apoyo al “plan” de Trump.

El riesgo real ahora es que este movimiento se sienta hasta cierto punto satisfecho con la tregua inestable que se está viviendo. En cambio, es más necesario que nunca relanzar y reforzar las luchas de los últimos meses, con el objetivo de lograr la máxima participación de la clase trabajadora organizada y el bloqueo más amplio y duradero posible de la logística bélica que apoya a Israel. Israel depende en gran medida de los enormes suministros de armas y mercancías que pasan por los puertos y territorios europeos, o incluso árabes (pensemos en Marruecos). Su maquinaria de destrucción y muerte se vería gravemente debilitada, incluso hasta el punto de quedar paralizada, por un boicot activo, organizado y coordinado internacionalmente de los suministros de armas y mercancías.

El Día Internacional de Solidaridad con el Pueblo Palestino, el 29 de noviembre, aunque proclamado por una institución como la ONU, que está en el origen de la trágica historia de este pueblo, con su legitimación del Estado de Israel y la limpieza étnica original mediante la cual se creó, podría ser la oportunidad para este relanzamiento. En Italia, estará precedido por una nueva huelga general convocada por todos los sindicatos de base para el viernes 28 de octubre. Y esto podría ser una indicación útil para muchos otros países.

Depende de las fuerzas internacionalistas, atentas a todo lo que ocurre más allá de sus propias fronteras nacionales, aprovechar este impulso e intentar ampliarlo. Depende de los militantes internacionalistas de Italia garantizar que la huelga del 28 de noviembre trascienda los estrechos límites del sindicalismo de base y cuente con la participación, como ocurrió el 3 de octubre, de cientos de miles de trabajadores, tanto afiliados a la CGIL como no afiliados.

Igualmente importante es que la revitalización del movimiento palestino se sitúe en la línea de la lucha contra la carrera armamentística, la economía de guerra y la guerra que ahora se libra en un número cada vez mayor de países de todo el mundo, mientras que la masacre entre la OTAN y Rusia en Ucrania y las bandas militares en Sudán incitadas por potencias extranjeras continúan sin fin. Otros focos de guerra están a punto de estallar en América Latina, África y los Balcanes. Los gobiernos capitalistas, empezando por los de las grandes potencias, se están dotando de una legislación cada vez más represiva, actuando como auténticos Estados policiales, en preparación para imponer nuevos y enormes sacrificios a las clases trabajadoras e incluso a un segmento de la clase media. Las medidas “excepcionales” adoptadas en todas partes, desde Estados Unidos hasta el Reino Unido, Alemania e Italia, contra los militantes solidarios con la resistencia palestina son un anticipo de las medidas draconianas con las que los gobiernos burgueses de todo tipo, ya sean fascistas o laboristas, tratarán de cortar de raíz el conflicto de clases que inevitablemente se reavivará.
 

Ya el 24 de febrero del año pasado, las fuerzas internacionalistas se coordinaron para llevar una única plataforma de lucha a las calles de una veintena de países. Renovamos este compromiso con el objetivo de avanzar aún más hacia la creación de un campo internacionalista proletario independiente de todos los Estados capitalistas, destinado a mejorar el salario, las condiciones de trabajo y de vida de los trabajadores, a detener la carrera hacia la economía de guerra (con sus grandes sacrificios) y hacia la guerra, y a transformar la guerra interimperialista en revolución social. Libramos esta lucha promoviendo la constitución de partidos obreros revolucionarios independientes y de una Internacional Obrera revolucionaria.

¡Más que nunca, junto al pueblo palestino y la resistencia contra el colonialismo sionista occidental!

¡Fin a los bombardeos, el asedio y la hambruna infligidos a Gaza; libertad para todos los presos palestinos!

¡Retirada inmediata e incondicional del ejército sionista de Gaza y de los colonos de Cisjordania!

¡Bloqueemos el suministro de armas y mercancías a Israel; boicoteemos las empresas israelíes!

¡Rompamos toda relación con el Estado sionista!

¡Palestina libre desde el río hasta el mar!

¡Por la unidad revolucionaria de los pueblos de Medio Oriente, libres del dominio capitalista e imperialista!

¡Por un frente de clase internacional e internacionalista contra los gobiernos capitalistas y las guerras del capital!

¡Trabajadores y oprimidos del mundo, unámonos!

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